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Dio
Oggi. Con Lui o senza di Lui cambia tutto Evento
Internazionale promosso dal
Comitato per il Progetto Culturale della CEI Roma,
10/12 dicembre 2009 ROGER
SCRUTON Definire la
bellezza è una di quelle imprese necessarie ma impossibili che i
filosofi cercano di evitare. Nondimeno, mi è sempre parso innegabile
che scopo e appagamento veri dell'artista siano il creare bellezza, e
che la bellezza e la creatività siano aspetti diversi del medesimo
cimento. Inoltre, nel creare bellezza l'artista rende gloria alla
creazione di Dio. E la bellezza redime ciò che tocca, mostrando come i
dolori e le traversie della vita umana siano,tutto sommato, non indegni.
Tale è la mia prospettiva, e nel corso della storia altri vi si sono
riconosciuti. L'arte è un tributo umano alla forza creatrice che regola
l'universo, un tentativo di rappresentare, entro confini umani,
l'esperienza di un mondo che è sia creato sia dato. Per ciò all'arte
è riservato un posto indiscutibile nella pratica religiosa: non solo
nei culti pagani dell'antichità, ma anche nella Chiesa cristiana e nei
riti che in essa si celebrano. E se l'islam ha espulso l'arte figurativa
dalla moschea, non ha però estromesso la bellezza. Al contrario, ha
cercato di abbellire e di decorare il luogo di culto in modi che offrano
un tributo confacente al Dio che lì si adora.Di quest'abitudine di
offrire in un luogo di culto ciò che di più bello esiste vi è
testimonianza in tutto il mondo, nell'ebraismo, nell'induismo e nel
buddhismo, nelle semplici moschee del deserto così come nei gloriosi
santuari dei santi cristiani. E lanostra risposta alla bellezza è per
molti versi simile alla risposta che diamo alle realtà sacre. L'oggetto
bello è in qualche modo al di fuori del corso ordinario degli eventi
umani. Esige reverenza, rispetto e persino soggezione da parte di chi
s'imbatte in esso. Una soggezione così la proviamo per esempio in
presenza dell'Apollo del Belvedere, anche se non abbiamo alcuna
disposizione a venerare né la statua in se stessa né la divinità che
essa rappresenta. Un mondo che contiene bellezza è un mondo in cui la
vita è degna di essere vissuta. Lo stesso avviene con la bellezza
umana. Anche quando è l'oggetto del desiderio, il corpo bello o il viso
bello ispirano in noi una sorta di reverenza, nonché compiacimento per
il mondo che contiene tale meravigliosa realtà. Di ciò ebbe ebbe
cognizione Platone, che v'ispirò la propria filosofia della condizione
umana. Benché radicate nell'antichità e nel credo cristiano, e
ancorché siano sempre rimaste legate all'eredità spirituale che
caratterizza la nostra civiltà, le nostra arte e la nostra letteratura
non sono mai state subordinate alla religione. Al contrario, abbondano
di messaggi opposti alle pretese della fede. Si può ben essere grandi
come William Shakespeare, benché ancora oggi si discuta se quel poeta
sia statoprotestante, cattolico, pagano o persino ateo. L'arte moderna
– l'arte iniziata con Édouard Manet, Charles Baudelaire e Richard
Wagner – è solo marginalmente cristiana e contiene invece numerosi
elementi pagani e scettici. Ma proprio per questa ragione è stata molto
cauta nel cercare di non perdere in bellezza. In un mondo in cui Dio
sembra più difficile da trovare e più difficile da tenersi
stretto,l'arte si dedica all'inseguimento del bello con urgenza massima.
Nell'epoca moderna, non è sempre stato semplice trovare il modo di
consacrare le esperienze personali,se non attraverso il tentativo di
rappresentarle nell'arte. Ne fornisce un esempio clamoroso il grandioso
dramma musicale Tristano e Isotta di Wagner. In questa opera, nulla
viene preso in considerazione, eccetto l'amore profano fra i due
protagonisti. Accade poco, a parte quanto è inevitabile, allorché
questo amore sovversivo vien scoperto e gli amanti condannati. Eppure
quasi tutti gli appassionati di musica considerano l'opera con grande
rispetto, non solo per la sua bellezza e per la sua potenza
straordinarie, ma addirittura come cosa sacra. La si è spesso descritta
come l'opera più religiosa del repertorio e almeno un critico l'ha
accostata alla Passione secondo Matteo di Johann Sebastian Bach quale
esempio della più elevata esperienza religiosa in forma musicale. In
essa la vita stessa è data come sacra; e tuttavia essa non menziona
alcun dio, riferendosi alla vita oltre la morte come a una notte senza
fine. Questo è solo uno degli esempi di una realtà di cui si ha
riprova ovunque nella prima arte moderna, la quale si configura come il
tentativo di santificare il nostro mondo attraverso il perseguimento
della bellezza artistica. Di fronte al dolore, all'imperfezione e alla
transitorietà delle nostre affezioni e delle nostre gioie, miriamo ad
archetipi più perfetti. Della condizione umana cerchiamo di fare icone
che possano essere contemplate. All'arte chiediamo di riassicurarci
sulla sensatezza della vita in questo mondo e sulla redenzione della
sofferenza. È questo il compito che artisti quali Paul Cézanne e
Vincent van Gogh, poeti come T.S. Eliot e AnnaAkhmatova, nonché
compositori come Benjamin Britten e Alban Berg hanno tutti assunto per
sé.Al dipanarsi del secolo XX, mentre gli orrori si succedevano l'uno
all'altro, ognuno più terribile del precedente, si è guardato all'arte
per ottenere quella riassicurazione decisiva circa il fatto che la vita
umana non è solo una storia insulsa di nascita e decadimento, che una
forza redentrice è attiva al cuore stesso delle cose e che il nome di
questa forza è amore. La bellezza può essere persino definita in
questo modo: è il volto dell'amore, che risplende nella
desolazione. E molto spesso le più belle opere d'arte del secolo XX
emergono proprio dalla desolazione. Le poesie dell'Akhmatova, gli
scritti di Boris Pasternak, la musica di Dmitri Šostakovic:
operesiffatte cercano di accendere una luce nell'oscurità totalitaria,
di trovare la bellezza nella sofferenza e di mostrare l'amore che agisce
nel mezzo della distruzione. Qualcosa di analogo si dovrebbe dire dei
Quattro quartetti di Eliot, di War Requiem e Curlew River di Britten e
della Chapelle du Rosaire a Vence di Henri Matisse; anzi, di tutte le
grandi icone del modernismo, concepito in risposta ai crimini e alle
tragedie del secolo XX. Nel dubbio e nella desolazione, artisti,
scrittori e musicisti si sono aggrappati alla prospettiva della bellezza
quale prova dell'influenza sempre viva esercitata dall'amore, dalla
speranza e dall'idealità umana. Non vi è sicuramente prova maggiore
del bisogno religioso dell'uomo, né della presenza nelle nostre
esistenze diun amore che non conosce condizionamenti e che non può
essere sconfitto.Nel corso della vita del sottoscritto, però, il mondo
dell'arte ha conosciuto un cambiamento improvviso. Invece d'inseguire la
bellezza, e di coinvolgerci simpateticamente, gli artisti hanno iniziato
a glorificare la bruttezza. Immagini di brutalità e distruzione,
racconti di stili di vita viziosi e ripugnanti, musica di una
sgradevolezza vessatoria o di una violenza folle e spietata: queste cose
sono rapidamente divenute la moneta corrente delle scuole d'arte e delle
mostre, dei media popolari e delle sale da concerto. Qualche esempio
può richiamare alla memoria ciò di cui sto parlando. I fratelli
Chapman, per esempio, che turbano oggi la “scenaartistica” di Londra
ritraendo il volto umano sfigurato da un pene al posto del naso o
sostituendo la bocca con un ampio buco, e il cui triste catalogo di
mutilazioni si diletta di tutti i modi in cui la forma umana può essere
resa disgustosa o insulsa. La decostruzione sistematica della voce e
dell'anima umani a opera del peggio dell'heavy metal, come illustra il
brano Bleed del gruppo svedese Meshuggah. I suoni acidi e perforanti
mutuati dai laboratori dell'IRCAM, l'Institut de Recherche et
Coordination Acoustique/Musique di Parigi, che sono divenuti elementi
quasi obbligatori della musica eseguita dal vivo in una sala da
concerto. L'orribile letteratura dello squartamento e del cannibalismo,
esemplificata dai romanzi di Thomas Harris incentrati sul personaggio di
Hannibal Lecter, e trasposta sul grande schermo da, fra altri, Quentin
Tarantino. Ovviamente, nell'arte moderna non tutto è così: vi è una
distinzione importante fral'arte che dissacra la vita e l'arte che
semplicemente mette in scena i detriti della vita, con una scossa no
comment delle spalle, come avviene con i prodotti serializzati di Andy
Warhol o con i ripetitivi modelli sonori di Steve Reich e Philip Glass.
Eppure l'inoffensività di queste posture vuote è un'altra forma di
offesa, un insulto arrecato all'intero genere umano da persone per le
quali nulla conta di più di una Brillo Box oè più interessante di una
sequenza infinita di trittici mutevoli.Molti esempi illustrano
un'abitudine alla dissacrazione in cui la vita non viene celebrata
dall'arte quanto invece presa di mira da essa. Oggi gli artisti possono
farsi una reputazione costruendo una cornice originale in cui mettere in
mostra il volto umano gettandovi poi dello sterco. Come ci si deve
rapportare dunque a tutto questo e com'è possibile trovare un modo per
tornare all'oggetto che così tante persone desiderano, vale a dire la
prospettiva della bellezza? Forse parlare in questo modo di
«prospettiva della bellezza» potrebbe suonare un poco sentimentale. Ma
ciò che intendo non è una immagine zuccherosa, da bigliettino di
Natale della vita umana, quanto piuttosto i modi semplici in cui
gl'ideali e il decoro entrano nel nostro mondo quotidiano facendosi
conoscere. Il nostro mondo ha una gran sete di bellezza ed è una sete
che l'arte popolare di oggi non riesce a riconoscere tanto quanto l'arte
seria contemporanea spesso frustra. Ovviamente dico «spesso» giacché
se in verità dicessi “sempre” significherebbe semplicemente che la
battaglia per la bellezza è stata perduta. Solo grazie al fatto chevi
sono stati artisti, scrittori e compositori i quali, durante il
trascorso mezzo secolo di negatività, hanno dedicato le proprie fatiche
a mantenere viva la bellezza si può sperare di emergere, un giorno,
dalla tediosa cultura della trasgressione. Si debbono sicuramente
salutare come eroi dei nostri tempi scrittori quali Saul Bellow e
Charles Tomlison, compositori come Henri Dutilleux e artisti come Tom
Phillips e David Inshaw i quali non hanno rinunciato alla bellezza,
permettendo a essa di splendere sopra il nostro mondo tormentato nonché
d'indicare la via nell'oscurità che ci avvolge. Il culto della
bruttezza e della dissacrazione si afferma oggi in un'epoca di
prosperità senza precedenti. L'arte dei fratelli Chapman e la musica
dei Meshuggah sono prodotte dai figli viziati dello Stato
assistenzialistico, che non hanno mai dovuto lottare per la
sopravvivenza, che non hanno conosciuto la guerra e che sono finiti
giovanissimi in braccio al lusso. Sono i prodotti della ricchezza
materiale e dei valori materialisti; e lo stesso è vero di tutti gl'imbruttitori.
Il contrasto con l'Akhmatova o con Henryk Górecki non potrebbe essere
più eloquente. L'arte reale,l'arte bella, ha continuato a sorgere dal
regno della sofferenza oltre la Cortina di ferro fino alla fine stessa
di quel regime, rivolgendosi a noi con parole, tonalità e immagini che
parlavano di amore di frammezzo alla desolazione. La grande reviviscenza
della religione cristiana che abbiamo attraversato è venuta dalla
Polonia, e mediante la missione di Papa Giovanni Paolo II, in una epoca
in cui la Polonia soffriva il peso dell'oppressione. E nel corso di
quegli anni di durezza, sia la bellezza sia il sacro hanno occupato i
loro posti antichi e venerabili al cuore delle cose. Sembra dunque che
la brama della dissacrazione cresca nell'abbondanza e nella pace, mentre
la voglia della bellezza resista là dove vi sono oppressione, violenza
e bisogno. Come regolarsi, allora? Com'è possibile contemplare questo
fatto strano e non pensare a esso in termini religiosi? Non vi è dubbio
infatti che in un mondo di abbondanza materiale, in cui la gente è
vaccinata contro le difficoltà, la religione declina, proprio come essa
sta declinando oggi in Polonia. Nella ricchezza sorge l'illusione di
essere padroni del proprio fato e quindi di non avere più bisogno di un
Dio che provvede per noi. S'inizia a perdere ogni senso della presenza
divina, ogni senso del fatto che il mondo abbonda di momenti sacri, di
luoghi sacri e di cose sacre. E così nasce in noi uno strano spirito di
vendetta. Permettetemi di spiegarmi.Il termine «dissacrazione» è
connesso, etimologicamente e semanticamente, al sacrilegio e quindi alle
idee della santità e del sacro. Dissacrare significa depredare ciò che
dovrebbe altrimenti essere posto altrove, nella sfera delle cose sacre.
Si può dissacrare una chiesa, un cimitero, una tomba; e anche una
immagine santa, un libro santo o una cerimonia santa. Si può pure
dissacrare un cadavere, una immagine cara, persino un essere umano
vivente, e ciò nella misura in cui queste cose contengono (come di
fatto contengono) il presagio di una qualche sacralità originaria. La
paura della dissacrazione è un elemento centrale di tutte le religioni.
Anzi, ciò è esattamente quanto il vocabolo religio significava in
principio: un culto ouna cerimonia ideate per proteggere un certo luogo
sacro dal sacrilegio. Nel secolo XVIII, quando la religione organizzata
e la regalità cerimoniale andavano perdendo autorevolezza, lo spirito
democratico metteva in discussione le istituzioni tradizionali e si
diffondeva l'idea che non è Dio bensì l'uomo a stabilire le legge per
il mondo umano, il concetto del sacro si eclissò. Ai pensatori
dell'Illuminismo credere che gli artefatti, le costruzioni, i luoghi e
le cerimonie potessero avere carattere sacro parve poco più di una
superstizione, stante che tuttequeste cose sono prodotti della volontà
umana. L'idea che il divino si riveli nel nostro mondo chiedendo la
nostra adorazione sembrò sia implausibile in sé sia incompatibile con
la scienza. Al tempo stesso filosofi come Shaftesbury, Edmund Burke,
Adam Smith e Immanuel Kant riconobbero che non si guarda il mondo
solamente con gli occhi della scienza. Vi è un altro atteggiamento –
non d'indagine scientifica, ma di contemplazione disinteressata – che
l'uomo rivolge al proprio mondo cercandone il significato. Assumendo
questo atteggiamento, si mettono da parte i propri interessi; non ci si
occupa più delle mete e dei progetti che ci fanno progredire nel tempo;
non ci si ritrova più impegnati a spiegare le cose o ad accrescere il
proprio potere. Si lascia invece che il mondo presenti se stesso e da
quest'autopresentazione si trae conforto. Questa è l'origine
dell'esperienza della bellezza. Potrebbe non esserci modo di spiegare
quell'esperienza come parte della nostra ordinaria ricerca del potere e
della conoscenza. Potrebbe essere impossibile assimilarla agli usi
quotidiani che facciamo delle nostre facoltà. Ma è una esperienza che
esiste in modo autoevidente e che per coloro che la vivono è del valore
massimo.Quando questa esperienza ha luogo e cosa essa significa? Ecco un
esempio. Supponete di trovarvi in cammino verso casa mentre piove,
assorti con il pensiero nelle questioni del vostro lavoro. Le strade e
le case vi scorrono accanto senza che voi la notiate; anche le persone
scorrono accanto; insomma, nulla invade i vostri pensieri eccetto i
vostri interessi e le vostre ansietà. Poi, improvvisamente, il sole
esce dalle nubi e un raggio di luce illumina tremulo un vecchio muro di
pietra al bordo della strada. Voi date una occhiata al cielo e alle
nuvole che si sparpagliano, e un uccello esplode nel canto in un
giardino di là dal muro. Il vostro cuore si colma di gioia e i vostri
pensieri egoistici si dissipano. Il mondo vi sta davanti, e voi siete
contenti del solo guardarlo lasciandolo così come esso è. Avete fatto
esperienza del mondo come dono. Forse questo tipo di esperienze sono
più rare adesso di quanto lo fossero nel secolo XVIII, quando i poeti e
i filosofi s'imbatterono in esse considerandole vie nuove alla
religione. La fretta e il disordine della vita moderna, le forme
alienanti dell'architettura moderna, il rumore e la spoliazione
dell'industria moderna: sono queste le cose che hanno reso per noi più
raro, più fragile e più imprevedibile l'incontro puro con la bellezza.
Ciononostante, tutti sappiamo cosa è, cosa è l'essere improvvisamente
trasportati dalle cose che vediamo, dal mondo ordinario dei nostri
appetiti, alla sfera illuminata della contemplazione. Accade spesso
durante la fanciullezza, ancorché a quell'età lo si riesca di rado a
interpretare correttamente.Accade durante l'adolescenza, quando si
presta ai nostri struggimenti erotici. E accade in versione attenuata
nella vita adulta, plasmando segretamente i nostri progetti di vita,
proponendoci una immagine di armonia che inseguiamo attraverso le
vacanze, attraverso la costruzione delle nostre case e attraverso i
nostri sogni personali. Ecco un altro esempio: è una occasione
speciale, per la quale la famiglia si riunisce per una cena formale. Voi
apparecchiate la tavola con una tovaglia ricamata e pulita, sistemate i
piatti, i bicchieri, il pane nel cestino, qualche caraffa di acqua e di
vino. Lo fate amorevolmente, dilettandovi di quella vista, sforzandovi
per ottenere un effetto di pulizia, di semplicità, di simmetria e di
calore. La tavola è divenuta così un simbolo del ritorno a casa, delle
braccia aperte della madre di tutti che invita i propri figli ad
entrare. E tutta questa abbondanza di significato e di buono spirito è
in qualche modo contenuto nell'aspetto che ha assunto la tavola. Anche
questa è una esperienza di bellezza. Ed è una di quelle che
incontriamo, in una versione o in un'altra, ogni giorno delle nostre
vite. Siamo creature bisognose, e il nostro bisogno maggiore è quello
di casa: il luogo in cui siamo, dove troviamo protezione e
amore.Otteniamo questa casa attraverso le rappresentazioni del nostro
stesso appartenere. La otteniamo non da soli, ma assieme ad altri. E
tutti i nostri tentativi di far sì che ciò che ci circonda appaia in
ordine – decorando, sistemando, creando – sono tentativi di dare il
benvenuto a noi stessi e a coloro che amiamo. Questo secondo esempio è
per me molto importante. Infatti suggerisce che il nostro bisogno umano
di bellezza non è semplicemente un'aggiunta ridondante alla lista degli
appetiti umani. Non è un qualcosa che possiamo non avere e sentirci
realizzati lo stesso come persone. Si tratta di un bisogno che sorge
dalla nostra condizione metafisica d'individui liberi i quali cercano il
proprio posto in un mondo che continua. Possiamo vagare per questo
mondo, alienati, risentiti, pieni di sospetto e di sfiducia. Oppure
possiamo trovare la nostra casa qui, risposando in armonia con gli altri
e con noi stessi. E l'esperienza della bellezza ci guida lungo questa
seconda strada: ci dice che noi siamo a casa in questo mondo, che il
mondo è già ordinato nelle nostre percezioni come un luogo adatto alle
nostre esistenze di esseri fatti così come noi siamo fatti. La ricerca
della bellezza continua la ricerca dell'amore. E ciò spiega
l'importanza dell'arte in una epoca di violenza, di oppressione e di
spodestamento. L'arte può tenere desta la memoria e la speranza di
codesti momenti di riposo, di costruzione di una casa, di amore nella
desolazione. E quando le persone voltano le spalle alla bellezza è
perché non credono più in queste cose: esprimono la natura priva di
casa, di speranza e di amore delle loro emozioni. Allo stesso tempo la
bellezza ci ricorda che alle nostre esistenze qualcosa manca: che
l'abbondanza materiale non è di per se stessa sufficiente per noi, che
è possibile soddisfare i nostri appetiti senza soddisfare noi stessi. E
ciò accade quando nasce il desiderio di vendetta. La dissacrazione è
una sorta di difesa dal sacro, un tentativo di distruggerne le pretese.
Davanti alle cose sacre le nostre vite vengono giudicate; e per sfuggire
a quel giudizio, noi distruggiamo la cosa che sembra accusarci. E
siccome la bellezza ci ricorda del sacro – e anzi di una forma
speciale di esso –, anche la bellezza deve venire dissacrata. Se si
guarda alle bruttezze coltivate nel nostro mondo attuale, si scopre che
molte di esse includono la dissacrazione della forma umana mostrata
dall'uomo che viene sopraffatto da forze esterne, dallo spirito umano
presentato come eclissato e inefficace, nonché dal corpo umano
considerato come mero oggetto fra oggetti piuttosto che come soggetto
libero, vincolato dalla legge morale. Ed è su queste cose che l'arte
del nostro tempo sembra concentrarsi, offrendoci non solo la pornografia
di carattere sessuale, ma anche una pornografia di violenza in cui
l'essere umano è ridotto a grumo di carne sofferente, reso miserabile,
impotente e disgustoso. Ed è esattamente in questa epoca di abbondanza
materiale, di libertà sessuale e di regno della bramosia che questa
vendetta contro la forma umana è prevalente.Perché queste cose
dovrebbe essere diventate normali, perché, cioè, a parte il denaro che
se ne ricava (e perché, comunque, se ne può tanto facilmente ricavare
del denaro)? La risposta è che si tratta di tentazioni primarie. Tutti
desideriamo sottrarci alle esigenze che impone una condotta di vita
responsabile, in cui ci si tratta come persone degne di reverenza e di
rispetto. Tutti siamo tentati dall'idea della carne e dal desiderio di
rifare l'essere umano come pura carne: vale a dire un automa, obbediente
a desideri meccanici. Per abbandonarci a queste tentazioni, però,
dobbiamo anzitutto rimuovere il principale ostacolo che ci si frappone,
e questo è la natura consacrata della forma umana.Dobbiamo insudiciare
le esperienze – come la morte e il sesso – che altrimenti ci
terrebbero lontani dalle tentazioni indirizzandoci a una più elevata
vita di amore. Questa dissacrazione ostinata è quindi una negazione
dell'amore: un tentativo di rifare il mondo come se l'amore non ne
facesse più parte. E questa,sicuramente, è la caratteristica più
importante della cultura postmoderna: che è una cultura senza amore,
decisa a ritrarre il mondo umano come non amabile. Non come un dono, ma
come un fatto. Per costruire una risposta piena all'abitudine della
dissacrazione, vi è bisogno di riunire l'intrapresa dell'arte alle
finalità della bellezza e della creatività. Come hanno mostrato i
primi modernisti, non è affatto un compito facile. Se si considerano
gli apostoli veri della bellezza nel nostro tempo – penso a
compositori come Dutilleux e Olivier Messiaen, a poeti come Derek
Walcott e Tomlison, a prosatori come Italo Calvino e Aleksandr I.
Solzenicyn –, si viene immediatamente colpiti dall'immenso lavoro
duro, dall'isolamento studioso e dall'attenzione per i dettagli che ne
ha caratterizzato le creazioni. Nell'arte, la bellezza dev'essere
conquistata e l'impresa si presenta sempre più difficile in un tempo in
cui il penetrante rumore della dissacrazione – amplificato ora da
Internet – affoga le voci quiete che mormorano nel cuore delle cose.
Un risposta è cercare la bellezza nelle sue forme altre e più
quotidiane: la bellezza delle strade ordinate e dei visi gioiosi, delle
forme naturali e dei paesaggi cordiali. Certo, è possibile sporcare
anche queste cose, ed è il marchio di un artista di secondo piano il
portare quella strada alla nostra attenzione, vale a dire la via
negativa della dissacrazione. Ma è anche possibile ritornare alle cose
ordinarie nello spirito di Wallace Stevens e di Samuel Barber (o
diciamo, per gl'italiani, di Eugenio Montale e di Attilio Bertolucci)
per mostrare quanto ci sentiamo a casa nostra con esse, e quanto esse
magnifichino e giustifichino la nostra vita. È questo il sentiero
ingombro che i primi modernisti hanno ripulito per noi, vale a dire la
via positiva della bellezza. Non vi è ancora ragione per pensare di
doverlo abbandonare. Perché,allora, così tanti artisti si rifiutano
oggi di camminare lungo quel sentiero? Forse perché sanno che esso
conduce a Dio.
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