ZI11061204 - 12/06/2011
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Omelia di Benedetto XVI per la Messa di Pentecoste
“Lo Spirito Santo è innanzitutto Spirito Creatore”
ROMA, domenica, 12 giugno 2011 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito
l'omelia pronunciata da Benedetto XVI nel presiedere nella Basilica
Vaticana la Santa Messa per la Solennità della Domenica di
Pentecoste.
* * *
Cari fratelli e sorelle!
Celebriamo oggi la grande solennità della Pentecoste. Se, in un
certo senso, tutte le solennità liturgiche della Chiesa sono
grandi, questa della Pentecoste lo è in una maniera singolare,
perché segna, raggiunto il cinquantesimo giorno, il compimento
dell’evento della Pasqua, della morte e risurrezione del Signore
Gesù, attraverso il dono dello Spirito del Risorto. Alla Pentecoste
la Chiesa ci ha preparato nei giorni scorsi con la sua preghiera,
con l’invocazione ripetuta e intensa a Dio per ottenere una
rinnovata effusione dello Spirito Santo su di noi. La Chiesa ha
rivissuto così quanto è avvenuto alle sue origini, quando gli
Apostoli, riuniti nel Cenacolo di Gerusalemme, «erano perseveranti
e concordi nella preghiera, insieme ad alcune donne e a Maria, la
madre di Gesù, e ai fratelli di lui» (At 1,14). Erano
riuniti in umile e fiduciosa attesa che si adempisse la promessa del
Padre comunicata loro da Gesù: «Voi, tra non molti giorni, sarete
battezzati in Spirito Santo…riceverete la forza dallo Spirito
Santo che scenderà su di voi» (At 1,5.8).
Nella liturgia della Pentecoste, al racconto degli Atti degli
Apostoli sulla nascita della Chiesa (cfr At 2,1-11),
corrisponde il salmo 103 che abbiamo ascoltato: una lode
dell’intera creazione, che esalta lo Spirito Creatore il quale ha
fatto tutto con sapienza: «Quante sono le tue opere, Signore! Le
hai fatte tutte con saggezza; la terra è piena delle tue
creature…Sia per sempre la gloria del Signore; gioisca il Signore
delle sue opere» (Sal 103,24.31). Ciò che vuol dirci la
Chiesa è questo: lo Spirito creatore di tutte le cose, e lo Spirito
Santo che Cristo ha fatto discendere dal Padre sulla comunità dei
discepoli, sono uno e il medesimo: creazione e redenzione si
appartengono reciprocamente e costituiscono, in profondità, un
unico mistero d’amore e di salvezza. Lo Spirito Santo è
innanzitutto Spirito Creatore e quindi la Pentecoste è festa della
creazione. Per noi cristiani, il mondo è frutto di un atto di amore
di Dio, che ha fatto tutte le cose e del quale Egli si rallegra
perché è "cosa buona", "cosa molto buona",
come ci ricorda il racconto della creazione (cfr Gen
1,1-31). Dio perciò non è il totalmente Altro, innominabile e
oscuro. Dio si rivela, ha un volto, Dio è ragione, Dio è volontà,
Dio è amore, Dio è bellezza. La fede nello Spirito Creatore e la
fede nello Spirito che il Cristo Risorto ha donato agli Apostoli e
dona a ciascuno di noi, sono allora inseparabilmente congiunte.
La seconda Lettura e il Vangelo odierni ci mostrano questa
connessione. Lo Spirito Santo è Colui che ci fa riconoscere in
Cristo il Signore, e ci fa pronunciare la professione di fede della
Chiesa: "Gesù è Signore" (cfr 1 Cor 12,3b).
Signore è il titolo attribuito a Dio nell’Antico Testamento,
titolo che nella lettura della Bibbia prendeva il posto del suo
impronunciabile nome. Il Credo della Chiesa è nient’altro che lo
sviluppo di ciò che si dice con questa semplice affermazione:
"Gesù è Signore". Di questa professione di fede san
Paolo ci dice che si tratta proprio della parola e dell’opera
dello Spirito Santo. Se vogliamo essere nello Spirito, dobbiamo
aderire a questo Credo. Facendolo nostro, accettandolo come nostra
parola, accediamo all’opera dello Spirito Santo. L’espressione
"Gesù è Signore" si può leggere nei due sensi.
Significa: Gesù è Dio, e contemporaneamente: Dio è Gesù. Lo
Spirito Santo illumina questa reciprocità: Gesù ha dignità
divina, e Dio ha il volto umano di Gesù. Dio si mostra in Gesù e
con ciò ci dona la verità su noi stessi. Lasciarsi illuminare nel
profondo da questa parola è l’evento della Pentecoste. Recitando
il Credo, noi entriamo nel mistero della prima Pentecoste:
dallo scompiglio di Babele, da quelle voci che strepitano una contro
l’altra, avviene una radicale trasformazione: la molteplicità si
fa multiforme unità, dal potere unificatore della Verità cresce la
comprensione. Nel Credo che ci unisce da tutti gli angoli
della Terra, che, mediante lo Spirito Santo, fa in modo che ci si
comprenda pur nella diversità delle lingue, attraverso la fede, la
speranza e l’amore, si forma la nuova comunità della Chiesa di
Dio.
Il brano evangelico ci offre poi una meravigliosa immagine per
chiarire la connessione tra Gesù, lo Spirito Santo e il Padre: lo
Spirito Santo è rappresentato come il soffio di Gesù Cristo
risorto (cfr Gv 20,22). L’evangelista Giovanni riprende
qui un’immagine del racconto della creazione, là dove si dice che
Dio soffiò nelle narici dell’uomo un alito di vita (cfr Gen
2,7). Il soffio di Dio è vita. Ora, il Signore soffia nella nostra
anima il nuovo alito di vita, lo Spirito Santo, la sua più intima
essenza, e in questo modo ci accoglie nella famiglia di Dio. Con il
Battesimo e la Cresima ci è fatto questo dono in modo specifico, e
con i sacramenti dell’eucaristia e della Penitenza esso si ripete
di continuo: il Signore soffia nella nostra anima un alito di vita.
Tutti i Sacramenti, ciascuno in maniera propria, comunicano
all’uomo la vita divina, grazie allo Spirito Santo che opera in
essi.
Nella liturgia di oggi cogliamo ancora un’ulteriore
connessione. Lo Spirito Santo è Creatore, è al tempo stesso
Spirito di Gesù Cristo, in modo però che il Padre, il Figlio e lo
Spirito Santo sono un solo ed unico Dio. E alla luce della prima
Lettura possiamo aggiungere: lo Spirito Santo anima la Chiesa. Essa
non deriva dalla volontà umana, dalla riflessione, dall’abilità
dell’uomo e dalla sua capacità organizzativa, poiché se così
fosse essa già da tempo si sarebbe estinta, così come passa ogni
cosa umana. Essa invece è il Corpo di Cristo, animato dallo Spirito
Santo. Le immagini del vento e del fuoco, usate da san Luca per
rappresentare la venuta dello Spirito Santo (cfr At 2,2-3),
ricordano il Sinai, dove Dio si era rivelato al popolo di Israele e
gli aveva concesso la sua alleanza; "il monte Sinai era tutto
fumante – si legge nel Libro dell’Esodo –, perché su
di esso era sceso il Signore nel fuoco" (19,18). Infatti
Israele festeggiò il cinquantesimo giorno dopo Pasqua, dopo la
commemorazione della fuga dall’Egitto, come la festa del Sinai, la
festa del Patto. Quando san Luca parla di lingue di fuoco per
rappresentare lo Spirito Santo, viene richiamato quell’antico
Patto, stabilito sulla base della Legge ricevuta da Israele sul
Sinai. Così l’evento della Pentecoste viene rappresentato come un
nuovo Sinai, come il dono di un nuovo Patto in cui l’alleanza con
Israele è estesa a tutti i popoli della Terra, in cui cadono tutti
gli steccati della vecchia Legge e appare il suo cuore più santo e
immutabile, cioè l’amore, che proprio lo Spirito Santo comunica e
diffonde, l’amore che abbraccia ogni cosa. Allo stesso tempo la
Legge si dilata, si apre, pur diventando più semplice: è il Nuovo
Patto, che lo Spirito "scrive" nei cuori di quanti credono
in Cristo. L’estensione del Patto a tutti i popoli della Terra è
rappresentata da san Luca attraverso un elenco di popolazioni
considerevole per quell’epoca (cfr At 2,9-11). Con questo
ci viene detta una cosa molto importante: che la Chiesa è cattolica
fin dal primo momento, che la sua universalità non è il frutto
dell’inclusione successiva di diverse comunità. Fin dal primo
istante, infatti, lo Spirito Santo l’ha creata come la Chiesa di
tutti i popoli; essa abbraccia il mondo intero, supera tutte le
frontiere di razza, classe, nazione; abbatte tutte le barriere e
unisce gli uomini nella professione del Dio uno e trino. Fin
dall’inizio la Chiesa è una, cattolica e apostolica: questa è la
sua vera natura e come tale deve essere riconosciuta. Essa è santa,
non grazie alla capacità dei suoi membri, ma perché Dio stesso,
con il suo Spirito, la crea, la purifica e la santifica sempre.
Infine, il Vangelo di oggi ci consegna questa bellissima
espressione: «I discepoli gioirono al vedere il Signore» (Gv
20,20). Queste parole sono profondamente umane. L’Amico perduto è
di nuovo presente, e chi prima era sconvolto si rallegra. Ma essa
dice molto di più. Perché l’Amico perduto non viene da un luogo
qualsiasi, bensì dalla notte della morte; ed Egli l’ha
attraversata! Egli non è uno qualunque, bensì è l’Amico e
insieme Colui che è la Verità che fa vivere gli uomini; e ciò che
dona non è una gioia qualsiasi, ma la gioia stessa, dono dello
Spirito Santo. Sì, è bello vivere perché sono amato, ed è la
Verità ad amarmi. Gioirono i discepoli, vedendo il Signore. Oggi, a
Pentecoste, questa espressione è destinata anche a noi, perché
nella fede possiamo vederLo; nella fede Egli viene tra di noi e
anche a noi mostra le mani e il fianco, e noi ne gioiamo. Perciò
vogliamo pregare: Signore, mostrati! Facci il dono della tua
presenza, e avremo il dono più bello: la tua gioia. Amen!
[© Copyright 2011 - Libreria Editrice Vaticana]
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ZI11061203 - 12/06/2011
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Discorso del Papa ai rappresentanti delle etnie di Zingari e Rom
A 150 anni dalla nascita del primo Beato zingaro della storia
ROMA, domenica, 12 giugno 2011 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito
il discorso pronunciato questo sabato da Benedetto XVI nel ricevere in
udienza nell'Aula Paolo VI i rappresentanti delle diverse etnie di
Zingari e Rom provenienti da tutta Europa in occasione del 150°
anniversario della nascita e del 75° del martirio di Zefirino Gimenèz
Malla, il primo Beato zingaro della storia.
* * *
Venerati Fratelli,
cari fratelli e sorelle!
o Del si tumentsa! [il Signore sia con voi!]
È per me una grande gioia incontrarvi e darvi un cordiale
benvenuto, in occasione del vostro pellegrinaggio alla tomba
dell’Apostolo Pietro. Ringrazio l’Arcivescovo Mons. Antonio Maria
Vegliò, Presidente del Pontificio
Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti, per le
parole che mi ha rivolto anche a nome vostro e per aver organizzato
l’evento. Estendo l’espressione della mia gratitudine anche alla
Fondazione “Migrantes” della Conferenza Episcopale
Italiana, alla Diocesi di Roma e alla Comunità di Sant’Egidio, per
aver collaborato a realizzare questo pellegrinaggio e per quanto fanno
quotidianamente per la vostra accoglienza e integrazione. Un
“grazie” particolare a voi, che avete offerto le vostre
testimonianze, davvero significative.
Siete giunti a Roma da ogni parte d’Europa per manifestare la
vostra fede e il vostro amore per Cristo, per la Chiesa - che è una
casa per tutti voi - e per il Papa. Il Servo di Dio Paolo
VI rivolse agli Zingari, nel 1965, queste indimenticabili parole:
“Voi nella Chiesa non siete ai margini, ma, sotto certi aspetti, voi
siete al centro, voi siete nel cuore. Voi siete nel cuore della
Chiesa”. Anch’io ripeto oggi con affetto: voi siete nella Chiesa!
Siete un’amata porzione del Popolo di Dio pellegrinante e ci
ricordate che “non abbiamo quaggiù una città stabile, ma andiamo
in cerca di quella futura” (Eb 13,14). Anche a voi è
giunto il messaggio di salvezza, a cui avete risposto con fede e
speranza, arricchendo la comunità ecclesiale di credenti laici,
sacerdoti, diaconi, religiose e religiosi zingari. Il vostro popolo ha
dato alla Chiesa il beato Zefirino Giménez Malla, di cui celebriamo
il centocinquantesimo anniversario della nascita e il
settantacinquesimo del martirio. L’amicizia con il Signore ha reso
questo Martire testimone autentico della fede e della carità. Con
l’intensità con cui egli adorava Dio e scopriva la sua presenza in
ogni persona e in ogni avvenimento, il beato Zefirino amava la Chiesa
e i suoi Pastori. Terziario francescano, rimase fedele al suo essere
zingaro, alla storia e all’identità della propria etnia. Sposato
secondo la tradizione dei gitani, assieme alla consorte decise di
convalidare il legame nella Chiesa con il sacramento del Matrimonio.
La sua profonda religiosità trovava espressione nella partecipazione
quotidiana alla Santa Messa e nella recita del Rosario. Proprio la
corona, che teneva sempre in tasca, divenne causa del suo arresto e
fece del beato Zefirino un autentico “martire del Rosario”, poiché
non lasciò che gliela togliessero di mano nemmeno in punto di morte.
Oggi, il beato Zefirino vi invita a seguire il suo esempio e vi indica
la via: la dedizione alla preghiera e in particolare al Rosario,
l’amore per l’Eucaristia e per gli altri Sacramenti,
l’osservanza dei comandamenti, l’onestà, la carità e la
generosità verso il prossimo, specialmente verso i poveri; ciò vi
renderà forti di fronte al rischio che le sette o altri gruppi
mettano in pericolo la vostra comunione con la Chiesa.
La vostra storia è complessa e, in alcuni periodi, dolorosa. Siete
un popolo che nei secoli passati non ha vissuto ideologie
nazionaliste, non ha aspirato a possedere una terra o a dominare altre
genti. Siete rimasti senza patria e avete considerato idealmente
l’intero Continente come la vostra casa. Tuttavia, persistono
problemi gravi e preoccupanti, come i rapporti spesso difficili con le
società nelle quali vivete. Purtroppo lungo i secoli avete conosciuto
il sapore amaro della non accoglienza e, talvolta, della persecuzione,
come è avvenuto nella II Guerra Mondiale: migliaia di donne, uomini e
bambini sono stati barbaramente uccisi nei campi di sterminio. È
stato - come voi dite - il Porrájmos, il “Grande Divoramento”, un
dramma ancora poco riconosciuto e di cui si misurano a fatica le
proporzioni, ma che le vostre famiglie portano impresso nel cuore.
Durante la mia visita
al campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau, il 28 maggio 2006,
ho pregato per le vittime della persecuzione e mi sono inchinato di
fronte alla lapide in lingua romanes, che ricorda i vostri caduti. La
coscienza europea non può dimenticare tanto dolore! Mai più il
vostro popolo sia oggetto di vessazioni, di rifiuto e di disprezzo! Da
parte vostra, ricercate sempre la giustizia, la legalità, la
riconciliazione e sforzatevi di non essere mai causa della sofferenza
altrui!
Oggi, grazie a Dio, la situazione sta cambiando: nuove opportunità
si aprono davanti a voi, mentre state acquistando nuova
consapevolezza. Nel tempo avete creato una cultura dalle espressioni
significative, come la musica e il canto, che hanno arricchito
l’Europa. Molte etnie non sono più nomadi, ma cercano stabilità
con nuove aspettative di fronte alla vita. La Chiesa cammina con voi e
vi invita a vivere secondo le impegnative esigenze del Vangelo
confidando nella forza di Cristo, verso un futuro migliore. Anche
l’Europa, che riduce le frontiere e considera ricchezza la diversità
dei popoli e delle culture, vi offre nuove possibilità. Vi invito,
cari amici, a scrivere insieme una nuova pagina di storia per il
vostro popolo e per l’Europa! La ricerca di alloggi e lavoro
dignitosi e di istruzione per i figli sono le basi su cui costruire
quell’integrazione da cui trarrete beneficio voi e l’intera società.
Date anche voi la vostra fattiva e leale collaborazione, affinché le
vostre famiglie si collochino degnamente nel tessuto civile europeo!
Numerosi tra voi sono i bambini e i giovani che desiderano istruirsi e
vivere con gli altri e come gli altri. A loro guardo con particolare
affetto, convinto che i vostri figli hanno diritto a una vita
migliore. Sia il loro bene la vostra più grande aspirazione!
Custodite la dignità e il valore delle vostre famiglie, piccole
Chiese domestiche, perché siano vere scuole di umanità (cfr Gaudium
et spes, 52). Le istituzioni, da parte loro, si adoperino per
accompagnare adeguatamente questo cammino.
Infine, anche voi siete chiamati a partecipare attivamente alla
missione evangelizzatrice della Chiesa, promuovendo l’attività
pastorale nelle vostre comunità. La presenza tra di voi di sacerdoti,
diaconi e persone consacrate, che appartengono alle vostre etnie, è
dono di Dio e segno positivo del dialogo delle Chiese locali con il
vostro popolo, che occorre sostenere e sviluppare. Date fiducia e
ascolto a questi vostri fratelli e sorelle, e offrite insieme a loro
il coerente e gioioso annuncio dell’amore di Dio per il popolo
zingaro, come per tutti i popoli! La Chiesa desidera che tutti gli
uomini si riconoscano figli dello stesso Padre e membri della stessa
famiglia umana. Siamo alla Vigilia di Pentecoste, quando il Signore
effuse il suo Spirito sugli Apostoli che cominciarono ad annunciare il
Vangelo nelle lingue di tutti i popoli. Lo Spirito Santo elargisca i
suoi doni in abbondanza su tutti voi, sulle vostre famiglie e comunità
sparse nel mondo e vi renda testimoni generosi di Cristo Risorto.
Maria Santissima, tanto cara al vostro popolo e che voi invocate come
“Amari Devleskeridej”, “Nostra Madre di Dio”, vi
accompagni per le vie del mondo e il beato Zefirino vi sostenga con la
sua intercessione.
Ringrazio di cuore tutti voi giunti qui alla sede di Pietro per
manifestare la vostra fede e il vostro amore per la Chiesa e per il
Papa. Il Beato Zefirino sia per tutti voi esempio di una vita vissuta
per Cristo e per la Chiesa, nell’osservare i comandamenti e
nell’amore verso il prossimo. Il Papa è vicino a ognuno di voi e vi
ricorda nelle sue preghiere. Il Signore benedica voi, le vostre
comunità, le vostre famiglie e il vostro futuro. Il Signore vi doni
salute e fortuna. Rimanete con Dio!
Grazie! E buona Pentecoste a tutti voi!
[© Copyright 2011 - Libreria Editrice Vaticana]
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