ZI09032311 - 23/03/2009
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I Vescovi Italiani con il Papa “sempre e
incondizionamente”
Il Cardinale Angelo Bagnasco respinge le critiche al
Pontefice
ROMA, lunedì, 23 marzo 2009 (ZENIT.org).- A nome e per conto
dei Vescovi italiani, il Cardinale Angelo Bagnasco ha aperto a
Roma i lavori del Consiglio Episcopale Permanente sottolineando
che “la migliore tradizione del nostro cattolicesimo” è
quella di “stare con il Papa, sempre e incondizionatamente”.
Nel corso della prolusione svolta il 23 marzo, il Presidente
della Conferenza Episcopale Italiana (CEI) ha precisato che
“si è prolungato, oltre ogni buon senso, un pesante lavorio
di critica − dall’Italia e soprattutto dall’estero − nei
riguardi del nostro amatissimo Papa”.
“Non vogliamo tornare sulle accuse maldestre rivolte con
troppa noncuranza al Santo Padre – ha aggiunto -. Merita molto
di più invece concentrarci sulla Lettera del 10 marzo 2009,
indirizzata ai Vescovi della Chiesa Cattolica, che come atto
autenticamente nuovo, ha subito attirato un vasto consenso”.
Il Presidente della CEI non ha però nascosto “la severità
di un giudizio che nella carità va pur dato circa atteggiamenti
e parole che hanno portato a una situazione cui non si sarebbe
dovuti arrivare, alimentando interpretazioni sistematicamente
allarmistiche e comportamenti diffidenti nei riguardi della
Gerarchia”.
Per questo l’Arcivescovo di Genova ha espresso “ferma e
concreta convinzione” per un “appello alla
riconciliazione più genuina e disarmata cui la Lettera papale
sollecita l’intera Chiesa”.
Circa le critiche sollevate contro il Pontefice in merito
alle sue dichiarazioni sull’uso dei profilattici per limitare
la diffusione dell’AIDS, il porporato ha invece posto
l’accento sul grande successo del viaggio in Africa del
Pontefice, che “fin dall’inizio è stato sovrastato
nell’attenzione degli occidentali da una polemica – sui
preservativi − che francamente non aveva ragione
d’essere”.
“Non a caso – ha fatto notare il Cardinale Bagnasco –,
sui media africani non si è riscontrato alcun autonomo
interesse, se non fosse stato per l’insistenza pregiudiziale
delle agenzie internazionali, e per le dichiarazioni di alcuni
esponenti politici europei o di organismi sopranazionali”.
Secondo il Presidente della CEI, nella circostanza, media,
governi e istituzioni internazionali non si sono “limitati ad
un libero dissenso, ma si è arrivati ad un ostracismo che
esula dagli stessi canoni laici. L’irrisione e la volgarità
tuttavia non potranno far mai parte del linguaggio civile, e
fatalmente ricadono su chi li pratica”.
Dopo aver ribadito che “la pertinenza delle parole del Papa
sull’argomento” è stata ribadita da professionisti,
politici e volontari che “operano nel campo della salute e
dell’istruzione”, l’Arcivescovo di Genova ha sottolineato
la necessità per l’Africa di “un’opera di educazione ad
ampio raggio”, che si concretizza in particolare “nella
promozione effettiva della donna” alimentando le esperienze di
cura e di assistenza e “finanziando la distribuzione di
medicinali accessibili a tutti”.
Il Presidente della CEI ha chiesto ai governi di “mantenere
i propri impegni, al di là della demagogia e di logiche di
controllo neo-colonialista” ricordando che i Vescovi ed i
cattolici tutti non accetteranno che “il Papa, sui media o
altrove, venga irriso o offeso”.
“Per tutti – ha concluso – egli rappresenta
un’autorità morale che questo viaggio ha semmai fatto ancor
più apprezzare”.
ZI09032312 - 23/03/2009
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Evitare la deriva nichilista difendendo la vita
Il Cardinale Bagnasco propone la “libertà di vivere"
di Antonio Gaspari
ROMA, lunedì, 23 marzo 2009 (ZENIT.org).- Aprendo a Roma
questo lunedì i lavori del Consiglio Episcopale Permanente, il
Cardinale Angelo Bagnasco ha spiegato le due culture che segnano
i tempi moderni: una che libera l’uomo nella sua dimensione di
persona e l’altra che l’opprime con l’egoismo e il
nichilismo.
Nel mondo dell’oggi – ha precisato il porporato – “si
fronteggiano sostanzialmente due culture riferibili all’uso
della ragione”. Due diverse visioni antropologiche al centro
delle quali “c’è una specifica risposta alla domanda
sull’uomo”.
“Su un versante – ha spiegato – c’è la cultura che
considera l’uomo come una realtà che si differenzia dal resto
della natura in forza di qualcosa di irriducibile rispetto alla
materia. Qualcosa che è qualitativamente diverso e che
costituisce la radice del suo valore e il fondamento della sua
dignità”.
“In questa prospettiva - ha aggiunto -, la natura
umana, dentro lo scorrere della storia, è un perno fermo e
insieme bussola per l’esercizio della libertà personale. Nel
gioco stesso dell’uomo, la libertà trova così i riferimenti
oggettivi per le scelte e i comportamenti coerenti alla sua
autentica umanità”.
Nell’altro versante, invece, si esplica una cultura per la
quale “il soggetto umano è un mero prodotto dell’evoluzione
del cosmo, ivi inclusa la sua autocoscienza”.
“In quanto risultato di un processo evolutivo mai concluso
- ha affermato il Cardinale –, l’uomo sarebbe solamente un
segmento di storia, sganciato cioè da qualunque fondamento
ontologico permanente e comune a tutti gli uomini, privo quindi
di riferimenti etici certi e universali”.
Così, “essendo semplicemente uno sghiribizzo culturale
fluttuante nella storia, l’individuo si trova sostanzialmente
prigioniero di sé ma anche solo con se stesso”
Secondo il Presidente della CEI è all’interno di queste
due concezioni antropologiche che si gioca la libertà umana, e
le concezioni conseguenti come la vita, la pace, la
giustizia, la solidarietà.
“Per i cattolici – ha sostenuto - la libertà è dono
del Signore, e si realizza attraverso l’impegno di farsi
carico degli altri, specialmente dei più deboli, dei meno
dotati ed efficienti”.
Mentre, nella società secolarizzata “l’individuo,
paradossalmente, finisce schiacciato dalla propria libertà, e
ritenendo di essere pieno e assoluto padrone di se stesso arriva
a disporre di sé a prescindere da ciò che egli è fin dal
principio del suo esistere”.
Per l’arcivescovo di Genova “In questa direzione, si
scivola inevitabilmente verso un nichilismo di senso e di valori
che induce alla disgregazione dell’uomo e ad una società
individualista fino all’ingiustizia ed alla violenza”.
“Anzi, verso un nichilismo gaio e trionfante, in quanto
illuso di aver liberato la libertà, mentre semplicemente la
inganna rispetto ad una necessaria e impegnativa educazione
della stessa”.
In questo contesto il Presidente della Conferenza Episcopale
Italiana (CEI) ha letto la vicenda di Eluana Englaro, la ragazza
lecchese che è stata fatta morire a Udine il 9 febbraio scorso,
attraverso una operazione “tesa ad affermare un ‘diritto’
di libertà inedito quanto raccapricciante, il diritto a
morire” come se “la vita potesse, in alcuni frangenti − i
più critici −, cessare di essere un bene relazionale”.
“E – ha sottolineato il cardinale Bagnasco - non fosse
vero piuttosto che, proprio quando è più fragile,
l’esistenza di ciascuno di noi diventa allora più moralmente
preziosa, nel senso che è più direttamente protesa a cementare
il bene comune suscitando in ciascuno e nella società ulteriori
energie di altruismo e di dedizione”.
L’Arcivescovo di Genova ha messo in guardia contro il
sistema di arrogarsi “il diritto all’eliminazione dei
soggetti inabili” ed ha chiesto se non si stia prefigurando
“un nuovo tipo di selezione alla vita”.
Il porporato ha ringraziato quella parte del popolo
italiano che ha sofferto, pregato, manifestato per salvare
Eluana, ed ha chiesto alla politica di “agire
nell’approntare e varare, senza lungaggini o strumentali
tentennamenti, un inequivoco dispositivo di legge che preservi
il Paese da altre analoghe avventure, ponendo attenzione a
coordinarlo con l’altro sospirato provvedimento relativo alla
cure palliative, e mettendo mano insieme alle Regioni ad un
sistema efficace di hospice, che le famiglie attendono non per
sgravarsi di un peso ma per essere aiutate a portarlo”.
A questo proposito il Presidente della CEI ha invitato la
società civile a “mobilitarsi per acquisire in prima persona
una coscienza più matura della posta in gioco in termini
antropologici e culturali, così da evitare nel futuro ingorghi
concettuali e tentazioni di delega”.
Per questo ha “incoraggiato e sostenuto” l’iniziativa
annunciata dai tre organismi di collegamento laicale − Scienza
& Vita, il Forum delle Associazioni familiari e RetinOpera
– per una mobilitazione delle parrocchie, delle aggregazioni
laicali, come degli ambienti e dei mezzi di comunicazione, in
favore del manifesto “liberi di vivere”.
Il Cardinale Bagnasco ha rivolto un ringraziamento
speciale alle Suore Misericordine della clinica Beato Talamone
di Lecco per la “loro splendida, ineffabile testimonianza di
carità”.
“Una testimonianza - ha concluso il porporato – che
commuove la Chiesa e misteriosamente la edifica nel cuore del
mondo. Ma edifica anche l’umanità intera nella sua autentica
e intrinseca vocazione a non abbandonare nessuno, ma a farsi
prossimo e solidale con tutti e con ciascuno nell’ora della
maggiore debolezza”.
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Prolusione
del (23
marzo 2009)
«La Chiesa sta con le persone reali»
Angelo Card. Bagnasco
Venerati
e cari Confratelli,
ci
ritroviamo come Consiglio Permanente della Conferenza Episcopale
italiana a distanza di due mesi appena dal precedente incontro,
mentre perdura la maggior parte delle grandi questioni già
allora aperte. Così questa prolusione, avvio del consueto
discernimento comunitario che sappiamo fecondo in ordine al
lavoro apostolico, ha quasi la fisionomia di uno sviluppo, o
meglio di un aggiornamento, della riflessione allora effettuata.
1.
Di certo si è prolungato, oltre ogni buon senso, un pesante
lavorio di critica − dall’Italia e soprattutto dall’estero
− nei riguardi del nostro amatissimo Papa, a proposito
dapprima della remissione della scomunica ai quattro Vescovi
consacrati da Monsignor Lefebvre nel 1988, e al caso Williamson
che imponderabilmente vi si è come sovrapposto. Sul merito di
queste due vicende, quello che di importante c’era da dire
l’abbiamo sollecitamente detto appunto in occasione della
precedente prolusione. Nessuno tuttavia poteva aspettarsi che le
polemiche sarebbero proseguite, e in maniera tanto pretestuosa,
fino a configurare un vero e proprio disagio, cui ha inteso
porre un punto fermo lo stesso Pontefice con l’ammirevole
Lettera del 10 marzo 2009, indirizzata ai Vescovi della Chiesa
Cattolica. Di proposito non vogliamo tornare sulle accuse
maldestre rivolte con troppa noncuranza al Santo Padre. Merita
molto di più invece concentrarci sulla citata Lettera che, come
atto autenticamente nuovo, ha subito attirato un vasto consenso.
La grande impressione che essa ha suscitato è per buona parte
dovuta alla forza interiore che emerge dall’intero testo e da
ciascuna delle sue parole, anche le più amare. La sua disamina,
per certi versi conturbante, degli ultimi episodi − ma, per
analogia, anche di certe discutibili e ricorrenti prassi
ecclesiali − ha fatto emergere come per contrasto il candore
di chi non ha nulla da nascondere circa le proprie reali
intenzioni, le motivazioni concrete delle proprie scelte, la
coerenza di una vita vissuta unicamente all’insegna del
servizio più trasparente alla Chiesa di Cristo. Per questo non
stentiamo affatto a riconoscere nell’iniziativa papale
l’azione di quello Spirito di Dio che svela i disegni dei
cuori e sa trarre il massimo bene anche dalle situazioni più
irte e penose. Il che non significa naturalmente attenuare la
severità di un giudizio che nella carità va pur dato circa
atteggiamenti e parole che hanno portato a una situazione cui
non si sarebbe dovuti arrivare, alimentando interpretazioni
sistematicamente allarmistiche e comportamenti diffidenti nei
riguardi della Gerarchia.
Con
ferma e concreta convinzione facciamo nostro l’appello alla
riconciliazione più genuina e disarmata cui la Lettera papale
sollecita l’intera Chiesa. E questo naturalmente esclude che
si perpetuino letture volte a far dire al Papa ciò che egli con
tutta evidenza non dice. Che è un modo discutibilissimo,
persino un po’ insolente, per costruirsi una posizione
distinta dal corretto agire ecclesiale. Molto meglio
identificarsi in quella che è la migliore tradizione del nostro
cattolicesimo: stare con il Papa, sempre e incondizionatamente.
Il che da una parte comporta il nostro sintonizzarci sulle ancor
più evidenti priorità del suo ministero: «Condurre gli uomini
verso Dio, verso il Dio che parla nella Bibbia» e «avere a
cuore l’unità dei credenti», priorità che coinvolgono
tutti, ciascuno per la propria responsabilità. E, dall’altra,
esige di pregare intensamente per lui e con lui, ossia con le
sue stesse intenzioni: e questo aiuta a purificare il nostro
sguardo sulla Chiesa, mistero di salvezza per il mondo.
2.
In queste ore peraltro il Santo Padre sta portando a termine
un’importante visita apostolica nel Camerun e in Angola. Nelle
sue intenzioni essa aveva «per orizzonte» l’intero
continente africano (cfr Benedetto XVI, Saluto all’arrivo a
Luanda, 20 marzo 2009). Si è trattato di un viaggio impegnativo
e ad un tempo ricco di speranza. Ciò che lì è avvenuto e il
magistero che vi si è esplicato hanno avuto localmente una
grande eco, come in noi hanno suscitato un profondo
coinvolgimento e una viva commozione: per questo non mancheremo
di ritornare sul significato di codesto pellegrinaggio, che fin
dall’inizio è stato sovrastato nell’attenzione degli
occidentali da una polemica – sui preservativi − che
francamente non aveva ragione d’essere. Non a caso, sui media
africani non si è riscontrato alcun autonomo interesse, se non
fosse stato per l’insistenza pregiudiziale delle agenzie
internazionali, e per le dichiarazioni di alcuni esponenti
politici europei o di organismi sovranazionali, cioè di quella
classe che per ruolo e responsabilità non dovrebbe essere
superficiale nelle analisi né precipitosa nei giudizi. Si è
avuta come la sensazione che si intendesse non lasciarsi
disturbare dalle problematiche concrete che un simile viaggio
avrebbe suscitato, specie in una fase di acutissima crisi
economica che richiede ai rappresentanti delle istituzioni più
influenti una mentalità aperta e una visione inclusiva. Non ci
sfugge tuttavia che nella circostanza non ci si è limitati ad
un libero dissenso, ma si è arrivati ad un ostracismo che
esula dagli stessi canoni laici. L’irrisione e la volgarità
tuttavia non potranno far mai parte del linguaggio civile, e
fatalmente ricadono su chi li pratica. Infatti, la conferma più
significativa circa la pertinenza delle parole del Papa
sull’argomento è venuta da quanti – professionisti,
politici e volontari – operano nel campo della salute e
dell’istruzione. C’è da promuovere un’opera di
educazione ad ampio raggio, che va inquadrata nella mentalità
degli africani e si concretizza in particolare nella promozione
effettiva della donna; soprattutto bisogna alimentare le
esperienze di cura e di assistenza, finanziando la distribuzione
di medicinali accessibili a tutti. Com’è noto la Chiesa,
compresa quella italiana, è coinvolta con persone e mezzi in
questa linea di sviluppo. Ma chiediamo anche ai governi di
mantenere i propri impegni, al di là della demagogia e di
logiche di controllo neo-colonialista. E mentre invitiamo i
diversi interlocutori a non abbandonare mai il linguaggio di
quel rispetto che è indice di civiltà, vorremmo anche dire –
sommessamente ma con energia − che non accetteremo che il
Papa, sui media o altrove, venga irriso o offeso. Per tutti egli
rappresenta un’autorità morale che questo viaggio ha semmai
fatto ancor più apprezzare. Per i cattolici è Pietro che, con
le reti del pescatore e nel nome del Signore Gesù, continua a
raggiungere i lidi del mondo. Noi, che con trepidazione e
preghiera l’abbiamo accompagnato in questo pellegrinaggio, ci
apprestiamo ora a salutare con affetto il suo felice ritorno.
3.
La dinamica contestativa di cui dicevamo, per le forme subdole
che talora assume ma anche per gli appoggi clamorosi di cui
gode, è una delle tracce che ci portano a identificare la cifra
più marcata del nostro tempo qual è il secolarismo. È su
questo che vorrei dire oggi una parola. Sembra a me infatti che
vari segnali ci rendano vieppiù avvertiti che il trapasso
culturale dentro al quale ci troviamo vada assumendo il
carattere di un vero e proprio spartiacque. Chi, tempo addietro,
paventava uno scontro di civiltà, facendolo magari derivare in
parte da divaricanti matrici religiose, oggi si trova dinanzi
agli occhi una situazione alquanto diversa, e non
necessariamente più complessa da descrivere: si fronteggiano
sostanzialmente due culture riferibili all’uso della ragione.
Al centro di entrambe c’è – come sempre – una specifica
risposta alla domanda sull’uomo. Da cui discendono due
diverse, per molti aspetti antitetiche, visioni antropologiche.
Su un versante c’è la cultura che considera l’uomo come una
realtà che si differenzia dal resto della natura in forza di
qualcosa di irriducibile rispetto alla materia. Qualcosa che è
qualitativamente diverso e che costituisce la radice del suo
valore e il fondamento della sua dignità. In altri termini,
l’uomo − prima di metter mano a se stesso – si accoglie
come dono che ha un’identità e una consistenza iscritte nella
struttura del suo essere. Dono che non dipende da lui, che
precede ogni sua autodeterminazione, e che ne fa quello che egli
è: persona, appunto. È a partire da questo dato ontologico, e
tenendolo fermo quale fatto oggettivo, che il soggetto cresce e
si compie nello sviluppo della vita. In questa prospettiva, la
natura umana, dentro lo scorrere della storia, è un perno fermo
e insieme bussola per l’esercizio della libertà personale.
Nel gioco stesso dell’uomo, la libertà trova così i
riferimenti oggettivi per le scelte e i comportamenti coerenti
alla sua autentica umanità. Nell’altro versante, invece, si
esplica una cultura per la quale il soggetto umano è un mero
prodotto dell’evoluzione del cosmo, ivi inclusa la sua
autocoscienza. In quanto risultato di un processo evolutivo mai
concluso, l’uomo sarebbe solamente un segmento di storia,
sganciato cioè da qualunque fondamento ontologico permanente e
comune a tutti gli uomini, privo quindi di riferimenti etici
certi e universali. Essendo semplicemente uno sghiribizzo
culturale fluttuante nella storia, l’individuo si trova
sostanzialmente prigioniero di sé ma anche solo con se
stesso. E se è ovvio che non sia questa la sede per richiamare,
neppure nelle sue coordinate generali, la questione
dell’evoluzionismo, di cui s’è infatti parlato recentemente
in sedi autorevoli (cfr la Conferenza internazionale svoltasi
alla Pontificia Università Gregoriana su «Evoluzione
biologica: fatti e teorie», Roma 3-7 marzo 2009), dobbiamo
tuttavia segnalare come si annidi, proprio nella posizione che
prima evocavamo, un’interpretazione esasperata e unilaterale
del paradigma evoluzionistico.
Nel
contempo, collegata alle due citate visioni antropologiche, e
alla dialettica che le contrassegna, c’è una diversa
concezione della libertà. Da una parte si ritiene – in base
ad una riflessione millenaria e all’esperienza universale –
che la libertà umana sia uno dei valori più grandi (per i
cristiani essa è addirittura dono di Dio creatore), non però
un valore assoluto né solitario. La libertà infatti deve fare
i conti con altri valori − come la vita, la pace, la
giustizia, la solidarietà… − che in qualche modo vengono
prima e le danno come sostanza, anzi la rendono vera in quanto
sono per il bene dell’uomo, e lo realizzano secondo quella
linea di appartenenza che si identifica nella natura umana e con
i vettori che dall’interno le danno sviluppo pieno. Il tipo di
società che ne deriva è chiaramente aperto e solidale: in essa
il farsi carico degli altri – specialmente dei più deboli,
dei meno dotati ed efficienti – è congenito e vitale.
Dall’altra parte, invece, si afferma una libertà individuale
non solo come valore, ma come valore assolutamente primo,
sciolto da qualsiasi altro vincolo che lo possa misurare, con il
pretesto che la libertà non può negare se stessa, andando con
ciò − se occorre − anche contro la persona. In questa
prospettiva, la libertà sembra priva di relazione, è legge a
se stessa, al di fuori di ogni contesto relazionale.
L’individuo, paradossalmente, finisce schiacciato dalla
propria libertà, e ritenendo di essere pieno e assoluto padrone
di se stesso arriva a disporre di sé a prescindere da ciò che
egli è fin dal principio del suo esistere. E concepisce ogni
suo desiderio, magari confuso in qualche caso anche con
l’istinto, quale diritto che la società dovrebbe riconoscere
come elemento costitutivo di se stessa. In questa direzione, si
scivola inevitabilmente verso un nichilismo di senso e di valori
che induce alla disgregazione dell’uomo e ad una società
individualista fino all’ingiustizia ed alla violenza. Anzi,
verso un nichilismo gaio e trionfante, in quanto illuso di aver
liberato la libertà, mentre semplicemente la inganna rispetto
ad una necessaria e impegnativa educazione della stessa.
La
divina Provvidenza ci dona quest’ora da amare con fede e
intelligenza: e quest’ora vogliamo servire con tutto noi
stessi. La comunità cristiana deve però lasciar da parte
improvvisazione e autoreferenzialità, ingenuità ed empirismo
– lo dico anche alle nostre associazioni, e ai nostri
movimenti e gruppi – per investirci tutti della responsabilità
credente, dell’«esserci» con simpatia e competenza, e con
larga capacità di dialogo e di sensata interlocuzione rispetto
alle più diverse situazioni di vita. Tra l’altro, ci sono
alcuni nostri strumenti culturali e mediatici che proprio a
questo mirano: a servircene saremmo semplicemente utili a noi
stessi.
4.
E siamo al caso che più ha colpito il nostro Paese
nell’ultimo periodo, quello di Eluana Englaro, la ragazza
lecchese che per 17 anni è vissuta in stato vegetativo
persistente e che è stata fatta morire a Udine il 9 febbraio
scorso. Benché non fosse attaccata ad alcuna macchina – dato
che l’opinione pubblica ha scoperto solo con grande fatica –
e benché sia da tempo invalso nei vari ambiti della nostra vita
sociale quel saggio «principio di precauzione» per il quale
nulla di irripristinabile va compiuto se i dati scientifici non
consentono una valutazione obiettiva del rischio, s’è voluto
decretare che a certe condizioni poteva morire. Un procedimento
che, in un solo atto, avrebbe voluto ribaltare tutta una cultura
giuridica minuziosamente costruita sul favor vitae,
contraddicendo un’intera civiltà basata sul rispetto
incondizionato della vita umana, e smentendo un lungo processo
storico che ci aveva portato ad affermare l’indisponibilità
di qualunque esistenza, non solo a fronte di soprusi o violenze,
ma anche di condanne penali quale la pena di morte. Tutto, per
certe intenzioni, messo a repentaglio, attraverso una operazione
tesa ad affermare un «diritto» di libertà inedito quanto
raccapricciante, il diritto a morire, cioè a darsi e a dare la
morte in talune situazioni da definire. Come se la vita potesse,
in alcuni frangenti − i più critici −, cessare di essere un
«bene relazionale». E come se la vita a ciascuno di noi così
cara, e così salvaguardata ed educata a caro prezzo anche dalla
collettività, di colpo divenisse un bene «inerme», anzi un
non-bene. E non fosse vero piuttosto che, proprio quando è più
fragile, l’esistenza di ciascuno di noi diventa allora più
moralmente preziosa, nel senso che è più direttamente protesa
a cementare il bene comune suscitando in ciascuno e nella società
ulteriori energie di altruismo e di dedizione. L’ammanto di
pietà attraverso cui, con grande sforzo, si cerca di far
passare questo ulteriore improbabile «diritto», non può non
indurre la persona equipaggiata di intelligenza a porsi una
serie di interrogativi consequenziali, il primo dei quali è:
non stiamo attribuendo al «sistema» un diritto
all’eliminazione dei soggetti inabili, quasi che costoro
possano configurarsi come cittadini di serie B? E questo «diritto»,
che per ora si affaccia appena, una volta immesso nel corpus
giuridico e nel costume pubblico, non è forse destinato a
diventare col tempo più incalzante e spietato? E tale
meccanismo non riguarderà anzitutto coloro che sono più
deboli, bisognosi di assistenza e di premura da parte della
collettività, perché segnati dalla vecchiaia o dalla malattia
o dalla fragilità mentale? E se la “qualità della vita” è
fatta dipendere principalmente dalle relazioni consapevoli,
quanti altri sono i soggetti che di tali relazioni non hanno
coscienza, pur non vivendo in stato di coma vegetativo
persistente? Che cosa ci autorizza ad escludere che, al di là
delle nostre più ravvicinate determinazioni, potremmo un giorno
restarne in un modo o nell’altro coinvolti? E
un’autorizzazione legalizzata di questo segno, cosa potrà
produrre in termini di cultura, e dunque di gestione delle cure,
nelle più diverse strutture sanitarie come nell’intero
sistema socio-assistenziale, fino alle compatibilità ultime di
budget? Qualunque deriva eutanasica, per quanto tecnicamente
circoscritta o concettualmente edulcorata, è in realtà per gli
uomini d’oggi, se ci si pensa bene, «una falsa soluzione» (cfr.
Benedetto XVI, Discorso all’Angelus, 1° febbraio 2009). Falsa
soluzione rispetto agli stessi disagi personali gravi, che
richiedono non la soppressione della vita ma la vicinanza e
l’accompagnamento delle persone. La prima cura, per qualsiasi
forma di malattia, è non far sentire solo il malato, solo con
il suo male, e abbandonato a se stesso. Garantirgli una presenza
competente, amorevole e quotidiana, è per la società una
responsabilità più ardua e impegnativa rispetto ad altre
“scorciatoie” apparentemente pietose. Ma è qui, non nei
proclami astratti e ripetuti, che una società getta come la
maschera e rivela il suo vero volto, manifestando il proprio
livello di umanità o, al contrario, di inciviltà. Nelle
moderne democrazie, la vita va difesa perché è indispensabile
limitare il potere «biopolitico» sia della scienza sia dello
Stato, il che trova sostanza nel fermo «sì» alla tutela dei
diritti umani di tutti, di chi economicamente è in grado di
difendersi come di chi non può farlo, e in un altrettanto netto
«no» alla pena di morte, al commercio degli organi, alle
mutilazioni sessuali, alle alterazioni fecondative, a qualsiasi
manipolazione non terapeutica del corpo umano, pur se
liberamente volute da persone adulte, informate e consenzienti.
5.
Ha peraltro qualche componente grottesca il fatto che si sia
tentato di far passare la tribolata vicenda − con profili in
realtà civilmente tanto rilevanti e potenzialmente tanto
intrusivi rispetto al vissuto di ciascuno − come mera
conseguenza di un altolà della Chiesa, ossia come
un’iniziativa di polemica ideologica, quando di ideologia qui
non c’era nulla, ma solo concretezza palpitante di vita e
pertinenza all’umano dell’uomo. Allorché un cuore batte in
autonomia, il corpo è caldo, i polmoni respirano, gli occhi si
aprono alla luce del giorno e poi si chiudono, come si può
parlare di morte? E cosa c’entrano i guelfi e i ghibellini?
Qui c’entra anzitutto il vero, c’entra il reale-concreto,
non perché sia alienante il riferimento al progetto di Dio
sulle proprie creature, anzi, ma perché nessuno può darsi
impunemente degli alibi allorché si tratta di constatare che si
va verso l’alterazione del principio di eguaglianza tra tutti
i cittadini. Per questo motivo ci ha causato una grande
tristezza la storia dolorosa eppure umanissima di Eluana, con
l’obnubilamento in cui si è caduti circa i limiti che sono
intrinseci all’esistenza terrena, quasi che essa potesse
esistere solo nei termini in cui la desideriamo noi, priva di
imperfezioni e asperità, di imprevisti o evenienze, che
comunque fanno parte del suo impasto. Non essere all’altezza
dello standard vigente non può equivalere a una squalifica. Il
rifiuto anche solo dell’idea di malattia, di vecchiaia, di
sofferenza fisica e morale è qualcosa che merita una
riflessione rigorosa su se stessi, e ha a che fare con
un’autocoscienza bonificata dal risentimento verso un destino
percepito amaro o ingiusto. So bene che qui si entra nel
sacrario dei pensieri e dei sentimenti che ogni persona
custodisce gelosamente dentro di sé. Ma in una cultura in cui
giustamente si vuol far valere il criterio della ragione e della
ragionevolezza, questo non può avvenire solo fino ad un certo
punto. Bisogna piuttosto vigilare sui meccanismi nascosti
dell’auto-indulgenza, ed essere moralmente forti, ossia
interiormente attrezzati, nell’accettare la vita per quello
che è, e partendo da questo dato operare per migliorarne le
condizioni. Con tutti gli avanzamenti, i progressi, le
innovazioni che essa offre, ma anche con le sue sospensioni, le
sue incompletezze, le sue incongruità, le sue aporie. Alla fine
è sulla nostra maturità che siamo sfidati, e sull’effettiva
disponibilità a solidarizzare con il più debole: non a parole
o a tratti, ma con la vita vissuta, che non per questo cesserà
di rivelare panorami di bellezza indicibile. Quando il dolore
bussa, e non può essere neutralizzato del tutto, quando chiede
ascolto, quando ci domanda di essere introdotto come un nuovo
parametro di ordinarietà e dedizione, non bisogna fuggire. E
serve a poco imprecare, fino a isterilirsi. Domanda: come
pensiamo di cavarcela con i nostri giovani rispetto a quella
innegabile componente della vita che, in un modo o nell’altro,
si presenta ed è rappresentata dal dolore, dalla sofferenza,
dalla fatica magari ingrata, dalla possibilità di far fronte
all’insuccesso e all’ineluttabile? Non stiamo qui, per caso
e involontariamente, ponendo le basi verso un’infelicità
strutturale delle nuove generazioni, con i presupposti di una
loro fatale inadeguatezza e i criteri non dichiarati, eppure
meschini, di un nuovo tipo di selezione alla vita?
6.
Un fatto tuttavia ci ha confortato, e cioè che più si palesava
l’azione mossa nei confronti della vita di Eluana, più la
gente è sembrata farsi cauta, quasi pensosa, come intuisse in
maniera un po’ più nitida l’effettiva posta in gioco. Al
momento della morte – evento che avremmo voluto scongiurare
– si è percepito un sentimento di diffuso dolore, come di una
sorella comune che non si era riusciti a salvare. Ebbene, è
opportuno ora che questa tensione non evapori dentro il turbinio
mediatico. Oltre a pregare per la sua anima, per i suoi parenti
e i suoi amici, oltre a pregare per quanti si trovano nelle sue
condizioni, dobbiamo immaginare una reazione morale e culturale
capace di trasformare lo sgomento in un riscatto: se è
possibile, in una crescita di consapevolezza e di iniziativa. Su
un versante molto importante spetta alla politica agire
nell’approntare e varare, senza lungaggini o strumentali
tentennamenti, un inequivoco dispositivo di legge che – in
seguito al pronunciamento della Cassazione − preservi il Paese
da altre analoghe avventure, ponendo attenzione a coordinarlo
con l’altro sospirato provvedimento relativo alla cure
palliative, e mettendo mano insieme alle Regioni ad un sistema
efficace di hospice, che le famiglie attendono non per sgravarsi
di un peso ma per essere aiutate a portarlo. Sull’altro
versante tocca alla società civile mobilitarsi per acquisire in
prima persona una coscienza più matura della posta in gioco in
termini antropologici e culturali, così da evitare nel futuro
ingorghi concettuali e tentazioni di delega. In questo ambito,
c’è in campo l’iniziativa appena annunciata dai tre
organismi di collegamento laicale − Scienza & Vita, il
Forum delle Associazioni familiari e RetinOpera – che, nel
tessuto vivo delle parrocchie, delle aggregazioni laicali, come
degli ambienti e dei mezzi di comunicazione, merita di essere da
noi incoraggiata e sostenuta. Come Vescovi non possiamo non
avere a cuore il superamento di qualunque rassegnazione
culturale, mentre occorre portare conforto e far sentire una
concreta vicinanza a tutte quelle famiglie che fanno fronte con
sacrifici e dignità alle prove della vita.
Ma
c’è un grazie speciale che noi Vescovi vogliamo oggi dire, ed
è alla Suore Misericordine della clinica Beato Talamone di
Lecco e alla loro splendida, ineffabile testimonianza. Sappiamo
che a loro non piace stare in alcun modo sulla ribalta, che
rifuggono da quella notorietà che fare il bene talora procura,
che sono disposte a subire anche l’ingiustizia piuttosto che
protestare dinanzi a ingiurie e falsità. Ma questo non
significa che la comunità cristiana non sappia riconoscere in
loro delle autentiche campionesse della carità secondo l’inno
di san Paolo: «[...] La carità è paziente, è benigna […],
non è invidiosa […], non si vanta, non si gonfia, non manca
di rispetto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della
verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta
[…]». (1Cor 13,1-13). Quell’invocazione mansueta e quasi
dolente che loro hanno rivolto − «Se c’è chi considera
Eluana morta, lasciatela a noi che la sentiamo viva» − è
stata per l’opinione pubblica un’autentica scossa, è stata
finalmente uno scandalo buono. In quel «sentire viva» c’era
certo l’abilità professionale ma c’era, ad informare
l’abilità, l’allenamento del cuore che rende capaci di
riconoscere la vita e, nei limiti del possibile, farla palpitare
anche nell’immobilità e nell’incoscienza. «Lasciateci –
concludevano le stesse Suore – la libertà di amare e di
donarci a chi è debole». Certo che gli uomini d’oggi ve la
lasciano, Sorelle care, questa libertà benedetta, antica e
nuova, mite e benefica, che al di là di ogni clamore è
garanzia vera per i non garantiti di questa società. Anzi,
proprio questa vostra libertà additiamo alle giovani e ai
ragazzi come il destino di una vocazione felice. Vi ringraziamo,
come ha già fatto il vostro Arcivescovo Cardinale Tettamanzi,
per ogni giorno del vostro dono, e per il vostro donarvi, come
ad Eluana, ad ogni altra creatura che vi è affidata. Insieme a
Voi, ringraziamo quanti Religiose e Religiosi sono sulla vostra
stessa filiera di servizio, quanti si chinano ogni giorno con
naturalezza e affidamento sui fratelli più piccoli e indifesi,
e consumano i loro giorni e se stessi per gli altri. La loro
testimonianza commuove la Chiesa e misteriosamente la edifica
nel cuore del mondo. Ma edifica anche l’umanità intera nella
sua autentica e intrinseca vocazione a non abbandonare nessuno,
ma a farsi prossimo e solidale con tutti e con ciascuno
nell’ora della maggiore debolezza.
7.
Mi pare giusto richiamare a questo punto il Convegno - «Chiesa
nel Sud, Chiese del Sud: nel futuro da credenti responsabili» -
che si è tenuto a Napoli il 12 e 13 febbraio scorso, e al quale
ho avuto la gioia di partecipare almeno per la Concelebrazione
eucaristica che si è svolta nella cattedrale partenopea, su
invito amabile del confratello Cardinale Crescenzio Sepe. Il
loro riunirsi a vent’anni dallo storico incontro che produsse,
tra l’altro, il documento Cei - «Chiesa italiana e
Mezzogiorno» - è stata l’occasione per identificare le novità
ma anche la persistenza di talune condizioni economiche e
sociali del nostro Meridione. Dalla ricognizione dei drammi e
delle risorse di questa parte stupenda e martoriata del nostro
Paese, è venuta una rinforzata consapevolezza su una serie di
sfide che vanno affrontate con le armi del Vangelo, e forti
della compagnia di Gesù Cristo. In particolare su alcune
denunce: un senso di abbandono da parte della collettività
nazionale, un tasso di disoccupazione sproporzionato rispetto al
resto del Paese, la presa tentacolare della malavita, che
peraltro non si autolimita al Meridione essendo ormai presente
su varie piazze del Nord come del Centro. Tutti dobbiamo
interrogarci con profonda onestà intellettuale, superando
qualunque tentazione divisoria. Dal canto loro, le Chiese del
Sud, diverse ma unite, si sono dette pronte a mettere in
rete energie e competenze, con l’obiettivo comune di far
lievitare la vitalità ecclesiale. Devo dire che noi tutti
Vescovi d’Italia avvertiamo l’impeto che ci proviene da
queste comunità radicate per storia e tradizioni, e che più di
quanto forse non avvenga altrove sanno mantenere il profilo di
una identità rigogliosa e popolare che è un patrimonio
prezioso dell’intera Chiesa italiana. Non mancheranno le
occasioni per riprendere adeguatamente le fila dei discorsi
avviati a Napoli, per tesserli in una circolarità di verifiche
e di scambio, avendo a cuore il bene reciproco e la forza
intrinseca della comunione che è la vera testimonianza da
offrire a tutto il Paese.
Guardando
più al largo, troviamo sempre qui gli elementi per uscire dalle
«sabbie mobili» di una condizione di mediocrità spirituale, e
per lasciarci ogni volta «prendere per mano» − che è come
un’irruzione che ci cambia il cuore − lungo un cammino di
conversione che è meta perenne dei discepoli di Cristo (cfr
Benedetto XVI, Saluto all’Angelus, 25 gennaio 2009). È ciò
che ci siamo proposti per il tempo forte della Quaresima che è
in atto nelle nostre Chiese e che amiamo considerare alla luce
dei fondamentali della vita cristiana. Il tema del digiuno su
cui il Santo Padre ha inteso soffermarsi nel Messaggio di
quest’anno ci pare particolarmente adatto per ricomprendere il
senso di un impegno che è attuale nella misura in cui riesce ad
incidere sul serio sulla nostra vita, inducendoci a prendere le
distanze dalle voracità che la zavorrano, e liberarla in
considerazione anche dei bisogni dei fratelli.
8.
Questo ci porta a dire una parola ancora sulla gravissima crisi
economica che sta attanagliando il mondo intero, con esiti
rovinosi in tutta una serie di Paesi, non esclusi alcuni
europei. L’impressione è che purtroppo non si sia ancora
toccato il fondo, o quanto meno che non ci sia nessuno in grado
di dire con certezza a che punto si è della perigliosa
attraversata. Ci sostiene ancora una volta la parola lucida del
Santo Padre che se da una parte scorge il bisogno di «competenza»
per parlare con credibilità e fuori da facili moralismi,
dall’altra avverte necessaria «una grande consapevolezza
etica» informata da una coscienza illuminata dal Vangelo (cfr
Discorso all’Incontro con il Clero di Roma, 26 febbraio 2009).
Come già si disse nella precedente prolusione, si rivela sempre
più urgente e necessario affermare in modo chiaro e forte e
riscoprire a livello concreto l’anima etica della finanza e
dell’economia. Ma l’attuale congiuntura diverrà
l’occasione, si chiede il Santo Padre, per capire che «esiste
realmente il peccato originale?». Diversamente non
comprenderemo come, nonostante i grandi discorsi e le acute
analisi, la ragione è come «oscurata da false promesse» e la
«volontà curvata» sul proprio tornaconto: infatti si incappa
in una «idolatria che sta contro il vero Dio» falsificandone
l’immagine con quella di mammona. Bisogna risalire alla «radice
dell’avarizia», a quell’egoismo che «sta nel volere il
mondo per me», quando occorre invece trovare «la strada della
ragione, e della ragione vera» (ib). Il compito che Benedetto
XVI intravvede per la Chiesa è quello «di essere vigilante»,
così da «cercare essa stessa con le migliori forze che ha
[…] di farsi sentire, anche ai diversi livelli nazionali e
internazionali, per aiutare e correggere», ostacolando «la
dominazione dell’egoismo, che si presenta sotto pretesti di
scienza e di economia». Il Papa ci invita ad «essere
realisti. […] La giustizia si realizza solo se ci sono i
giusti». Questo è il punto, avverte, in cui la macroeconomia
coincide con la microeconomia: ma «i giusti non ci sono se non
c’è il lavoro umile, quotidiano, di convertire i cuori. […]
Perciò il lavoro dei parroci è così fondamentale, e non solo
per la parrocchia, ma per l’umanità. Perché se non ci sono i
giusti, la giustizia rimane astratta. E le strutture buone non
si realizzano se si oppone l’egoismo fosse pure delle persone
competenti» (ib).
Nello
stesso discorso al clero di Roma, il Santo Padre aveva posto una
domanda interessante: «Chi conosce gli uomini di oggi meglio
del parroco?». E aggiungeva: «Dal parroco gli uomini
normalmente vanno senza maschera […]. Nessun’altra
professione, mi sembra, dà questa possibilità di conoscere
l’uomo com’è nella sua umanità» (ib). Questa affermazione
ci suona tra l’altro particolarmente efficace dinanzi
all’iniziativa dell’«Anno sacerdotale», appena indetto dal
Papa in occasione del 150° anniversario della morte del Santo
Curato d’Ars, e che prenderà avvio il prossimo 19 giugno
(Benedetto XVI, Discorso alla Plenaria della Congregazione per
il Clero, 16.3.2009). I sacerdoti, insieme ai religiosi e alle
religiose, ma anche a moltissimi laici che partecipano
direttamente alla pastorale, sono il volto quotidiano e
immediato di una Chiesa tutt’altro che «rigida e fredda»;
sono il volto amico di una Chiesa che cammina con la gente. Il
fatto ha una serie di applicazioni importanti e aiuta a
individuare la collocazione della Chiesa anche nell’ambito di
questa drammatica crisi: stare dalla parte delle persone reali,
delle famiglie, dei lavoratori, degli indigenti, senza tuttavia
tralasciare il quadro generale, ma essendo capace dentro a
questo quadro di esprimere una preferenza ragionata, sulla quale
sollecitare anche i pubblici poteri, in particolare quando sono
a rischio i posti di lavoro (cfr Benedetto XVI, Saluto
all’Angelus, 1 marzo 2009). E molti sono già persi! È vero
che oggi sembra di cogliere una maggiore consapevolezza circa le
dimensioni reali di quel che ci attende e la necessità di fare
della crisi l’occasione per riassorbire gli squilibri
maggiori, ma proprio per questo va intensificata un’azione di
supporto concreto e subito efficace verso i soggetti più
deboli, e le famiglie che si trovano più scoperte. A livello
pastorale, è noto il fiorire in tantissime diocesi di
iniziative di solidarietà concreta, cui si unisce
l’importante impegno ai vari livelli della Caritas, come degli
Istituti di vita consacrata. Già è stata annunciata, in
seguito all’ultimo Consiglio Permanente, l’istituzione di un
fondo di garanzia per le famiglie in difficoltà, che nascerà
da una colletta comune da farsi nei modi che decideremo. La
nostra gente sappia che i Vescovi le sono decisamente vicini e
che la nostra Chiesa non ha altra ambizione che curvarsi sui più
bisognosi, e interpretare in prima persona e senza risparmio
nella situazione data la parabola del buon Samaritano (cfr Lc
10,30-37).
Vi
ringrazio, venerati Confratelli, per l’attenzione che avete
voluto prestare alle mie parole introduttive, ad un tempo, al
dibattito che ora segue sugli stessi temi e quindi agli
argomenti che sono all’ordine del giorno. Ci aiuti il pensiero
delle nostre Chiese, e la solidarietà che esse puntualmente
esprimono a noi pastori. Ci aiuti soprattutto lo Spirito a
cercare e a fare la volontà del Signore Gesù. Lo chiediamo per
intercessione di Maria, che venereremo mercoledì nel mistero
gaudioso dell’Annunciazione, e per intercessione di san
Giuseppe e dei Santi nostri protettori.
Angelo Card. Bagnasco
Presidente
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