CITTA' DEL MESSICO, mercoledì, 14 gennaio 2009 (ZENIT.org).-
Pubblichiamo di seguito l'intervento su "I rapporti e i
valori familiari secondo la Bibbia” pronunciato questo
mercoledì da padre Raniero Cantalamessa, OFM Cap., Predicatore
della Casa Pontificia, in occasione del Congresso Teologico
Pastorale che ha aperto a Città del Messico il VI Incontro
Mondiale delle Famiglie.
* * *
Divido la mia relazione in tre parti. Nella prima parte
illustrerò il progetto iniziale di Dio su matrimonio e famiglia
e come esso si attuò nella storia d'Israele; nella seconda
parte parlerò della ricapitolazione operata da Cristo e di come
essa fu interpretata e vissuta nella comunità cristiana del
Nuovo Testamento; nella terza parte cercherò di vedere cosa la
rivelazione biblica può apportare alla soluzione dei problemi
attuali del matrimonio e della famiglia.
I Parte
Matrimonio e famiglia: progetto divino
e realizzazioni umane nell'Antico Testamento
1. Il progetto divino
Si sa che il libro della Genesi ha due racconti distinti
della creazione della prima coppia umana, risalenti a due
tradizioni diverse: quella jahwista (X secolo a.C.) e quella più
recente (VI sec. a.C.) detta "sacerdotale".
Nella tradizione sacerdotale (Gen 1, 26-28) l'uomo e la donna
sono creati simultaneamente, non uno dall'altro; si pone in
rapporto l'essere maschio e femmina con l'essere a immagine di
Dio: "Dio creò l'uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo
creò; maschio e femmina li creò". Il fine primario
dell'unione tra l'uomo e la donna è visto nell'essere fecondi e
riempire la terra.
Nella tradizione jahwista (Gen 2, 18-25), la donna è tratta
dall'uomo; la creazione dei due sessi è vista come rimedio alla
solitudine ("Non è bene che l'uomo sia solo; gli voglio
fare un aiuto che gli sia simile"); più che il fattore
procreativo, si accentua il fattore unitivo ("l'uomo si
unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne");
ognuno è libero di fronte alla propria sessualità e a quella
dell'altro: "Ora tutti e due erano nudi, l'uomo e sua
moglie, ma non ne provavano vergogna".
In nessuna delle due redazioni si accenna a una
subordinazione della donna all'uomo, prima del peccato: i due
sono su un piano di assoluta parità, anche se l'iniziativa,
almeno nel racconto jahwista, è dell'uomo.
La spiegazione più convincente del perché di questa
"invenzione" divina della distinzione dei sessi l'ho
trovata in un poeta, Paul Claudel, non in un esegeta:
"L'uomo è un essere orgoglioso non c'era altro modo di
fargli comprendere il prossimo che quello di farglielo entrare
nella carne; non c'era altro mezzo per fargli capire la
dipendenza, la necessità e il bisogno se non mediante la legge
su di lui di questo essere differente [la donna], dovuta al
semplice fatto che esso esiste"1.
Aprirsi all'altro sesso è il primo passo per aprirsi
all'altro che è il prossimo, fino all'Altro con la lettera
maiuscola che è Dio. Il matrimonio nasce nel segno dell'umiltà;
è riconoscimento di dipendenza e quindi della propria
condizione di creatura. Innamorarsi di una donna o di un uomo è
fare il più radicale atto di umiltà. È un farsi mendicante e
dire all'altro: "Io non basto a me stesso, ho bisogno del
tuo essere". Se, come pensava Schleiermacher, l'essenza
della religione consiste nel "sentimento di
dipendenza" (Abhaengigheitsgefuehl) di fronte a Dio,
allora la sessualità umana è la prima scuola di religione.
Fin qui il progetto di Dio. Non si spiega però il seguito
della Bibbia se, insieme con il racconto della creazione, non si
tiene conto anche di quello della caduta, soprattutto di quello
che viene detto alla donna: "Moltiplicherò i tuoi dolori e
le tue gravidanze, con dolore partorirai figli. Verso tuo marito
sarà il tuo istinto, ma egli ti dominerà" (Gen 3,16). Il
predominio dell'uomo sulla donna fa parte del peccato dell'uomo,
non del progetto di Dio; con quelle parole Dio lo preannuncia,
non lo approva.
2. Le realizzazioni storiche
La Bibbia è un libro divino-umano non solo perché ha per
autori Dio e l'uomo, ma anche perché descrive, frammiste
insieme, la fedeltà di Dio e l'infedeltà dell'uomo; non solo
per il soggetto che scrive, ma anche per l'oggetto della
Scrittura. Questo appare particolarmente evidente quando si
confronta il progetto di Dio sul matrimonio e la famiglia con la
sua attuazione pratica nella storia del popolo eletto.
È utile registrare le deficienze e le aberrazioni umane per
non stupirci troppo di quello che avviene intorno a noi e anche
perché dimostra che matrimonio e famiglia sono istituzioni che,
almeno nella pratica, evolvono nel tempo, come ogni altro
aspetto della vita sociale e religiosa. Per rimanere nel libro
della Genesi, già il figlio di Caino Lamech viola la legge
della monogamia prendendo due mogli. Noè con la sua famiglia
appare un'eccezione in mezzo alla generale corruzione del suo
tempo. Gli stessi patriarchi Abramo e Giacobbe hanno figli da più
donne. Mosè sancisce la pratica del divorzio; David e Salomone
mantengono un vero harem di donne.
Le deviazioni però sembrano, come sempre, più presenti ai
vertici della società, tra i capi, che non a livello di popolo,
dove l'ideale iniziale del matrimonio monogamico doveva essere
la norma e non l'eccezione. La letteratura sapienziale –Salmi,
Proverbi, Siracide – più che i libri storici (che si occupano
appunto dei capi) ci permettono di farci un'idea dei rapporti e
dei valori familiari tenuti in considerazione e vissuti in
Israele: la fedeltà coniugale, l'educazione della prole, il
rispetto dei genitori. Quest'ultimo costituisce uno dei dieci
comandamenti: "Onora il padre e la madre".
Più che nelle singole trasgressioni pratiche, il distacco
dall'ideale iniziale è visibile nella concezione di fondo che
si ha del matrimonio in Israele. L'oscuramento principale
riguarda due punti cardini. Il primo è che il matrimonio, da
fine, diventa mezzo. L'Antico Testamento, nel suo insieme,
considera il matrimonio come "una struttura d'autorità di
tipo patriarcale, destinata principalmente alla perpetuazione
del clan. In questo senso vanno comprese le istituzioni del
levirato (Dt 25, 5-10), del concubinaggio (Gen 16) e della
poligamia provvisoria"2.
L'ideale di una comunione di vita tra l'uomo e la donna, fondata
su un rapporto personale e reciproco, non è dimenticata, ma
passa in secondo ordine rispetto al bene della prole.
Il secondo grave oscuramento riguarda la condizione della
donna: da compagna dell'uomo, dotata di pari dignità, essa
appare sempre più subordinata all'uomo e in funzione dell'uomo.
Lo si vede perfino nel tanto celebrato elogio della donna del
libro dei Proverbi: "Una donna perfetta chi potrà
trovarla? Ben superiore alle perle è il suo valore…" (Prov
31, 10 ss). Questo è un elogio della donna fatto interamente in
funzione dell'uomo. La sua conclusione è: Beato l'uomo che
possiede una tale donna! Essa gli tesse bei vestiti, fa onore
alla sua casa, gli permette di camminare a testa alta tra gli
amici. Non credo che le donne sarebbero oggi entusiaste di
questo elogio.
Un ruolo importante nel riportare alla luce il progetto
iniziale di Dio sul matrimonio lo svolsero i profeti, in
particolare Osea, Isaia, Geremia. Assumendo l'unione dell'uomo e
della donna come simbolo dell'alleanza tra Dio e il suo popolo,
di riflesso, essi rimettevano in primo piano i valori dell'amore
mutuo, della fedeltà e dell'indissolubilità che caratterizzano
l'atteggiamento di Dio verso Israele. Tutte le fasi e le
vicissitudini dell'amore sponsale sono evocate e utilizzate a
questo scopo: l'incanto dell'amore allo stato nascente nel
fidanzamento (cf Ger 2, 2); la pienezza della gioia del giorno
delle nozze (cf Is 62, 5); il dramma della rottura (cf Os 2, 4
ss) e infine la rinascita, piena di speranza, dell'antico
vincolo (cf Os 2, 16; Is 54, 8).
Malachia mostra la ricaduta benefica che il messaggio
profetico poteva avere sul matrimonio umano e in particolare
sulla condizione della donna. Scrive:
"Il Signore è testimone fra te e la donna della tua
giovinezza, che ora perfidamente tradisci, mentr'essa è la tua
consorte, la donna legata a te da un patto. Non fece egli un
essere solo dotato di carne e soffio vitale? Che cosa cerca
quest'unico essere, se non prole da parte di Dio? Custodite
dunque il vostro soffio vitale e nessuno tradisca la donna della
sua giovinezza" (Ml 2,14-15).
Alla luce di questa tradizione profetica va letto il Cantico
dei cantici. Esso rappresenta un ritorno di fiamma alla visione
del matrimonio come attrazione reciproca, come eros, come
incanto dell'uomo di fronte alla donna (in questo caso, anche
della donna di fronte all'uomo), presente nel racconto più
antico della creazione.
Ha torto, tuttavia, una certa esegesi moderna che interpreta
il Cantico esclusivamente in chiave di amore umano tra un uomo e
una donna. L'autore del Cantico si colloca dentro la storia
religiosa del suo popolo dove l'amore umano era stato assunto
dai profeti come metafora dell'alleanza tra Dio e il popolo.
Osea aveva già fatto della propria vicenda matrimoniale una
metafora dei rapporti tra Dio e Israele. Come pensare che
l'autore del Cantico prescinda da tutto ciò? La lettura mistica
del Cantico, cara alla tradizione d'Israele e della Chiesa, non
è dunque una sovrastruttura posteriore, ma in qualche modo
implicita nel testo. Lungi dal togliere qualcosa all'esaltazione
dell'amore umano, essa le conferisce uno splendore e una
bellezza nuova.
II Parte
Matrimonio e famiglia nel Nuovo Testamento
1. La ricapitolazione del matrimonio da parte di Cristo
Sant'Ireneo spiega la "ricapitolazione (anakephalaiosis)
di tutte le cose" operata da Cristo (Ef 1,10) come un
"riprendere le cose dal principio per condurle al loro
compimento". Il concetto implica insieme continuità e
novità e in questo senso si realizza in modo esemplare
nell'opera di Cristo riguardo al matrimonio.
a. La continuità
Il capitolo 19 del vangelo di Matteo è sufficiente, da solo,
per illustrare i due aspetti della ricapitolazione. Vediamo
anzitutto come Gesú riprende le cose dal principio.
"Allora gli si avvicinarono alcuni farisei per metterlo
alla prova e gli chiesero: È lecito ad un uomo ripudiare la
propria moglie per qualsiasi motivo? Ed egli rispose: «Non
avete letto che il Creatore da principio li creò maschio e
femmina (Gen 1, 27) e disse: Per questo l'uomo lascerà
suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno
una carne sola? (Gen 2, 24). Così che non sono più due, ma
una carne sola. Quello dunque che Dio ha congiunto, l'uomo non
lo separi" (Mt 19,3-6).
Gli avversari si muovono nell'ambito ristretto della
casistica di scuola (se è lecito ripudiare la moglie per
qualsiasi motivo, o se occorre un motivo specifico e serio), Gesú
risponde riprendendo il problema alla radice, dall'inizio. Nella
sua citazione, Gesú si riferisce a entrambi i racconti
dell'istituzione del matrimonio, prende elementi dall'uno e
dall'altro, ma di essi mette in luce, come si vede, soprattutto
l'aspetto di comunione delle persone.
Quello che segue nel testo, sul problema del divorzio, va
anch'esso in questa direzione; riafferma infatti la fedeltà e
indissolubilità del vincolo matrimoniale al di sopra del bene
stesso della prole, con il quale si erano giustificati in
passato poligamia, levirato e divorzio:
"Gli obiettarono: Perché allora Mosè ha ordinato di
darle l'atto di ripudio e mandarla via? Rispose loro Gesù:
Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di
ripudiare le vostre mogli, ma da principio non fu così. Perciò
io vi dico: Chiunque ripudia la propria moglie, se non in caso
di concubinato, e ne sposa un'altra commette adulterio" (Mt
19, 7-9).
Il testo parallelo di Marco mostra come, anche in caso di
divorzio, uomo e donna si collocano, secondo Gesú, su un piano
di assoluta parità: "Chi ripudia la propria moglie e ne
sposa un'altra, commette adulterio contro di lei; se la donna
ripudia il marito e ne sposa un altro, commette adulterio"
(Mc 10, 11-12).
Non mi soffermo sulla clausola "eccetto il caso di
concubinato" (porneia) che, come si sa, le Chiese
ortodosse e protestanti interpretano in maniera diversa dalla
Chiesa cattolica. Piuttosto si deve sottolineare
"l'implicita fondazione sacramentale del matrimonio"
presente nella risposta di Gesú 3.
Le parole "ciò che Dio ha congiunto" dicono che il
matrimonio non è una realtà puramente secolare, frutto
soltanto di volontà umana; vi è in esso una dimensione sacra
che risale alla volontà divina.
L'elevazione del matrimonio a "sacramento" non
riposa dunque soltanto sul debole argomento della presenza di
Gesú alle nozze di Cana e sul testo di Efesini 5; comincia, in
qualche modo, con il Gesú terreno e fa parte anch'essa del suo
riportare le cose all'inizio. Giovanni Paolo II ha ragione
quando definisce il matrimonio "il sacramento più
antico"4.
b. La novità
Fin qui la continuità. In che consiste allora la novità?
Paradossalmente, essa consiste nella relativizzazione del
matrimonio. Ascoltiamo il seguito del testo di Matteo:
"Gli dissero i discepoli: Se questa è la condizione
dell'uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi. Egli
rispose loro: Non tutti possono capirlo, ma solo coloro ai quali
è stato concesso. Vi sono infatti eunuchi che sono nati così
dal ventre della madre; ve ne sono alcuni che sono stati resi
eunuchi dagli uomini, e vi sono altri che si sono fatti eunuchi
per il regno dei cieli. Chi può capire, capisca" (Mt 19,
10-12).
Gesú istituisce con queste parole un secondo stato di vita,
giustificandolo con la venuta in terra del regno dei cieli.
Questa non annulla l'altra possibilità, il matrimonio, ma la
relativizza. Avviene come per l'idea di stato nell'ambito
politico: esso non è abolito, ma radicalmente relativizzato
dalla rivelazione della contemporanea presenza, nella storia, di
un Regno di Dio.
La continenza volontaria non ha bisogno dunque che sia
rinnegato o deprezzato il matrimonio, per essere riconosciuta
nella sua validità. (Alcuni autori antichi, nei loro trattati
sulla verginità, sono caduti in questo errore). Essa, anzi, non
prende senso che dalla contemporanea affermazione della bontà
del matrimonio. L'istituzione del celibato e della verginità
per il regno nobilita il matrimonio nel senso che fa di esso una
scelta, una vocazione, e non più un semplice dovere morale, al
quale non era lecito sottrarsi in Israele, senza esporsi
all'accusa di trasgredire il comando di Dio.
È importante notare una cosa spesso dimenticata. Celibato e
verginità significano rinuncia al matrimonio, non alla
sessualità che rimane con tutta la sua ricchezza di
significato, anche se vissuta in forme diverse. Il celibe e la
vergine sperimentano anch'essi l'attrazione, e quindi la
dipendenza, verso l'altro sesso ed è proprio questo che da
senso e preziosità alla loro scelta di castità.
c. Gesú, nemico della famiglia?
Tra le tante tesi avanzate in anni recenti nell'ambito della
cosiddetta "terza ricerca storica su Gesú", vi è
anche quella di un Gesù che avrebbe ripudiato la famiglia
naturale e tutti i vincoli parentali, in nome dell'appartenenza
a una comunità diversa, in cui Dio è il padre e i discepoli
sono tutti fratelli e sorelle, proponendo ai suoi discepoli una
vita errante, come facevano a quel tempo, fuori di Israele, i
filosofi cinici5.
Effettivamente ci sono nei vangeli parole di Cristo che a
prima vista destano sconcerto. Gesú dice: "Se uno viene a
me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i
fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere
mio discepolo" (Lc 14, 26). Parole dure, certamente, ma già
l'evangelista Matteo si premura di spiegare il senso della
parola odiare in questo caso: "Chi ama il padre e la
madre…il figlio o la figlia più di me non è degno di
me" (Mt 10, 37). Gesú non chiede dunque di odiare i
genitori o i figli, ma di non amarli fino al punto da rinunciare
per essi a seguirlo.
Altro episodio che suscita sconcerto. Un giorno Gesú disse a
uno: "Seguimi. E costui rispose: Signore, concedimi di
andare a seppellire prima mio padre". Gesù replicò:
Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu va' e annunzia
il regno di Dio" (Lc 9, 59 s.). Per certi critici, tra cui
il rabbino americano Jacob Neusner con cui dialoga Benedetto XVI
nel suo libro su Gesú di Nazaret6,
questa è una richiesta scandalosa, una disobbedienza a Dio che
ordina di prendersi cura dei genitori, una violazione lampante
dei doveri filiali.
Una cosa si deve concedere al rabbino Neusner: parole di
Cristo, come queste, non si spiegano finché lo si considera un
semplice uomo, per quanto eccezionale. Solo Dio può chiedere
che lo si ami più del padre e che per seguirlo si rinunci anche
ad assistere alla sua sepoltura. Per i credenti questa è una
prova ulteriore che Gesú è Dio; per Neusner è la ragione per
cui non lo si può seguire.
Lo sconcerto di fronte a queste richieste di Gesú nasce
anche dal non tener conto della differenza tra ciò che egli
chiedeva a tutti indistintamente e ciò che chiedeva soltanto ad
alcuni chiamati a condividere la sua vita interamente dedicata
al regno, come avviene anche oggi nella Chiesa. Lo stesso si
deve dire della rinuncia al matrimonio: egli non la impone né
propone a tutti indistintamente, ma solo a quelli che accettano
di mettersi come lui a totale servizio del regno (cf. Mt 19,
10-12).
Tutti i dubbi sull'atteggiamento di Gesú verso la famiglia e
il matrimonio cadono se teniamo conto di altri passi del
vangelo. Gesú è più rigoroso di tutti circa l'indissolubilità
del matrimonio, ribadisce con forza il comandamento di onorare
il padre e la madre, fino a condannare la pratica di sottrarsi,
con pretesti religiosi, al dovere di assisterli (cf. Mc 7,
11-13). Quanti miracoli Gesú compie proprio per venire incontro
al dolore di padri (Giairo, il padre dell'epilettico), di madri
(la Cananea, la vedova di Nain!), o di congiunti (le sorelle di
Lazzaro), quindi per onorare i vincoli di parentela. In più
d'una occasione egli condivide il dolore di parenti fino a
piangere con loro.
In un momento come l'attuale in cui tutto sembra congiurare
per indebolire i vincoli e i valori della famiglia, ci
mancherebbe solo che mettessimo contro di essa anche Gesú e il
vangelo! Gesú è venuto riportare il matrimonio alla sua
bellezza originaria, per rafforzarlo, non per indebolirlo.
2. Matrimonio e famiglia nella Chiesa apostolica
Come abbiamo fatto per il progetto originario di Dio, anche a
proposito della ricapitolazione operata da Cristo cerchiamo ora
di vedere come essa è stata recepita e vissuta nella vita e
nella catechesi della Chiesa, rimanendo per il momento
nell'ambito della Chiesa apostolica. Paolo è in ciò la nostra
fonte principale d'informazione avendo dovuto occuparsi del
problema in alcune delle sue lettere, soprattutto nella Prima
Lettera ai Corinzi.
L'Apostolo distingue quello che viene direttamente dal
Signore, dalle applicazioni particolari che ne fai lui,
richieste dal contesto nuovo in cui è predicato il vangelo. Al
primo caso appartiene la riaffermazione dell'indissolubilità
del matrimonio: "Agli sposati poi ordino, non io, ma il
Signore: la moglie non si separi dal marito - e qualora si
separi, rimanga senza sposarsi o si riconcili con il marito - e
il marito non ripudi la moglie" (1 Cor 7,10-11); al secondo
caso appartengono le indicazioni che egli da circa i matrimoni
tra credenti e non credenti e le disposizioni sui celibi e le
vergini: "Agli altri dico io, non il Signore…" (1
Cor 7,10; 1 Cor 7, 25).
Da Gesú, la Chiesa apostolica ha raccolto anche l'elemento
di novità che consiste, abbiamo visto, nella istituzione di un
secondo stato di vita: il celibato e la verginità per il regno.
Ad essi Paolo – lui stesso non sposato - dedica la parte
finale del capitolo 7 della sua lettera. Basandosi sul versetto:
" Vorrei che tutti fossero come me; ma ciascuno ha il
proprio dono (charisma) da Dio, chi in un modo, chi in un
altro" (1 Cor 7,7), alcuni pensano che l'Apostolo consideri
matrimonio e verginità due carismi. Ma non è esatto; i vergini
hanno ricevuto il carisma della verginità, gli sposati hanno
altri carismi (sottinteso, non quello della verginità). È
significativo che la teologia della Chiesa abbia sempre
considerato la verginità un carisma e non un sacramento, e il
matrimonio un sacramento e non un carisma.
Nel processo che porterà (molto più tardi) al
riconoscimento della sacramentalità del matrimonio ha avuto un
peso notevole il testo della lettera agli Efesini: "Per
questo l'uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla
sua donna e i due formeranno una carne sola. Questo mistero
(in latino, sacramentum!) è grande; lo dico in
riferimento a Cristo e alla Chiesa!" (Ef 5, 31-32). Non si
tratta di un'affermazione isolata e occasionale, dovuta
all'ambigua traduzione del termine "mistero" (mysterion)
con il latino sacramentum. Il matrimonio come simbolo del
rapporto tra Cristo e la Chiesa si fonda su tutta una serie di
detti e di parabole, in cui Gesú aveva applicato a sé il
titolo di sposo, attribuito a Dio dai profeti.
A mano a mano che la comunità apostolica si accresce e si
consolida si vede fiorire tutta una pastorale e una spiritualità
familiare. I testi più significativi al riguardo sono quelli
delle lettere ai Colossesi e agli Efesini. In essi vengono messi
in luce i due rapporti fondamentali che costituiscono la
famiglia: il rapporto marito-moglie e il rapporto
genitori-figli. A proposito del primo l'Apostolo scrive:
"Siate sottomessi gli uni agli altri nel timore di
Cristo. Le mogli siano sottomesse ai mariti come al Signore...
Come la Chiesa sta sottomessa a Cristo, così anche le mogli
siano soggette ai loro mariti in tutto. E voi, mariti, amate le
vostre mogli, come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso
per lei"
Paolo raccomanda al marito di "amare" la propria
moglie (e questo ci pare normale), ma poi raccomanda alla moglie
di essere "sottomessa" al marito e questo, in una
società fortemente (e giustamente) consapevole della parità
dei sessi, sembra inaccettabile. Su questo punto san Paolo è,
in parte almeno, condizionato dai costumi del suo tempo. La
difficoltà, tuttavia, si ridimensiona, se si tiene conto della
frase iniziale del testo: "Siate sottomessi gli uni agli
altri nel timore di Cristo", che stabilisce una reciprocità
nella sottomissione come nell'amore.
A proposito del rapporto tra genitori e figli Paolo ribadisce
i consigli tradizionali della letteratura sapienziale:
"Figli, obbedite ai vostri genitori nel Signore, perché
questo è giusto. Onora tuo padre e tua madre (Prov 6,
20): è questo il primo comandamento associato a una promessa: perché
tu sia felice e goda di una vita lunga sopra la terra (Es
20, 12). E voi, padri, non inasprite i vostri figli, ma
allevateli nell'educazione e nella disciplina del Signore"
(Ef 6, 1-4).
Le Lettere Pastorali, e specialmente la Lettera a Tito,
offrirà regole dettagliate per ogni categoria di persone: le
mogli, i mariti, vescovi e presbiteri, gli anziani, i giovani,
le vedove, i padroni, gli schiavi (cf Tit 2, 1-9). Anche gli
schiavi infatti facevano parte della famiglia, nella concezione
allargata che si aveva di essa.
Anche nella Chiesa delle origini, l'ideale del matrimonio
riproposto da Gesú non si realizzerà senza ombre e resistenze.
A parte il caso di incesto di Corinto (1 Cor 8, 1 ss), lo
testimonia il bisogno che sentono gli apostoli di insistere su
questo aspetto della vita cristiana. Nell'insieme però i
cristiani presentarono al mondo un modello familiare nuovo che
si rivelò uno dei fattori principali di evangelizzazione.
L'autore della Lettera a Diogneto, nel II secolo, dice
che i cristiani "si sposano come tutti e generano figli, ma
non gettano i neonati; hanno in comune la mensa, ma non il
letto" (V, 6-7). Nelle sue Apologie, Giustino fa un
ragionamento che noi cristiani di oggi dovremmo poter fare
nostro nel dialogo con le autorità politiche. Dice in sostanza
questo: Voi, imperatori romani, moltiplicate le leggi sulla
famiglia, ma esse si rivelano inefficaci per arrestarne la
dissoluzione; venite a vedere le nostre famiglie e vi
convincerete che i cristiani sono i vostri migliori alleati
nella riforma della società e non i vostri nemici. Alla fine,
dopo tre secoli di persecuzione, l'impero, si sa, accolse, nella
propria legislazione, il modello cristiano di famiglia.
III Parte
Cosa l'insegnamento biblico dice a noi oggi
La rilettura della Bibbia in un convegno come questo, che non
è di esegeti ma di operatori pastorali nell'ambito della
famiglia, non si può limitare a una semplice riproposizione del
dato rivelato, ma deve poter gettare luce sui problemi di oggi.
"La Scrittura, diceva san Gregorio Magno, cresce con chi la
legge" (cum legentibus crescit); rivela implicazioni
nuove a mano a mano che le vengono poste domande nuove. E oggi
di domande, o provocazioni, nuove ce ne sono tante.
1. L'ideale biblico contestato
Ci troviamo di fronte a una contestazione apparentemente
globale del progetto biblico su sessualità, matrimonio e
famiglia. Lo studio di Mons. Tony Anatrella, distribuito ai
relatori in vista di questo convegno, ce ne da un riassunto
ragionato e utilissimo7.
Come comportarsi di fronte al fenomeno?
Il primo errore da evitare a mio parere è quello di passare
tutto il tempo a controbattere le teorie contrarie, finendo per
dare loro più importanza di quello che meritano. Già lo Pseudo
Dionigi Areopagita notava come la proposizione della propria
verità è sempre più efficace della confutazione degli errori
altrui. Un altro errore sarebbe quello di puntare tutto su leggi
dello stato per difendere i valori cristiani. I primi cristiani,
abbiamo visto, con i loro costumi cambiarono le leggi dello
stato; non possiamo aspettarci oggi di cambiare i costumi con le
leggi dello stato.
Il concilio ha inaugurato un metodo nuovo che è di dialogo,
non di scontro con il mondo; un metodo che non esclude neppure
l'autocritica. In un suo testo, ha detto che la Chiesa è in
grado di trarre profitto anche dalle critiche di chi la
combatte. Dobbiamo, credo, applicare questo metodo anche nella
discussione dei problemi del matrimonio e della famiglia, come
fece già a suo tempo la Gaudium et spes.
Applicare questo metodo di dialogo significa cercare di
vedere se al fondo anche delle contestazioni più radicali non
c'è una istanza positiva da accogliere. È l'antico metodo
paolino dell'esaminare tutto e ritenere ciò che è buono (cf. 1
Ts 5,21). Questo è avvenuto con il marxismo che ha spinto la
Chiesa a sviluppare una propria dottrina sociale e potrebbe
avvenire anche per la "gender" rivoluzione che, come
fa notare Mons. Anatrella nel suo studio, presenta non poche
analogie con il marxismo ed è probabilmente destinata alla
stessa fine.
La critica al modello tradizionale di matrimonio e di
famiglia che ha portato alle odierne, inaccettabili, proposte
del decostruzionismo, è iniziata con l'illuminismo e il
romanticismo. Con intenti diversi, questi due movimenti si sono
espressi contro il matrimonio tradizionale in quanto visto
esclusivamente nei suoi "fini" oggettivi: la prole, la
società, la Chiesa e troppo poco in se stesso, nel suo valore
soggettivo e interpersonale. Tutto si richiedeva ai futuri sposi
eccetto che si amassero e si scegliessero liberamente tra di
loro. A tale modello venne opposto il matrimonio come patto
(Illuminismo) e come comunione d'amore (Romanticismo) tra gli
sposi.
Ma questa critica va nel senso originario della Bibbia, non
contro di essa! Il concilio Vaticano II ha recepito questa
istanza quando ha riconosciuto come bene ugualmente primario del
matrimonio il mutuo amore e aiuto tra i coniugi. Giovanni Paolo
II, in una sua catechesi del Mercoledì, diceva:
"Il corpo umano, con il suo sesso, e la sua mascolinità
e femminilità,...è non soltanto sorgente di fecondità e di
procreazione, come in tutto l'ordine naturale, ma racchiude fin
dal principio l'attributo sponsale, cioè di esprimere l'amore:
quell'amore appunto nel quale l'uomo-persona diventa dono e,
mediante questo dono, attua il senso stesso del suo essere ed
esistere" 8.
Nella sua enciclica "Deus caritas est", il papa
Benedetto XVI è andato anche oltre, scrivendo cose profonde e
nuove a proposito dell'eros nel matrimonio e negli stessi
rapporti tra Dio e l'uomo. "Questo stretto nesso tra eros
e matrimonio nella Bibbia quasi non trova paralleli nella
letteratura al di fuori di essa"9.
La reazione insolitamente positiva a questa enciclica del
papa dimostra quanto una presentazione irenica della verità
cristiana sia più produttiva della confutazione dell'errore
contrario, anche se questa pure dovrà trovare posto, a suo
tempo e a suo luogo. Noi siamo lontani dall'accettare le
conseguenze che alcuni traggono oggi da queste premesse: per
esempio che basti qualsiasi tipo di eros a costituire un
matrimonio, compreso quello tra persone dello stesso sesso, ma
questo rifiuto acquista un'altra forza e credibilità se unito
al riconoscimento della bontà di fondo dell'istanza e anche a
una sana autocritica.
Non possiamo infatti tacere il contributo che i cristiani
avevano dato al formarsi di quella visione puramente
oggettivista del matrimonio. L'autorità di Agostino, rinforzata
su questo punto da Tommaso d'Aquino, aveva finito per gettare
una luce negativa sull'unione carnale dei coniugi, considerata
il tramite di trasmissione del peccato originale e non priva,
essa stessa, di peccato "almeno veniale". Secondo il
dottore di Ippona, i coniugi dovevano venire all'atto coniugale
con dispiacere e solo perché non c'era altro modo di dare
cittadini allo stato e membri alla Chiesa.
Un'altra istanza che possiamo fare nostra è quella della
pari dignità della donna nel matrimonio. Essa, abbiamo visto,
è nel cuore stesso del progetto originario di Dio e del
pensiero di Cristo, ma è stata quasi sempre disattesa. La
parola di Dio a Eva: "Verso l'uomo sarà la tua brama ed
egli ti dominerà", ha avuto un tragico avveramento nella
storia.
Nei rappresentanti della cosiddetta "Gender
revolution" questa istanza ha portato a proposte folli,
come quella di abolire la distinzione dei sessi e sostituirla
con la più elastica e soggettiva distinzione dei
"generi" (maschile, femminile, variabile), o quella di
liberare la donna dalla "schiavitù della maternità"
provvedendo in altri modi, inventati dall'uomo, alla produzione
dei figli. (Non si capisce chi avrebbe più interesse o
desiderio, a questo punto, di avere figli!).
Proprio la scelta del dialogo e dell'autocritica ci da il
diritto di denunciare questi progetti come "disumani",
contrari cioè non solo alla volontà di Dio, ma anche al bene
dell'umanità. Tradotti in pratica su larga scala, essi
porterebbero a guasti imprevedibili. L'unica nostra speranza è
che il buon senso della gente, unito al "desiderio"
dell'altro sesso, al bisogno di maternità e di paternità che
Dio ha inscritto nella natura umana resistano a questi tentativi
di sostituirsi a Dio, dettati più da tardivi sensi di colpa
dell'uomo, che da genuino rispetto e amore per la donna. (A
proporre queste teorie sono quasi esclusivamente degli uomini!).
2. Un ideale da riscoprire
Non meno importante del compito di difendere l'ideale biblico
del matrimonio e della famiglia è il compito di riscoprirlo e
viverlo in pienezza da parte dei cristiani, in modo da
riproporlo al mondo con i fatti, più che con le parole.
Noi leggiamo oggi il racconto della creazione dell'uomo e
della donna alla luce della rivelazione della Trinità. In
questa luce, la frase: "Dio creò l'uomo a sua immagine; a
immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò"
rivela finalmente il suo significato rimasto fino enigmatico e
incerto prima di Cristo. Che rapporto ci può essere tra
l'essere "a immagine di Dio" e l'essere "maschio
e femmina"? Il Dio biblico non ha connotati sessuali, non
è né maschio né femmina.
La somiglianza consiste in questo. Dio è amore e l'amore
esige comunione, scambio interpersonale; richiede che ci siano
un "io" e un "tu". Non c'è amore che non
sia amore di qualcuno; dove non c'è che un solo soggetto, non
ci può essere amore, ma solo egoismo o narcisismo. Là dove Dio
è concepito come Legge o come Potenza assoluta non c'è bisogno
di una pluralità di persone (il potere si può esercitare anche
da soli!). Il Dio rivelato da Gesú Cristo, essendo amore, è
unico e solo, ma non è solitario; è uno e trino. In lui
coesistono unità e distinzione: unità di natura, di volere, di
intenti, e distinzione di caratteristiche e di persone.
Due persone che si amano – e quello dell'uomo e la donna
nel matrimonio ne è il caso più forte - riproducono qualcosa
di ciò che avviene nella Trinità. Lì due persone –il Padre
e il Figlio – amandosi, producono ("spirano") lo
Spirito che è l'amore che li fonde. Qualcuno ha definito lo
Spirito Santo il "Noi" divino, cioè non la
"terza persona della Trinità", ma la prima persona
plurale 10.
Proprio in questo la coppia umana è immagine di Dio. Marito
e moglie sono infatti una carne sola, un cuore solo, un'anima
sola, pur nella diversità di sesso e di personalità. Nella
coppia si riconciliano tra loro unità e diversità. Gli sposi
stanno di fronte, l'uno all'altro, come un "io" e un
"tu" e stanno di fronte a tutto il resto del mondo,
cominciando dai propri figli, come un "noi", quasi si
trattasse di una sola persona, non più però singolare ma
plurale. "Noi", cioè "tua madre ed io",
"tuo padre ed io".
In questa luce si scopre il senso profondo del messaggio dei
profeti circa il matrimonio umano, che cioè esso è simbolo e
riflesso di un altro amore, quello di Dio per il suo popolo.
Questo non significava sovraccaricare di un significato mistico
una realtà puramente mondana. Non era fare solo del simbolismo;
era piuttosto rivelare il vero volto e lo scopo ultimo della
creazione dell'uomo maschio e femmina: quello di uscire dal
proprio isolamento ed "egoismo", di aprirsi all'altro
e, attraverso la temporanea estasi dell'unione carnale, elevarsi
al desiderio dell'amore e della gioia senza fine.
Qual è la causa della incompiutezza e dell'inappagamento che
lascia l'unione sessuale, dentro e fuori del matrimonio? Perché
questo slancio ricade sempre su se stesso e perché questa
promessa di infinito e di eterno rimane sempre delusa? Gli
antichi hanno coniato un detto che fotografa questa realtà:
"Post coitum animal triste": come ogni altro
animale, l'uomo dopo l'unione carnale è triste.
Il poeta pagano Lucrezio ha lasciato, della frustrazione che
accompagna ogni accoppiamento, una descrizione spietata che in
un congresso per sposi e per famiglie non dovrebbe suonare
scandaloso riascoltare:
"S'avvinghiano avidamente al corpo e mischiano le salive
bocca a bocca, e ansano, premendo coi denti le labbra;
ma invano; perché non possono strapparne nulla,
né penetrare e perdersi nell'altro corpo con tutto il
corpo" 11.
A questa frustrazione si cerca un rimedio che però non fa
che accrescerla. Anziché cambiare la qualità dell'atto, se ne
aumenta la quantità, passando da un partner all'altro. Si
arriva così allo scempio del dono di Dio della sessualità, in
atto nella cultura e nella società di oggi.
Vogliamo una buona volta, come cristiani, cercare una
spiegazione a questa devastante disfunzione? La spiegazione è
che l'unione sessuale non è vissuta nel modo e con l'intenzione
intesa da Dio. Questo scopo era che, attraverso questa estasi e
fusione d'amore, l'uomo e la donna si elevassero al desiderio e
avessero una certa pregustazione dell'amore infinito; si
ricordassero da dove venivano e dove erano diretti.
Il peccato, a cominciare da quello dell'Adamo ed Eva biblici,
ha attraversato questo progetto; ha "profanato" quel
gesto, cioè lo ha spogliato della sua valenza religiosa. Ne ha
fatto un gesto fine a se stesso, concluso in se stesso, e perciò
"insoddisfacente". Il simbolo è stato staccato dalla
realtà simboleggiata, privato del suo dinamismo intrinseco e
quindi mutilato. Mai come in questo caso si sperimenta la verità
del detto di Agostino: "Tu ci hai fatti per te, o Dio, e il
nostro cuore è insoddisfatto finché non riposa in te".
Anche le coppie credenti –talvolta esse più delle altre
– non riescono a ritrovare quella ricchezza di significato
iniziale dell'unione sessuale a causa dell'idea di concupiscenza
e di peccato originale per secoli associata a quell'atto. Solo
nella testimonianza di alcune coppie che hanno fatto
l'esperienza rinnovatrice dello Spirito Santo e vivono la vita
cristiana carismaticamente si ritrova qualcosa di quel
significato originale dell'atto coniugale. Esse hanno confidato
con stupore a coppie di amici o al sacerdote di unirsi lodando
Dio ad alta voce, o addirittura cantando in lingue. Era una
reale esperienza di presenza di Dio.
Si comprende perché solo nello Spirito Santo è possibile
ritrovare questa pienezza della vocazione matrimoniale. L'atto
costitutivo del matrimonio è il donarsi reciproco, il fare dono
del proprio corpo (cioè, nel linguaggio biblico, di tutto se
stessi) al coniuge. Essendo il sacramento del dono, il
matrimonio è, per sua natura, un sacramento aperto all'azione
dello Spirito Santo che è per eccellenza il Dono, o meglio il
Donarsi reciproco del Padre e del Figlio. È la presenza
santificante dello Spirito che fa, del matrimonio, un sacramento
non solo celebrato, ma vissuto.
Fare spazio a Cristo nella vita di coppia è il segreto per
accedere a questi splendori del matrimonio cristiano. È da lui
infatti che viene lo Spirito Santo che fa nuove tutte le cose.
Un libro del vescovo Fulton Sheen, popolare negli anni
Cinquanta, inculcava tutto ciò nel titolo stesso che recava:
"Tre per sposarsi"12.
Non bisogna aver paura di proporre ad alcune coppie di futuri
sposi cristiani, particolarmente preparate, un traguardo
altissimo: quello di pregare un po' insieme la sera delle nozze,
come Tobia e Sara, e poi dare a Dio Padre la gioia di vedere di
nuovo realizzato, grazie a Cristo, il suo progetto iniziale,
quando Adamo ed Eva stavano nudi uno di fronte all'altra e tutti
e due davanti a Dio, e non ne provavano vergogna.
Termino con alcune parole tratte, ancora una volta, da La
scarpetta di raso di Claudel. Si tratta di un dialogo tra la
protagonista femminile del dramma, combattuta tra la paura e il
desiderio di arrendersi all'amore, e il suo angelo custode:
-È dunque permesso questo amore delle creature l'una per
l'altra? Davvero, Dio non è geloso?
- Come potrebbe essere geloso di ciò che ha fatto lui
stesso?
-Ma l'uomo nelle braccia della donna dimentica Dio…
-È forse dimenticarlo essere con lui ed essere associati al
mistero della sua creazione?