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VITERBO, domenica, 6 settembre 2009 (ZENIT.org).-
Pubblichiamo di seguito l'omelia pronunciata questa
domenica mattina da Benedetto XVI nel presiedere la
celebrazione eucaristica nella spianata di Valle Faul a
Viterbo.
* * *
Cari fratelli e sorelle!
Davvero inedito e suggestivo è lo scenario nel quale
celebriamo la Santa Messa: ci troviamo nella
"Valle" prospiciente l’antica Porta
denominata FAUL, che con le sue quattro lettere richiama
i quattro colli dell’antica Viterbium, e cioè Fanum-Arbanum-Vetulonia-Longula.
Da un lato, si erge imponente il Palazzo, un tempo
residenza dei Papi, che – come ha ricordato il vostro
Vescovo - nel sec. XIII ha visto ben 5 conclavi; intorno
ci circondano edifici e spazi, testimoni di molteplici
vicende del passato, ed oggi tessuto di vita della
vostra Città e Provincia. In questo contesto, che
rievoca secoli di storia civile e religiosa, si trova
ora idealmente raccolta, con il Successore di Pietro,
l’intera vostra Comunità diocesana, per essere da lui
confermata nella fedeltà a Cristo e al suo Vangelo.
Cari fratelli e sorelle, ogni assemblea liturgica è
spazio della presenza di Dio. Riuniti per la Santa
Eucaristia, i discepoli del Signore proclamano che Egli
è risorto, è vivo e datore di vita, e testimoniano che
la sua presenza è grazia, è compito, è gioia. Apriamo
il cuore alla sua parola ed accogliamo il dono della sua
presenza! Nella prima lettura, il profeta Isaia (35,4-7)
incoraggia gli "smarriti di cuore" e annuncia
questa stupenda novità, che l’esperienza conferma:
quando il Signore è presente si riaprono gli occhi del
cieco, si schiudono gli orecchi del sordo, lo zoppo
"salta" come un cervo. Tutto rinasce e tutto
rivive perché acque benefiche irrigano il deserto. Il
"deserto", nel suo linguaggio simbolico, può
evocare gli eventi drammatici, le situazioni difficili e
la solitudine che segna non raramente la vita; il
deserto più profondo è il cuore umano, quando perde la
capacità di ascoltare, di parlare, di comunicare con
Dio e con gli altri. Si diventa allora ciechi perché
incapaci di vedere la realtà; si chiudono gli orecchi
per non ascoltare il grido di chi implora aiuto; si
indurisce il cuore nell’indifferenza e nell’egoismo.
Ma ora – annuncia il Profeta – tutto è destinato a
cambiare; questa "terra arida" di un cuore
chiuso sarà irrigata da una nuova linfa divina. E
quando il Signore viene, agli smarriti di cuore di ogni
epoca dice con autorità: "Coraggio, non
temete"! ( v. 4)
Si aggancia qui perfettamente l’episodio
evangelico, narrato da san Marco (7,31-37): Gesù
guarisce in terra pagana un sordomuto. Prima lo accoglie
e si prende cura di lui con il linguaggio dei gesti, più
immediati delle parole; e poi con un’espressione in
lingua aramaica gli dice: "Effatà",
cioè "apriti", ridonando a quell’uomo udito
e lingua. Piena di stupore, la folla esclama: "Ha
fatto bene ogni cosa!" (v. 37). Possiamo vedere in
questo "segno" l’ardente desiderio di Gesù
di vincere nell’uomo la solitudine e
l’incomunicabilità create dall’egoismo, per dare
volto ad una "nuova umanità", l’umanità
dell’ascolto e della parola, del dialogo, della
comunicazione, della comunione con Dio. Una umanità
"buona", come buona è tutta la creazione di
Dio; una umanità senza discriminazioni, senza
esclusioni – come ammonisce l’apostolo Giacomo nella
sua Lettera (2,1-5) – così che il mondo sia veramente
e per tutti "campo di genuina fraternità" (Gaudium
et spes, 37) nell'apertura e nell'amore per il Padre
comune che ci ha creato e ci ha fatto i suoi figli e le
sue figlie.
Cara Chiesa di Viterbo, il Cristo, che nel Vangelo
vediamo aprire gli orecchi e sciogliere il nodo della
lingua al sordomuto, dischiuda il tuo cuore, e ti dia
sempre la gioia dell’ascolto della sua Parola, il
coraggio dell’annuncio del suo Vangelo, la capacità
di parlare con Dio e di parlare così con i fratelli e
sorelle, e finalmente il coraggio della scoperta del suo
Volto e della sua Bellezza! Ma, perché questo possa
avvenire – ricorda San Bonaventura da Bagnoregio, dove
mi recherò questo pomeriggio – perché questo possa
arrivare, la mente deve "andare al di là di tutto
con la contemplazione e andare al di là non solo del
mondo sensibile, ma anche al di là di se stessa" (Itinerarium
mentis in Deum VII,1). E’ questo l’itinerario di
salvezza, illuminato dalla luce della Parola di Dio e
nutrito dai sacramenti, che accomuna tutti i cristiani.
Di questo cammino che anche tu, amata Chiesa che vive
in questa terra sei chiamata a percorrere, vorrei ora
riprendere alcune linee spirituali e pastorali. Una
priorità che tanto sta a cuore al tuo Vescovo, è l’educazione
alla fede, come ricerca, come iniziazione
cristiana, come vita in Cristo. È il
"diventare cristiani" che consiste in quell’
"imparare Cristo" che san Paolo esprime con la
formula: "Non vivo più io, ma Cristo vive in me"
(Gal 2,20). In questa esperienza sono coinvolte
le parrocchie, le famiglie e le varie realtà
associative. Sono chiamati ad impegnarsi i catechisti e
tutti gli educatori; è chiamata ad offrire il proprio
apporto la scuola, dalle primarie all’Università
della Tuscia, sempre più importante e prestigiosa, ed,
in particolare, la scuola cattolica, con l’Istituto
filosofico-teologico "San Pietro". Ci sono
modelli sempre attuali, autentici pionieri
dell’educazione alla fede a cui ispirarsi. Mi piace
menzionare, tra gli altri, santa Rosa Venerini
(1656-1728) – che ho avuto la gioia di canonizzare tre
anni or sono – vera antesignana delle scuole femminili
in Italia, proprio "nel secolo dei Lumi";
santa Lucia Filippini (1672-1732) che, con l’aiuto del
Venerabile Cardinale Marco Antonio Barbarigo
(1640-1706), ha fondato le benemerite "Maestre
Pie". Da queste sorgenti spirituali si potrà
felicemente attingere ancora per affrontare, con lucidità
e coerenza, l’attuale, ineludibile e prioritaria,
"emergenza educativa", grande sfida per ogni
comunità cristiana e per l’intera società, che è
proprio un processo di effatà: di aprire gli
orecchi, il nodo della lingua e anche gli occhi.
Insieme all’educazione, la testimonianza
della fede. "La fede – scrive san Paolo
– si rende operosa per mezzo della carità" (Gal
5,6). È in questa prospettiva che prende volto
l’azione caritativa della Chiesa: le sue iniziative,
le sue opere sono segni della fede e dell’amore di
Dio, che è Amore – come ho ricordato ampiamente nelle
Encicliche Deus caritas est e Caritas in
veritate. Qui fiorisce e va sempre più incrementata
la presenza del volontariato, sia sul piano personale,
sia su quello associativo, che trova nella Caritas
il suo organismo propulsore ed educativo. La giovane
santa Rosa, (1233-1251), co-patrona della Diocesi e la
cui festa cade proprio in questi giorni, è fulgido
esempio di fede e di generosità verso i poveri. Come
non ricordare inoltre che santa Giacinta Marescotti,
(1585-1640), promosse in città l’adorazione
eucaristica dal suo Monastero, e dette vita a
istituzioni ed iniziative per i carcerati e gli
emarginati? Né possiamo dimenticare la francescana
testimonianza di san Crispino, cappuccino, (1668-1759),
che tuttora ispira benemerite presenze assistenziali.
E’ significativo che in questo clima di fervore
evangelico siano nate molte case di vita consacrata,
maschili e femminili, ed in particolare monasteri di
clausura, che costituiscono un visibile richiamo al
primato di Dio nella nostra esistenza e ci ricordano che
la prima forma di carità è proprio la preghiera.
Emblematico al riguardo, l’esempio della beata
Gabriella Sagheddu, (1914-1939), trappista: nel
monastero di Vitorchiano, dove è sepolta, continua ad
essere proposto quell’ecumenismo spirituale,
alimentato da incessante preghiera, vivamente
sollecitato dal Concilio Vaticano II (cfr Unitatis
redintegratio, 8). Ricordo anche il viterbese beato
Domenico Bàrberi (1792-1849), passionista, che nel 1845
accolse nella Chiesa cattolica John Henry Newman,
divenuto poi Cardinale, figura di alto profilo
intellettuale e di luminosa spiritualità.
Vorrei infine accennare ad una terza linea del vostro
piano pastorale: l’attenzione ai segni di Dio.
Come ha fatto Gesù con il sordomuto, allo stesso modo
Dio continua a rivelarci il suo progetto mediante
"eventi e parole". Ascoltare la sua parola e
discernere i suoi segni deve essere pertanto l’impegno
di ogni cristiano e di ciascuna comunità. Il più
immediato dei segni di Dio è certamente l’attenzione
al prossimo, secondo quanto Gesù ha detto: "Tutto
quello che avete fatto a uno solo di questi miei
fratelli più piccoli, l’avete fatto a me" (Mt
25,40). Inoltre, come afferma il Concilio Vaticano II,
il cristiano è chiamato ad essere "davanti al
mondo un testimone della risurrezione e della vita del
Signore Gesù e un segno del Dio vivo" (Lumen
gentium, 38). Deve esserlo in primo luogo il
sacerdote che Cristo ha scelto tutto per sé. Durante
questo Anno Sacerdotale, pregate con maggiore intensità
per i sacerdoti, per i seminaristi e per le vocazioni,
perché siano fedeli a questa loro vocazione! Segno del
Dio vivo deve esserlo, altresì, ogni persona consacrata
e ogni battezzato.
Fedeli laici, giovani e famiglie, non abbiate
paura di vivere e testimoniare la fede nei vari ambiti
della società, nelle molteplici situazioni
dell’esistenza umana! Viterbo ha espresso anche al
riguardo figure prestigiose. In questa occasione è
dovere e gioia far memoria del giovane Mario Fani di
Viterbo, iniziatore del "Circolo Santa Rosa",
che accese, insieme a Giovanni Acquaderni, di Bologna,
quella prima luce che sarebbe poi diventata
l’esperienza storica del laicato in Italia: l’Azione
Cattolica. Si succedono le stagioni della storia,
cambiano i contesti sociali, ma non muta e non passa di
moda la vocazione dei cristiani a vivere il Vangelo in
solidarietà con la famiglia umana, al passo con i
tempi. Ecco l’impegno sociale, ecco il servizio
proprio dell’azione politica, ecco lo sviluppo umano
integrale.
Cari fratelli e sorelle! Quando il cuore si
smarrisce nel deserto della vita, non abbiate paura,
affidatevi a Cristo, il primogenito dell’umanità
nuova: una famiglia di fratelli costruita nella libertà
e nella giustizia, nella verità e nella carità dei
figli di Dio. Di questa grande famiglia fanno parte
Santi a voi cari: Lorenzo, Valentino, Ilario, Rosa,
Lucia, Bonaventura e molti altri. Nostra comune Madre è
Maria che venerate, col titolo di Madonna della Quercia,
quale Patrona dell’intera Diocesi nella sua nuova
configurazione. Siano essi a custodirvi sempre uniti e
ad alimentare in ciascuno il desiderio di proclamare,
con le parole e con le opere, la presenza e l’amore di
Cristo! Amen.
[© Copyright 2009 - Libreria Editrice Vaticana.
Con aggiunte a braccio a cura di ZENIT]