ZI09062110 - 21/06/2009
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Incontro del Papa con i sacerdoti, i religiosi e
i giovani a San Giovanni Rotondo
SAN GIOVANNI ROTONDO, domenica, 21 giugno 2009 (ZENIT.org).-
Pubblichiamo di seguito il discorso pronunciato
questa domenica da Benedetto XVI nella chiesa di
san Pio da Pietrelcina di San Giovanni Rotondo,
dove ha avuto luogo l’incontro con i sacerdoti,
i religiosi e le religiose, e i giovani.
* * *
Cari sacerdoti,
cari religiosi e religiose,
cari giovani,
con questo nostro incontro si chiude il mio
pellegrinaggio a San Giovanni Rotondo. Sono grato
all’Arcivescovo di Lecce, Amministratore
Apostolico di questa Diocesi, Mons. Domenico
Umberto d’Ambrosio, e al Padre Mauro Jöhri,
Ministro Generale dei Frati Minori Cappuccini, per
le parole di cordiale benvenuto che mi hanno
rivolto a nome vostro. Il mio saluto si volge ora
a voi, cari sacerdoti, che siete ogni giorno
impegnati al servizio del popolo di Dio come guide
sagge e assidui operai nella vigna del Signore.
Saluto con affetto anche le care persone
consacrate, chiamate ad offrire una testimonianza
di totale dedizione a Cristo mediante la fedele
pratica dei consigli evangelici. Un pensiero
speciale per voi, cari Frati Cappuccini, che
curate con amore questa oasi di spiritualità e di
solidarietà evangelica, accogliendo pellegrini e
devoti richiamati dalla viva memoria del vostro
santo confratello Padre Pio da Pietrelcina. Grazie
di cuore per questo prezioso servizio che rendete
alla Chiesa e alle anime che qui riscoprono la
bellezza della fede e il calore della tenerezza
divina. Saluto voi, cari giovani, ai quali il Papa
guarda con fiducia come al futuro della Chiesa e
della società. Qui, a San Giovanni Rotondo, tutto
parla della santità di un umile frate e zelante
sacerdote, che questa sera, invita anche noi ad
aprire il cuore alla misericordia di Dio; ci
esorta ad essere santi, cioè sinceri e veri amici
di Gesù. E grazie alle parole dei vostri
rappresentanti giovani.
Cari sacerdoti, proprio l’altro ieri,
solennità del Sacro Cuore di Gesù e Giornata di
santità sacerdotale, abbiamo iniziato l’Anno
Sacerdotale, durante il quale ricorderemo con
venerazione ed affetto il 150° anniversario della
morte di san Giovanni Maria Vianney, il santo
Curato d’Ars. Nella lettera che ho scritto per
l’occasione, ho voluto sottolineare quanto sia
importante la santità dei sacerdoti per la vita e
la missione della Chiesa. Come il Curato d’Ars,
anche Padre Pio ci ricorda la dignità e la
responsabilità del ministero sacerdotale. Chi non
restava colpito dal fervore con cui egli riviveva
la Passione di Cristo in ogni celebrazione
eucaristica? Dall’amore per l’Eucaristia
scaturiva in lui come nel Curato d’Ars una
totale disponibilità all’accoglienza dei
fedeli, soprattutto dei peccatori. Inoltre, se san
Giovanni Maria Vianney, in un'epoca tormentata e
difficile, cercò in ogni modo, di far riscoprire
ai suoi parrocchiani il significato e la bellezza
della penitenza sacramentale, per il santo Frate
del Gargano, la cura delle anime e la conversione
dei peccatori furono un anelito che lo consumò
fino alla morte. Quante persone hanno cambiato
vita grazie al suo paziente ministero sacerdotale;
quante lunghe ore egli trascorreva in
confessionale! Come per il Curato d’Ars, è
proprio il ministero di confessore a costituire il
maggior titolo di gloria e il tratto distintivo di
questo santo Cappuccino. Come allora non renderci
conto dell’importanza di partecipare devotamente
alla celebrazione eucaristica e di accostarsi
frequentemente al sacramento della Confessione? In
particolare, il sacramento della Penitenza va
ancor più valorizzato, e i sacerdoti non
dovrebbero mai rassegnarsi a vedere deserti i loro
confessionali né limitarsi a constatare la
disaffezione dei fedeli per questa straordinaria
fonte di serenità e di pace.
C’è poi un altro grande insegnamento che
possiamo trarre dalla vita di Padre Pio: il valore
e la necessità della preghiera. A chi gli
chiedeva un parere sulla sua persona, egli soleva
rispondere: "Non sono che un povero frate
che prega". Ed effettivamente pregava
sempre e dovunque con umiltà, fiducia e
perseveranza. Ecco allora un punto fondamentale
non solo per la spiritualità del sacerdote, ma
anche per quella di ogni cristiano, ed ancor più
per la vostra, cari religiosi e religiose, scelti
per seguire più da vicino Cristo mediante la
pratica dei voti di povertà, castità e
obbedienza. Talora si può essere presi da un
certo scoraggiamento dinanzi all’affievolimento
e persino all’abbandono della fede, che si
registra nelle nostre società secolarizzate.
Sicuramente occorre trovare nuovi canali per
comunicare la verità evangelica agli uomini e
alle donne del nostro tempo, ma poiché il
contenuto essenziale dell’annuncio cristiano
resta sempre lo stesso, è necessario tornare alla
sua sorgente originaria, a Gesù Cristo che è
"lo stesso ieri e oggi e sempre" (Eb 13,8).
La vicenda umana e spirituale di Padre Pio insegna
che solo un’anima intimamente unita al
Crocifisso riesce a trasmettere anche ai lontani
la gioia e la ricchezza del Vangelo.
All’amore per Cristo è inevitabilmente unito
l’amore per la sua Chiesa, guidata ed animata
dalla potenza dello Spirito Santo, nella quale
ognuno di noi ha un ruolo e una missione da
compiere. Cari sacerdoti, cari religiosi e
religiose, diversi sono i compiti che vi sono
affidati e i carismi dei quali siete interpreti,
ma unico sia sempre lo spirito con cui
realizzarli, perché la vostra presenza e la
vostra azione all’interno del popolo cristiano,
diventino eloquente testimonianza del primato di
Dio nella vostra esistenza. Non era forse proprio
questo ciò che tutti percepivano in san Pio da
Pietrelcina?
Permettete ora che rivolga una parola speciale
ai giovani, che vedo così numerosi ed entusiasti.
Cari amici, grazie per la vostra accoglienza
calorosa e per i fervidi sentimenti di cui si è
fatto interprete il vostro rappresentante. Ho
notato che il piano pastorale della vostra
Diocesi, per il triennio 2007-2010, dedica molta
attenzione alla missione nei confronti della
gioventù e della famiglia e sono certo che
dall’itinerario di ascolto, di confronto, di
dialogo e di verifica nel quale siete impegnati,
scaturiranno una sempre maggiore cura delle
famiglie e un puntuale ascolto delle reali attese
delle nuove generazioni. Ho presente i problemi
che vi assillano, cari ragazzi e ragazze, e
rischiano di soffocare gli entusiasmi tipici della
vostra giovinezza. Tra questi, in particolare,
cito il fenomeno della disoccupazione, che
interessa in maniera drammatica non pochi giovani
e ragazze del Mezzogiorno d’Italia. Non
perdetevi d’animo! Siate "giovani dal cuore
grande", come vi è stato ripetuto spesso
quest’anno a partire dalla Missione Diocesana
Giovani, animata e guidata dal Seminario Regionale
di Molfetta nel settembre scorso. La Chiesa non vi
abbandona. Voi non abbandonate la Chiesa! C’è
bisogno del vostro apporto per costruire comunità
cristiane vive, e società più giuste e aperte
alla speranza. E se volete avere il "cuore
grande", mettetevi alla scuola di Gesù.
Proprio l’altro giorno abbiamo contemplato il
suo Cuore grande e colmo di amore per l’umanità.
Mai Egli vi abbandonerà o tradirà la vostra
fiducia, mai vi condurrà per sentieri sbagliati.
Come Padre Pio, anche voi siate fedeli amici del
Signore Gesù, intrattenendo con Lui un quotidiano
rapporto mediante la preghiera e l’ascolto della
sua Parola, l’assidua pratica dei Sacramenti e
l’appartenenza cordiale alla sua famiglia, che
è la Chiesa. Questo deve essere alla base del
programma di vita di ciascuno di voi, cari
giovani, come pure di voi, cari sacerdoti e di
voi, cari religiosi e religiose. Per ciascuno e
ciascuna assicuro la mia preghiera, mentre imploro
la materna protezione di Santa Maria delle Grazie,
che veglia su di voi dal suo Santuario nella cui
cripta riposano le spoglie di Padre Pio. Di cuore
vi ringrazio, ancora una volta, per la vostra
accoglienza e vi benedico tutti, insieme alle
vostre famiglie, comunità, parrocchie e
all’intera vostra Diocesi. Grazie!
[© Copyright 2009 - Libreria Editrice
Vaticana]
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ZI09062108 - 21/06/2009
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Discorso del Papa davanti alla Casa Sollievo della
Sofferenza
SAN GIOVANNI ROTONDO, domenica, 21 giugno 2009 (ZENIT.org).-
Pubblichiamo di seguito il discorso pronunciato questa
domenica da Benedetto XVI nell'incontrarsi con gli
ammalati, il personale medico, paramedico e
amministrativo, i dirigenti dell’ospedale e i familiari
della Casa Sollievo della Sofferenza a San Giovanni
Rotondo.
* * *
Cari fratelli e sorelle,
cari ammalati,
in questa mia visita a San Giovanni Rotondo, non poteva
mancare una sosta nella Casa Sollievo della Sofferenza,
ideata e voluta da san Pio da Pietrelcina quale
"luogo di preghiera e di scienza dove il genere umano
si ritrovi in Cristo Crocifisso come un solo gregge con un
solo pastore". Proprio per questo volle affidarla al
sostegno materiale e soprattutto spirituale dei Gruppi di
Preghiera, che qui hanno il centro della loro missione al
servizio della Chiesa. Padre Pio voleva che in questa
attrezzata struttura sanitaria si potesse toccare con mano
che l’impegno della scienza nel curare il malato non
deve mai disgiungersi da una filiale fiducia verso Dio,
infinitamente tenero e misericordioso. Inaugurandola, il 5
maggio del 1956, la definì "creatura della
Provvidenza" e parlava di questa istituzione come di
"un seme deposto da Dio sulla terra, che Egli
riscalderà con i raggi del suo amore".
Eccomi, dunque, tra voi per ringraziare Iddio per il
bene che, da più di cinquant’anni, fedeli alle
direttive di un umile Frate Cappuccino, voi fate in questa
"Casa Sollievo della Sofferenza", con
riconosciuti risultati sul piano scientifico e medico. Non
mi è purtroppo possibile, come pur desidererei, visitarne
ogni padiglione e salutare uno ad uno i degenti insieme a
coloro che di essi si prendono cura. Mi preme però far
giungere a ciascuno - malati, medici, familiari, operatori
sanitari e pastorali – una parola di paterno conforto e
di incoraggiamento a proseguire insieme quest’opera
evangelica a sollievo della vita sofferente, valorizzando
ogni risorsa per il bene umano e spirituale degli ammalati
e dei loro familiari.
Con questi sentimenti, saluto cordialmente voi tutti, a
cominciare da voi, fratelli e sorelle che siete provati
dalla malattia. Saluto poi i medici, gli infermieri e il
personale sanitario ed amministrativo. Saluto voi,
venerati Padri Cappuccini, che, come Cappellani,
proseguite l’apostolato del vostro santo Confratello.
Saluto i Presuli e, in primo luogo, l’Arcivescovo
Domenico Umberto D’Ambrosio, già Pastore di questa
Diocesi e ora chiamato a guidare la comunità
arcidiocesana di Lecce; gli sono grato per le parole che
mi ha voluto indirizzare a vostro nome. Saluto poi, il
Direttore Generale dell’Ospedale, il Dottor Domenico
Crupi, e il rappresentante degli ammalati, e sono
riconoscente per le gentili e cordiali espressioni che
essi mi hanno poc'anzi rivolto, permettendomi di meglio
conoscere quanto qui viene compiuto e lo spirito con cui
voi lo realizzate.
Ogni volta che si entra in un luogo di cura, il
pensiero va naturalmente al mistero della malattia e del
dolore, alla speranza della guarigione e al valore
inestimabile della salute, di cui ci si rende conto spesso
soltanto allorché essa viene a mancare. Negli ospedali si
tocca con mano la preziosità della nostra esistenza, ma
anche la sua fragilità. Seguendo l’esempio di Gesù,
che percorreva tutta la Galilea, "curando ogni sorta
di malattie e di infermità nel popolo" (Mt 4,23),
la Chiesa, fin dalle sue origini, mossa dallo Spirito
Santo, ha considerato un proprio dovere e privilegio stare
accanto a chi soffre, coltivando un’attenzione
preferenziale per i malati.
La malattia, che si manifesta in tante forme e colpisce
in modi diversi, suscita inquietanti domande: Perché
soffriamo? Può ritenersi positiva l'esperienza del
dolore? Chi ci può liberare dalla sofferenza e dalla
morte? Interrogativi esistenziali, che restano umanamente
il più delle volte senza risposta, dato che il soffrire
costituisce un enigma imperscrutabile alla ragione. La
sofferenza fa parte del mistero stesso della persona
umana. E’ quanto ho sottolineato nell’Enciclica Spe
salvi, notando che "essa deriva, da una parte,
dalla nostra finitezza, dall’altra, dalla massa di colpa
che, nel corso della storia si è accumulata e anche nel
presente cresce in modo inarrestabile". Ed ho
aggiunto che "certamente bisogna fare tutto il
possibile per diminuire la sofferenza... ma eliminarla
completamente dal mondo non sta nelle nostre possibilità
semplicemente perché… nessuno di noi è in grado di
eliminare il potere del male… continuamente fonte di
sofferenza" (cfr n.36).
Chi può eliminare il potere del male è solo Dio.
Proprio per il fatto che Gesù Cristo è venuto nel mondo
per rivelarci il disegno divino della nostra salvezza, la
fede ci aiuta a penetrare il senso di tutto l'umano e
quindi anche del soffrire. Esiste, quindi, un'intima
relazione fra la Croce di Gesù - simbolo del supremo
dolore e prezzo della nostra vera libertà - e il nostro
dolore, che si trasforma e si sublima quando è vissuto
nella consapevolezza della vicinanza e della solidarietà
di Dio. Padre Pio aveva intuito tale profonda verità e,
nel primo anniversario dell’inaugurazione di
quest’Opera, ebbe a dire che in essa "il sofferente
deve vivere l’amore di Dio per mezzo della saggia
accettazione dei suoi dolori, della serena meditazione del
suo destino a Lui" (Discorso del 5 maggio
1957). Annotava ancora che nella Casa Sollievo
"ricoverati, medici, sacerdoti saranno riserve di
amore, che tanto più sarà abbondante in uno, tanto più
si comunicherà agli altri" (ibid.).
Essere "riserve di amore": Ecco, cari
fratelli e sorelle, la missione che questa sera il nostro
Santo richiama a voi, che a vario titolo formate la grande
famiglia di questa Casa Sollievo della Sofferenza. Il
Signore vi aiuti a realizzare il progetto avviato da Padre
Pio con l’apporto di tutti: dei medici e dei ricercatori
scientifici, degli operatori sanitari e dei collaboratori
dei vari uffici, dei volontari e dei benefattori, dei
Frati Cappuccini e degli altri Sacerdoti. Senza
dimenticare i gruppi di preghiera che, "affiancati
alla Casa del Sollievo, sono le posizioni avanzate di
questa Cittadella della carità, vivai di fede, focolai
d’amore" (Padre Pio, Discorso del 5 maggio
1966). Su tutti e ciascuno invoco l’intercessione di
Padre Pio e la materna protezione di Maria, Salute dei
malati. Grazie ancora per la vostra accoglienza e, mentre
assicuro la mia preghiera per ciascuno di voi, di cuore
tutti vi benedico.
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ZI09062102 - 21/06/2009
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Omelia di Benedetto XVI sul sagrato della chiesa di San
Pio da Pietrelcina
SAN GIOVANNI ROTONDO, domenica, 21 giugno 2009 (ZENIT.org).-
Pubblichiamo di seguito l'omelia pronunciata da Benedetto
XVI nel presiedere questa domenica la celebrazione
eucaristica sul sagrato della chiesa di San Pio da
Pietrelcina a San Giovanni Rotondo.
* * *
Cari fratelli e sorelle!
Nel cuore del mio pellegrinaggio in questo luogo, dove
tutto parla della vita e della santità di Padre Pio da
Pietrelcina, ho la gioia di celebrare per voi e con voi
l’Eucaristia, mistero che ha costituito il centro di
tutta la sua esistenza: l’origine della sua vocazione,
la forza della sua testimonianza, la consacrazione del suo
sacrificio. Con grande affetto saluto tutti voi, qui
convenuti numerosi, e quanti sono con noi collegati
mediante la radio e la televisione. Saluto, in primo
luogo, l’Arcivescovo Domenico Umberto D’Ambrosio, che,
dopo anni di fedele servizio a questa Comunità diocesana,
si appresta ad assumere la cura dell’Arcidiocesi di
Lecce. Lo ringrazio cordialmente anche perché si è fatto
interprete dei vostri sentimenti. Saluto gli altri Vescovi
concelebranti. Un saluto speciale rivolgo ai Frati
Cappuccini con il Ministro Generale, Fra Mauro Jöhri, il
Definitorio Generale, il Ministro Provinciale, il Padre
Guardiano del Convento, il Rettore del Santuario e la
Fraternità Cappuccina di San Giovanni Rotondo. Saluto
inoltre con riconoscenza quanti offrono il loro contributo
nel servizio del Santuario e delle opere annesse; saluto
le Autorità civili e militari; saluto i sacerdoti, i
diaconi, gli altri religiosi e religiose e tutti i fedeli.
Un pensiero affettuoso indirizzo a quanti sono nella Casa
Sollievo della Sofferenza, alle persone sole e a tutti gli
abitanti di questa vostra Città.
Abbiamo appena ascoltato il Vangelo della tempesta
sedata, al quale è stato accostato un breve ma incisivo
testo del Libro di Giobbe, in cui Dio si rivela
come il Signore del mare. Gesù minaccia il vento e ordina
al mare di calmarsi, lo interpella come se esso si
identificasse con il potere diabolico. In effetti, secondo
quanto ci dicono la prima Lettura e il Salmo 106/107, il
mare nella Bibbia è considerato un elemento minaccioso,
caotico, potenzialmente distruttivo, che solo Dio, il
Creatore, può dominare, governare e tacitare.
C’è però un’altra forza - una forza positiva -
che muove il mondo, capace di trasformare e rinnovare le
creature: la forza dell’"amore del Cristo",
"ἀγάπη τοῦ Χριστοῦ” (2
Cor 5,14) - come la chiama san Paolo nella Seconda
Lettera ai Corinzi - : non quindi essenzialmente una
forza cosmica, bensì divina, trascendente. Agisce anche
sul cosmo ma, in se stesso, l’amore di Cristo è un
potere "altro", e questa sua alterità
trascendente, il Signore l’ha manifestata nella sua
Pasqua, nella "santità" della "via"
da Lui scelta per liberarci dal dominio del male, come era
avvenuto per l’esodo dall’Egitto, quando aveva fatto
uscire gli Ebrei attraverso le acque del Mar Rosso.
"O Dio – esclama il salmista –, santa è la tua
via… Sul mare la tua via, / i tuoi sentieri sulle grandi
acque" (Sal 77/76,14.20). Nel mistero
pasquale, Gesù è passato attraverso l’abisso della
morte, poiché Dio ha voluto così rinnovare l’universo:
mediante la morte e risurrezione del suo Figlio
"morto per tutti", perché tutti possano vivere
"per colui che è morto e risorto per loro" (2
Cor 5,16) e non vivano solo per se stessi.
Il gesto solenne di calmare il mare in tempesta è
chiaramente segno della signoria di Cristo sulle potenze
negative e induce a pensare alla sua divinità: "Chi
è dunque costui – si domandano stupiti e intimoriti i
discepoli –, che anche il vento e il mare gli
obbediscono?" (Mc 4,41). La loro non è ancora
fede salda, si sta formando; è un misto di paura e di
fiducia; l’abbandono confidente di Gesù al Padre è
invece totale e puro. Per questo potere dell'amore Egli può
dormire durante la tempesta, completamente sicuro nelle
braccia di Dio. Ma verrà il momento in cui anche Gesù
proverà paura e angoscia: quando verrà la sua ora,
sentirà su di sé tutto il peso dei peccati dell’umanità,
come un’onda di piena che sta per rovesciarsi su di Lui.
Quella sì, sarà una tempesta terribile, non cosmica, ma
spirituale. Sarà l’ultimo, estremo assalto del male
contro il Figlio di Dio.
Ma in quell’ora Gesù non dubitò del potere di Dio
Padre e della sua vicinanza, anche se dovette sperimentare
pienamente la distanza dell’odio dall’amore, della
menzogna dalla verità, del peccato dalla grazia.
Sperimentò questo dramma in se stesso in maniera
lacerante, specialmente nel Getsemani, prima
dell’arresto, e poi durante tutta la passione, fino alla
morte in croce. In quell’ora, Gesù da una parte fu un
tutt’uno con il Padre, pienamente abbandonato a
Lui; dall’altra, in quanto solidale con i peccatori, fu
come separato e si sentì come abbandonato da Lui.
Alcuni Santi hanno vissuto intensamente e personalmente
questa esperienza di Gesù. Padre Pio da Pietrelcina è
uno di loro. Un uomo semplice, di origini umili,
"afferrato da Cristo" (Fil 3,12) – come
scrive di sé l’apostolo Paolo – per farne uno
strumento eletto del potere perenne della sua Croce:
potere di amore per le anime, di perdono e di
riconciliazione, di paternità spirituale, di solidarietà
fattiva con i sofferenti. Le stigmate, che lo segnarono
nel corpo, lo unirono intimamente al Crocifisso-Risorto.
Autentico seguace di san Francesco d’Assisi, fece
propria, come il Poverello, l’esperienza dell’apostolo
Paolo, così come egli la descrive nelle sue Lettere:
"Sono stato crocifisso con Cristo, e non vivo più
io, ma Cristo vive in me" (Gal 2,20); oppure:
"In noi agisce la morte, in voi la vita" (2
Cor 5,12). Questo non significa alienazione, perdita
della personalità: Dio non annulla mai l’umano, ma lo
trasforma con il suo Spirito e lo orienta al servizio del
suo disegno di salvezza. Padre Pio conservò i propri doni
naturali, e anche il proprio temperamento, ma offrì ogni
cosa a Dio, che ha potuto servirsene liberamente per
prolungare l’opera di Cristo: annunciare il Vangelo,
rimettere i peccati e guarire i malati nel corpo e nello
spirito.
Come è stato per Gesù, la vera lotta, il
combattimento radicale Padre Pio ha dovuto sostenerli non
contro nemici terreni, bensì contro lo spirito del male (cfr
Ef 6,12). Le più grandi "tempeste" che
lo minacciavano erano gli assalti del diavolo, dai quali
egli si difese con "l’armatura di Dio", con
"lo scudo della fede" e "la spada dello
Spirito, che è la parola di Dio" (Ef
6,11.16.17). Rimanendo unito a Gesù, egli ha avuto sempre
di mira la profondità del dramma umano, e per questo si
è offerto e ha offerto le sue tante sofferenze, ed ha
saputo spendersi per la cura ed il sollievo dei malati,
segno privilegiato della misericordia di Dio, del suo
Regno che viene, anzi, che è già nel mondo, della
vittoria dell’amore e della vita sul peccato e sulla
morte. Guidare le anime e alleviare la sofferenza: così
si può riassumere la missione di san Pio da Pietrelcina,
come ebbe a dire di lui anche il servo di Dio, il Papa
Paolo VI: "Era un uomo di preghiera e di
sofferenza" (Ai Padri Capitolari Cappuccini, 20
febbraio 1971).
Cari amici, Frati Minori Cappuccini, membri dei Gruppi
di preghiera e fedeli tutti di San Giovanni Rotondo, voi
siete gli eredi di Padre Pio e l’eredità che vi ha
lasciato è la santità. In una sua lettera scrive:
"Sembra che Gesù non abbia altra cura per le mani se
non quella di santificare l’anima vostra" (Epist.
II, p. 155). Questa era sempre la sua prima
preoccupazione, la sua ansia sacerdotale e paterna: che le
persone ritornassero a Dio, che potessero sperimentare la
sua misericordia e, interiormente rinnovate, riscoprissero
la bellezza e la gioia di essere cristiani, di vivere in
comunione con Gesù, di appartenere alla sua Chiesa e
praticare il Vangelo. Padre Pio attirava sulla via della
santità con la sua stessa testimonianza, indicando con
l’esempio il "binario" che ad essa conduce: la
preghiera e la carità.
Prima di tutto la preghiera. Come tutti i grandi
uomini di Dio, Padre Pio era diventato lui stesso
preghiera, anima e corpo. Le sue giornate erano un rosario
vissuto, cioè una continua meditazione e assimilazione
dei misteri di Cristo in unione spirituale con la Vergine
Maria. Si spiega così la singolare compresenza in lui di
doni soprannaturali e di concretezza umana. E tutto aveva
il suo culmine nella celebrazione della santa Messa: lì
egli si univa pienamente al Signore morto e risorto. Dalla
preghiera, come da fonte sempre viva, sgorgava la carità.
L’amore che egli portava nel cuore e trasmetteva agli
altri era pieno di tenerezza, sempre attento alle
situazioni reali delle persone e delle famiglie.
Specialmente verso i malati e i sofferenti nutriva la
predilezione del Cuore di Cristo, e proprio da questa ha
preso origine e forma il progetto di una grande opera
dedicata al "sollievo della sofferenza". Non si
può capire né interpretare adeguatamente tale
istituzione se la si scinde dalla sua fonte ispiratrice,
che è la carità evangelica, animata a sua volta dalla
preghiera.
Tutto questo, carissimi, Padre Pio ripropone oggi alla
nostra attenzione. I rischi dell’attivismo e della
secolarizzazione sono sempre presenti; perciò la mia
visita ha anche lo scopo di confermarvi nella fedeltà
alla missione ereditata dal vostro amatissimo Padre. Molti
di voi, religiosi, religiose e laici, siete talmente presi
dalle mille incombenze richieste dal servizio ai
pellegrini, oppure ai malati nell’ospedale, da correre
il rischio di trascurare la cosa veramente necessaria:
ascoltare Cristo per compiere la volontà di Dio. Quando
vi accorgete che siete vicini a correre questo rischio,
guardate a Padre Pio: al suo esempio, alle sue sofferenze;
e invocate la sua intercessione, perché vi ottenga dal
Signore la luce e la forza di cui avete bisogno per
proseguire la sua stessa missione intrisa di amore per Dio
e di carità fraterna. E dal cielo continui egli ad
esercitare quella squisita paternità spirituale che lo ha
contraddistinto durante l’esistenza terrena; continui ad
accompagnare i suoi confratelli, i suoi figli spirituali e
l’intera opera che ha iniziato. Insieme a san Francesco,
e alla Madonna, che ha tanto amato e fatto amare in questo
mondo, vegli su voi tutti e sempre vi protegga. Ed allora,
anche nelle tempeste che possono alzarsi improvvise,
potrete sperimentare il soffio dello Spirito Santo che è
più forte di ogni vento contrario e spinge la barca della
Chiesa ed ognuno di noi. Ecco perché dobbiamo vivere
sempre nella serenità e coltivare nel cuore la gioia
rendendo grazie al Signore. Dice il Salmo: "Il suo
amore è per sempre" (Salmo resp.).
Amen!
[© Copyright 2009 - Libreria Editrice Vaticana.
Testo con aggiunte a braccio a cura di ZENIT]
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