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ZI11050811 - 08/05/2011
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Omelia del Papa nella Messa al Parco San Giuliano di Mestre
MESTRE, domenica, 8 maggio 2011 (ZENIT.org).- Pubblichiamo il testo
dell'omelia del Papa di questa domenica mattina, in occasione della
celebrazione eucaristica per i fedeli di tutto il Nordest che ha
avuto luogo nel Parco San Giuliano di Mestre.
* * *
Cari fratelli e sorelle!
Sono molto lieto di essere oggi in mezzo a voi e celebrare con
voi e per voi questa solenne Eucaristia. È significativo che il
luogo prescelto per questa Liturgia sia il Parco di San Giuliano:
uno spazio dove abitualmente non si celebrano riti religiosi, ma
manifestazioni culturali e musicali. Oggi, questo spazio ospita Gesù
risorto, realmente presente nella sua Parola, nell’assemblea del
Popolo di Dio con i suoi Pastori e, in modo eminente, nel sacramento
del suo Corpo e del suo Sangue. A voi, venerati Fratelli Vescovi,
con i Presbiteri e i Diaconi, a voi religiosi, religiose e laici
rivolgo il mio più cordiale saluto, con un pensiero speciale per
gli ammalati e gli infermi qui presenti, accompagnati
dall’UNITALSI. Grazie per la vostra calorosa accoglienza! Saluto
con affetto il Patriarca, Cardinale Angelo Scola, che ringrazio per
le toccanti parole che mi ha indirizzato all’inizio della santa
Messa. Rivolgo un deferente pensiero al Sindaco, al Ministro per i
Beni e le Attività Culturali in rappresentanza del Governo, al
Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali ed alle Autorità
civili e militari, che con la loro presenza hanno voluto onorare
questo nostro incontro. Un ringraziamento sentito a quanti hanno
generosamente offerto la loro collaborazione per la preparazione e
lo svolgimento di questa mia Visita Pastorale. Grazie di cuore!
Il Vangelo della Terza Domenica di Pasqua - ora ascoltato -
presenta l’episodio dei discepoli di Emmaus (cfr Lc
24,13-35), un racconto che non finisce mai di stupirci e di
commuoverci. Questo episodio mostra le conseguenze che Gesù risorto
opera nei due discepoli: conversione dalla disperazione alla
speranza; conversione dalla tristezza alla gioia; e anche
conversione alla vita comunitaria. Talvolta, quando si parla di
conversione, si pensa unicamente al suo aspetto faticoso, di
distacco e di rinuncia. Invece, la conversione cristiana è anche e
soprattutto fonte di gioia, di speranza e di amore. Essa è sempre
opera di Cristo risorto, Signore della vita, che ci ha ottenuto
questa grazia per mezzo della sua passione e ce la comunica in forza
della sua risurrezione.
Cari fratelli e sorelle! Sono venuto tra voi come Vescovo di Roma
e continuatore del ministero di Pietro, per confermarvi nella fedeltà
al Vangelo e nella comunione. Sono venuto per condividere con i
Vescovi e i Presbiteri l’ansia dell’annuncio missionario, che
tutti ci deve coinvolgere in un serio e ben coordinato servizio alla
causa del Regno di Dio. Voi, oggi qui presenti, rappresentate le
Comunità ecclesiali nate dalla Chiesa madre di Aquileia. Come in
passato, quando quelle Chiese si distinsero per il fervore
apostolico e il dinamismo pastorale, così anche oggi occorre
promuovere e difendere con coraggio la verità e l’unità della
fede. Occorre rendere conto della speranza cristiana all’uomo
moderno, sopraffatto non di rado da vaste ed inquietanti
problematiche che pongono in crisi i fondamenti stessi del suo
essere e del suo agire.
Voi vivete in un contesto nel quale il Cristianesimo si presenta
come la fede che ha accompagnato, nei secoli, il cammino di tanti
popoli, anche attraverso persecuzioni e prove molto dure. Di questa
fede sono eloquente espressione le molteplici testimonianze
disseminate ovunque: le chiese, le opere d’arte, gli ospedali, le
biblioteche, le scuole; l’ambiente stesso delle vostre città,
come pure delle campagne e delle montagne, tutte costellate di
riferimenti a Cristo. Eppure, oggi questo essere di Cristo rischia
di svuotarsi della sua verità e dei suoi contenuti più profondi;
rischia di diventare un orizzonte che solo superficialmente - e
negli aspetti piuttosto sociali e culturali -, abbraccia la vita;
rischia di ridursi ad un cristianesimo nel quale l’esperienza di
fede in Gesù crocifisso e risorto non illumina il cammino
dell’esistenza, come abbiamo ascoltato nel Vangelo odierno a
proposito dei due discepoli di Emmaus, i quali, dopo la
crocifissione di Gesù, facevano ritorno a casa immersi nel dubbio,
nella tristezza e nella delusione. Tale atteggiamento tende,
purtroppo, a diffondersi anche nel vostro territorio: questo avviene
quando i discepoli di oggi si allontanano dalla Gerusalemme del
Crocifisso e del Risorto, non credendo più nella potenza e nella
presenza viva del Signore. Il problema del male, del dolore e della
sofferenza, il problema dell’ingiustizia e della sopraffazione, la
paura degli altri, degli estranei e dei lontani che giungono nelle
nostre terre e sembrano attentare a ciò che noi siamo, portano i
cristiani di oggi a dire con tristezza: noi speravamo che il
Signore ci liberasse dal male, dal dolore, dalla sofferenza, dalla
paura, dall’ingiustizia.
È necessario, allora, per ciascuno di noi, come è avvenuto ai
due discepoli di Emmaus, lasciarsi istruire da Gesù: innanzitutto,
ascoltando e amando la Parola di Dio, letta nella luce del Mistero
Pasquale, perché riscaldi il nostro cuore e illumini la nostra
mente, e ci aiuti ad interpretare gli avvenimenti della vita e dare
loro un senso. Poi, occorre sedersi a tavola con il Signore,
diventare suoi commensali, affinché la sua presenza umile nel
Sacramento del suo Corpo e del suo Sangue ci restituisca lo sguardo
della fede, per guardare tutto e tutti con gli occhi di Dio, nella
luce del suo amore. Rimanere con Gesù che è rimasto con noi,
assimilare il suo stile di vita donata, scegliere con lui la logica
della comunione tra di noi, della solidarietà e della condivisione.
L’Eucaristia è la massima espressione del dono che Gesù fa di se
stesso ed è un invito costante a vivere la nostra esistenza nella
logica eucaristica, come un dono a Dio e agli altri.
Il Vangelo riferisce anche che i due discepoli, dopo aver
riconosciuto Gesù nello spezzare il pane, «partirono senza indugio
e fecero ritorno a Gerusalemme» (Lc 24,33). Essi sentono il
bisogno di ritornare a Gerusalemme e raccontare la straordinaria
esperienza vissuta: l’incontro con il Signore risorto. C’è un
grande sforzo da compiere perché ogni cristiano, qui nel Nord-est
come in ogni altra parte del mondo, si trasformi in testimone,
pronto ad annunciare con vigore e con gioia l’evento della morte e
della risurrezione di Cristo. Conosco la cura che, come Chiese del
Triveneto, ponete nel cercare di comprendere le ragioni del cuore
dell’uomo moderno e come, richiamandovi alle antiche tradizioni
cristiane, vi preoccupate di tracciare le linee programmatiche della
nuova evangelizzazione, guardando con attenzione alle numerose sfide
del tempo presente e ripensando il futuro di questa regione.
Desidero, con la mia presenza, sostenere la vostra opera e infondere
in tutti fiducia nell’intenso programma pastorale avviato dai
vostri Pastori, auspicando un fruttuoso impegno da parte di tutte le
componenti della Comunità ecclesiale.
Anche un popolo tradizionalmente cattolico può, tuttavia,
avvertire in senso negativo, o assimilare quasi inconsciamente, i
contraccolpi di una cultura che finisce per insinuare un modo di
pensare nel quale viene apertamente rifiutato, o nascostamente
ostacolato, il messaggio evangelico. So quanto sia stato e quanto
continui ad essere grande il vostro impegno nel difendere i perenni
valori della fede cristiana. Vi incoraggio a non cedere mai alle
ricorrenti tentazioni della cultura edonistica ed ai richiami del
consumismo materialista. Accogliete l’invito dell’Apostolo
Pietro, contenuto nella seconda Lettura odierna, a comportarvi «con
timore di Dio nel tempo in cui vivete quaggiù come stranieri» (1
Pt 1,17); invito che si concretizza in una vita vissuta
intensamente nelle strade del nostro mondo, nella consapevolezza
della meta da raggiungere: l’unità con Dio, nel Cristo crocifisso
e risorto. Infatti, la nostra fede e la nostra speranza sono rivolte
a Dio (cfr 1 Pt 1,21): rivolte a Dio perché radicate in Lui,
fondate sul suo amore e sulla sua fedeltà. Nei secoli passati, le
vostre Chiese hanno conosciuto una ricca tradizione di santità e di
generoso servizio ai fratelli, grazie all’opera di zelanti
sacerdoti e religiosi e religiose di vita attiva e contemplativa. Se
vogliamo metterci in ascolto del loro insegnamento spirituale, non
ci è difficile riconoscere l’appello personale e inconfondibile
che essi ci rivolgono: Siate santi! Ponete al centro della
vostra vita Cristo! Costruite su di Lui l’edificio della vostra
esistenza. In Gesù troverete la forza per aprirvi agli altri e per
fare di voi stessi, sul suo esempio, un dono per l’intera umanità.
Attorno ad Aquileia si ritrovarono uniti popoli di lingue e
culture diverse, fatti convergere non solo da esigenze politiche ma,
soprattutto, dalla fede in Cristo e dalla civiltà ispirata
dall’insegnamento evangelico, la Civiltà dell’Amore. Le Chiese
generate da Aquileia sono chiamate oggi a rinsaldare quell’antica
unità spirituale, in particolare alla luce del fenomeno
dell’immigrazione e delle nuove circostanze geopolitiche in atto.
La fede cristiana può sicuramente contribuire alla concretezza di
un tale programma, che interessa l’armonico ed integrale sviluppo
dell’uomo e della società in cui egli vive. La mia presenza tra
voi vuole essere, perciò, anche un vivo sostegno agli sforzi che
vengono dispiegati per favorire la solidarietà fra le vostre
Diocesi del Nord-est. Vuole essere, inoltre, un incoraggiamento per
ogni iniziativa tendente al superamento di quelle divisioni che
potrebbero vanificare le concrete aspirazioni alla giustizia e alla
pace.
Questo, fratelli, è il mio auspicio, questa è la preghiera che
rivolgo a Dio per tutti voi, invocando la celeste intercessione
della Vergine Maria e dei tanti Santi e Beati, tra i quali mi è
caro ricordare san Pio X e il beato Giovanni XXIII, ma anche il
Venerabile Giuseppe Toniolo, la cui beatificazione è ormai
prossima. Questi luminosi testimoni del Vangelo sono la più grande
ricchezza del vostro territorio: seguite i loro esempi e i loro
insegnamenti, coniugandoli con le esigenze attuali. Abbiate fiducia:
il Signore risorto cammina con voi, ieri, oggi e sempre. Amen.
[© Copyright 2011 - Libreria Editrice Vaticana]
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19 - 08/05/2011
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Benedetto XVI incontra a Venezia il mondo della cultura e
dell'economia
VENEZIA, domenica, 8 maggio 2011 (ZENIT.org).- Pubblichiamo il
discorso pronunciato questa domenica pomeriggio da Benedetto XVI nella
Basilica di Santa Maria della Salute di Venezia incontrando i
rappresentanti del mondo culturale, artistico e socioeconomico della
città.
* * *
Cari amici,
sono lieto di salutarvi cordialmente, quali rappresentanti del
mondo della cultura, dell’arte e dell’economia di Venezia e del
suo territorio. Vi ringrazio per la vostra presenza e la vostra
simpatia. Esprimo la mia riconoscenza al Patriarca e al Rettore che, a
nome dello Studium Generale Marcianum, si è fatto interprete
dei sentimenti di tutti voi e ha introdotto questo nostro incontro,
l’ultimo della mia intensa visita, iniziata ieri ad Aquileia. Vorrei
lasciarvi alcuni spunti molto sintetici, che spero vi saranno utili
per la riflessione e per l’impegno comune. Questi spunti li traggo
da tre parole che sono metafore suggestive: tre parole legate a
Venezia e, in particolare, al luogo in cui ci troviamo: la prima
parola è acqua; la seconda è Salute, la terza è Serenissima.
Cominciamo dall’acqua – come appare logico per molti versi.
L’acqua è simbolo ambivalente: di vita, ma anche di morte; lo sanno
bene le popolazioni colpite da alluvioni e maremoti. Ma l’acqua è
anzitutto elemento essenziale per la vita. Venezia è detta la
"Città d’acqua". Anche per voi che vivete a Venezia
questa condizione ha un duplice segno, negativo e positivo: comporta
molti disagi e, al tempo stesso, un fascino straordinario. L’essere
Venezia "città d’acqua" fa pensare ad un celebre
sociologo contemporaneo, che ha definito "liquida" la nostra
società, e così la cultura europea: una cultura "liquida",
per esprimere la sua "fluidità", la sua poca stabilità o
forse la sua assenza di stabilità, la mutevolezza, l’inconsistenza
che a volte sembra caratterizzarla. E qui vorrei inserire la prima
proposta: Venezia non come città "liquida" – nel senso
appena accennato –, ma come città "della vita e della
bellezza". Certo, è una scelta, ma nella storia bisogna
scegliere: l’uomo è libero di interpretare, di dare un senso alla
realtà, e proprio in questa libertà consiste la sua grande dignità.
Nell’ambito di una città, qualunque essa sia, anche le scelte di
carattere amministrativo culturale ed economico dipendono, in fondo,
da questo orientamento fondamentale, che possiamo chiamare
"politico" nell’accezione più nobile e più alta del
termine. Si tratta di scegliere tra una città "liquida",
patria di una cultura che appare sempre più quella del relativo e
dell’effimero, e una città che rinnova costantemente la sua
bellezza attingendo dalle sorgenti benefiche dell’arte, del sapere,
delle relazioni tra gli uomini e tra i popoli.
Veniamo alla seconda parola: "Salute". Ci troviamo nel
"Polo della Salute": una realtà nuova, che ha però radici
antiche. Qui, sulla Punta della Dogana, sorge una delle chiese più
celebri di Venezia, opera del Longhena, edificata come voto alla
Madonna per la liberazione dalla peste del 1630: Santa Maria della
Salute. Accanto ad essa, il celebre architetto costruì il Convento
dei Somaschi, diventato poi Seminario Patriarcale. "Unde origo,
inde salus", recita il motto inciso al centro della rotonda
maggiore della Basilica, espressione che indica come sia strettamente
legata alla Madre di Dio l’origine della Città di Venezia, fondata,
secondo la tradizione, il 25 marzo del 421, giorno
dell’Annunciazione. E proprio per intercessione di Maria venne la
salute, la salvezza dalla peste. Ma riflettendo su questo motto
possiamo coglierne anche un significato ancora più profondo e più
ampio. Dalla Vergine di Nazaret ha avuto origine Colui che ci dona la
"salute". La "salute" è una realtà
onnicomprensiva, integrale: va dallo "stare bene" che ci
permette di vivere serenamente una giornata di studio e di lavoro, o
di vacanza, fino alla salus animae, da cui dipende il nostro
destino eterno. Dio si prende cura di tutto ciò, senza escludere
nulla. Si prende cura della nostra salute in senso pieno. Lo dimostra
Gesù nel Vangelo: Egli ha guarito malati di ogni genere, ma ha anche
liberato gli indemoniati, ha rimesso i peccati, ha risuscitato i
morti. Gesù ha rivelato che Dio ama la vita e vuole liberarla da ogni
negazione, fino a quella radicale che è il male spirituale, il
peccato, radice velenosa che inquina tutto. Per questo, Gesù stesso
si può chiamare "Salute" dell’uomo: Salus nostra
Dominus Jesus. Gesù salva l’uomo ponendolo nuovamente nella
relazione salutare con il Padre nella grazia dello Spirito Santo; lo
immerge in questa corrente pura e vivificante che scioglie l’uomo
dalle sue "paralisi" fisiche, psichiche e spirituali; lo
guarisce dalla durezza di cuore, dalla chiusura egocentrica e gli fa
gustare la possibilità di trovare veramente se stesso perdendosi per
amore di Dio e del prossimo. Unde origo, inde salus. Questo
motto richiama molteplici riferimenti; mi limito a ricordarne uno, la
celebre espressione di sant’Ireneo: "Gloria Dei vivens homo,
vita autem hominis visio Dei" (Adv. haer. IV, 20, 7).
Che si potrebbe parafrasare così: gloria di Dio è la piena salute
dell’uomo, e questa consiste nello stare in relazione profonda con
Dio. Possiamo dirlo anche con i termini cari al neo-beato Giovanni
Paolo II: l’uomo è la via della Chiesa, e il Redentore dell’uomo
è Cristo.
Infine, la terza parola: "Serenissima", il nome della
Repubblica Veneta. Un titolo davvero stupendo, si direbbe utopico,
rispetto alla realtà terrena, e tuttavia capace di suscitare non solo
memorie di glorie passate, ma anche ideali trainanti nella
progettazione dell’oggi e del domani, in questa grande regione.
"Serenissima" in senso pieno è solamente la Città celeste,
la nuova Gerusalemme, che appare al termine della Bibbia,
nell’Apocalisse, come una visione meravigliosa (cfr Ap 21,1
– 22,5). Eppure il Cristianesimo concepisce questa Città santa,
completamente trasfigurata dalla gloria di Dio, come una meta che
muove i cuori degli uomini e spinge i loro passi, che anima
l’impegno faticoso e paziente per migliorare la città terrena.
Bisogna sempre ricordare a questo proposito le parole del Concilio
Vaticano II: "Niente giova all’uomo se guadagna il mondo intero
ma perde se stesso. Tuttavia l’attesa di una terra nuova non deve
indebolire, bensì piuttosto stimolare la sollecitudine nel lavoro
relativo alla terra presente, dove cresce quel corpo dell’umanità
nuova che già riesce ad offrire una certa prefigurazione che adombra
il mondo nuovo" (Cost. Gaudium et spes, 39). Noi
ascoltiamo queste espressioni in un tempo nel quale si è esaurita la
forza delle utopie ideologiche e non solo l’ottimismo è oscurato,
ma anche la speranza è in crisi. Non dobbiamo allora dimenticare che
i Padri conciliari, che ci hanno lasciato questo insegnamento, avevano
vissuto l’epoca delle due guerre mondiali e dei totalitarismi. La
loro prospettiva non era certo dettata da un facile ottimismo, ma
dalla fede cristiana, che anima la speranza al tempo stesso grande e
paziente, aperta sul futuro e attenta alle situazioni storiche. In
questa stessa prospettiva il nome "Serenissima" ci parla di
una civiltà della pace, fondata sul mutuo rispetto, sulla reciproca
conoscenza, sulle relazioni di amicizia. Venezia ha una lunga storia e
un ricco patrimonio umano, spirituale e artistico per essere capace
anche oggi di offrire un prezioso contributo nell’aiutare gli uomini
a credere in un futuro migliore e ad impegnarsi a costruirlo. Ma per
questo non deve avere paura di un altro elemento emblematico,
contenuto nello stemma di San Marco: il Vangelo. Il Vangelo è la più
grande forza di trasformazione del mondo, ma non è un’utopia, né
un’ideologia. Le prime generazioni cristiane lo chiamavano piuttosto
la "via", cioè il modo di vivere che Cristo ha praticato
per primo e che ci invita a seguire. Alla città
"serenissima" si giunge per questa via, che è la via della
carità nella verità, ben sapendo, come ci ricorda ancora il
Concilio, che non bisogna "camminare sulla strada della carità
solamente nelle grandi cose, bensì e soprattutto nelle circostanze
ordinarie della vita" e che sull’esempio di Cristo "è
necessario anche portare la croce; quella che dalla carne e dal mondo
viene messa sulle spalle di quanti cercano la pace e la
giustizia" (ivi, 38).
Ecco, cari amici, gli spunti di riflessione che volevo condividere
con voi. Per me è stata una gioia concludere la mia visita in vostra
compagnia. Ringrazio nuovamente il Cardinale Patriarca, l’Ausiliare
e tutti i collaboratori per la magnifica accoglienza. Saluto la
Comunità ebraica di Venezia - che ha antiche radici ed è una
presenza importante nel tessuto cittadino - con il suo Presidente,
Prof. Amos Luzzatto. Un pensiero anche ai musulmani che vivono in
questa città. Da questo luogo così significativo rivolgo il mio
cordiale saluto a Venezia, alla Chiesa qui pellegrina e a tutte le
Diocesi del Triveneto, lasciando, come pegno del mio perenne ricordo,
la Benedizione Apostolica.
[© Copyright 2011 - Libreria Editrice Vaticana]
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11050818 - 08/05/2011
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Discorso del Papa nella Basilica di San Marco a Venezia
Presiedendo la terza Assemblea ecclesiale del Patriarcato di
Venezia
VENEZIA, domenica, 8 maggio 2011 (ZENIT.org).- Pubblichiamo il
discorso pronunciato dal Papa questa domenica pomeriggio nella
Basilica di San Marco a Venezia presiedendo la terza Assemblea
ecclesiale del Patriarcato veneziano, indetta per la chiusura della
Visita pastorale del Patriarca alle parrocchie e alle varie realtà
del territorio diocesano.
* * *
"Magnificat anima mea Dominum"
Cari fratelli e sorelle! Con le parole della Vergine Maria
desidero innalzare insieme a voi l’inno di lode e di
ringraziamento al Signore per il dono della Visita pastorale,
iniziata nel Patriarcato di Venezia nel 2005 e giunta oggi alla sua
provvida conclusione in questa Assemblea generale. A Dio, datore di
ogni bene, rivolgiamo la nostre lode per aver sostenuto i vostri
propositi spirituali e i vostri sforzi apostolici durante questo
tempo della Visita pastorale, compiuta dal vostro Pastore, il
Cardinale Angelo Scola, che saluto e ringrazio per le gentili parole
rivoltemi a nome di tutti. Con lui saluto il Vescovo Ausiliare e
Vescovo eletto di Vicenza, i Vicari episcopali e quanti lo hanno
coadiuvato in questo lungo e articolato impegno pastorale, evento di
grazia e di forte esperienza ecclesiale, nel quale l’intero popolo
cristiano si è rigenerato nella fede, protendendosi con rinnovato
slancio alla missione. Ed è pertanto specialmente a voi, cari
sacerdoti, religiosi, e fedeli laici, che rivolgo il mio affettuoso
saluto e il sincero apprezzamento per il vostro servizio, in
particolare nello svolgimento delle Assemblee ecclesiali. Sono lieto
di salutare la storica Comunità armena di Venezia con l’Abate e i
monaci mechitaristi. Un pensiero va al Metropolita greco-ortodosso
d’Italia Ghennadios e al Vescovo della Chiesa Ortodossa Russa
Nestor, come pure ai Rappresentanti delle Comunità luterana ed
anglicana.
Gratitudine e gioia sono perciò i sentimenti che caratterizzano
questo nostro incontro. Esso si svolge nello spazio sacro, colmo di
arte e di memoria, della Basilica di San Marco, dove la fede e la
creatività umana hanno dato origine ad una eloquente catechesi per
immagini. Il Servo di Dio Albino Luciani, che fu vostro
indimenticabile Patriarca, così descrisse la sua prima visita in
questa Basilica, da giovane sacerdote: "Mi trovai immerso in un
fiume di luce … Finalmente potevo vedere e godere con i miei occhi
tutto lo splendore di un mondo di arte e di bellezza unico e
irripetibile, il cui fascino ti penetra nel profondo" (Io
sono il ragazzo del mio Signore, Venezia-Quarto d’Altino,
1998). Questo tempio è immagine e simbolo della Chiesa di pietre
vive, che siete voi, cristiani di Venezia.
"Oggi devo fermarmi a casa tua. In fretta scese e
l’accolse" (Lc 19,5-6). Quante volte, durante la
Visita pastorale, avete ascoltato e meditato queste parole, rivolte
da Gesù a Zaccheo! Esse sono state il motivo conduttore dei vostri
incontri comunitari, offrendovi uno stimolo efficace ad accogliere
Gesù Risorto, via sicura per trovare pienezza di vita e di felicità.
Infatti, l’autentica realizzazione dell’uomo e la sua vera gioia
non si trovano nel potere, nel successo, nel denaro, ma soltanto in
Dio, che Gesù Cristo ci fa conoscere e ci rende vicino. E’ questa
l’esperienza di Zaccheo. Egli, secondo la mentalità corrente, ha
tutto: potere e denaro. Può dirsi un "uomo arrivato": ha
fatto carriera, ha raggiunto ciò che voleva e potrebbe dire, come
il ricco stolto della parabola evangelica, "anima mia hai a
disposizione molti beni, per molti anni; ripòsati, mangia, bevi e
divertiti" (Lc 12,19). Per questo il suo desiderio di
vedere Gesù è sorprendente. Che cosa lo spinge a ricercare
l’incontro con Lui? Zaccheo si rende conto che quanto possiede non
gli basta, sente il desiderio di andare oltre. Ed ecco che Gesù, il
profeta di Nazaret, passa da Gerico, la sua città. Di Lui gli è
giunta l’eco di alcune parole inconsuete: beati i poveri, i miti,
gli afflitti, gli affamati di giustizia. Parole per lui strane, ma
forse proprio per questo affascinanti, nuove. Vuole vedere questo
Gesù. Ma Zaccheo, seppure ricco e potente, è piccolo di statura.
Perciò corre avanti, sale su un albero, un sicomoro. Non gli
importa di esporsi al ridicolo: ha trovato un modo per rendere
possibile l’incontro. E Gesù arriva, alza lo sguardo verso di
lui, lo chiama per nome: "Zaccheo, scendi subito, perché oggi
devo fermarmi a casa tua" (Lc 19,5). Nulla è
impossibile a Dio! Da questo incontro scaturisce per Zaccheo una
vita nuova: accoglie Gesù con gioia, scoprendo finalmente la realtà
che può riempire veramente e pienamente la sua vita. Ha toccato con
mano la salvezza, ormai non è più quello di prima e come segno di
conversione si impegna a donare metà dei suoi beni ai poveri e a
restituire il quadruplo a chi aveva derubato. Ha trovato il vero
tesoro, perché il Tesoro, che è Gesù, ha trovato lui!
Amata Chiesa che sei in Venezia! Imita l’esempio di Zaccheo e
vai oltre! Supera e aiuta l’uomo di oggi a superare gli ostacoli
dell’individualismo, del relativismo; non lasciarti mai trarre
verso il basso dalle mancanze che possono segnare le comunità
cristiane. Sforzati di vedere da vicino la persona di Cristo, che ha
detto: "Io sono la via, la verità e la vita" (Gv
14,6). Come successore dell’Apostolo Pietro, visitando in questi
giorni la vostra terra, ripeto a ciascuno di voi: non abbiate paura
di andare controcorrente per incontrare Gesù, di puntare verso
l’alto per incrociare il suo sguardo. Nel "logo" di
questa mia Visita pastorale è rappresentata la scena di Marco che
consegna il Vangelo a Pietro, tratta da un mosaico di questa
Basilica. Oggi, simbolicamente, vengo a riconsegnare il Vangelo a
voi, figli spirituali di san Marco, per confermarvi nella fede e
incoraggiarvi dinanzi alle sfide del momento presente. Avanzate
fiduciosi nel sentiero della nuova evangelizzazione, nel servizio
amorevole dei poveri e nella testimonianza coraggiosa all’interno
delle varie realtà sociali. Siate consapevoli d’essere portatori
di un messaggio che è per ogni uomo e per tutto l’uomo; un
messaggio di fede, di speranza e di carità.
Quest’invito è, in primo luogo, per voi, cari sacerdoti,
configurati con il sacramento dell’Ordine a Cristo "Capo e
Pastore" e posti a guida del suo popolo. Riconoscenti per
l’immenso dono ricevuto, continuate a svolgere con generosità e
dedizione il vostro ministero, cercando sostegno sia nella fraternità
presbiterale vissuta come corresponsabilità e collaborazione, sia
nella preghiera intensa e in un approfondito aggiornamento teologico
e pastorale. Un pensiero affettuoso ai sacerdoti ammalati e anziani,
uniti a noi spiritualmente. L’invito è poi rivolto a voi, persone
consacrate, che costituite una preziosa risorsa spirituale per
l’intero popolo cristiano e indicate in modo speciale, con la
professione dei voti, l’importanza e la possibilità del dono
totale di sé a Dio. Infine questo invito è rivolto a tutti voi,
cari fedeli laici. Sappiate rendere sempre e dappertutto ragione
della speranza che è in voi (cfr 1Pt 3,15). La Chiesa ha
bisogno dei vostri doni e del vostro entusiasmo. Sappiate dire
"sì" a Cristo che vi chiama ad essere suoi discepoli, ad
essere santi. Vorrei ricordare, ancora una volta, che la
"santità" non vuol dire fare cose straordinarie, ma
seguire ogni giorno la volontà di Dio, vivere veramente bene la
propria vocazione, con l’aiuto della preghiera, della Parola di
Dio, dei Sacramenti e con lo sforzo quotidiano della coerenza. Sì,
ci vogliono fedeli laici affascinati dall’ideale della
"santità", per costruire una società degna dell’uomo,
una civiltà dell’amore.
Nel corso della Visita pastorale avete dedicato speciale cura
alla testimonianza che le vostre comunità cristiane sono chiamate a
rendere, a partire dai fedeli più motivati e consapevoli. A tale
proposito, vi siete giustamente preoccupati di rilanciare
l’evangelizzazione e la catechesi degli adulti e delle nuove
generazioni proprio a partire da piccole comunità di adulti e di
genitori, che, costituendo quasi dei cenacoli domestici, possano
vivere la logica dell’evento cristiano anzitutto nella
testimonianza della comunione e della carità. Vi esorto a non
risparmiare energie nell’annuncio del Vangelo e nell’educazione
cristiana, promuovendo sia la catechesi ad ogni livello, sia quelle
offerte formative e culturali che costituiscono un vostro rilevante
patrimonio spirituale. Sappiate dedicare particolare cura alla
formazione cristiana dei bambini, degli adolescenti e dei giovani.
Essi hanno bisogno di validi punti di riferimento: siate per loro
esempi di coerenza umana e cristiana. Lungo il percorso della Visita
pastorale è emersa anche la necessità di un sempre maggiore
impegno nella carità quale esperienza del dono generoso e gratuito
di sé, come pure l’esigenza di manifestare con chiarezza il volto
missionario della parrocchia, fino a creare realtà pastorali che,
senza rinunciare alla capillarità, siano più capaci di slancio
apostolico.
Cari amici, la missione della Chiesa porta frutto perché Cristo
è realmente presente tra noi, in modo del tutto particolare nella
Santa Eucaristia. La sua è una presenza dinamica, che ci afferra
per farci suoi, per assimilarci a Sé. Cristo ci attira a Sé, ci fa
uscire da noi stessi per fare di noi tutti una cosa sola con Lui. In
questo modo Egli ci inserisce anche nella comunità dei fratelli: la
comunione con il Signore è sempre anche comunione con gli altri.
Per questo la nostra vita spirituale dipende essenzialmente
dall’Eucaristia. Senza di essa la fede e la speranza si spengono,
la carità si raffredda. Vi esorto pertanto a curare sempre più la
qualità delle celebrazioni eucaristiche, specialmente di quelle
domenicali, affinché il Giorno del Signore sia vissuto pienamente e
illumini le vicende e le attività di tutti i giorni.
Dall’Eucaristia, fonte inesauribile di amore divino, potrete
attingere l’energia necessaria per portare Cristo agli altri e per
portare gli altri a Cristo, per essere quotidianamente testimoni di
carità e di solidarietà e per condividere i beni che la
Provvidenza vi concede con i fratelli privi del necessario.
Cari amici, vi assicuro la mia preghiera, affinché
l’impegnativo cammino di crescita nella comunione, che avete
compiuto in questi anni della Visita pastorale, rinnovi la vita di
fede dell’intera vostra Chiesa particolare e, al tempo stesso,
susciti una sempre più generosa dedizione al servizio di Dio e dei
fratelli. Maria Santissima, che voi venerate con il titolo di
Vergine Nicopeja, la cui suggestiva immagine splende in questa
Basilica, ottenga in dono per tutti voi e per l’intera Comunità
diocesana la piena fedeltà a Cristo. All’intercessione della
celeste Madre del Redentore e al sostegno dei Santi e Beati della
vostra Terra affido il cammino che vi attende, mentre con affetto
imparto a voi e all’intera Chiesa di San Marco una speciale
Benedizione Apostolica, estendendola ai malati, ai carcerati e a
quanti soffrono nel corpo e nello spirito.
[© Copyright 2011 - Libreria Editrice Vaticana]
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