ZI11042407 - 24/04/2011
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Benedetto XVI: la risurrezione di Cristo, un fatto, non una
speculazione
Centra il messaggio pasquale sull'evento alla base del
cristianesimo
CITTA' DEL VATICANO, domenica, 24 aprile 2011 (ZENIT.org).- Nel
suo messaggio di Pasqua, Papa Benedetto XVI ha voluto sottolineare
che “la risurrezione di Cristo non è il frutto di una
speculazione, di un’esperienza mistica”, ma un fatto.
“E' un avvenimento, che certamente oltrepassa la storia, ma che
avviene in un momento preciso della storia e lascia in essa
un’impronta indelebile”, ha affermato dopo mezzogiorno
rivolgendosi dalla loggia centrale della Basilica Vaticana agli
oltre 70.000 pellegrini che gremivano Piazza San Pietro.
Ancora una volta, come fa ogni Domenica di Risurrezione dall'inizio
del suo pontificato, il Papa ha sottolineato il fatto storico nel
quale il cristianesimo trova le sue basi.
“Fino ad oggi – anche nella nostra era di comunicazioni
ultratecnologiche – la fede dei cristiani si basa su
quell’annuncio, sulla testimonianza di quelle sorelle e di quei
fratelli che hanno visto prima il masso rovesciato e la tomba
vuota”, ha dichiarato.
“La risurrezione di Cristo non è il frutto di una speculazione,
di un’esperienza mistica: è un avvenimento, che certamente
oltrepassa la storia, ma che avviene in un momento preciso della
storia e lascia in essa un’impronta indelebile”.
“La luce che abbagliò le guardie poste a vigilare il sepolcro di
Gesù ha attraversato il tempo e lo spazio. E’ una luce diversa,
divina, che ha squarciato le tenebre della morte e ha portato nel
mondo lo splendore di Dio, lo splendore della Verità e del Bene”.
Di fronte a un autentico tripudio di fiori, portati e composti da
fiorai olandesi, il Pontefice ha proseguito nel suo messaggio
pasquale osservando che “come i raggi del sole, a primavera, fanno
spuntare e schiudere le gemme sui rami degli alberi, così
l’irradiazione che promana dalla Risurrezione di Cristo dà forza
e significato ad ogni speranza umana, ad ogni attesa, desiderio,
progetto”.
“In Cielo tutto è pace e letizia. Ma non è così, purtroppo,
sulla terra!”, ha riconosciuto il Vescovo di Roma, che ha poi
citato tutti gli angoli del pianeta che soffrono per situazioni di
“miseria, fame, malattie, guerre, violenze”.
“Eppure, proprio per questo Cristo è morto ed è risorto! E’
morto anche a causa dei nostri peccati di oggi, ed è risorto anche
per la redenzione della nostra storia di oggi”, ha concluso,
riassumendo il messaggio centrale che i cristiani continuano ad
annunciare duemila anni dopo quell'evento.
Il Pontefice ha poi pronunciato i suoi auguri per la Pasqua in 65
lingue.
In italiano ha detto: “Buona Pasqua a voi, uomini e donne di Roma
e d’Italia! Il Signore Risorto risvegli nei singoli, nelle
famiglie e nelle comunità un desiderio ancor più grande di unità
e di concordia. Ponete la vostra fiducia nella forza della croce e
della risurrezione di Cristo; una forza che sostiene quanti si
impegnano generosamente per il bene comune”.
Questa domenica pomeriggio, il Papa si è ritirato nella residenza
pontificia di Castel Gandolfo. Tornerà a Roma per presiedere la
beatificazione di Giovanni Paolo II, il 1° maggio, Domenica della
Divina Misericordia.
ZI11042403 - 24/04/2011
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Messaggio di Pasqua di Benedetto XVI
“Nella tua risurrezione, o Cristo, gioiscano i cieli e la
terra”
CITTA' DEL VATICANO, domenica, 24 aprile 2011 (ZENIT.org).-
Pubblichiamo il messaggio di Pasqua che Benedetto XVI ha rivolto
dalla loggia centrale della Basilica di San Pietro in Vaticano a
mezzogiorno della Domenica di Risurrezione.
* * *
"In resurrectione tua, Christe, caeli et terra
laetentur – Nella tua risurrezione, o Cristo, gioiscano i
cieli e la terra" (Lit. Hor.).
Cari fratelli e sorelle di Roma e del mondo intero!
Il mattino di Pasqua ci ha riportato l’annuncio antico e
sempre nuovo: Cristo è risorto! L’eco di questo avvenimento,
partita da Gerusalemme venti secoli fa, continua a risuonare nella
Chiesa, che porta viva nel cuore la fede vibrante di Maria, la
Madre di Gesù, la fede di Maddalena e delle altre donne, che per
prime videro il sepolcro vuoto, la fede di Pietro e degli altri
Apostoli.
Fino ad oggi – anche nella nostra era di comunicazioni
ultratecnologiche – la fede dei cristiani si basa su
quell’annuncio, sulla testimonianza di quelle sorelle e di quei
fratelli che hanno visto prima il masso rovesciato e la tomba
vuota, poi i misteriosi messaggeri i quali attestavano che Gesù,
il Crocifisso, era risorto; quindi Lui stesso, il Maestro e
Signore, vivo e tangibile, apparso a Maria di Magdala, ai due
discepoli di Emmaus, infine a tutti gli undici, riuniti nel
Cenacolo (cfr Mc 16,9-14).
La risurrezione di Cristo non è il frutto di una speculazione,
di un’esperienza mistica: è un avvenimento, che certamente
oltrepassa la storia, ma che avviene in un momento preciso della
storia e lascia in essa un’impronta indelebile. La luce che
abbagliò le guardie poste a vigilare il sepolcro di Gesù ha
attraversato il tempo e lo spazio. E’ una luce diversa, divina,
che ha squarciato le tenebre della morte e ha portato nel mondo lo
splendore di Dio, lo splendore della Verità e del Bene.
Come i raggi del sole, a primavera, fanno spuntare e schiudere
le gemme sui rami degli alberi, così l’irradiazione che promana
dalla Risurrezione di Cristo dà forza e significato ad ogni
speranza umana, ad ogni attesa, desiderio, progetto. Per questo il
cosmo intero oggi gioisce, coinvolto nella primavera dell’umanità,
che si fa interprete del muto inno di lode del creato. L’alleluia
pasquale, che risuona nella Chiesa pellegrina nel mondo, esprime
l’esultanza silenziosa dell’universo, e soprattutto
l’anelito di ogni anima umana sinceramente aperta a Dio, anzi,
riconoscente per la sua infinita bontà, bellezza e verità.
"Nella tua risurrezione, o Cristo, gioiscano i cieli e la
terra". A questo invito alla lode, che si leva oggi dal cuore
della Chiesa, i "cieli" rispondono pienamente: le
schiere degli angeli, dei santi e dei beati si uniscono unanimi
alla nostra esultanza. In Cielo tutto è pace e letizia. Ma non è
così, purtroppo, sulla terra! Qui, in questo nostro mondo, l’alleluia
pasquale contrasta ancora con i lamenti e le grida che provengono
da tante situazioni dolorose: miseria, fame, malattie, guerre,
violenze. Eppure, proprio per questo Cristo è morto ed è
risorto! E’ morto anche a causa dei nostri peccati di oggi, ed
è risorto anche per la redenzione della nostra storia di oggi.
Perciò, questo mio messaggio vuole raggiungere tutti e, come
annuncio profetico, soprattutto i popoli e le comunità che stanno
soffrendo un’ora di passione, perché Cristo Risorto apra loro
la via della libertà, della giustizia e della pace.
Possa gioire la Terra che, per prima, è stata inondata dalla
luce del Risorto. Il fulgore di Cristo raggiunga anche i Popoli
del Medio Oriente, affinché la luce della pace e della dignità
umana vinca le tenebre della divisione, dell’odio e delle
violenze. In Libia la diplomazia ed il dialogo prendano il posto
delle armi e si favorisca, nell’attuale situazione conflittuale,
l’accesso dei soccorsi umanitari a quanti soffrono le
conseguenze dello scontro. Nei Paesi dell’Africa settentrionale
e del Medio Oriente, tutti i cittadini - ed in particolare i
giovani - si adoperino per promuovere il bene comune e per
costruire società, dove la povertà sia sconfitta ed ogni scelta
politica risulti ispirata dal rispetto per la persona umana. Ai
tanti profughi e ai rifugiati, che provengono da vari Paesi
africani e sono stati costretti a lasciare gli affetti più cari
arrivi la solidarietà di tutti; gli uomini di buona volontà
siano illuminati ad aprire il cuore all’accoglienza, affinché
in modo solidale e concertato si possa venire incontro alle
necessità impellenti di tanti fratelli; a quanti si prodigano in
generosi sforzi e offrono esemplari testimonianze in questa
direzione giunga il nostro conforto e apprezzamento.
Possa ricomporsi la civile convivenza tra le popolazioni della
Costa d’Avorio, dove è urgente intraprendere un cammino di
riconciliazione e di perdono per curare le profonde ferite
provocate dalle recenti violenze. Possano trovare consolazione e
speranza la terra del Giappone, mentre affronta le drammatiche
conseguenze del recente terremoto, e i Paesi che nei mesi scorsi
sono stati provati da calamità naturali che hanno seminato dolore
e angoscia.
Gioiscano i cieli e la terra per la testimonianza di quanti
soffrono contraddizioni, o addirittura persecuzioni per la propria
fede nel Signore Gesù. L’annuncio della sua vittoriosa
risurrezione infonda in loro coraggio e fiducia.
Cari fratelli e sorelle! Cristo risorto cammina davanti a noi
verso i nuovi cieli e la terra nuova (cfr Ap 21,1), in cui
finalmente vivremo tutti come un’unica famiglia, figli dello
stesso Padre. Lui è con noi fino alla fine dei tempi. Camminiamo
dietro a Lui, in questo mondo ferito, cantando l’alleluia.
Nel nostro cuore c’è gioia e dolore, sul nostro viso sorrisi e
lacrime. Così è la nostra realtà terrena. Ma Cristo è risorto,
è vivo e cammina con noi. Per questo cantiamo e camminiamo,
fedeli al nostro impegno in questo mondo, con lo sguardo rivolto
al Cielo.
Buona Pasqua a tutti!
[© Copyright 2011 - Libreria Editrice Vaticana]
ZI11042408 - 24/04/2011
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Benedetto XVI chiede dialogo per la Libia e il Medio Oriente
E solidarietà per i rifugiati dei Paesi africani
CITTA' DEL VATICANO, domenica, 24 aprile 2011 (ZENIT.org).-
Benedetto XVI ha lanciato messaggi controcorrente questa Domenica
di Risurrezione chiedendo dialogo per superare i conflitti in
Libia e Medio Oriente e solidarietà nei confronti dei rifugiati
provenienti dall'Africa.
Alla luce del fatto storico della risurrezione di Cristo, il
Pontefice ha voluto che il suo messaggio di Pasqua raggiungesse
tutti i popoli “e, come annuncio profetico, soprattutto i popoli
e le comunità che stanno soffrendo un’ora di passione, perché
Cristo Risorto apra loro la via della libertà, della giustizia e
della pace”.
Prima di porgere i suoi auguri per la Pasqua in 65 lingue, ha
auspicato che “il fulgore di Cristo raggiunga anche i popoli del
Medio Oriente, affinché la luce della pace e della dignità umana
vinca le tenebre della divisione, dell’odio e delle violenze”.
“In Libia la diplomazia ed il dialogo prendano il posto delle
armi e si favorisca, nell’attuale situazione conflittuale,
l’accesso dei soccorsi umanitari a quanti soffrono le
conseguenze dello scontro”, ha aggiunto.
Ha poi auspicato che “nei Paesi dell’Africa settentrionale e
del Medio Oriente, tutti i cittadini - ed in particolare i giovani
- si adoperino per promuovere il bene comune e per costruire
società, dove la povertà sia sconfitta ed ogni scelta politica
risulti ispirata dal rispetto per la persona umana”.
“Ai tanti profughi e ai rifugiati, che provengono da vari Paesi
africani e sono stati costretti a lasciare gli affetti più cari
arrivi la solidarietà di tutti”, ha proseguito. “Gli uomini
di buona volontà siano illuminati ad aprire il cuore
all’accoglienza, affinché in modo solidale e concertato si
possa venire incontro alle necessità impellenti di tanti
fratelli”.
Per questo, ha offerto il “conforto e apprezzamento” dei
cristiani “a quanti si prodigano in generosi sforzi e offrono
esemplari testimonianze in questa direzione”.
Benedetto XVI ha quindi affrontato il conflitto civile che vive la
Costa d'Avorio, “dove è urgente intraprendere un cammino di
riconciliazione e di perdono per curare le profonde ferite
provocate dalle recenti violenze”.
Non ha poi dimenticato il Giappone, “mentre affronta le
drammatiche conseguenze del recente terremoto”, auspicando che
possa trovare “consolazione e speranza”, così come “i Paesi
che nei mesi scorsi sono stati provati da calamità naturali che
hanno seminato dolore e angoscia”.
“Gioiscano i cieli e la terra per la testimonianza di quanti
soffrono contraddizioni, o addirittura persecuzioni per la propria
fede nel Signore Gesù. L’annuncio della sua vittoriosa
risurrezione infonda in loro coraggio e fiducia”, ha affermato
il Santo Padre.
“Nel nostro cuore c’è gioia e dolore, sul nostro viso sorrisi
e lacrime. Così è la nostra realtà terrena – ha concluso –.
Ma Cristo è risorto, è vivo e cammina con noi. Per questo
cantiamo e camminiamo, fedeli al nostro impegno in questo mondo,
con lo sguardo rivolto al Cielo”.
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ZI11042402 - 24/04/2011
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Il Papa a Pasqua: l'uomo non è un prodotto casuale
dell'evoluzione
Nell'Amore creatore e redentore, presenta la speranza
dell'esistenza
CITTA' DEL VATICANO, domenica, 24 aprile 2011 (ZENIT.org).-
L'uomo non è il prodotto casuale dell'evoluzione, ma dell'Amore
creatore e redentore di Dio che dà senso alla vita, ha spiegato
Papa Benedetto XVI nella Veglia pasquale.
Presiedendo la “madre di tutte le veglie” e battezzando sei
catecumeni di Svizzera, Albania, Russia, Perù, Singapore e Cina, il
Pontefice ha voluto rispondere nell'omelia alle domande di ogni uomo
e di ogni donna sull'origine e il destino della propria esistenza.
“Se l’uomo fosse soltanto un prodotto casuale dell’evoluzione
in qualche posto al margine dell’universo, allora la sua vita
sarebbe priva di senso o addirittura un disturbo della natura”, ha
affermato.
“Invece no”, ha aggiunto, perché l'essere umano è stato creato
da Dio, che è Amore, perché è Ragione.
“E siccome è Ragione, essa ha creato anche la libertà; e siccome
della libertà si può fare uso indebito, esiste anche ciò che è
avverso alla creazione”, ha riconosciuto.
“Ma nonostante questa contraddizione, la creazione come tale
rimane buona, la vita rimane buona, perché all’origine sta la
Ragione buona, l’amore creatore di Dio. Per questo il mondo può
essere salvato”, ha indicato spiegando il messaggio di speranza
che lasciano la Passione, la Morte e la Risurrezione di Cristo.
Per questo, “possiamo e dobbiamo metterci dalla parte della
ragione, della libertà e dell’amore – dalla parte di Dio che ci
ama così tanto che Egli ha sofferto per noi, affinché dalla sua
morte potesse sorgere una vita nuova, definitiva, risanata”.
La celebrazione si è aperta nell’atrio antistante la Basilica di
San Pietro, dove è avvenuto il rito della benedizione del fuoco e
della preparazione del Cero pasquale, donato dalla Comunità
Neocatecumenale di Roma.
In Basilica, il passaggio dal buio alla luce ha simboleggiato
l’ingresso della Luce che è Cristo, Via, Verità e Vita, nel
mondo tenebroso del peccato, della solitudine e della morte, come ha
spiegato monsignor Guido Marini, maestro delle Celebrazioni
liturgiche pontificie.
Il servizio liturgico è stato svolto dagli studenti dei Legionari
di Cristo.
ZI11042401 - 24/04/2011
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Omelia di Benedetto XVI nella Veglia pasquale
“La Chiesa non è una qualsiasi associazione che si occupa dei
bisogni religiosi”
CITTA' DEL VATICANO, domenica, 24 aprile 2011 (ZENIT.org).-
Pubblichiamo l'omelia che Benedetto XVI ha pronunciato nella Veglia
della Notte Santa di Pasqua nella Basilica di San Pietro in
Vaticano. Nella liturgia battesimale, il Papa ha battezzato sei
catecumeni di diversi Paesi.
* * *
Cari fratelli e sorelle
Due grandi segni caratterizzano la celebrazione liturgica della
Veglia Pasquale. C’è innanzitutto il fuoco che diventa luce. La
luce del cero pasquale, che nella processione attraverso la chiesa
avvolta nel buio della notte diventa un’onda di luci, ci parla di
Cristo quale vera stella del mattino, che non tramonta in eterno –
del Risorto nel quale la luce ha vinto le tenebre. Il secondo segno
è l’acqua. Essa richiama, da una parte, le acque del Mar Rosso,
lo sprofondamento e la morte, il mistero della Croce. Poi però ci
si presenta come acqua sorgiva, come elemento che dà vita nella
siccità. Diventa così l’immagine del Sacramento del Battesimo,
che ci rende partecipi della morte e risurrezione di Gesù Cristo.
Della liturgia della Veglia Pasquale, tuttavia, fanno parte non
soltanto i grandi segni della creazione, luce e acqua.
Caratteristica del tutto essenziale della Veglia è anche il fatto
che essa ci conduce ad un ampio incontro con la parola della Sacra
Scrittura. Prima della riforma liturgica c’erano dodici letture
veterotestamentarie e due neotestamentarie. Quelle del Nuovo
Testamento sono rimaste. Il numero delle letture dell’Antico
Testamento è stato fissato a sette, ma può, a seconda delle
situazioni locali, essere ridotto anche a tre letture. La Chiesa
vuole condurci, attraverso una grande visione panoramica, lungo la
via della storia della salvezza, dalla creazione attraverso
l’elezione e la liberazione di Israele fino alle testimonianze
profetiche, con le quali tutta questa storia si dirige sempre più
chiaramente verso Gesù Cristo. Nella tradizione liturgica tutte
queste letture venivano chiamate profezie. Anche quando non sono
direttamente preannunci di avvenimenti futuri, esse hanno un
carattere profetico, ci mostrano l’intimo fondamento e
l’orientamento della storia. Esse fanno in modo che la creazione e
la storia diventino trasparenti all’essenziale. Così ci prendono
per mano e ci conducono verso Cristo, ci mostrano la vera Luce.
Il cammino attraverso le vie della Sacra Scrittura comincia,
nella Veglia Pasquale, con il racconto della creazione. Con ciò la
liturgia vuole dirci che anche il racconto della creazione è una
profezia. Non è un’informazione sullo svolgimento esteriore del
divenire del cosmo e dell’uomo. I Padri della Chiesa ne erano ben
consapevoli. Non intesero tale racconto come narrazione sullo
svolgimento delle origini delle cose, bensì quale rimando
all’essenziale, al vero principio e al fine del nostro essere.
Ora, ci si può chiedere: ma è veramente importante nella Veglia
Pasquale parlare anche della creazione? Non si potrebbe cominciare
con gli avvenimenti in cui Dio chiama l’uomo, si forma un popolo e
crea la sua storia con gli uomini sulla terra? La risposta deve
essere: no. Omettere la creazione significherebbe fraintendere la
stessa storia di Dio con gli uomini, sminuirla, non vedere più il
suo vero ordine di grandezza. Il raggio della storia che Dio ha
fondato giunge fino alle origini, fino alla creazione. La nostra
professione di fede inizia con le parole: "Credo in Dio, Padre
onnipotente, Creatore del cielo e della terra". Se omettiamo
questo primo articolo del Credo, l’intera storia della
salvezza diventa troppo ristretta e troppo piccola. La Chiesa non è
una qualsiasi associazione che si occupa dei bisogni religiosi degli
uomini, ma che ha, appunto, lo scopo limitato di tale associazione.
No, essa porta l’uomo in contatto con Dio e quindi con il
principio di ogni cosa. Per questo Dio ci riguarda come Creatore, e
per questo abbiamo una responsabilità per la creazione. La nostra
responsabilità si estende fino alla creazione, perché essa
proviene dal Creatore. Solo perché Dio ha creato il tutto, può
darci vita e guidare la nostra vita. La vita nella fede della Chiesa
non abbraccia soltanto un ambito di sensazioni e di sentimenti e
forse di obblighi morali. Essa abbraccia l’uomo nella sua
interezza, dalle sue origini e in prospettiva dell’eternità. Solo
perché la creazione appartiene a Dio, noi possiamo far affidamento
su di Lui fino in fondo. E solo perché Egli è Creatore, può darci
la vita per l’eternità. La gioia per la creazione, la gratitudine
per la creazione e la responsabilità per essa vanno una insieme
all’altra.
Il messaggio centrale del racconto della creazione si lascia
determinare ancora più precisamente. San Giovanni, nelle prime
parole del suo Vangelo, ha riassunto il significato essenziale di
tale racconto in quest’unica frase: "In principio era il
Verbo". In effetti, il racconto della creazione che abbiamo
ascoltato prima è caratterizzato dalla frase che ricorre con
regolarità: "Dio disse…". Il mondo è un prodotto della
Parola, del Logos, come si esprime Giovanni con un termine
centrale della lingua greca. "Logos" significa
"ragione", "senso", "parola". Non è
soltanto ragione, ma Ragione creatrice che parla e che comunica se
stessa. È Ragione che è senso e che crea essa stessa senso. Il
racconto della creazione ci dice, dunque, che il mondo è un
prodotto della Ragione creatrice. E con ciò esso ci dice che
all’origine di tutte le cose non stava ciò che è senza ragione,
senza libertà, bensì il principio di tutte le cose è la Ragione
creatrice, è l’amore, è la libertà. Qui ci troviamo di fronte
all’alternativa ultima che è in gioco nella disputa tra fede ed
incredulità: sono l’irrazionalità, l’assenza di libertà e il
caso il principio di tutto, oppure sono ragione, libertà, amore il
principio dell’essere? Il primato spetta all’irrazionalità o
alla ragione? È questa la domanda di cui si tratta in ultima
analisi. Come credenti rispondiamo con il racconto della creazione e
con san Giovanni: all’origine sta la ragione. All’origine sta la
libertà. Per questo è cosa buona essere una persona umana. Non è
così che nell’universo in espansione, alla fine, in un piccolo
angolo qualsiasi del cosmo si formò per caso anche una qualche
specie di essere vivente, capace di ragionare e di tentare di
trovare nella creazione una ragione o di portarla in essa. Se
l’uomo fosse soltanto un tale prodotto casuale dell’evoluzione
in qualche posto al margine dell’universo, allora la sua vita
sarebbe priva di senso o addirittura un disturbo della natura.
Invece no: la Ragione è all’inizio, la Ragione creatrice, divina.
E siccome è Ragione, essa ha creato anche la libertà; e siccome
della libertà si può fare uso indebito, esiste anche ciò che è
avverso alla creazione. Per questo si estende, per così dire, una
spessa linea oscura attraverso la struttura dell’universo e
attraverso la natura dell’uomo. Ma nonostante questa
contraddizione, la creazione come tale rimane buona, la vita rimane
buona, perché all’origine sta la Ragione buona, l’amore
creatore di Dio. Per questo il mondo può essere salvato. Per questo
possiamo e dobbiamo metterci dalla parte della ragione, della libertà
e dell’amore – dalla parte di Dio che ci ama così tanto che
Egli ha sofferto per noi, affinché dalla sua morte potesse sorgere
una vita nuova, definitiva, risanata.
Il racconto veterotestamentario della creazione, che abbiamo
ascoltato, indica chiaramente quest’ordine delle realtà. Ma ci fa
fare un passo ancora più avanti. Ha strutturato il processo della
creazione nel quadro di una settimana che va verso il Sabato,
trovando in esso il suo compimento. Per Israele, il Sabato era il
giorno in cui tutti potevano partecipare al riposo di Dio, in cui
uomo e animale, padrone e schiavo, grandi e piccoli erano uniti
nella libertà di Dio. Così il Sabato era espressione
dell’alleanza tra Dio e uomo e la creazione. In questo modo, la
comunione tra Dio e uomo non appare come qualcosa di aggiunto,
instaurato successivamente in un mondo la cui creazione era già
terminata. L’alleanza, la comunione tra Dio e l’uomo, è
predisposta nel più profondo della creazione. Sì, l’alleanza è
la ragione intrinseca della creazione come la creazione è il
presupposto esteriore dell’alleanza. Dio ha fatto il mondo, perché
ci sia un luogo dove Egli possa comunicare il suo amore e dal quale
la risposta d’amore ritorni a Lui. Davanti a Dio, il cuore
dell’uomo che gli risponde è più grande e più importante
dell’intero immenso cosmo materiale che, certamente, ci lascia
intravedere qualcosa della grandezza di Dio. A Pasqua e
dall’esperienza pasquale dei cristiani, però, dobbiamo ora fare
ancora un ulteriore passo. Il Sabato è il settimo giorno della
settimana. Dopo sei giorni, in cui l’uomo partecipa, in un certo
senso, al lavoro della creazione di Dio, il Sabato è il giorno del
riposo. Ma nella Chiesa nascente è successo qualcosa di inaudito:
al posto del Sabato, del settimo giorno, subentra il primo giorno.
Come giorno dell’assemblea liturgica, esso è il giorno
dell’incontro con Dio mediante Gesù Cristo, il quale nel primo
giorno, la Domenica, ha incontrato i suoi come Risorto dopo che essi
avevano trovato vuoto il sepolcro. La struttura della settimana è
ora capovolta. Essa non è più diretta verso il settimo giorno, per
partecipare in esso al riposo di Dio. Essa inizia con il primo
giorno come giorno dell’incontro con il Risorto. Questo incontro
avviene sempre nuovamente nella celebrazione dell’Eucaristia, in
cui il Signore entra di nuovo in mezzo ai suoi e si dona a loro, si
lascia, per così dire, toccare da loro, si mette a tavola con loro.
Questo cambiamento è un fatto straordinario, se si considera che il
Sabato, il settimo giorno come giorno dell’incontro con Dio, è
profondamente radicato nell’Antico Testamento. Se teniamo presente
quanto il corso dal lavoro verso il giorno del riposo corrisponda
anche ad una logica naturale, la drammaticità di tale svolta
diventa ancora più evidente. Questo processo rivoluzionario, che si
è verificato subito all’inizio dello sviluppo della Chiesa, è
spiegabile soltanto col fatto che in tale giorno era successo
qualcosa di inaudito. Il primo giorno della settimana era il terzo
giorno dopo la morte di Gesù. Era il giorno in cui Egli si era
mostrato ai suoi come il Risorto. Questo incontro, infatti, aveva in
sé qualcosa di sconvolgente. Il mondo era cambiato. Colui che era
morto viveva di una vita, che non era più minacciata da alcuna
morte. Si era inaugurata una nuova forma di vita, una nuova
dimensione della creazione. Il primo giorno, secondo il racconto
della Genesi, è il giorno in cui prende inizio la creazione.
Ora esso era diventato in un modo nuovo il giorno della creazione,
era diventato il giorno della nuova creazione. Noi celebriamo il
primo giorno. Con ciò celebriamo Dio, il Creatore, e la sua
creazione. Sì, credo in Dio, Creatore del cielo e della terra. E
celebriamo il Dio che si è fatto uomo, ha patito, è morto ed è
stato sepolto ed è risorto. Celebriamo la vittoria definitiva del
Creatore e della sua creazione. Celebriamo questo giorno come
origine e, al tempo stesso, come meta della nostra vita. Lo
celebriamo perché ora, grazie al Risorto, vale in modo definitivo
che la ragione è più forte dell’irrazionalità, la verità più
forte della menzogna, l’amore più forte della morte. Celebriamo
il primo giorno, perché sappiamo che la linea oscura che attraversa
la creazione non rimane per sempre. Lo celebriamo, perché sappiamo
che ora vale definitivamente ciò che è detto alla fine del
racconto della creazione: "Dio vide quanto aveva fatto, ed
ecco, era cosa molto buona" (Gen 1,31). Amen.
[© Copyright 2011 - Libreria Editrice Vaticana]
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