CITTA' DEL VATICANO, domenica, 17 aprile 2011 (ZENIT.org).-
Pubblichiamo di seguito l'omelia pronunciata da Benedetto XVI nel
presiedere, in piazza San Pietro, la solenne celebrazione liturgica
della Domenica delle Palme e della Passione del Signore.
* * *
Cari fratelli e sorelle,
cari giovani!
Ci commuove nuovamente ogni anno, nella Domenica delle Palme,
salire assieme a Gesù il monte verso il santuario, accompagnarLo
lungo la via verso l’alto. In questo giorno, su tutta la faccia
della terra e attraverso tutti i secoli, giovani e gente di ogni età
Lo acclamano gridando: "Osanna al figlio di Davide! Benedetto
colui che viene nel nome del Signore!"
Ma che cosa facciamo veramente quando ci inseriamo in tale
processione – nella schiera di coloro che insieme con Gesù salivano
a Gerusalemme e Lo acclamavano come re di Israele? È qualcosa di più
di una cerimonia, di una bella usanza? Ha forse a che fare con la vera
realtà della nostra vita, del nostro mondo? Per trovare la risposta,
dobbiamo innanzitutto chiarire che cosa Gesù stesso abbia in realtà
voluto e fatto. Dopo la professione di fede, che Pietro aveva fatto a
Cesarea di Filippo, nell’estremo nord della Terra Santa, Gesù si
era incamminato come pellegrino verso Gerusalemme per le festività
della Pasqua. È in cammino verso il tempio nella Città Santa, verso
quel luogo che per Israele garantiva in modo particolare la vicinanza
di Dio al suo popolo. È in cammino verso la comune festa della
Pasqua, memoriale della liberazione dall’Egitto e segno della
speranza nella liberazione definitiva. Egli sa che Lo aspetta una
nuova Pasqua e che Egli stesso prenderà il posto degli agnelli
immolati, offrendo se stesso sulla Croce. Sa che, nei doni misteriosi
del pane e del vino, si donerà per sempre ai suoi, aprirà loro la
porta verso una nuova via di liberazione, verso la comunione con il
Dio vivente. È in cammino verso l’altezza della Croce, verso il
momento dell’amore che si dona. Il termine ultimo del suo
pellegrinaggio è l’altezza di Dio stesso, alla quale Egli vuole
sollevare l’essere umano.
La nostra processione odierna vuole quindi essere l’immagine di
qualcosa di più profondo, immagine del fatto che, insieme con Gesù,
c’incamminiamo per il pellegrinaggio: per la via alta verso il Dio
vivente. È di questa salita che si tratta. È il cammino a cui Gesù
ci invita. Ma come possiamo noi tenere il passo in questa salita? Non
oltrepassa forse le nostre forze? Sì, è al di sopra delle nostre
proprie possibilità. Da sempre gli uomini sono stati ricolmi – e
oggi lo sono quanto mai – del desiderio di "essere come
Dio", di raggiungere essi stessi l’altezza di Dio. In tutte le
invenzioni dello spirito umano si cerca, in ultima analisi, di
ottenere delle ali, per potersi elevare all’altezza dell’Essere,
per diventare indipendenti, totalmente liberi, come lo è Dio. Tante
cose l’umanità ha potuto realizzare: siamo in grado di volare.
Possiamo vederci, ascoltarci e parlarci da un capo all’altro del
mondo. E tuttavia, la forza di gravità che ci tira in basso è
potente. Insieme con le nostre capacità non è cresciuto soltanto il
bene. Anche le possibilità del male sono aumentate e si pongono come
tempeste minacciose sopra la storia. Anche i nostri limiti sono
rimasti: basti pensare alle catastrofi che in questi mesi hanno
afflitto e continuano ad affliggere l’umanità.
I Padri hanno detto che l’uomo sta nel punto d’intersezione tra
due campi di gravitazione. C’è anzitutto la forza di gravità che
tira in basso – verso l’egoismo, verso la menzogna e verso il
male; la gravità che ci abbassa e ci allontana dall’altezza di Dio.
Dall’altro lato c’è la forza di gravità dell’amore di Dio:
l’essere amati da Dio e la risposta del nostro amore ci attirano
verso l’alto. L’uomo si trova in mezzo a questa duplice forza di
gravità, e tutto dipende dallo sfuggire al campo di gravitazione del
male e diventare liberi di lasciarsi totalmente attirare dalla forza
di gravità di Dio, che ci rende veri, ci eleva, ci dona la vera
libertà.
Dopo la liturgia della Parola, all’inizio della Preghiera
eucaristica durante la quale il Signore entra in mezzo a noi, la
Chiesa ci rivolge l’invito: "Sursum corda – in alto i
cuori!" Secondo la concezione biblica e nella visione dei Padri,
il cuore è quel centro dell’uomo in cui si uniscono l’intelletto,
la volontà e il sentimento, il corpo e l’anima. Quel centro, in cui
lo spirito diventa corpo e il corpo diventa spirito; in cui volontà,
sentimento e intelletto si uniscono nella conoscenza di Dio e
nell’amore per Lui. Questo "cuore" deve essere elevato. Ma
ancora una volta: noi da soli siamo troppo deboli per sollevare il
nostro cuore fino all’altezza di Dio. Non ne siamo in grado. Proprio
la superbia di poterlo fare da soli ci tira verso il basso e ci
allontana da Dio. Dio stesso deve tirarci in alto, ed è questo che
Cristo ha iniziato sulla Croce. Egli è disceso fin nell’estrema
bassezza dell’esistenza umana, per tirarci in alto verso di sé,
verso il Dio vivente. Egli è diventato umile, dice oggi la seconda
lettura. Soltanto così la nostra superbia poteva essere superata:
l’umiltà di Dio è la forma estrema del suo amore, e questo amore
umile attrae verso l’alto.
Il Salmo processionale 24, che la Chiesa ci propone come
"canto di ascesa" per la liturgia di oggi, indica alcuni
elementi concreti, che appartengono alla nostra ascesa e senza i quali
non possiamo essere sollevati in alto: le mani innocenti, il cuore
puro, il rifiuto della menzogna, la ricerca del volto di Dio. Le
grandi conquiste della tecnica ci rendono liberi e sono elementi del
progresso dell’umanità soltanto se sono unite a questi
atteggiamenti – se le nostre mani diventano innocenti e il nostro
cuore puro, se siamo in ricerca della verità, in ricerca di Dio
stesso, e ci lasciamo toccare ed interpellare dal suo amore. Tutti
questi elementi dell’ascesa sono efficaci soltanto se in umiltà
riconosciamo che dobbiamo essere attirati verso l’alto; se
abbandoniamo la superbia di volere noi stessi farci Dio. Abbiamo
bisogno di Lui: Egli ci tira verso l’alto, nell’essere sorretti
dalle sue mani – cioè nella fede – ci dà il giusto orientamento
e la forza interiore che ci solleva in alto. Abbiamo bisogno
dell’umiltà della fede che cerca il volto di Dio e si affida alla
verità del suo amore.
La questione di come l’uomo possa arrivare in alto, diventare
totalmente se stesso e veramente simile a Dio, ha da sempre impegnato
l’umanità. È stata discussa appassionatamente dai filosofi
platonici del terzo e quarto secolo. La loro domanda centrale era come
trovare mezzi di purificazione, mediante i quali l’uomo potesse
liberarsi dal grave peso che lo tira in basso ed ascendere
all’altezza del suo vero essere, all’altezza della divinità.
Sant’Agostino, nella sua ricerca della retta via, per un certo
periodo ha cercato sostegno in quelle filosofie. Ma alla fine dovette
riconoscere che la loro risposta non era sufficiente, che con i loro
metodi egli non sarebbe giunto veramente a Dio. Disse ai loro
rappresentanti: Riconoscete dunque che la forza dell’uomo e di tutte
le sue purificazioni non basta per portarlo veramente all’altezza
del divino, all’altezza a lui adeguata. E disse che avrebbe
disperato di se stesso e dell’esistenza umana, se non avesse trovato
Colui che fa ciò che noi stessi non possiamo fare; Colui che ci
solleva all’altezza di Dio, nonostante la nostra miseria: Gesù
Cristo che, da Dio, è disceso verso di noi e, nel suo amore
crocifisso, ci prende per mano e ci conduce in alto.
Noi andiamo in pellegrinaggio con il Signore verso l’alto. Siamo
in ricerca del cuore puro e delle mani innocenti, siamo in ricerca
della verità, cerchiamo il volto di Dio. Manifestiamo al Signore il
nostro desiderio di diventare giusti e Lo preghiamo: Attiraci Tu verso
l’alto! Rendici puri! Fa’ che valga per noi la parola che cantiamo
col Salmo processionale; cioè che possiamo appartenere alla
generazione che cerca Dio, "che cerca il tuo volto, Dio di
Giacobbe" (Sal 24,6). Amen.
[© Copyright 2011 - Libreria Editrice Vaticana]