ZI10040404 - 04/04/2010
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Messaggio di Pasqua di Benedetto XVI
ROMA, domenica, 4 aprile 2010 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di
seguito il messaggio per la Pasqua rivolto questa domenica da
Benedetto XVI ai fedeli presenti in Piazza San Pietro e a quanti
lo ascoltavano attraverso la radio e la televisione.
* * *
"Cantemus Domino: gloriose enim magnificatus est".
"Cantiamo al Signore: è veramente glorioso!" ( Liturgia
delle Ore, Pasqua, Ufficio di Lettura, Ant. 1).
Cari fratelli e sorelle!
Vi reco l’annuncio della Pasqua con queste parole della
Liturgia, che riecheggiano l’antichissimo inno di lode degli
ebrei dopo il passaggio del Mar Rosso. Narra il Libro
dell’Esodo (cfr 15,19-21) che quando ebbero attraversato il
mare all’asciutto e videro gli egiziani sommersi dalle acque,
Miriam – la sorella di Mosè e di Aronne – e le altre donne
intonarono danzando questo canto di esultanza: "Cantate al
Signore, / perché ha mirabilmente trionfato: / cavallo e
cavaliere / ha gettato nel mare!". I cristiani, in tutto il
mondo, ripetono questo cantico nella Veglia pasquale, ed una
speciale preghiera ne spiega il significato; una preghiera che
ora, nella piena luce della Risurrezione, con gioia facciamo
nostra: "O Dio, anche ai nostri tempi vediamo risplendere i
tuoi antichi prodigi: ciò che facesti con la tua mano potente per
liberare un solo popolo dall’oppressione del faraone, ora lo
compi attraverso l’acqua del Battesimo per la salvezza di tutti
i popoli; concedi che l’umanità intera sia accolta tra i figli
di Abramo e partecipi alla dignità del popolo eletto".
Il Vangelo ci ha rivelato il compimento delle antiche figure:
con la sua morte e risurrezione, Gesù Cristo ha liberato l’uomo
dalla schiavitù radicale, quella del peccato, e gli ha aperto la
strada verso la vera Terra promessa, il Regno di Dio, Regno
universale di giustizia, di amore e di pace. Questo
"esodo" avviene prima di tutto dentro l’uomo stesso, e
consiste in una nuova nascita nello Spirito Santo, effetto del
Battesimo che Cristo ci ha donato proprio nel mistero pasquale.
L’uomo vecchio lascia il posto all’uomo nuovo; la vita di
prima è alle spalle, si può camminare in una vita nuova (cfr Rm
6,4). Ma l’"esodo" spirituale è principio di una
liberazione integrale, capace di rinnovare ogni dimensione umana,
personale e sociale.
Sì, fratelli, la Pasqua è la vera salvezza dell’umanità!
Se Cristo – l’Agnello di Dio – non avesse versato il suo
Sangue per noi, non avremmo alcuna speranza, il destino nostro e
del mondo intero sarebbe inevitabilmente la morte. Ma la Pasqua ha
invertito la tendenza: la Risurrezione di Cristo è una nuova
creazione, come un innesto che può rigenerare tutta la pianta.
E’ un avvenimento che ha modificato l’orientamento profondo
della storia, sbilanciandola una volta per tutte dalla parte del
bene, della vita, del perdono. Siamo liberi, siamo salvi! Ecco
perché dall’intimo del cuore esultiamo: "Cantiamo al
Signore: è veramente glorioso!".
Il popolo cristiano, uscito dalle acque del Battesimo, è
inviato in tutto il mondo a testimoniare questa salvezza, a
portare a tutti il frutto della Pasqua, che consiste in una vita
nuova, liberata dal peccato e restituita alla sua bellezza
originaria, alla sua bontà e verità. Continuamente, nel corso di
duemila anni, i cristiani – specialmente i santi – hanno
fecondato la storia con l’esperienza viva della Pasqua. La
Chiesa è il popolo dell’esodo, perché costantemente vive il
mistero pasquale e diffonde la sua forza rinnovatrice in ogni
tempo e in ogni luogo. Anche ai nostri giorni l’umanità ha
bisogno di un "esodo", non di aggiustamenti
superficiali, ma di una conversione spirituale e morale. Ha
bisogno della salvezza del Vangelo, per uscire da una crisi che è
profonda e come tale richiede cambiamenti profondi, a partire
dalle coscienze.
Al Signore Gesù chiedo che in Medio Oriente, ed in
particolare nella Terra santificata dalla sua morte e
risurrezione, i Popoli compiano un "esodo" vero e
definitivo dalla guerra e dalla violenza alla pace ed alla
concordia. Alle comunità cristiane, che, specialmente in Iraq,
conoscono prove e sofferenze, il Risorto ripeta la parola carica
di consolazione e di incoraggiamento che rivolse agli Apostoli nel
Cenacolo: "Pace a voi!" (Gv 20,21).
Per quei Paesi Latino-americani e dei Caraibi che
sperimentano una pericolosa recrudescenza dei crimini legati al
narcotraffico, la Pasqua di Cristo segni la vittoria della
convivenza pacifica e del rispetto per il bene comune. La diletta
popolazione di Haiti, devastata dall’immane tragedia del
terremoto, compia il suo "esodo" dal lutto e dalla
disperazione ad una nuova speranza, sostenuta dalla solidarietà
internazionale. Gli amati cittadini cileni, prostrati da
un’altra grave catastrofe, ma sorretti dalla fede, affrontino
con tenacia l’opera di ricostruzione.
Nella forza di Gesù risorto, in Africa si ponga fine ai
conflitti che continuano a provocare distruzione e sofferenze e si
raggiunga quella pace e quella riconciliazione che sono garanzie
di sviluppo. In particolare, affido al Signore il futuro della Repubblica
Democratica del Congo, della Guinea e della Nigeria.
Il Risorto sostenga i cristiani che, per la loro fede, soffrono
la persecuzione e persino la morte, come in Pakistan. Ai Paesi
afflitti dal terrorismo e dalle discriminazioni sociali o
religiose, Egli conceda la forza di intraprendere percorsi di
dialogo e di convivenza serena. Ai responsabili di tutte le
Nazioni, la Pasqua di Cristo rechi luce e forza, perché
l’attività economica e finanziaria sia finalmente impostata
secondo criteri di verità, di giustizia e di aiuto fraterno. La
potenza salvifica della risurrezione di Cristo investa tutta
l’umanità, affinché essa superi le molteplici e tragiche
espressioni di una "cultura di morte" che tende a
diffondersi, per edificare un futuro di amore e di verità, in cui
ogni vita umana sia rispettata ed accolta.
Cari fratelli e sorelle! La Pasqua non opera alcuna magia. Come
al di là del Mar Rosso gli ebrei trovarono il deserto, così la
Chiesa, dopo la Risurrezione, trova sempre la storia con le sue
gioie e le sue speranze, i suoi dolori e le sue angosce. E
tuttavia, questa storia è cambiata, è segnata da un’alleanza
nuova ed eterna, è realmente aperta al futuro. Per questo,
salvati nella speranza, proseguiamo il nostro pellegrinaggio,
portando nel cuore il canto antico e sempre nuovo: "Cantiamo
al Signore: è veramente glorioso!".
[© Copyright 2010 - Libreria Editrice Vaticana]
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ZI10040406 - 04/04/2010
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Omelia di Benedetto XVI per la Veglia di Pasqua
ROMA, domenica, 4 aprile 2010 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di
seguito l'omelia pronunciata da Benedetto XVI nel presiedere questo
sabato, nella Basilica Vaticana, la solenne Veglia nella Notte Santa
di Pasqua.
* * *
Cari fratelli e sorelle,
un’antica leggenda giudaica tratta dal libro apocrifo "La
vita di Adamo ed Eva" racconta che Adamo, nella sua ultima
malattia, avrebbe mandato il figlio Set insieme con Eva nella
regione del Paradiso a prendere l’olio della misericordia, per
essere unto con questo e così guarito. Dopo tutto il pregare e il
piangere dei due in cerca dell’albero della vita, appare
l’Arcangelo Michele per dire loro che non avrebbero ottenuto
l’olio dell’albero della misericordia e che Adamo sarebbe dovuto
morire. In seguito, lettori cristiani hanno aggiunto a questa
comunicazione dell’Arcangelo una parola di consolazione.
L’Arcangelo avrebbe detto che dopo 5.500 anni sarebbe venuto
l’amorevole Re Cristo, il Figlio di Dio, e avrebbe unto con
l’olio della sua misericordia tutti coloro che avrebbero creduto
in Lui. "L’olio della misericordia di eternità in eternità
sarà dato a quanti dovranno rinascere dall’acqua e dallo Spirito
Santo. Allora il Figlio di Dio ricco d’amore, Cristo, discenderà
nelle profondità della terra e condurrà tuo padre nel Paradiso,
presso l’albero della misericordia". In questa leggenda
diventa visibile tutta l’afflizione dell’uomo di fronte al
destino di malattia, dolore e morte che ci è stato imposto. Si
rende evidente la resistenza che l’uomo oppone alla morte: da
qualche parte – hanno ripetutamente pensato gli uomini –
dovrebbe pur esserci l’erba medicinale contro la morte. Prima o
poi dovrebbe essere possibile trovare il farmaco non soltanto contro
questa o quella malattia, ma contro la vera fatalità – contro la
morte. Dovrebbe, insomma, esistere la medicina dell’immortalità.
Anche oggi gli uomini sono alla ricerca di tale sostanza curativa.
Pure la scienza medica attuale cerca, anche se non proprio di
escludere la morte, di eliminare tuttavia il maggior numero
possibile delle sue cause, di rimandarla sempre di più; di
procurare una vita sempre migliore e più lunga. Ma riflettiamo
ancora un momento: come sarebbe veramente, se si riuscisse, magari
non ad escludere totalmente la morte, ma a rimandarla
indefinitamente, a raggiungere un’età di parecchie centinaia di
anni? Sarebbe questa una cosa buona? L’umanità invecchierebbe in
misura straordinaria, per la gioventù non ci sarebbe più posto. Si
spegnerebbe la capacità dell’innovazione e una vita interminabile
sarebbe non un paradiso, ma piuttosto una condanna. La vera erba
medicinale contro la morte dovrebbe essere diversa. Non dovrebbe
portare semplicemente un prolungamento indefinito di questa vita
attuale. Dovrebbe trasformare la nostra vita dal di dentro. Dovrebbe
creare in noi una vita nuova, veramente capace di eternità:
dovrebbe trasformarci in modo tale da non finire con la morte, ma da
iniziare solo con essa in pienezza. Ciò che è nuovo ed emozionante
del messaggio cristiano, del Vangelo di Gesù Cristo, era ed è
tuttora questo, che ci viene detto: sì, quest’erba medicinale
contro la morte, questo vero farmaco dell’immortalità esiste. È
stato trovato. È accessibile. Nel Battesimo questa medicina ci
viene donata. Una vita nuova inizia in noi, una vita nuova che
matura nella fede e non viene cancellata dalla morte della vecchia
vita, ma che solo allora viene portata pienamente alla luce.
A questo alcuni, forse molti risponderanno: il messaggio, certo,
lo sento, però mi manca la fede. E anche chi vuole credere chiederà:
ma è davvero così? Come dobbiamo immaginarcelo? Come si svolge
questa trasformazione della vecchia vita, così che si formi in essa
la vita nuova che non conosce la morte? Ancora una volta un antico
scritto giudaico può aiutarci ad avere un’idea di quel processo
misterioso che inizia in noi col Battesimo. Lì si racconta come il
progenitore Enoch venne rapito fino al trono di Dio. Ma egli si
spaventò di fronte alle gloriose potestà angeliche e, nella sua
debolezza umana, non poté contemplare il Volto di Dio. "Allora
Dio disse a Michele – così prosegue il libro di Enoch –:
‘Prendi Enoch e togligli le vesti terrene. Ungilo con olio soave e
rivestilo con abiti di gloria!’ E Michele mi tolse le mie vesti,
mi unse di olio soave, e quest’olio era più di una luce
radiosa… Il suo splendore era simile ai raggi del sole. Quando mi
guardai, ecco che ero come uno degli esseri gloriosi" (Ph. Rech,
Inbild des Kosmos, II 524).
Precisamente questo – l’essere rivestiti col nuovo abito di
Dio – avviene nel Battesimo; così ci dice la fede cristiana.
Certo, questo cambio delle vesti è un percorso che dura tutta la
vita. Ciò che avviene nel Battesimo è l’inizio di un processo
che abbraccia tutta la nostra vita – ci rende capaci di eternità,
così che nell’abito di luce di Gesù Cristo possiamo apparire al
cospetto di Dio e vivere con Lui per sempre.
Nel rito del Battesimo ci sono due elementi in cui questo evento
si esprime e diventa visibile anche come esigenza per la nostra
ulteriore vita. C’è anzitutto il rito delle rinunce e delle
promesse. Nella Chiesa antica, il battezzando si volgeva verso
occidente, simbolo delle tenebre, del tramonto del sole, della morte
e quindi del dominio del peccato. Il battezzando si volgeva in
quella direzione e pronunciava un triplice "no": al
diavolo, alle sue pompe e al peccato. Con la strana parola
"pompe", cioè lo sfarzo del diavolo, si indicava lo
splendore dell’antico culto degli dèi e dell’antico teatro, in
cui si provava gusto vedendo persone vive sbranate da bestie feroci.
Così questo era il rifiuto di un tipo di cultura che incatenava
l’uomo all’adorazione del potere, al mondo della cupidigia, alla
menzogna, alla crudeltà. Era un atto di liberazione
dall’imposizione di una forma di vita, che si offriva come piacere
e, tuttavia, spingeva verso la distruzione di ciò che nell’uomo
sono le sue qualità migliori. Questa rinuncia – con un
procedimento meno drammatico – costituisce anche oggi una parte
essenziale del Battesimo. In esso leviamo le "vesti
vecchie" con le quali non si può stare davanti a Dio. Detto
meglio: cominciamo a deporle. Questa rinuncia è, infatti, una
promessa in cui diamo la mano a Cristo, affinché Egli ci guidi e ci
rivesta. Quali siano le "vesti" che deponiamo, quale sia
la promessa che pronunciamo, si rende evidente quando leggiamo, nel
quinto capitolo della Lettera ai Galati, che cosa Paolo
chiami "opere della carne" – termine che significa
precisamente le vesti vecchie da deporre. Paolo le designa così:
"fornicazione, impurità, dissolutezza, idolatria, stregonerie,
inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni,
invidie, ubriachezze, orge e cose del genere" (Gal
5,19ss). Sono queste le vesti che deponiamo; sono vesti della morte.
Poi il battezzando nella Chiesa antica si volgeva verso oriente
– simbolo della luce, simbolo del nuovo sole della storia, nuovo
sole che sorge, simbolo di Cristo. Il battezzando determina la nuova
direzione della sua vita: la fede nel Dio trinitario al quale egli
si consegna. Così Dio stesso ci veste dell’abito di luce,
dell’abito della vita. Paolo chiama queste nuove "vesti"
"frutto dello Spirito" e le descrive con le seguenti
parole: "amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà,
fedeltà, mitezza, dominio di sé" (Gal 5,22).
Nella Chiesa antica, il battezzando veniva poi veramente
spogliato delle sue vesti. Egli scendeva nel fonte battesimale e
veniva immerso tre volte – un simbolo della morte che esprime
tutta la radicalità di tale spogliazione e di tale cambio di veste.
Questa vita, che comunque è votata alla morte, il battezzando la
consegna alla morte, insieme con Cristo, e da Lui si lascia
trascinare e tirare su nella vita nuova che lo trasforma per
l’eternità. Poi, risalendo dalle acque battesimali, i neofiti
venivano rivestiti con la veste bianca, la veste di luce di Dio, e
ricevevano la candela accesa come segno della nuova vita nella luce
che Dio stesso aveva accesa in essi. Lo sapevano: avevano ottenuto
il farmaco dell’immortalità, che ora, nel momento di ricevere la
santa Comunione, prendeva pienamente forma. In essa riceviamo il
Corpo del Signore risorto e veniamo, noi stessi, attirati in questo
Corpo, così che siamo già custoditi in Colui che ha vinto la morte
e ci porta attraverso la morte.
Nel corso dei secoli, i simboli sono diventati più scarsi, ma
l’avvenimento essenziale del Battesimo è tuttavia rimasto lo
stesso. Esso non è solo un lavacro, ancor meno un’accoglienza un
po’ complicata in una nuova associazione. È morte e risurrezione,
rinascita alla nuova vita.
Sì, l’erba medicinale contro la morte esiste. Cristo è
l’albero della vita reso nuovamente accessibile. Se ci atteniamo a
Lui, allora siamo nella vita. Per questo canteremo in questa notte
della risurrezione, con tutto il cuore, l’alleluia, il canto della
gioia che non ha bisogno di parole. Per questo Paolo può dire ai
Filippesi: "Siate sempre lieti nel Signore, ve lo ripeto: siate
lieti!" (Fil 4,4). La gioia non la si può comandare. La
si può solo donare. Il Signore risorto ci dona la gioia: la vera
vita. Noi siamo ormai per sempre custoditi nell’amore di Colui al
quale è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra (cfr Mt
28,18). Così chiediamo, certi di essere esauditi, con la preghiera
sulle offerte che la Chiesa eleva in questa notte: Accogli, Signore,
le preghiere del tuo popolo insieme con le offerte sacrificali,
perché ciò che con i misteri pasquali ha avuto inizio ci giovi,
per opera tua, come medicina per l’eternità. Amen.
[© Copyright 2010 - Libreria Editrice Vaticana]
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