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Omelia del Papa per la creazione di 23 nuovi Cardinali
Estratto dell' Omelia del Papa per la creazione di 23 nuovi Cardinali
CITTA’ DEL VATICANO, sabato, 24 novembre 2007 (ZENIT.org).
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Signori Cardinali,
venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio,
cari fratelli e sorelle!
La celebrazione del Concistoro è sempre una provvidenziale occasione per offrire urbi
et orbi, alla città di Roma e al mondo intero, la testimonianza di quella singolare
unità che stringe i Cardinali attorno al Papa, Vescovo di Roma. .
Con l’odierna celebrazione, voi, cari Fratelli, venite inseriti a pieno titolo nella
veneranda Chiesa di Roma, di cui il Successore di Pietro è il Pastore. Nel Collegio dei
Cardinali rivive così l’antico presbyterium del Vescovo di Roma, i cui componenti,
mentre svolgevano funzioni pastorali e liturgiche nelle varie chiese, non gli facevano
mancare la loro preziosa collaborazione per quanto riguardava l’adempimento dei compiti
connessi con il suo universale ministero apostolico. I tempi sono mutati e la grande
famiglia dei discepoli di Cristo è oggi disseminata in ogni continente sino agli angoli
più remoti della terra, parla praticamente tutte le lingue del mondo e ad essa
appartengono popoli di ogni cultura. La diversità dei membri del Collegio Cardinalizio,
sia per provenienza geografica che culturale, pone in rilievo questa crescita
provvidenziale ed evidenzia al tempo stesso le mutate esigenze pastorali a cui il Papa
deve rispondere. L’universalità, la cattolicità della Chiesa ben si riflette pertanto
nella composizione del Collegio dei Cardinali: moltissimi sono Pastori di comunità
diocesane, altri sono al diretto servizio della Sede Apostolica, altri ancora hanno reso
benemeriti servizi in specifici settori pastorali.
Ognuno di voi, cari e venerati Fratelli neo-Cardinali, rappresenta dunque una porzione
dell’articolato Corpo mistico di Cristo che è la Chiesa diffusa dappertutto. So bene
quanta fatica e sacrificio comporti oggi la cura delle anime, ma conosco la generosità
che sostiene la vostra quotidiana attività apostolica. Per questo, nella circostanza che
stiamo vivendo, mi è caro confermarvi il mio sincero apprezzamento per il servizio
fedelmente prestato in tanti anni di lavoro nei diversi ambiti del ministero ecclesiale,
servizio che ora, con l’elevazione alla porpora, siete chiamati a compiere con ancor
più grande responsabilità, in strettissima comunione con il Vescovo di Roma. Penso ora
con affetto alle comunità affidate alle vostre cure e, in maniera speciale, a quelle più
provate dalla sofferenza, da sfide e difficoltà di vario genere. Tra queste, come non
volgere lo sguardo con apprensione ed affetto, in questo momento di gioia, alle care
comunità cristiane che si trovano in Iraq? Questi nostri fratelli e sorelle nella fede
sperimentano nella propria carne le conseguenze drammatiche di un perdurante conflitto e
vivono al presente in una quanto mai fragile e delicata situazione politica. Chiamando ad
entrare nel Collegio dei Cardinali il Patriarca della Chiesa Caldea ho inteso esprimere in
modo concreto la mia vicinanza spirituale e il mio affetto per quelle popolazioni.
Vogliamo insieme, cari e venerati Fratelli, riaffermare la solidarietà della Chiesa
intera verso i cristiani di quella amata terra e invitare ad invocare da Dio
misericordioso, per tutti i popoli coinvolti, l’avvento dell’auspicata riconciliazione
e della pace.
Abbiamo ascoltato poco fa la Parola di Dio che ci aiuta a meglio comprendere il momento
solenne che stiamo vivendo. Nel brano evangelico Gesù ha appena ricordato per la terza
volta la sorte che lo attende a Gerusalemme, ma l’arrivismo dei discepoli prende il
sopravvento sulla paura che per un attimo li aveva assaliti. Dopo la confessione di Pietro
a Cesarea e la discussione lungo la strada su chi di loro fosse il più grande, l’ambizione
spinge i figli di Zebedeo a rivendicare per se stessi i posti migliori nel regno
messianico, alla fine dei tempi. Nella corsa ai privilegi, i due sanno bene quello che
vogliono, così come gli altri dieci, nonostante la loro "virtuosa"
indignazione. In realtà però non sanno quello che stanno chiedendo. E’ Gesù a farlo
loro comprendere, parlando in termini ben diversi del "ministero" che li
attende. Egli corregge la concezione grossolana del merito, che essi hanno, secondo la
quale l’uomo può acquistare dei diritti nei confronti di Dio.
L’evangelista Marco ci ricorda, cari e venerati Fratelli, che ogni vero discepolo di
Cristo può aspirare ad una cosa sola: a condividere la sua passione, senza rivendicare
alcuna ricompensa. Il cristiano è chiamato ad assumere la condizione di
"servo" seguendo le orme di Gesù, spendendo cioè la sua vita per gli altri in
modo gratuito e disinteressato. Non la ricerca del potere e del successo, ma l’umile
dono di sé per il bene della Chiesa deve caratterizzare ogni nostro gesto ed ogni nostra
parola. La vera grandezza cristiana, infatti, non consiste nel dominare,
ma nel servire. Gesù ripete quest’oggi a ciascuno di noi che Egli «non è
venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti»
(Mc 10,45). Ecco l’ideale che deve orientare il vostro servizio. Cari Fratelli, entrando
a far parte del Collegio dei Cardinali, il Signore vi chiede e vi affida il servizio dell’amore:
amore per Dio, amore per la sua Chiesa, amore per i fratelli con una dedizione massima ed
incondizionata, usque ad sanguinis effusionem, come recita la formula per l’imposizione
della berretta e come mostra il colore rosso degli abiti che indossate.
Siate apostoli di Dio che è Amore e testimoni della speranza evangelica:
questo attende da voi il popolo cristiano. L’odierna cerimonia sottolinea la grande
responsabilità che pesa al riguardo su ciascuno di voi, venerati e cari Fratelli, e che
trova conferma nelle parole dell’apostolo Pietro che abbiamo poc’anzi ascoltato:
«Adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi
domandi ragione della speranza che è in voi» (1 Pt 3,15). Una tale
responsabilità non esime dai rischi ma, ricorda ancora san Pietro, «è meglio, se così
vuole Dio, soffrire operando il bene piuttosto che fare il male» (1 Pt 3,17). Cristo
vi domanda di confessare davanti agli uomini la sua verità, di abbracciare e condividere
la sua causa; e di compiere tutto questo «con dolcezza e rispetto, con una retta
coscienza» (1 Pt 3,15-16), cioè con quell’umiltà interiore che è frutto della
cooperazione con la grazia di Dio.
Omelia del Papa nella Messa con i nuovi Cardinali per la consegna dell’anello
Parte dell' Omelia del Papa nella Messa con i nuovi Cardinali per la consegna dell’anello
CITTA’ DEL VATICANO, domenica, 25 novembre 2007 (ZENIT.org).
La scena della crocifissione, nei quattro Vangeli, costituisce il momento della
verità, in cui si squarcia il "velo del tempio" e appare il Santo dei Santi. In
Gesù crocifisso avviene la massima rivelazione di Dio possibile in questo mondo, perché
Dio è amore, e la morte in croce di Gesù è il più grande atto d’amore di tutta la
storia. Ebbene, sull’anello cardinalizio, che tra poco consegnerò ai nuovi
membri del sacro Collegio, è raffigurata proprio la crocifissione. Questo, cari Fratelli
neo-Cardinali, sarà sempre per voi un invito a ricordare di quale Re siete servitori, su
quale trono Egli è stato innalzato e come è stato fedele fino alla fine per vincere il
peccato e la morte con la forza della divina misericordia. La madre Chiesa, sposa
di Cristo, vi dona questa insegna come memoria del suo Sposo, che l’ha amata e ha
consegnato se stesso per lei (cfr Ef 5,25). Così, portando l’anello cardinalizio, voi
siete costantemente richiamati a dare la vita per la Chiesa.
Se volgiamo lo sguardo alla scena dell’unzione regale di Davide, presentata dalla
prima Lettura, ci colpisce un aspetto importante della regalità, cioè la sua dimensione
"corporativa". Gli anziani d’Israele vanno ad Ebron, stringono un patto di
alleanza con Davide, dichiarando di considerarsi uniti a lui e di voler formare con lui
una cosa sola. Se riferiamo questa figura a Cristo, mi sembra che questa stessa
professione di alleanza si presti molto bene ad esser fatta propria da voi, cari Fratelli
Cardinali. Anche voi, che formate il "senato" della Chiesa, potete dire a Gesù:
"Noi ci consideriamo come tue ossa e tua carne" (2 Sam 5,1). Apparteniamo a Te,
e con Te vogliamo formare una cosa sola. Sei Tu il pastore del Popolo di Dio, Tu sei il
capo della Chiesa (cfr 2 Sam 5,2). In questa solenne Celebrazione eucaristica vogliamo
rinnovare il nostro patto con Te, la nostra amicizia, perché solo in questa relazione
intima e profonda con Te, Gesù nostro Re e Signore, assumono senso e valore la dignità
che ci è stata conferita e la responsabilità che essa comporta.
La Parola di Dio ci pone dinanzi: l’inno cristologico della Lettera ai Colossesi.
Anzitutto, facciamo nostro il sentimento di gioia e di gratitudine da cui esso scaturisce,
per il fatto che il regno di Cristo, la "sorte dei santi nella luce", non è
qualcosa di solo intravisto da lontano, ma è realtà di cui siamo stati chiamati a far
parte, nella quale siamo stati "trasferiti", grazie all’opera redentrice del
Figlio di Dio (cfr Col 1,12-14). Quest’azione di grazie apre l’animo di san Paolo alla
contemplazione di Cristo e del suo mistero nelle sue due dimensioni principali: la
creazione di tutte le cose e la loro riconciliazione. Per il primo aspetto la signoria di
Cristo consiste nel fatto che "tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in
vista di lui … e tutte in lui sussistono" (Col 1,16). La seconda dimensione s’incentra
sul mistero pasquale: mediante la morte in croce del Figlio, Dio ha riconciliato a sé
ogni creatura, ha fatto pace tra cielo e terra; risuscitandolo dai morti lo ha reso
primizia della nuova creazione, "pienezza" di ogni realtà e "capo del
corpo" mistico che è la Chiesa (cfr Col 1,18-20). Siamo nuovamente dinanzi alla
croce, evento centrale del mistero di Cristo. Nella visione paolina la croce è inquadrata
all’interno dell’intera economia della salvezza, dove la regalità di Gesù si
dispiega in tutta la sua ampiezza cosmica.
Questo testo dell’Apostolo esprime una sintesi di verità e di fede così potente che
non possiamo non restarne profondamente ammirati. La Chiesa è depositaria del
mistero di Cristo: lo è in tutta umiltà e senza ombra di orgoglio o arroganza, perché
si tratta del dono massimo che ha ricevuto senza alcun merito e che è chiamata ad offrire
gratuitamente all’umanità di ogni epoca, come orizzonte di significato e di salvezza. Non
è una filosofia, non è una gnosi, sebbene comprenda anche la sapienza e la conoscenza.
È il mistero di Cristo; è Cristo stesso, Logos incarnato, morto e risorto, costituito Re
dell’universo. Come non provare un empito di entusiasmo colmo di gratitudine per essere
stati ammessi a contemplare lo splendore di questa rivelazione? Come non sentire al tempo
stesso la gioia e la responsabilità di servire questo Re, di testimoniare con la vita e
con la parola la sua signoria? Questo è, in modo particolare, il nostro compito,
venerati Fratelli Cardinali: annunciare al mondo la verità di Cristo, speranza per ogni
uomo e per l’intera famiglia umana. Sulla scia del Concilio Ecumenico Vaticano
II, i miei venerati Predecessori, i Servi di Dio Paolo VI, Giovanni Paolo I e Giovanni
Paolo II, sono stati autentici araldi della regalità di Cristo nel mondo contemporaneo.
Ed è per me motivo di consolazione poter contare sempre su di voi, sia collegialmente che
singolarmente, per portare a compimento anch’io tale compito fondamentale del ministero
petrino.
Strettamente unito a questa missione è un aspetto che vorrei, in conclusione, toccare
e affidare alla vostra preghiera: la pace tra tutti i discepoli di Cristo, come
segno della pace che Gesù è venuto a instaurare nel mondo. Abbiamo ascoltato
nell’inno cristologico la grande notizia: a Dio è piaciuto "rappacificare" l’universo
mediante la croce di Cristo (cfr Col 1,20)! Ebbene, la Chiesa è quella porzione di
umanità in cui si manifesta già la regalità di Cristo, che ha come manifestazione
privilegiata la pace. È la nuova Gerusalemme, ancora imperfetta perché pellegrina nella
storia, ma in grado di anticipare, in qualche modo, la Gerusalemme celeste. Qui possiamo,
infine, riferirci al testo del Salmo responsoriale, il 121: appartiene ai cosiddetti
"canti delle ascensioni" ed è l’inno di gioia dei pellegrini che, giunti alle
porte della città santa, le rivolgono il saluto di pace: shalom! Secondo un’etimologia
popolare Gerusalemme veniva interpretata proprio come "città della pace",
quella pace che il Messia, figlio di Davide, avrebbe instaurato nella pienezza dei tempi.
In Gerusalemme noi riconosciamo la figura della Chiesa, sacramento di Cristo e del suo
Regno. |