| «Oggi la sfida è il nichilismo»
|
|
Benedetto
XVI domenica a Castel Gandolfo, prima della
recita dell’Angelus.
Cari fratelli e sorelle! Come domenica scorsa,
anche quest’oggi – nel contesto dell’Anno
Sacerdotale che stiamo celebrando – ci
soffermiamo a meditare su alcuni santi e sante
che la liturgia ricorda in questi giorni.
Eccetto la vergine Chiara d’Assisi, ardente di
amore divino nella quotidiana oblazione della
preghiera e della vita comune, gli altri sono
martiri, due dei quali uccisi nel lager
di Auschwitz: santa Teresa Benedetta della
Croce-Edith Stein, che, nata nella fede ebraica
e conquistata da Cristo in età adulta, divenne
monaca carmelitana e sigillò la sua esistenza
con il martirio; e san Massimiliano Kolbe,
figlio della Polonia e di san Francesco
d’Assisi, grande apostolo di Maria Immacolata.
Incontreremo
poi altre figure splendide di martiri della
Chiesa di Roma, come san Ponziano Papa,
sant’Ippolito sacerdote e san Lorenzo diacono.
Quali meravigliosi modelli di santità la Chiesa
ci propone! Questi santi sono testimoni di
quella carità che ama «sino alla fine», e non
tiene conto del male ricevuto, ma lo combatte
con il bene (cfr 1 Cor 13,4-8). Da essi
si può apprendere, specialmente i sacerdoti,
l’eroismo evangelico che ci spinge, senza
nulla temere, a dare la vita per la salvezza
delle anime. L’amore vince la morte!
Tutti
i santi, ma in particolare i martiri, sono
testimoni di Dio, che è Amore: Deus caritas
est . I lager nazisti, come ogni
campo di sterminio, possono essere considerati
simboli estremi del male, dell’inferno che si
apre sulla terra quando l’uomo dimentica Dio e
a Lui si sostituisce, usurpandogli il
diritto di decidere che cosa è bene e che cosa
è male, di dare la vita e la morte. Purtroppo
però questo triste fenomeno non è circoscritto
ai lager . Essi sono piuttosto la
punta culminante di una realtà ampia e diffusa,
spesso dai confini sfuggenti. I santi, che
ho brevemente ricordato, ci fanno riflettere
sulle profonde divergenze che esistono tra l’umanesimo
ateo e l’umanesimo cristiano;
un’antitesi che attraversa tutta quanta la
storia, ma che alla fine del secondo millennio,
con il nichilismo contemporaneo, è giunta ad un
punto cruciale, come grandi letterati e
pensatori hanno percepito, e come gli
avvenimenti hanno ampiamente dimostrato.
Da una
parte, ci sono filosofie e ideologie, ma sempre
più anche modi di pensare e di agire, che
esaltano la libertà quale unico principio
dell’uomo, in alternativa a Dio, e in tal modo
trasformano l’uomo in un dio, ma è un dio
sbagliato, che fa dell’arbitrarietà il
proprio sistema di comportamento. Dall’altra,
abbiamo appunto i santi, che, praticando il
Vangelo della carità, rendono ragione della
loro speranza; essi mostrano il vero volto di
Dio, che è Amore, e, al tempo stesso, il volto
autentico dell’uomo, creato a immagine e
somiglianza divina.
Cari
fratelli e sorelle, preghiamo la Vergine Maria,
perché ci aiuti tutti – in primo luogo i
sacerdoti – ad essere santi come questi eroici
testimoni della fede e della dedizione di sé
sino al martirio. È questo l’unico modo per
offrire alle istanze umane e spirituali, che
suscita la crisi profonda del mondo
contemporaneo, una risposta credibile ed
esaustiva : quella della carità nella verità.
|
|
la “dittatura del razionalismo”,
e la “dittatura del relativismo”. Entrambe appaiono
risposte inadeguate alla giusta domanda dell’uomo di
usare a pieno della propria ragione come elemento
distintivo e costitutivo della propria identità.
|
|
BENEDETTO XVI
UDIENZA
GENERALE
Palazzo
Apostolico di Castel Gandolfo
Mercoledì, 5 agosto 2009
San Giovanni Maria Vianney, Santo
Curato d’Ars
Cari fratelli e sorelle,
nell’odierna catechesi vorrei ripercorrere brevemente
l’esistenza del Santo Curato d’Ars sottolineandone
alcuni tratti, che possono essere di esempio anche per i
sacerdoti di questa nostra epoca, certamente diversa da
quella in cui egli visse, ma segnata, per molti versi, dalle
stesse sfide fondamentali umane e spirituali. Proprio ieri
si sono compiuti 150 anni dalla sua nascita al Cielo: erano
infatti le due del mattino del 4 agosto 1859, quando san
Giovanni Battista Maria Vianney, terminato il corso della
sua esistenza terrena, andò incontro al Padre celeste per
ricevere in eredità il regno preparato fin dalla creazione
del mondo per coloro che fedelmente seguono i suoi
insegnamenti (cfr Mt
25,34). Quale grande festa deve esserci stata in
Paradiso all’ingresso di un così zelante pastore! Quale
accoglienza deve avergli riservata la moltitudine dei figli
riconciliati con il Padre, per mezzo dalla sua opera di
parroco e confessore! Ho voluto prendere spunto da questo
anniversario per indire
l’Anno
Sacerdotale, che, com’è noto, ha per tema Fedeltà
di Cristo, fedeltà del sacerdote. Dipende dalla
santità la credibilità della testimonianza e, in
definitiva, l’efficacia stessa della missione di ogni
sacerdote.
Giovanni Maria Vianney nacque nel piccolo borgo di
Dardilly l’8 maggio del 1786, da una famiglia contadina,
povera di beni materiali, ma ricca di umanità e di fede.
Battezzato, com’era buon uso all’epoca, lo stesso giorno
della nascita, consacrò gli anni della fanciullezza e
dell’adolescenza ai lavori nei campi e al pascolo degli
animali, tanto che, all’età di diciassette anni, era
ancora analfabeta. Conosceva però a memoria le preghiere
insegnategli dalla pia madre e si nutriva del senso
religioso che si respirava in casa. I biografi narrano
che, fin dalla prima giovinezza, egli cercò di conformarsi
alla divina volontà anche nelle mansioni più umili.
Nutriva in animo il desiderio di divenire sacerdote, ma non
gli fu facile assecondarlo. Giunse infatti all’Ordinazione
presbiterale dopo non poche traversìe ed incomprensioni,
grazie all’aiuto di sapienti sacerdoti, che non si
fermarono a considerare i suoi limiti umani, ma seppero
guardare oltre, intuendo l’orizzonte di santità che si
profilava in quel giovane veramente singolare. Così, il 23
giugno 1815, fu ordinato diacono e, il 13 agosto seguente,
sacerdote. Finalmente all’età di 29 anni, dopo molte
incertezze, non pochi insuccessi e tante lacrime, poté
salire l’altare del Signore e realizzare il sogno della
sua vita.
Il Santo Curato d’Ars manifestò sempre un’altissima
considerazione del dono ricevuto. Affermava: “Oh! Che cosa
grande è il Sacerdozio! Non lo si capirà bene che in
Cielo… se lo si comprendesse sulla terra, si morirebbe,
non di spavento ma di amore!” (Abbé Monnin, Esprit du
Curé d’Ars, p. 113). Inoltre, da fanciullo aveva
confidato alla madre: “Se fossi prete, vorrei conquistare
molte anime” (Abbé Monnin, Procès de l’ordinaire,
p. 1064). E così fu. Nel servizio pastorale, tanto
semplice quanto straordinariamente fecondo, questo anonimo
parroco di uno sperduto villaggio del sud della Francia
riuscì talmente ad immedesimarsi col proprio ministero, da
divenire, anche in maniera visibilmente ed universalmente
riconoscibile, alter Christus, immagine del Buon
Pastore, che, a differenza del mercenario, dà la vita per
le proprie pecore (cfr Gv
10,11). Sull’esempio del Buon Pastore, egli ha
dato la vita nei decenni del suo servizio sacerdotale. La
sua esistenza fu una catechesi vivente, che acquistava
un’efficacia particolarissima quando la gente lo vedeva
celebrare la Messa, sostare in adorazione davanti al
tabernacolo o trascorrere molte ore nel confessionale.
Centro di tutta la sua vita era dunque l’Eucaristia,
che celebrava ed adorava con devozione e rispetto. Altra
caratteristica fondamentale di questa straordinaria figura
sacerdotale era l’assiduo ministero delle confessioni.
Riconosceva nella pratica del sacramento della penitenza il
logico e naturale compimento dell’apostolato sacerdotale,
in obbedienza al mandato di Cristo: “A chi rimetterete i
peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete
resteranno non rimessi” (cfr Gv
20,23). San Giovanni Maria Vianney si distinse pertanto
come ottimo e instancabile confessore e maestro spirituale.
Passando “con un solo movimento interiore, dall’altare
al confessionale”, dove trascorreva gran parte della
giornata, cercava in ogni modo, con la predicazione e con il
consiglio persuasivo, di far riscoprire ai parrocchiani il
significato e la bellezza della penitenza sacramentale,
mostrandola come un’esigenza intima della Presenza
eucaristica (cfr Lettera
ai sacerdoti per l’Anno Sacerdotale).
I metodi pastorali di san Giovanni Maria Vianney
potrebbero apparire poco adatti alle attuali condizioni
sociali e culturali. Come potrebbe infatti imitarlo un
sacerdote oggi, in un mondo tanto cambiato? Se è vero che
mutano i tempi e molti carismi sono tipici della persona,
quindi irripetibili, c’è però uno stile di vita e un
anelito di fondo che tutti siamo chiamati a coltivare. A ben
vedere, ciò che ha reso santo il Curato d’Ars è stata
la sua umile fedeltà alla missione a cui Iddio lo aveva
chiamato; è stato il suo costante abbandono, colmo di
fiducia, nelle mani della Provvidenza divina. Egli
riuscì a toccare il cuore della gente non in forza delle
proprie doti umane, né facendo leva esclusivamente su un
pur lodevole impegno della volontà; conquistò le anime,
anche le più refrattarie, comunicando loro ciò che
intimamente viveva, e cioè la sua amicizia con Cristo. Fu
“innamorato” di Cristo, e il vero segreto del suo
successo pastorale è stato l’amore che nutriva per il
Mistero eucaristico annunciato, celebrato e vissuto, che è
divenuto amore per il gregge di Cristo, i cristiani e per
tutte le persone che cercano Dio. La sua testimonianza ci
ricorda, cari fratelli e sorelle, che per ciascun
battezzato, e ancor più per il sacerdote, l’Eucaristia
“non è semplicemente un evento con due protagonisti, un
dialogo tra Dio e me. La Comunione eucaristica tende ad una
trasformazione totale della propria vita. Con forza spalanca
l’intero io dell’uomo e crea un nuovo noi” (Joseph
Ratzinger, La Comunione nella Chiesa, p. 80).
Lungi allora dal ridurre la figura di san Giovanni Maria
Vianney a un esempio, sia pure ammirevole, della
spiritualità devozionale ottocentesca, è necessario al
contrario cogliere la forza profetica che contrassegna la
sua personalità umana e sacerdotale di altissima
attualità. Nella Francia post-rivoluzionaria che
sperimentava una sorta di “dittatura del razionalismo”
volta a cancellare la presenza stessa dei sacerdoti e della
Chiesa nella società, egli visse, prima - negli anni della
giovinezza - un’eroica clandestinità percorrendo
chilometri nella notte per partecipare alla Santa Messa. Poi
- da sacerdote – si contraddistinse per una singolare e
feconda creatività pastorale, atta a mostrare che il
razionalismo, allora imperante, era in realtà distante dal
soddisfare gli autentici bisogni dell’uomo e quindi, in
definitiva, non vivibile.
Cari fratelli e sorelle, a 150 anni dalla morte del Santo
Curato d’Ars, le sfide della società odierna non sono
meno impegnative, anzi forse, si sono fatte più complesse. Se
allora c’era la “dittatura del razionalismo”,
all’epoca attuale si registra in molti ambienti una sorta
di “dittatura del relativismo”. Entrambe appaiono
risposte inadeguate alla giusta domanda dell’uomo di usare
a pieno della propria ragione come elemento distintivo e
costitutivo della propria identità. Il razionalismo fu
inadeguato perché non tenne conto dei limiti umani e
pretese di elevare la sola ragione a misura di tutte le
cose, trasformandola in una dea; il relativismo
contemporaneo mortifica la ragione, perché di fatto arriva
ad affermare che l’essere umano non può conoscere nulla
con certezza al di là del campo scientifico positivo. Oggi
però, come allora, l’uomo “mendicante di significato e
compimento” va alla continua ricerca di risposte esaustive
alle domande di fondo che non cessa di porsi.
Avevano ben presente questa “sete di verità”, che
arde nel cuore di ogni uomo, i Padri del Concilio
Ecumenico Vaticano II quando affermarono che spetta ai
sacerdoti, “quali educatori della fede”, formare
“un’autentica comunità cristiana” capace di aprire
“a tutti gli uomini la strada che conduce a Cristo” e di
esercitare “una vera azione materna” nei loro confronti,
indicando o agevolando a che non crede “il cammino che
porta a Cristo e alla sua Chiesa”, e costituendo per chi
già crede “stimolo, alimento e sostegno per la lotta
spirituale” (cfr Presbyterorum
ordinis, 6). L’insegnamento che a questo proposito
continua a trasmetterci il Santo Curato d’Ars é che, alla
base di tale impegno pastorale, il sacerdote deve porre
un’intima unione personale con Cristo, da coltivare e
accrescere giorno dopo giorno. Solo se innamorato di Cristo,
il sacerdote potrà insegnare a tutti questa unione, questa
amicizia intima con il divino Maestro, potrà toccare i
cuori della gente ed aprirli all’amore misericordioso del
Signore. Solo così, di conseguenza, potrà infondere
entusiasmo e vitalità spirituale alle comunità che il
Signore gli affida. Preghiamo perché, per intercessione di
san Giovanni Maria Vianney, Iddio faccia dono alla sua
Chiesa di santi sacerdoti, e perché cresca nei fedeli il
desiderio di sostenere e coadiuvare il loro ministero.
Affidiamo questa intenzione a Maria, che proprio oggi
invochiamo come Madonna della Neve.
|