Incontro
con i giornalisti per la festa del patrono
Milano – Circolo della Stampa, 23 gennaio 2010
Comunicare la Chiesa:
intuirne
il segreto per narrarne la presenza
Carissimi
giornalisti e operatori del mondo della comunicazione, è per me una
vera gioia e una grande opportunità essere qui con voi.
Una
vera gioia perché ho
l’occasione di incontrare in un modo più disteso – anche se per
poco tempo – chi di solito vedo ma per “motivi di lavoro”.
Spesso ci incontriamo in alcuni appuntamenti pastorali che voi seguite
per gli strumenti per i quali lavorate. Devo confessare che ogni volta
mi piacerebbe intrattenermi con voi per qualche dialogo più personale
e quindi per una conoscenza più significativa, ma il tempo è tiranno
e non lo consente. Di
molti di voi mi sono note la firma sul giornale, la voce alla radio,
il volto in tv: ma la conoscenza
vera, personale, umana, è
possibile solo quando si stabiliscono relazioni dirette, non
mediate.
Sento
allora questo incontro come una preziosa opportunità
perché mi consente di fare ulteriori passi nell’addentrarmi nel
mondo della comunicazione approfittando dell’esperienza accademica e
professionale dei relatori che fino ad ora sono intervenuti.
La Chiesa è da comunicare?
“Comunicare la Chiesa”
recita il titolo del nostro incontro. Un tema, questo, che è già
stato analizzato dai relatori che mi hanno preceduto, ciascuno con il
proprio punto di vista, la propria esperienza, la propria storia, le
proprie convinzioni.
Io
vorrei – da uomo di Chiesa – mettere
in discussione questo titolo. E’ proprio vero – parlo come
vescovo, non come giornalista – che dobbiamo comunicare la Chiesa?
Il compito di un cristiano non è forse quello di comunicare
Gesù Cristo e il suo Vangelo?
E’
in questa precisa prospettiva che vorrei sviluppare il mio intervento,
perché sono convinto che per comunicare correttamente la Chiesa
occorra prima conoscerne la natura, o meglio intuirne il
“segreto”. Solo così sarà possibile narrarne la presenza e
l’azione. E la realtà della Chiesa va ben oltre, è più profonda,
più ricca di quello che della Chiesa di solito fa notizia.
In
sintesi possiamo dire che “la Chiesa è il popolo che Dio raduna nel
mondo intero. Essa esiste nelle comunità locali e si realizza come
assemblea liturgica, soprattutto eucaristica. Essa vive della Parola e
del Corpo di Cristo, divenendo così essa stessa Corpo di Cristo” (Catechismo della Chiesa
Cattolica, 752). Sono dunque diversi gli aspetti che realizzano la
Chiesa e tutti insieme “formano una sola complessa realtà
risultante di un elemento umano e di un elemento divino” (Lumen
gentium, 8).
Spesso
dall’interno della Chiesa si lamenta il fatto che essa non venga
correttamente comunicata. Non sto a ripetere la precisa e
condivisibile analisi della professoressa Giaccardi. All’origine di
tante immagini distorte che della Chiesa appaiono sugli strumenti di
comunicazione c’è proprio la mancata conoscenza di cosa essa sia.
Mi
limito ad una sola citazione del Concilio Vaticano II. Tra parentesi
annoto che l’intero Concilio ha voluto dare risposta alla domanda Ecclesia, quid dicis de te ipsa? E’ dunque alla Chiesa stessa che
il Vaticano II ha voluto rivolgere la domanda, analogamente a quanto
aveva fatto il Signore con gli apostoli: non gli bastava la risposta
della folla (“La gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo?”),
gli premeva la risposta dei suoi (“Ma voi chi dite che io sia?”) (cfr.
Matteo 16, 13.15).
Dunque
è tutto il Concilio nei suoi 16 documenti a costituire la risposta a
questo fondamentale e irrinunciabile interrogativo che vuole precisare
– dicevamo – la natura e il “segreto” della Chiesa. Da parte
mia trovo molto concreto ed efficace, per mostrare il volto autentico
della Chiesa, il testo della Costituzione liturgica, che così recita:
“La Chiesa ha la caratteristica di essere nello stesso tempo umana e
divina, visibile ma dotata di realtà invisibili, fervente nell'azione
e dedita alla contemplazione, presente nel mondo e, tuttavia,
pellegrina”. Non si tratta di aspetti semplicemente accostati,
giustapposti, ma intrecciati tra loro sino a formare un’originale
unità. Così infatti prosegue il testo conciliare “Tutto questo in
modo che quanto in lei è umano sia ordinato e subordinato al divino,
il visibile all'invisibile, l'azione alla contemplazione, la realtà
presente alla città futura verso la quale siamo incamminati” (Sacrosanctum
concilium, 2).
Le responsabilità dei comunicatori, le
responsabilità della Chiesa
Bastino
questi rapidi rilievi, non essendo questo il momento per addentrarci
in un’approfondita riflessione biblico-teologica sull’essere
tipico della Chiesa. D’altra parte non si chiede neppure che siano i
giornali e le televisioni a proporla quando parlano di Chiesa. Mi
domando però se questa “visione di sintesi” e quindi questa
“pretesa” che la Chiesa ha a proposito di se stessa sia perlomeno
nota a chi per professione è chiamato a comunicarla.
Chi
scrive di Chiesa cosa sa della Chiesa? Quale formazione ha? Parlo anzitutto della doverosa formazione
professionale, prima che della possibilità e della scelta personale
di una formazione cristiana.
Ma
mi chiedo – prima di attribuire ad altri delle responsabilità –
se anzitutto se noi cristiani, se noi come laici, preti e vescovi,
siamo sempre capaci con la nostra azione, parole, gesti, stile di
vita, di mostrare il volto autentico della Chiesa, in particolare ciò
che “motiva” la sua presenza nella società e cultura.
E
d’altro canto mi domando se la stessa Chiesa – più modestamente e
concretamente le comunità cristiane - sempre sanno curare la qualità
della propria comunicazione come la intendete voi professionisti. E
ancora: la Chiesa prima di comunicare, sa sempre mettersi in paziente
e attento ascolto dell’uomo con il quale vuole entrare in relazione?
Il
più alto modello di comunicazione la Chiesa lo trova nella Trinità,
mistero di relazione e di comunione profonda tra il Padre, il Figlio e
lo Spirito Santo, mistero di unità nella diversità. Così la Chiesa,
quando è fedele a ciò che la fonda, è per sua natura comunicativa.
Ci
sono comunque buoni esempi di comunicazione nella comunità
ecclesiale, tante donne e
uomini di Chiesa già lo sanno fare e fare bene: la presenza qui di
Marco Tarquinio, direttore di Avvenire, mostra che tra i cristiani
questo carisma è da alcuni ben praticato. Tanti giornalisti cattolici
sono riconosciuti come maestri anche da chi non crede. Uno di questi
è stato don Leonardo Zega, storico direttore di “Famiglia
Cristiana” recentemente scomparso e che oggi vogliamo ricordare alla
vigilia della memoria liturgica di Francesco di Sales, il santo
patrono dei giornalisti. Per far crescere i buoni professionisti di
domani è di importanza fondamentale l’azione dell’Università
Cattolica e dei suoi docenti. Per la crescita cristiana e la continua
formazione importante è il ruolo che svolge l’UCSI, Unione
Cattolica Stampa Italiana.
Perché la Chiesa vuole fare notizia?
All’inizio
dell’avventura della Chiesa c’è una notizia: l’annuncio della
risurrezione di Gesù, della vittoria della vita sulla morte,
dell’amore sull’odio. Questa notizia – su mandato preciso del
Risorto – è da offrire a tutti gli uomini: portandola i discepoli
recheranno Gesù stesso. Sulla fedeltà a questo comando, si misura
l’appartenenza alla Chiesa. Ancora oggi, a duemila anni di distanza
quella notizia – non soltanto la sua eco - risuona in tutta la sua
forza nella Chiesa. Ancora oggi, i discepoli del Signore sanno che
essere cristiani significa annunciare e vivere la Buona e lieta
notizia del Vangelo. Ogni cristiano è autentico quando riferisce a
questo fondamento la propria fede.
La
Chiesa, quindi, non ha altro scopo, altra missione se non quella di
annunciare e tradurre in pratica la speranza certa che scaturisce
dalla Pasqua di Gesù. La Chiesa sta con i poveri per portare loro
questa speranza, non per una particolare strategia politica. Se
interviene nel dibattito pubblico non è per difendere presunti propri
interessi, bensì per tutelare l’uomo e la sua dignità personale.
Quando un sacerdote, una suora, un vescovo prendono la parola lo fanno
avendo come unico metro di giudizio il Vangelo.
La
Chiesa è chiamata quindi a pronunciare anche quelle parole del
Vangelo che presso molti risultano impopolari e la fanno apparire
“fuori tempo”, “lontana dalla sensibilità comune”, non
particolarmente appetibile dai media e dai relativi format.
Quando
la Chiesa comunica, lo fa per declinare nell’oggi la parola di
speranza del Vangelo: non è quindi pertinente quantificare il
successo di questa comunicazione, oppure misurarne il consenso
suscitato, contare le persone che ne hanno ascoltato il messaggio e
sono rimaste “emozionate” dalle sue parole. Le verifiche da porre
riguardano anzitutto la fedeltà al Vangelo e la capacità di dirlo
coerentemente e in modo da essere compresi dalla gente. Non sempre
questa consapevolezza appartiene a chi fa comunicazione ecclesiale.
Troppo spesso la realtà della Chiesa e il suo annuncio sono associati
all’azione di un gruppo di potere, all’espressione di una parte
politica, di un movimento culturale, di una delle tante voci che
cercano di imporre il proprio parere nella piazza mediatica.
La
Chiesa non è interessata tanto a notizie che parlano di lei e delle
sue vicende, delle sue attività, delle gerarchie, dei retroscena,
bensì ha a cuore la “buona notizia” di Gesù Cristo. Purtroppo
quasi sempre quando si parla di comunicazione della Chiesa in realtà
si tratta di informazione “sulla” Chiesa e non di comunicazione “della” Chiesa e della sua missione.
La narrazione della “buona notizia” ha criteri diversi da
quelli della comunicazione di massa. Anzitutto è paradossale, esprime
la logica sovrabbondante di Dio e propone valori e istanze che sono
faticosi da accettare per l’uomo (basti – quale esempio - il
comando di amare il nemico …). Lo stile comunicativo della Chiesa,
per essere fedele riproponendo quello di Gesù, deve parlare alle
folle attraverso il singolo, raggiungendo la vita concreta di ciascuno
non in modo intellettuale ma esperienziale, illuminando la vicenda
umana con la luce dell’infinito e dell’amore, liberandola
dall’orizzonte angusto dell’immanenza.
La Chiesa non vuole esaurire la sua presenza
nello spazio mediatico
La
Chiesa vive per comunicare: con l’uomo, con Dio. Ma ciò non significa
che essa esaurisca la sua vita nello spazio mediatico. Comunicare –
per l’uomo, prima che per la Chiesa - non è mai stato solo un fatto
di strumenti. Strumento e messaggio hanno sempre viaggiato insieme.
Anche per la Bibbia è così: tant’ è che nel libro di Isaia (sei
secoli prima di Cristo) troviamo una frase che ci illumina “Come
sono belli sui monti i piedi del messaggero che annuncia la pace, del
messaggero di buone notizie che annuncia la salvezza, che dice a Sion:
«Regna il tuo Dio»” (Is, 52,7). E’ possibile distinguere
messaggio e strumento? Lo è oggi, nell’era dei moderni mezzi di
comunicazione, per nulla neutrali rispetto al messaggio? La Chiesa non
può non comunicare: sta “nei” mezzi di comunicazione, accetta questa ineludibile
sfida, ma non può ridurre
esclusivamente a questo ambito la sua presenza, non può avere
questa come sua preoccupazione prioritaria. La Chiesa vive per
incontrare l’uomo, è protesa alle relazioni personali, alla
prossimità, alla dedizione privilegiata per chi è più povero.
E’ importante ricordarlo per
non correre il rischio di omologare la Chiesa a una delle tante
agenzie che devono la propria esistenza al protagonismo negli eventi
mediatici, che traggono forza dalla costante apparizione sui media. La
Chiesa esiste ed esisterà anche senza apparire sui mezzi di
comunicazione. Non li vuole e non li deve usare per affermarsi o per
attrarre a se adepti. La
Chiesa vive la sua dimensione più piena nell’esperienza
comunitaria, nelle parrocchie, nei gruppi, nella testimonianza
personale e quotidiana dei cristiani. E quando si appresta ad abitare
lo spazio mediatico lo fa perché sa di poter incontrare l’uomo
laddove si formano i giudizi e molto si decide della dignità dei
singoli.
La
realtà e la verità della Chiesa sono ben oltre la loro
rappresentazione. Ciò traspare ad esempio quando sentiamo affermare:
“non credo nella Chiesa ma mi fido del mio parroco”. Quella che
viene contestata non è forse l’immagine complessiva della Chiesa
veicolata dai media, differente da quella che il singolo può
direttamente sperimentare? Quanto coloro che fanno comunicazione sanno
della Chiesa autentica che è “oltre” lo strumento? Quanto sanno i
vostri lettori e utenti – carissimi giornalisti - delle donne e
degli uomini di Chiesa che non fanno notizia ma esistono, seminano
speranza, operano il bene? Non è un problema che riguarda solo la
Chiesa: il rischio che si corre oggi è di una certa autoreferenzialità
della comunicazione che tende a raccontare se stessa, i personaggi e i
mondi cui ha dato vita, le paure che ha sollevato… La realtà
dell’uomo e della comunità in cui vive non può ridursi alla
rappresentazione (talmente
realistica da divenire artefatta) che i media offrono. Certi “stati
emozionali” che telegiornali e quotidiani presentano, spesso trovano
– nella mia esperienza di pastore – poca corrispondenza al reale o
se la trovano è perché l’azione dei media è stata a tal punto
incisiva e permeante da diffondere quella sensazione, quel clima.
Tante volte si parla di “paura” o di “terrore” anche laddove
paura e terrore non ci sono. Ma – repetita
iuvant – quel sentimento paventato poi effettivamente si
diffonde e diviene reale. Purtroppo difficilmente a diffondersi sono
la speranza e il giustificato ottimismo…
La Chiesa non è una…
Una
delle tendenze della comunicazione è di “personalizzare”, di
soggettivizzare, di ridurre i protagonisti della cronaca, delle
istituzioni, della Chiesa, a dei “tipi”, quasi si fosse in una
sofisticata commedia dell’arte o in un romanzo ben congegnato,
elevando così il particolare a universale, ingrandendo a tal punto un
frammento (di vita, di verità, di cronaca…) fino a farlo diventare
il tutto di quella persona, di quella situazione. Procedimento da un
lato molto interessante e promettente, perché mostra l’esemplarità
e il valore che c’è nella concretezza di una vita, di una storia,
di un’esperienza. Ma il rischio nasce quando quella storia
particolare diventa paradigmatica di tutto un gruppo, un paese, una
comunità. La realtà è più complessa di queste semplificazioni.
Compito della comunicazione è senz’altro quello di rendere
comprensibile il reale, ma un’eccessiva semplificazione finisce per
travisarlo, fornendo spesso ricostruzioni artificiali. Capita anche a
me: qualche intervento – giusto e doveroso – in difesa della
dignità di alcune categorie di persone mi portano a essere
identificato come il Vescovo di “alcuni” e non di “tutti”: così
i media dimenticano di raccontare l’intera comunità per cui
quotidianamente spendo la parola del Vangelo.
Espressione
di questa tendenza è anche un certo modo di fare comunicazione che
– in particolare a proposito della Chiesa – porta alla
rappresentazione di particolari correnti e schieramenti, quasi si
fosse in presenza di un partito politico o di cordate che intendono
scalare i vertici di un’azienda. Certo la Chiesa ha la sua
gerarchia: ad alcuni suoi componenti sono affidate responsabilità
grandi e hanno più occasioni per essere “visibili”. La vita della
Chiesa non si può ridurre all’azione di chi ha più visibilità
mediatica di altri. La Chiesa è una perché è di Cristo, da lui trae
origine e a lui ritornerà, ma - al tempo stesso – la Chiesa ha il
volto di tutti coloro che ne fanno parte, dal Papa al più piccolo dei
fedeli. La Chiesa – in questo senso – non è una, non è
schematizzabile, non è semplificabile. La sua ricchezza viene dalla
molteplicità dei suoi carismi e dallo stile con il quale vengono
vissuti.
Santa e cattolica. Sempre?
Siete
voi ad insegnarmi che tra i motivi per i quali un fatto diviene notizia vi
è l’importanza della persona coinvolta e la non convenzionalità
dell’azione. Una persona qualsiasi cui viene ritirata la patente di
guida per eccesso di velocità non fa certamente notizia. Lo diviene
– un taglio basso in pagina interna nazionale? - qualora
l’infrazione venisse commessa da un big della politica. Finirebbe
certamente in prima pagina – immagino - se il fatto dovesse
essere commesso dall’Arcivescovo di Milano... Il principio ha
indubbiamente la sua legittimità ma comporta delle implicazioni
problematiche. Giusto che chi ha posti di responsabilità (nel Paese,
nella Chiesa, nell’impresa…) sia esemplare anche nei comportamenti
privati, ma – mi chiedo – sempre sono rispettate le persone e il
diritto alla riservatezza? Non c’ è - a volte - la volontà di
discreditare, di demolire, di relativizzare, di rendere “normali”
certi comportamenti perché “così fan tutti”? Non è certo una
particolare notizia che gli uomini di Chiesa non siano tutti santi. La
Chiesa è santa perché è santo il suo “capo” e perché
custodisce realtà sante. I cristiani che ne fanno parte, santi lo
vogliono (o dovrebbero volerlo) diventare. Non ci deve essere censura
a proposito degli errori delle donne e degli uomini di Chiesa. Ma
d’altro canto non si deve cadere nell’eccesso opposto
dell’attenzione morbosa, dell’eccessiva esposizione di alcuni
comportamenti presentati come notizie (o scandali) solo perché messi
in atto da persone “di Chiesa”.
E
che dire della misconosciuta cattolicità della Chiesa? Cattolico è
sinonimo di universale. La Chiesa vive nel mondo intero, ma quanto di
questa universalità viene raccontata dai giornali? Non si tende a
circoscrivere l’attenzione a quanto accade in alcuni “palazzi”?
Quante volte le parole del Papa - destinate alla Chiesa che è nel
mondo – vengono interpretate come riferite ad una precisa situazione
locale, quasi che i confini della Chiesa fossero ampi quanto la
polemica del giorno… La Chiesa è cattolica, universale, anche per
la vastità dei modi e degli stili con i quali rende presente il
Vangelo. Ma accanto all’istituzione “Chiesa” e a quel ristretto
gruppo di ecclesiastici, viene adeguatamente raccontata la vita delle
migliaia di parrocchie e l’azione del volontariato? E il lavoro
svolto da chi, in nome della fede, si occupa di assistenza, educazione
e scuola? Sempre e adeguatamente viene ricordata l’opera dei
missionari nelle zone più povere del mondo?
Per comunicare bene l’uomo
Non
è certo per attribuire colpe che vi confido queste riflessioni, cari
giornalisti. Sono convinto che la Chiesa e i professionisti della
comunicazione abbiano – o dovrebbero avere - un obiettivo
coincidente.
Non
sono forse gli stessi i destinatari che Chiesa e comunicazione
intendono servire? La Chiesa per essere fedele alla sua missione è
chiamata a stare accanto all’uomo per aiutarlo a vivere secondo la
sua natura più autentica, quella di figlio di Dio, difendendone la
dignità, specie se offesa e degradata.
E
dal canto suo il mondo della comunicazione non vuole forse aiutare
l’uomo ad essere maggiormente consapevole del proprio tempo, delle
proprie risorse, delle proprie capacità, promuovendone diritti,
responsabilità, doveri?
Chiedendovi
di comunicare bene la Chiesa non vi domando un trattamento di favore,
un’eccezione, bensì di operare riconoscendo e rispettando la
singolarità, l’irripetibilità delle persone di cui siete chiamati
a raccontare. Una notizia – come insegnano i maestri della cronaca
– è da seguire con la pazienza di chi sa che in essa vi è un
mistero che andrà svelandosi a poco a poco. Ma per ”mistero” non
intendo uno dei tanti “gialli” di cronaca, bensì la natura
profonda della persona, il cuore della sua umanità: ciò che è
relativo alla sua esistenza, la sua storia, i suoi ideali, le paure,
le speranze, le fatiche, gli errori, i desideri… I protagonisti
della cronaca – nera, bianca o rosa – sono e devono rimanere delle
persone, mai dei “casi”! A
volte il rischio del giornalismo è – al contrario – quello di far
corrispondere la realtà ad uno schema precostituito, una notizia a
una tendenza in atto, una persona a un “tipo” facilmente
notiziabile.
La
Chiesa chiede di esser comunicata bene affinché le sia consentito di
restare a servizio dell’uomo, ai suoi drammi e alle sue speranze.
Non mi stanco di ripetere che la Chiesa è sempre per l’uomo, mai
contro di esso! La comunicazione sia leale ed onesta con la Chiesa:
non le faccia sconti quando sbaglia, ma non la allontani
pregiudizialmente dall’uomo.
E
c’è un’offerta dentro questo invito. L’offerta è quella di uno
sguardo diverso sulle cose. La Chiesa, con la sua esperienza a
proposito dell’uomo, intende offrire – e non solo ai credenti –
un punto di vista differente.
Differente non perché migliore o più adeguato rispetto ad altri, ma
perché scaturisce da un’angolazione originale, unica. La Chiesa
vuole guardare l’uomo “dall’alto”
e “accanto” così come lo vede Dio sul quale si fonda. Dall’alto:
libero dalla prigionia dell’immanente e capace di considerare se
stesso dall’alto. Accanto:
per essere vicino a tutti difendendo il diritto alla dignità, alla
libertà e alla felicità di ciascuno.
L’uomo
non è importante solo per quanto possiede o per la sua fama, bensì
è grande per il solo fatto di esistere: per questo merita
considerazione e rispetto. Ogni uomo è più della sua storia e delle
sue azioni. Ciascuno porta in sé un progetto grande: il desiderio di
portare a compimento già in terra la propria felicità e di
trascendere la fattualità della propria esistenza. Una simile visione
dell’uomo non può essere giudicata “confessionale”: dice in
realtà l’essenza stessa dell’umano.
Trovi
sempre spazio – anche presso chi non condivide la proposta della
Chiesa – la possibilità di confrontarsi con un altro modo di
intendere il reale, di analizzarlo, di viverlo. Ridurre tutto entro i
propri schemi, sempre e comunque, non arricchisce la propria
esperienza, non educa a questo arricchimento, non offre luoghi di
confronto, non fa progredire il bene e la crescita di una comunità e
di un paese.
Comunicare
bene la Chiesa, oltre a rispettare chi in essa vive e confida, può
essere così un utile esercizio e un prezioso contributo per
promuovere la dignità dell’uomo e favorire la sua autentica libertà.
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Dionigi card. Tettamanzi
Arcivescovo di Milano

