ZI11050412 - 04/05/2011
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La grandezza di Giovanni Paolo II? La santità della sua vita
MADRID, mercoledì, 4 maggio 2011 (ZENIT.org).- In un secolo, la
storia rimane caratterizzata dagli “eventi”; in un decennio sono
le persone e le loro azioni – anche le piccole azioni – che la
determinano. Se questo è vero, mi sia consentito sintetizzare la
storia della vita di Giovanni Paolo II – così come io la vedo –
con un piccolo aneddoto.
In una delle sue visite in Polonia si accorse di un pezzo di pane
per terra; si inginocchiò, lo baciò e lo mise sul prato perché lo
mangiassero gli uccelli.
Solo una persona con i piedi ben piantati per terra e con lo sguardo
rivolto al cielo può captare il piccolo miracolo della vita, in
mezzo al trambusto quotidiano. Oggi si direbbe che è il gesto di un
ecologista; un teologo preciserebbe che è un gesto di chi ama Dio
attraverso la creazione. La chiave di ciò che la Chiesa chiama
“santità” si radica, appunto, nel vivere in modo straordinario
le cose ordinarie.
La stessa piazza San Pietro, che è stata testimone, il 13 maggio
1981, dell’attentato contro la vita del Papa polacco, per mano di
un assassino professionista, ha costituito il 1° maggio scorso,
trent’anni dopo, il quadro imponente della sua beatificazione.
Cosa è avvenuto tra queste due date?
Molte cose sono successe nei 26 anni del Pontificato del 264° Papa
della storia della Chiesa. Tra tutti i suoi predecessori, è stato
quello che ha viaggiato di più (un centinaio di viaggi, toccando
145 Paesi e 150 destinazioni interne all’Italia), quello che ha
pubblicato più documenti e che ha pronunciato più discorsi (si
calcolano circa 180 milioni di parole), il primo che ha pubblicato
libri di memorie o di pensieri, divenuti tutti dei bestseller.
E tuttavia, ai fini di ciò che è avvenuto il 1° maggio, non sono
queste le cose più importanti. Poco dopo la sua elezione, mentre
era diretto a un santuario della Vergine, con alcuni dei suoi
collaboratori, chiese loro: “Qual è la cosa più importante per
il Papa nella sua vita, nel suo lavoro?”. Loro gli risposero:
“Forse l’unità dei cristiani, la pace in Medio Oriente, la
distruzione della cortina di ferro..?”. Ma lui gli replicò
sorridendo: “Per il Papa, la cosa più importante è la
preghiera”.
Certamente Giovanni Paolo II merita l’appellativo di “grande”,
per l’insieme del suo Pontificato. Ma la sua vera grandezza sta
nella sua santità; non nella sua attività.
Ho letto da poco un’intervista ad Arturo Mari, il fotografo
ufficiale del Papa. Tra le centinaia di migliaia di fotografie
scattate nei viaggi, con ogni sorta di personalità e con
moltitudini enormi, gli si chiede quale fosse la sua preferita. Mari
risponde: “quella che gli ho fatto qualche giorno prima della sua
morte, nella cappella privata, il venerdì santo del 2005. Era molto
malato, ma ha voluto essere presente, in qualche modo, alla
tradizionale Via Crucis al Colosseo”. Nella foto lo si vede
abbracciato con forza a un grande crocifisso appoggiato sul suo
viso. Una sintesi completa del suo Pontificato, incentrato nella
preghiera e nella sofferenza, attraverso cui ha vissuto in grado
eroico le virtù cristiane.
Non mi si fraintenda. Non voglio dire che Karol Wojtyla non avesse
difetti. E neanche che il suo lungo Pontificato sia stato esente da
errori. Chi conosce i processi canonici di canonizzazione sa bene
che sono come guardare attraverso una potente lente
d’ingrandimento: la pelle apparentemente tersa mostra tutte le
piccole rughe e gli effetti del tempo. E gli esperti in storia della
Chiesa sanno bene che sono necessari anni per valutare
esaustivamente i Pontificati dei grandi Papi. Ciò che voglio dire
è che, secondo le conclusioni del processo, egli ha combattuto
tenacemente contro i propri difetti, ha aumentato le sue virtù
lottando ed è riuscito a indirizzare verso Dio le azioni di un
Pontificato pieno di realizzazioni.
La mia impressione è che si è compreso subito, con particolare
chiarezza, che la Chiesa è tale più nelle sue basi che nella sua
cupola e che le nazioni non sono i loro politici ma la loro gente. I
suoi continui viaggi in tutto il mondo avevano come obiettivo quello
di ribadire che la chiave sta nell’uomo e nella donna comuni.
Proclamando insistentemente che “i diritti dell’uomo sono anche
diritti di Dio”, diceva qualcosa di più di una bella frase. La
accompagnava con una concreta denuncia degli scandali del XX secolo:
i genocidi e i crimini contro l’umanità; l’apartheid, la
tortura e la fame; gli attacchi contro le libertà civili, i diritti
politici o i diritti economico-sociali; le guerre e gli attacchi
contro il diritto alla vita; l’autodeterminazione dei popoli o la
discriminazione contro le minoranze. Forse proprio per questo
incoraggiava sempre a lottare per “una società in cui nessuno sia
così povero da non avere nulla da dare agli altri e nessuno sia così
ricco da non poter ricevere nulla dagli altri”.
Su Giovanni Paolo II sono stati fatti numerosi studi sulla sua
capacità di comunicazione. Certamente, nel mondo dell’immagine è
stato un protagonista indiscutibile, probabilmente perché si
trovava a suo agio quando comunicava. Non per un narcisismo di chi
sa di “venire bene” in televisione, ma perché gioiva nel
trasmettere la verità.
Forse l’analisi più veritiera l’ha fatta un giornalista del New
York Times nel settembre del 1987. In quell’anno, il Papa era
stato negli Stati Uniti e il giornalista si poneva la domanda sul
successo che avrebbe riscosso Giovanni Paolo II nei media. Lo stesso
giornalista si è risposto: “Il Papa domina la televisione
semplicemente ignorandola”.
Questa risposta avrebbe fatto drizzare i capelli agli esperti di
immagine. Ma era una buona diagnosi. Ignorava le telecamere perché
guardava al di sopra dei riflettori. Non dipendeva da questi, ma
dalle necessità dei suoi interlocutori.
Lo spagnolo Joaquin Navarro-Valls, che è stato il suo portavoce,
diceva: “ha mostrato a un’intera generazione che il tema di Dio
è inevitabile. Era convinto che non è possibile comprendere
l’essere umano se si prescinde da Dio. Istintivamente comprendeva
che, senza Dio, l’uomo è solo un triste animale ingegnoso”.
Gorbaciov lo ha chiamato “la prima autorità morale della
Terra”. Questa autorità morale l’ha proiettata in molte
direzioni. Forse l’azione più incisiva è stato il suo ruolo nel
crollo dei regimi comunisti dell’Est europeo. Certamente la
pressione di Reagan, con il suo “scudo spaziale” e la debolezza
economica e politica del mondo sovietico, sono state decisive per il
crollo finale. Tuttavia, quando Giovanni Paolo II ha iniziato a
parlare del socialismo come di “una parentesi nella storia
dell’Europa”, i popoli slavi hanno abbandonato la loro storica
penombra, colpendo la coscienza dell’Occidente. Questo è stato
l’inizio della fine. Quando hanno vinto la paura, è iniziata
l’opposizione sistematica e i muri si sono incrinati fino a
crollare. Da Budapest a Berlino, da Praga a Sofia e Bucarest,
l’ondata iniziata a Varsavia da Giovanni Paolo II ha sradicato il
totalitarismo da milioni di cuori.
Forse la cosa più sorprendente di Giovanni Paolo II è stata la sua
eccezionale capacità di mobilitare i più giovani. Le maggiori
concentrazioni di persone che si siano mai viste in Oriente e
Occidente hanno avuto lui come protagonista: tre milioni a Roma
(agosto 2000), più di quattro milioni a Manila (gennaio 1995). Il
motivo? La sua miscela di carisma ed esigenza morale. Egli non ha
mai nascosto le esigenze della vita cristiana. Debole e fragile,
vedendo già vicina l’ora della sua morte, saputo che una
moltitudine di giovani si era riunita a piazza San Pietro per stare
vicino al “Papa amico”, Giovanni Paolo II ha sussurrato le sue
ultime parole: “Vi ho cercato, adesso voi siete venuti da me e per
questo vi ringrazio”. Il 1° maggio sono tornati. La piazza del
Vaticano era una festa di giovani.
Gli esperti dei processi di canonizzazione solitamente condensano in
tre voci la chiave della santità di una persona: vox populi, la
fama di santità tra la gente; vox Ecclesiae, il riconoscimento da
parte della Chiesa delle sue virtù; vox Dei, un fatto
straordinario, senza spiegazione scientifica, avvenuto grazie alla
sua intercessione, ovvero, un miracolo. Queste tre “voci” sono
risuonate con speciale vigore in quella piazza millenaria di San
Pietro. Il “santo subito”, coniato spontaneamente nel pomeriggio
dell’8 aprile 2005, è stato declinato con tonalità inedite in
quel mattino romano dello scorso 1° maggio.
[Questo articolo è stato pubblicato anche dal quotidiano
spagnolo El Mundo, del 2 maggio scorso]

