Discorso di Benedetto XVI al convegno ecclesiale della
Diocesi di Roma
Cari fratelli e sorelle
Dopo aver dedicato per tre anni speciale attenzione alla famiglia, già da due anni
abbiamo posto al centro il tema dell'educazione delle nuove generazioni. E' un tema che
coinvolge anzitutto le famiglie, ma riguarda molto direttamente anche la Chiesa, la scuola
e la società intera. Cerchiamo di rispondere così a quella "emergenza
educativa" che rappresenta per tutti una grande e ineludibile sfida. L'obiettivo che
ci siamo proposti per il prossimo anno pastorale, e sul quale rifletteremo in questo
Convegno, fa ancora riferimento all'educazione, nell'ottica della speranza teologale, che
si nutre della fede e della fiducia nel Dio che in Gesù Cristo si è rivelato come il
vero amico dell'uomo. "Gesù è risorto: educare alla speranza nella preghiera,
nell'azione, nella sofferenza" sarà dunque il tema di questa nostra serata. Gesù
risorto dai morti è veramente il fondamento indefettibile su cui poggia la nostra fede e
la nostra speranza. Lo è fin dall'inizio, fin dagli Apostoli, che sono stati testimoni
diretti della sua risurrezione e l'hanno annunciata al mondo a prezzo della loro vita. Lo
è oggi e lo sarà sempre. Come scrive l'Apostolo Paolo nel capitolo XV della
prima Lettera ai Corinzi, "se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra
predicazione ed è vana anche la vostra fede" (v.14), se "noi abbiamo avuto
speranza in Cristo soltanto in questa vita, siamo da compiangere più di tutti gli
uomini" (v. 19). Ripeto a voi ciò che dissi il 19 ottobre 2006 al Convegno
ecclesiale di Verona: "La risurrezione di Cristo è un fatto avvenuto nella storia,
di cui gli Apostoli sono stati testimoni e non certo creatori. Nello stesso tempo essa non
è affatto un semplice ritorno alla nostra vita terrena; è invece la più grande
"mutazione" mai accaduta, il "salto" decisivo verso una dimensione di
vita profondamente nuova, l'ingresso in un ordine decisamente diverso, che riguarda
anzitutto Gesù di Nazaret, ma con Lui anche noi, tutta la famiglia umana, la storia e
l'intero universo". Nella luce di Gesù risorto dai morti possiamo dunque
comprendere le vere dimensioni della fede cristiana, come "speranza che trasforma e
sorregge la nostra vita" (Enciclica Spe salvi, 10), liberandoci da quegli equivoci e
da quelle false alternative che nel corso dei secoli hanno ristretto e indebolito il
respiro della nostra speranza. In concreto, la speranza di chi crede nel Dio che ha
risuscitato Gesù dai morti si protende con tutta se stessa verso quella felicità e
quella gioia piena e totale che noi chiamiamo vita eterna, ma proprio per questo investe,
anima e trasforma la nostra quotidiana esistenza terrena, dà un orientamento e un
significato non effimero alle nostre piccole speranze come agli sforzi che noi compiamo
per cambiare e rendere meno ingiusto il mondo nel quale viviamo. Analogamente, la speranza
cristiana riguarda certo in modo personale ciascuno di noi, la salvezza eterna del nostro
io e la sua vita in questo mondo, ma è anche speranza comunitaria, speranza per la Chiesa
e per l'intera famiglia umana, è cioè "sempre essenzialmente anche speranza per gli
altri; solo così essa è veramente speranza anche per me" (ibid., 48). Nella
società e nella cultura di oggi, e quindi anche in questa nostra amata città di Roma,
non è facile vivere nel segno della speranza cristiana. Da una parte, infatti, prevalgono
spesso atteggiamenti di sfiducia, delusione e rassegnazione, che contraddicono non
soltanto la "grande speranza" della fede, ma anche quelle "piccole
speranze" che normalmente ci confortano nello sforzo di raggiungere gli obiettivi
della vita quotidiana. E' diffusa cioè la sensazione che, per l'Italia come per l'Europa,
gli anni migliori siano ormai alle spalle e che un destino di precarietà e di incertezza
attenda le nuove generazioni. Dall'altra parte, le aspettative di grandi novità
e miglioramenti si concentrano sulle scienze e le tecnologie, quindi sulle forze e le
scoperte dell'uomo, come se solo da esse potesse venire la soluzione dei problemi. Sarebbe
insensato negare o minimizzare l'enorme contributo delle scienze e tecnologie alla
trasformazione del mondo e delle nostre concrete condizioni di vita, ma sarebbe
altrettanto miope ignorare che i loro progressi mettono nelle mani dell'uomo anche
abissali possibilità di male e che, in ogni caso, non sono le scienze e le tecnologie a
poter dare un senso alla nostra vita e a poterci insegnare a distinguere il bene dal male.
Perciò, come ho scritto nella Spe salvi, non è la scienza ma l'amore a redimere
l'uomo e questo vale anche nell'ambito terreno e intramondano (n. 26). Ci avviciniamo
così al motivo più profondo e decisivo della debolezza della speranza nel mondo in cui
viviamo. Questo motivo alla fine non è diverso da quello indicato dall'Apostolo Paolo ai
cristiani di Efeso, quando ricordava loro che, prima di incontrare Cristo, erano
"senza speranza e senza Dio nel mondo" (Ef 2,12). La nostra civiltà e la nostra
cultura, che pure hanno incontrato Cristo ormai da duemila anni e specialmente qui a Roma
sarebbero irriconoscibili senza la sua presenza, tendono tuttavia troppo spesso a mettere
Dio tra parentesi, ad organizzare senza di Lui la vita personale e sociale, ed anche a
ritenere che di Dio non si possa conoscere nulla, o perfino a negare la sua esistenza. Ma
quando Dio è lasciato da parte nessuna delle cose che veramente ci premono può trovare
una stabile collocazione, tutte le nostre grandi e piccole speranze poggiano sul vuoto.
Per "educare alla speranza", come ci proponiamo in questo Convegno e nel
prossimo anno pastorale, è dunque anzitutto necessario aprire a Dio il nostro cuore, la
nostra intelligenza e tutta la nostra vita, per essere così, in mezzo ai nostri fratelli,
suoi credibili testimoni. Nei nostri precedenti Convegni diocesani abbiamo già riflettuto
sulle cause dell'attuale emergenza educativa e sulle proposte che possono servire a
superarla. Nei mesi scorsi, anche attraverso la mia lettera sul compito urgente
dell'educazione, abbiamo inoltre cercato di coinvolgere l'intera città, in particolare le
famiglie e le scuole, in questa impresa comune. Non è quindi necessario ritornare ora su
questi aspetti. Vediamo piuttosto come educarci concretamente alla speranza,
rivolgendo la nostra attenzione ad alcuni "luoghi" del suo pratico apprendimento
ed effettivo esercizio, che ho già individuato nella Spe salvi. Tra questi luoghi trova
posto anzitutto la preghiera, con la quale ci apriamo e ci rivolgiamo a Colui che
è l'origine e il fondamento della nostra speranza. La persona che prega non è mai
totalmente sola perché Dio è l'unico che, in ogni situazione e in qualunque prova, è
sempre in grado di ascoltarla e di aiutarla. Attraverso la perseveranza nella preghiera il
Signore allarga il nostro desiderio e dilata il nostro animo, rendendoci più capaci di
accoglierlo in noi. Il giusto modo di pregare è pertanto un processo di purificazione
interiore. Dobbiamo esporci allo sguardo di Dio, a Dio stesso e così nella luce del volto
di Dio cadono le menzogne, le ipocrisie. Questo esporsi nella preghiera al volto di Dio è
realmente una purificazione che ci rinnova, ci libera e ci apre non solo a Dio, ma anche
ai fratelli. E' dunque l'opposto di una fuga dalle nostre responsabilità verso il
prossimo. Al contrario, attraverso la preghiera impariamo a tenere il mondo aperto a Dio e
a diventare ministri della speranza per gli altri. Perché parlando con Dio
vediamo tutta la comunità della Chiesa, comunità umana, tutti i fratelli, e impariamo
così la responsabilità per gli altri e anche la speranza che Dio ci aiuta nel nostro
cammino. Educare alla preghiera, apprendere "l'arte della preghiera" dalle
labbra del Maestro divino, come i primi discepoli che gli chiedevano "Signore,
insegnaci a pregare!" (Lc 11,1), è pertanto un compito essenziale. Imparando la
preghiera, impariamo a vivere e dobbiamo sempre con la Chiesa e con il Signore in cammino
pregare meglio per viver meglio. Come ci ricordava l'amato Servo di Dio Giovanni
Paolo II nella Lettera apostolica Novo millennio ineunte, "le nostre comunità
cristiane devono diventare autentiche "scuole" di preghiera, dove l'incontro con
Cristo non si esprime soltanto in implorazione di aiuto, ma anche in rendimento di grazie,
lode, adorazione, contemplazione, ascolto, ardore di affetti, fino ad un vero
"invaghimento" del cuore" (n. 33): così la speranza cristiana crescerà in
noi. E crescerà con la speranza l'amore di Dio e del prossimo. Nell'Enciclica
Spe salvi ho scritto: "Ogni agire serio e retto dell'uomo è speranza in atto"
(n. 35). Come discepoli di Gesù partecipiamo dunque con gioia allo sforzo per rendere
più bello, più umano e fraterno il volto di questa nostra città, per rinvigorire la sua
speranza e la gioia di un'appartenenza comune. Cari fratelli e sorelle, proprio
la consapevolezza acuta e diffusa dei mali e dei problemi che Roma porta dentro di sé sta
risvegliando la volontà di un tale sforzo comune: è nostro compito darvi il nostro
specifico contributo, a cominciare da quello snodo decisivo che è l'educazione e la
formazione della persona, ma affrontando con spirito costruttivo anche i molti altri
problemi concreti che rendono spesso faticosa la vita di chi abita in questa città. Cercheremo,
in particolare, di promuovere una cultura e un'organizzazione sociale più favorevoli alla
famiglia e all'accoglienza della vita, oltre che alla valorizzazione delle persone
anziane, tanto numerose tra la popolazione di Roma. Lavoreremo per dare risposta a quei
bisogni primari che sono il lavoro e la casa, soprattutto per i giovani. Condivideremo
l'impegno per rendere la nostra città più sicura e "vivibile", ma opereremo
perché essa lo sia per tutti, in particolare per i più poveri, e perché non sia escluso
l'immigrato che viene tra noi con l'intenzione di trovare uno spazio di vita nel rispetto
delle nostre leggi. Non ho bisogno di entrare più concretamente in queste
problematiche, che voi ben conoscete, perché le vivete quotidianamente. Desidero
sottolineare piuttosto quell'atteggiamento e quello stile con cui lavora e si impegna
colui che pone la sua speranza anzitutto in Dio. E' in primo luogo un atteggiamento di
umiltà, che non pretende di avere sempre successo, o di essere in grado di risolvere ogni
problema con le proprie forze. Ma è anche, e per lo stesso motivo, un atteggiamento di
grande fiducia, di tenacia e di coraggio: il credente sa infatti che, nonostante tutte le
difficoltà e i fallimenti, la sua vita, il suo operare e la storia nel suo insieme sono
custoditi nel potere indistruttibile dell'amore di Dio; che essi pertanto non sono mai
senza frutto e privi di senso. In questa prospettiva possiamo comprendere più facilmente
che la speranza cristiana vive anche nella sofferenza, anzi, che proprio la sofferenza
educa e fortifica a titolo speciale la nostra speranza. Dobbiamo certamente "fare
tutto il possibile per diminuire la sofferenza: impedire, per quanto possibile, la
sofferenza degli innocenti; calmare i dolori; aiutare a superare le sofferenze
psichiche" (Spe salvi, 36) e grandi progressi sono stati effettivamente compiuti, in
particolare nella lotta contro il dolore fisico. Non possiamo però eliminare del tutto la
sofferenza dal mondo, perché non è in nostro potere prosciugare le sue fonti: la
finitezza del nostro essere e il potere del male e della colpa. Di fatto, la sofferenza
degli innocenti e anche i disagi psichici tendono purtroppo a crescere nel mondo. In
realtà, l'esperienza umana di oggi e di sempre, in particolare l'esperienza dei Santi e
dei Martiri, conferma la grande verità cristiana che non la fuga davanti al dolore
guarisce l'uomo, ma la capacità di accettare la tribolazione e di maturare in essa,
trovandovi un senso mediante l'unione a Cristo. Nel rapporto con la sofferenza e con le
persone sofferenti si determina pertanto la misura della nostra umanità, per ciascuno di
noi come per la società in cui viviamo. Alla fede cristiana spetta questo merito storico,
di aver suscitato nell'uomo, in maniera nuova e a una profondità nuova, la capacità di
condividere anche interiormente la sofferenza dell'altro, che così non è più solo nella
sua sofferenza, e anche di soffrire per amore del bene, della verità e della giustizia:
tutto questo sta molto al di sopra delle nostre forze, ma diventa possibile a partire dal
com-patire di Dio per amore dell'uomo nella passione di Cristo. Cari fratelli e sorelle,
educhiamoci ogni giorno alla speranza che matura nella sofferenza. Siamo chiamati a farlo
in primo luogo quando siamo personalmente colpiti da una grave malattia o da qualche altra
dura prova. Ma cresceremo ugualmente nella speranza attraverso l'aiuto concreto e la
vicinanza quotidiana alla sofferenza sia dei nostri vicini e familiari sia di ogni persona
che è il nostro prossimo, perché ci accostiamo a lei con atteggiamento di amore. E
ancora, impariamo ad offrire al Dio ricco di misericordia le piccole fatiche
dell'esistenza quotidiana, inserendole umilmente nel grande "com-patire" di
Gesù, in quel tesoro di compassione di cui ha bisogno il genere umano. La speranza dei
credenti in Cristo non può, comunque, fermarsi a questo mondo, ma è intrinsecamente
orientata verso la comunione piena ed eterna con il Signore. Perciò verso la fine della
mia Enciclica mi sono soffermato sul Giudizio di Dio come luogo di apprendimento e di
esercizio della speranza. Ho cercato così di rendere di nuovo in qualche modo familiare e
comprensibile all'umanità e alla cultura del nostro tempo la salvezza che ci è promessa
nel mondo al di là della morte, sebbene di quel mondo non possiamo avere quaggiù una
vera e propria esperienza. Per restituire all'educazione alla speranza le sue vere
dimensioni e la sua motivazione decisiva, noi tutti, a cominciare dai sacerdoti e dai
catechisti, dobbiamo rimettere al centro della proposta della fede questa grande verità,
che ha la sua "primizia" in Gesù Cristo risorto dai morti (cfr 1 Cor 15,20-23).
Cari fratelli e sorelle, termino questa riflessione ringraziando ciascuno di voi per la
generosità e la dedizione con cui lavorate nella vigna del Signore e vi chiedo di
custodire sempre dentro di voi, di alimentare e rafforzare anzitutto con la preghiera il
grande dono della speranza cristiana. Lo chiedo in modo speciale a voi giovani, che siete
chiamati a fare vostro questo dono nella libertà e nella responsabilità, per vivificare
attraverso di esso il futuro della nostra amata città. Affido a Maria Santissima, Stella
della speranza, ognuno di voi e tutta la Chiesa di Roma. La mia preghiera, il mio affetto
e la mia benedizione vi accompagnano in questo Convegno e nell'anno pastorale che ci
attende. |