Omelia di Benedetto XVI per la festa dei Santi Pietro e
Paolo
Qui di seguito il testo integrale dell’omelia che
il Papa ha pronunciato sdomenica 29 giugnoi in occasione della festività di
S.Pietro e Paolo , a seguire anche le parole del Pratriarca Ecumenico Bartolomeo I
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OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
Signori Cardinali,
Venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio,
Cari fratelli e sorelle!
Fin dai tempi più antichi la Chiesa di Roma celebra la solennità dei grandi Apostoli
Pietro e Paolo come unica festa nello stesso giorno, il 29 giugno. Attraverso il loro
martirio, essi sono diventati fratelli; insieme sono i fondatori della nuova Roma
cristiana. Come tali li canta l’inno dei secondi Vespri che risale a Paolino di Aquileia
(+ 806): «O Roma felix – Roma felice, adornata di porpora dal sangue prezioso di
Principi tanto grandi. Tu superi ogni bellezza del mondo, non per merito tuo, ma per il
merito dei santi che hai ucciso con la spada sanguinante». Il sangue dei martiri non
invoca vendetta, ma riconcilia. Non si presenta come accusa, ma come «luce aurea»,
secondo le parole dell’inno dei primi Vespri: si presenta come forza dell’amore che
supera l’odio e la violenza, fondando così una nuova città, una nuova comunità. Per
il loro martirio, essi – Pietro e Paolo – fanno adesso parte di Roma: mediante il
martirio anche Pietro è diventato cittadino romano per sempre. Mediante il martirio,
mediante la loro fede e il loro amore, i due Apostoli indicano dove sta la vera speranza,
e sono fondatori di un nuovo genere di città, che deve formarsi sempre di nuovo in mezzo
alla vecchia città umana, la quale resta minacciata dalle forze contrarie del peccato e
dell’egoismo degli uomini.
In virtù del loro martirio, Pietro e Paolo sono in reciproco rapporto per sempre. Un’immagine
preferita dell’iconografia cristiana è l’abbraccio dei due Apostoli in cammino verso
il martirio. Possiamo dire: il loro stesso martirio, nel più profondo, è la
realizzazione di un abbraccio fraterno. Essi muoiono per l’unico Cristo e, nella
testimonianza per la quale danno la vita, sono una cosa sola. Negli scritti del Nuovo
Testamento possiamo, per così dire, seguire lo sviluppo del loro abbraccio, questo fare
unità nella testimonianza e nella missione. Tutto inizia quando Paolo, tre anni dopo la
sua conversione, va a Gerusalemme, «per consultare Cefa» (Gal 1,18). Quattordici
anni dopo, egli sale di nuovo a Gerusalemme, per esporre «alle persone più
ragguardevoli» il Vangelo che egli predica, per non trovarsi nel rischio «di correre o
di aver corso invano» (Gal 2,1s). Alla fine di questo incontro, Giacomo, Cefa e
Giovanni gli danno la destra, confermando così la comunione che li congiunge nell’unico
Vangelo di Gesù Cristo (Gal 2,9). Un bel segno di questo interiore abbraccio in
crescita, che si sviluppa nonostante la diversità dei temperamenti e dei compiti, lo
trovo nel fatto che i collaboratori menzionati alla fine della Prima Lettera di san
Pietro – Silvano e Marco – sono collaboratori altrettanto stretti di san Paolo.
Nella comunanza dei collaboratori si rende visibile in modo molto concreto la comunione
dell’unica Chiesa, l’abbraccio dei grandi Apostoli.
Almeno due volte Pietro e Paolo si sono incontrati a Gerusalemme; alla fine il percorso
di ambedue sbocca a Roma. Perché? È questo forse qualcosa di più di un puro caso? Vi è
contenuto forse un messaggio duraturo? Paolo arrivò a Roma come prigioniero, ma allo
stesso tempo come cittadino romano che, dopo l’arresto in Gerusalemme, proprio in quanto
tale aveva fatto ricorso all’imperatore, al cui tribunale fu portato. Ma in un senso
ancora più profondo, Paolo è venuto volontariamente a Roma. Mediante la più importante
delle sue Lettere si era già avvicinato interiormente a questa città: alla Chiesa
in Roma aveva indirizzato lo scritto che più di ogni altro è la sintesi dell’intero
suo annuncio e della sua fede. Nel saluto iniziale della Lettera dice che della
fede dei cristiani di Roma parla tutto il mondo e che questa fede, quindi, è nota ovunque
come esemplare (Rm 1,8). E scrive poi: «Non voglio pertanto che ignoriate,
fratelli, che più volte mi sono proposto di venire fino a voi, ma finora ne sono stato
impedito» (1,13). Alla fine della Lettera riprende questo tema parlando ora del
suo progetto di andare fino in Spagna. «Quando andrò in Spagna spero, passando, di
vedervi, e di esser da voi aiutato per recarmi in quella regione, dopo avere goduto un
poco della vostra presenza» (15,24). «E so che, giungendo presso di voi, verrò con la
pienezza della benedizione di Cristo» (15,29). Sono due cose che qui si rendono evidenti:
Roma è per Paolo una tappa sulla via verso la Spagna, cioè – secondo il suo concetto
del mondo – verso il lembo estremo della terra. Considera sua missione la realizzazione
del compito ricevuto da Cristo di portare il Vangelo sino agli estremi confini del mondo.
In questo percorso ci sta Roma. Mentre di solito Paolo va soltanto nei luoghi in cui il
Vangelo non è ancora annunciato, Roma costituisce un’eccezione. Lì egli trova una
Chiesa della cui fede parla il mondo. L’andare a Roma fa parte dell’universalità
della sua missione come inviato a tutti i popoli. La via verso Roma, che già prima del
suo viaggio esterno egli ha percorso interiormente con la sua Lettera, è parte
integrante del suo compito di portare il Vangelo a tutte le genti – di fondare la Chiesa
cattolica, universale. L’andare a Roma è per lui espressione della cattolicità della
sua missione. Roma deve rendere visibile la fede a tutto il mondo, deve essere il luogo
dell’incontro nell’unica fede.
Ma perché Pietro è andato a Roma? Su ciò il Nuovo Testamento non si pronuncia in
modo diretto. Ci dà tuttavia qualche indicazione. Il Vangelo di san Marco, che possiamo
considerare un riflesso della predicazione di san Pietro, è intimamente orientato verso
il momento in cui il centurione romano, di fronte alla morte in croce di Gesù Cristo,
dice: «Veramente quest’uomo era Figlio di Dio!» (15,39). Presso la Croce si svela il
mistero di Gesù Cristo. Sotto la Croce nasce la Chiesa delle genti: il centurione del
plotone romano di esecuzione riconosce in Cristo il Figlio di Dio. Gli Atti degli
Apostoli descrivono come tappa decisiva per l’ingresso del Vangelo nel mondo dei
pagani l’episodio di Cornelio, il centurione della coorte italica. Dietro un comando di
Dio, egli manda qualcuno a prendere Pietro e questi, seguendo pure lui un ordine divino,
va nella casa del centurione e predica. Mentre sta parlando, lo Spirito Santo scende sulla
comunità domestica radunata e Pietro dice: «Forse che si può proibire che siano
battezzati con l'acqua questi che hanno ricevuto lo Spirito Santo al pari di noi?» (At
10,47). Così, nel Concilio degli Apostoli, Pietro diventa l’intercessore per la
Chiesa dei pagani i quali non hanno bisogno della Legge, perché Dio ha «purificato i
loro cuori con la fede» (At 15,9). Certo, nella Lettera ai Galati Paolo
dice che Dio ha dato a Pietro la forza per il ministero apostolico tra i circoncisi, a
lui, Paolo, invece per il ministero tra i pagani (2,8). Ma questa assegnazione poteva
essere in vigore soltanto finché Pietro rimaneva con i Dodici a Gerusalemme nella
speranza che tutto Israele aderisse a Cristo. Di fronte all’ulteriore sviluppo, i Dodici
riconobbero l’ora in cui anch’essi dovevano incamminarsi verso il mondo intero, per
annunciargli il Vangelo. Pietro che, secondo l’ordine di Dio, per primo aveva aperto la
porta ai pagani lascia ora la presidenza della Chiesa cristiano-giudaica a Giacomo il
minore, per dedicarsi alla sua vera missione: al ministero per l’unità dell’unica
Chiesa di Dio formata da giudei e pagani. Il desiderio di san Paolo di andare a Roma
sottolinea – come abbiamo visto – tra le caratteristiche della Chiesa soprattutto la
parola «catholica». Il cammino di san Pietro verso Roma, come
rappresentante dei popoli del mondo, sta soprattutto sotto la parola «una»: il
suo compito è di creare l’unità della catholica, della Chiesa formata da
giudei e pagani, della Chiesa di tutti i popoli. Ed è questa la missione permanente di
Pietro: far sì che la Chiesa non si identifichi mai con una sola nazione, con una sola
cultura o con un solo Stato. Che sia sempre la Chiesa di tutti. Che riunisca l’umanità
al di là di ogni frontiera e, in mezzo alle divisioni di questo mondo, renda presente la
pace di Dio, la forza riconciliatrice del suo amore. Grazie alla tecnica dappertutto
uguale, grazie alla rete mondiale di informazioni, come anche grazie al collegamento di
interessi comuni, esistono oggi nel mondo modi nuovi di unità, che però fanno esplodere
anche nuovi contrasti e danno nuovo impeto a quelli vecchi. In mezzo a questa unità
esterna, basata sulle cose materiali, abbiamo tanto più bisogno dell’unità interiore,
che proviene dalla pace di Dio – unità di tutti coloro che mediante Gesù Cristo sono
diventati fratelli e sorelle. È questa la missione permanente di Pietro e anche il
compito particolare affidato alla Chiesa di Roma.
Cari Confratelli nell’Episcopato! Vorrei ora rivolgermi a voi che siete venuti a Roma
per ricevere il pallio come simbolo della vostra dignità e della vostra responsabilità
di Arcivescovi nella Chiesa di Gesù Cristo. Il pallio è stato tessuto con la lana di
pecore, che il Vescovo di Roma benedice ogni anno nella festa della Cattedra di Pietro,
mettendole con ciò, per così dire, da parte affinché diventino un simbolo per il gregge
di Cristo, che voi presiedete. Quando prendiamo il pallio sulle spalle, quel gesto ci
ricorda il Pastore che prende sulle spalle la pecorella smarrita, che da sola non trova
più la via verso casa, e la riporta all’ovile. I Padri della Chiesa hanno visto in
questa pecorella l’immagine di tutta l’umanità, dell’intera natura umana, che si è
persa e non trova più la via verso casa. Il Pastore che la riporta a casa può essere
soltanto il Logos, la Parola eterna di Dio stesso. Nell’incarnazione Egli ha
preso tutti noi – la pecorella «uomo» – sulle sue spalle. Egli, la Parola eterna, il
vero Pastore dell’umanità, ci porta; nella sua umanità porta ciascuno di noi sulle sue
spalle. Sulla via della Croce ci ha portato a casa, ci porta a casa. Ma Egli vuole avere
anche degli uomini che «portino» insieme con Lui. Essere Pastore nella Chiesa di Cristo
significa partecipare a questo compito, del quale il pallio fa memoria. Quando lo
indossiamo, Egli ci chiede: «Porti, insieme con me, anche tu coloro che mi appartengono?
Li porti verso di me, verso Gesù Cristo?» E allora ci viene in mente il racconto dell’invio
di Pietro da parte del Risorto. Il Cristo risorto collega l’ordine: «Pasci le mie
pecorelle» inscindibilmente con la domanda: «Mi ami, mi ami tu più di costoro?». Ogni
volta che indossiamo il pallio del Pastore del gregge di Cristo dovremmo sentire questa
domanda: «Mi ami tu?» e dovremmo lasciarci interrogare circa il di più d’amore che
Egli si aspetta dal Pastore.
Così il pallio diventa simbolo del nostro amore per il Pastore Cristo e del nostro
amare insieme con Lui – diventa simbolo della chiamata ad amare gli uomini come Lui,
insieme con Lui: quelli che sono in ricerca, che hanno delle domande, quelli che sono
sicuri di sé e gli umili, i semplici e i grandi; diventa simbolo della chiamata ad amare
tutti loro con la forza di Cristo e in vista di Cristo, affinché possano trovare Lui e in
Lui se stessi. Ma il pallio, che ricevete «dalla» tomba di san Pietro, ha ancora un
secondo significato, inscindibilmente connesso col primo. Per comprenderlo può esserci di
aiuto una parola della Prima Lettera di san Pietro. Nella sua esortazione ai
presbiteri di pascere il gregge in modo giusto, egli – san Pietro – qualifica se
stesso synpresbýteros – con-presbitero (5,1). Questa formula contiene
implicitamente un’affermazione del principio della successione apostolica: i Pastori che
si succedono sono Pastori come lui, lo sono insieme con lui, appartengono al comune
ministero dei Pastori della Chiesa di Gesù Cristo, un ministero che continua in loro. Ma
questo "con" ha ancora due altri significati. Esprime anche la realtà che
indichiamo oggi con la parola «collegialità» dei Vescovi. Tutti noi siamo
con-presbiteri. Nessuno è Pastore da solo. Stiamo nella successione degli Apostoli solo
grazie all’essere nella comunione del collegio, nel quale trova la sua continuazione il
collegio degli Apostoli. La comunione, il "noi" dei Pastori fa parte dell’essere
Pastori, perché il gregge è uno solo, l’unica Chiesa di Gesù Cristo. E infine, questo
"con" rimanda anche alla comunione con Pietro e col suo successore come garanzia
dell’unità. Così il pallio ci parla della cattolicità della Chiesa, della comunione
universale di Pastore e gregge. E ci rimanda all’apostolicità: alla comunione con la
fede degli Apostoli, sulla quale è fondata la Chiesa. Ci parla della ecclesia una,
catholica, apostolica e naturalmente, legandoci a Cristo, ci parla proprio anche del
fatto che la Chiesa è sancta e che il nostro operare è un servizio alla sua
santità.
Ciò mi fa ritornare, infine, ancora a san Paolo e alla sua missione. Egli ha espresso
l’essenziale della sua missione, come pure la ragione più profonda del suo desiderio di
andare a Roma, nel capitolo 15 della Lettera ai Romani in una frase
straordinariamente bella. Egli si sa chiamato «a servire come liturgo di Gesù
Cristo per le genti, amministrando da sacerdote il Vangelo di Dio, perché i pagani
divengano una oblazione gradita, santificata dallo Spirito Santo» (15,6). Solo in questo
versetto Paolo usa la parola «hierourgein» – amministrare da sacerdote –
insieme con «leitourgós» – liturgo: egli parla della liturgia cosmica, in cui
il mondo stesso degli uomini deve diventare adorazione di Dio, oblazione nello Spirito
Santo. Quando il mondo nel suo insieme sarà diventato liturgia di Dio, quando nella sua
realtà sarà diventato adorazione, allora avrà raggiunto la sua meta, allora sarà sano
e salvo. È questo l’obiettivo ultimo della missione apostolica di san Paolo e della
nostra missione. A tale ministero il Signore ci chiama. Preghiamo in questa ora, affinché
Egli ci aiuti a svolgerlo in modo giusto, a diventare veri liturghi di Gesù Cristo. Amen.
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OMELIA DEL PATRIARCA ECUMENICO BARTOLOMEO I
Santità,
avendo ancora viva la gioia e l’emozione della personale e benedetta partecipazione
di Vostra Santità alla Festa Patronale di Costantinopoli, nella memoria di San Andrea
Apostolo, il Primo Chiamato, nel novembre del 2006, ci siamo mossi "con passo
esultante", dal Fanar della Nuova Roma, per venire presso di Voi, per partecipare
alla Vostra gioia nella Festa Patronale della Antica Roma. E siamo giunti presso di Voi "con
la pienezza della Benedizione del Vangelo di Cristo" (Rom. 15,29), restituendo l’onore
e l’amore, festeggiando insieme col nostro prediletto Fratello nella terra d’Occidente,
"i sicuri e ispirati araldi, i Corifei dei Discepoli del Signore", i
Santi Apostoli Pietro, fratello di Andrea, e Paolo - queste due immense, centrali colonne
elevate verso il cielo, di tutta quanta la Chiesa, le quali – in questa storica città,
- hanno dato anche l’ultima lampante confessione di Cristo e qui hanno reso la loro
anima al Signore con il martirio, uno attraverso la croce e l’altro per mezzo della
spada, santificandola.
Salutiamo quindi, con profondissimo e devoto amore, da parte della Santissima Chiesa di
Costantinopoli e dei suoi figli sparsi nel mondo, la Vostra Santità, desiderato Fratello,
augurando dal cuore "a quanti sono in Roma amati da Dio" (Rom. 1,7), di
godere buona salute, pace, prosperità, e di progredire giorno e notte verso la salvezza "ferventi
nello spirito, servendo il Signore, lieti nella speranza, forti nella tribolazione,
perseveranti nella preghiera" (Rom. 12, 11-12).
In entrambe le Chiese, Santità, onoriamo debitamente e veneriamo tanto colui che ha
dato una confessione salvifica della Divinità di Cristo, Pietro, quanto il vaso di
elezione, Paolo, il quale ha proclamato questa confessione e fede fino ai confini dell’universo,
in mezzo alle più inimmaginabili difficoltà e pericoli. Festeggiamo la loro memoria,
dall’anno di salvezza 258 in avanti, il 29 giugno, in Occidente e in Oriente, dove nei
giorni che precedono, secondo la tradizione della Chiesa antica, in Oriente ci siamo
preparati anche per mezzo del digiuno, osservato in loro onore. Per sottolineare
maggiormente l’uguale loro valore, ma anche per il loro peso nella Chiesa e nella sua
opera rigeneratrice e salvifica durante i secoli, l’Oriente li onora abitualmente anche
attraverso un’icona comune, nella quale o tengono nelle loro sante mani un piccolo
veliero, che simboleggia la Chiesa, o si abbracciano l’un l’altro e si scambiano il
bacio in Cristo.
Proprio questo bacio siamo venuti a scambiare con Voi, Santità, sottolineando l’ardente
desiderio in Cristo e l’amore, cose queste che ci toccano da vicino gli uni gli altri.
Il Dialogo teologico tra le nostre Chiese "in fede, verità e amore", grazie
all’aiuto divino, va avanti, al di là delle notevoli difficoltà che sussistono ed alle
note problematiche. Desideriamo veramente e preghiamo assai per questo; che queste
difficoltà siano superate e che i problemi vengano meno, il più velocemente possibile,
per raggiungere l’oggetto del desiderio finale, a gloria di Dio.
Tale desiderio sappiamo bene essere anche il Vostro, come siamo anche certi che Vostra
Santità non tralascerà nulla lavorando di persona, assieme ai suoi illustri
collaboratori attraverso un perfetto appianamento della via, verso un positivo
completamento a Dio piacente, dei lavori del Dialogo.
Santità, abbiamo proclamato l’anno 2008, "Anno dell’Apostolo Paolo",
così come anche Voi fate del giorno odierno fino all’anno prossimo, nel compimento dei
duemila anni dalla nascita del Grande Apostolo. Nell’ambito delle relative
manifestazioni per l’anniversario, in cui abbiamo pure venerato il preciso luogo del Suo
Martirio, programmiamo tra le altre cose un sacro pellegrinaggio ad alcuni monumenti della
attività evangelica dell’Apostolo in Oriente, come Efeso, Perge, ed altre città dell’Asia
Minore, ma anche Rodi e Creta, alla località chiamata "Buoni Porti". Siate
sicuro, Santità, che in questo sacro tragitto, sarete presente anche Voi, camminando con
noi in spirito, e che ciascun luogo eleveremo un’ardente preghiera per Voi e per i
nostri fratelli della venerabile Chiesa Romano-Cattolica, rivolgendo una forte supplica e
intercessione del divino Paolo al Signore per Voi.
E ora, venerando i patimenti e la croce di Pietro e abbracciando la catena e le
stigmate di Paolo, onorando la confessione e il martirio e la venerata morte di entrambi
per il Nome del Signore, che porta veramente alla Vita, glorifichiamo il Dio Tre volte
Santo e lo supplichiamo, affinché per l’intercessione dei suoi Protocorifei Apostoli,
doni a noi e a tutti i figli ovunque nel mondo della Chiesa Ortodossa e Romano-Cattolica,
quaggiù "l’unione della fede e la comunione dello Spirito Santo" nel "legame
della pace" e lassù, invece, la vita eterna e la grande misericordia. Amen.
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