Omelia di Benedetto XVI per l'apertura dell'Anno Paolino
Qui di seguito il testo integrale dell’omelia che il Papa ha
pronunciato sabato 28 giugnoi durante i Vespri per la solenne apertura dell’Anno Paolino
celebrati nella Basilica di San Paolo fuori Le Mura.
«Maestro
delle genti ci insegna oggi la fede e la verità»
Santità e
delegati fraterni, signori cardinali, venerati fratelli nell’episcopato e nel
sacerdozio, cari fratelli e sorelle, siamo riuniti presso la tomba di san Paolo, il quale
nacque, duemila anni fa, a Tarso di Cilicia, nell’odierna Turchia. Chi era questo Paolo?
Nel tempio di Gerusalemme, davanti alla folla agitata che voleva ucciderlo, egli presenta
se stesso con queste parole: «Io sono un Giudeo, nato a Tarso di Cilicia, ma cresciuto in
questa città [Gerusalemme], formato alla scuola di Gamaliele nelle più rigide norme
della legge paterna, pieno di zelo per Dio...» ( At 22,3). Alla fine del suo
cammino dirà di sé: «Sono stato fatto... maestro delle genti nella fede e nella
verità» ( 1Tm 2,7; cfr 2Tm 1,11). Maestro delle genti,
apostolo e banditore di Gesù Cristo, così egli caratterizza se stesso in uno sguardo
retrospettivo al percorso della sua vita. Ma con ciò lo sguardo non va soltanto verso il
passato. « Maestro delle genti» – questa parola si apre al futuro, verso tutti
i popoli e tutte le generazioni. Paolo non è per noi una figura del passato, che
ricordiamo con venerazione. Egli è anche il nostro maestro, apostolo e banditore
di Gesù Cristo anche per noi. S iamo quindi riuniti non per riflettere su una
storia passata, irrevocabilmente superata. Paolo vuole parlare con noi – oggi.
Per questo ho voluto indire questo speciale «Anno Paolino»: per ascoltarlo e per
apprendere ora da lui, quale nostro maestro, «la fede e la verità», in cui sono
radicate le ragioni dell’unità tra i discepoli di Cristo. In questa
prospettiva ho voluto accendere, per questo bimillenario della nascita dell’Apostolo,
una speciale «Fiamma Paolina», che resterà accesa durante tutto l’anno in uno
speciale braciere posto nel quadriportico della Basilica. Per solennizzare questa
ricorrenza ho anche inaugurato la cosiddetta «Porta Paolina», attraverso la quale sono
entrato nella Basilica accompagnato dal patriarca di Costantinopoli, dal cardinale
arciprete e da altre autorità religiose. È per me motivo di intima gioia che l’apertura
dell’«Anno Paolino » assuma un particolare carattere ecumenico per la presenza di
numerosi delegati e rappresentanti di altre Chiese e Comunità ecclesiali, che accolgo con
cuore aperto. Saluto in primo luogo sua santità il patriarca Bartolomeo I e i
membri della delegazione che lo accompagna, come pure il folto gruppo di laici che da
varie parti del mondo sono venuti a Roma per vivere con lui e con tutti noi questi momenti
di preghiera e di riflessione. Saluto i delegati fraterni delle Chiese che hanno un
vincolo particolare con l’apostolo Paolo – Gerusalemme, Antiochia, Cipro, Grecia – e
che formano l’ambiente geografico della vita dell’Apostolo prima del suo arrivo a
Roma. Saluto cordialmente i fratelli delle diverse Chiese e Comunità ecclesiali di
Oriente ed Occidente, insieme a tutti voi che avete voluto prendere parte a questo solenne
inizio dell’ « Anno » dedicato all’Apostolo delle Genti. S iamo dunque qui raccolti
per interrogarci sul grande Apostolo delle genti. Ci chiediamo non soltanto: Chi era
Paolo? Ci chiediamo soprattutto: Chi è Paolo? Che cosa dice a me? In
questa ora, all’inizio dell’«Anno Paolino» che stiamo inaugurando, vorrei scegliere
dalla ricca testimonianza del Nuovo Testamento tre testi, in cui appare la sua fisionomia
interiore, lo specifico del suo carattere. Nella Lettera ai Galati egli ci
ha donato una professione di fede molto personale, in cui apre il suo cuore
davanti ai lettori di tutti i tempi e rivela quale sia la molla più intima della sua
vita. «Vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per
me » ( Gal 2,20). Tutto ciò che Paolo fa parte da questo centro. La
sua fede è l’esperienza dell’essere amato da Gesù Cristo in modo tutto personale; è
la coscienza del fatto che Cristo ha affrontato la morte non per un qualcosa di anonimo,
ma per amore di lui – di Paolo –e che, come Risorto, lo ama tuttora, che cioè Cristo
si è donato per lui. La sua fede è l’essere colpito dall’amore di Gesù Cristo, un
amore che lo sconvolge fin nell’intimo e lo trasforma. La sua fede non è una teoria, un’opinione
su Dio e sul mondo. La sua fede è l’impatto dell’amore di Dio sul suo cuore.
E così questa stessa fede è amore per Gesù Cristo. D a molti Paolo viene
presentato come uomo combattivo che sa maneggiare la spada della parola. Di
fatto, sul suo cammino di apostolo non sono mancate le dispute. Non ha cercato un’armonia
superficiale. Nella prima delle sue Lettere, quella rivolta ai Tessalonicesi, egli
stesso dice: «Abbiamo avuto il coraggio ... di annunziarvi il vangelo di Dio in mezzo a
molte lotte ... Mai infatti abbiamo pronunziato parole di adulazione, come sapete » ( 1Ts
2,2.5). La verità era per lui troppo grande per essere disposto a sacrificarla in vista
di un successo esterno. La verità che aveva sperimentato nell’incontro
con il Risorto ben meritava per lui la lotta, la persecuzione, la sofferenza. Ma
ciò che lo motivava nel più profondo, era l’essere amato da Gesù Cristo e il
desiderio di trasmettere ad altri questo amore. Paolo era uno capace di amare, e tutto il
suo operare e soffrire si spiega solo a partire da questo centro. I concetti fondanti del
suo annuncio si comprendono unicamente in base ad esso. Prendiamo soltanto una
delle sue parole- chiave: la libertà. L’esperienza dell’essere amato fino in fondo da
Cristo gli aveva aperto gli occhi sulla verità e sulla via dell’esistenza umana –
quell’esperienza abbracciava tutto. Paolo era libero come uomo amato da Dio che, in
virtù di Dio, era in grado di amare insieme con Lui. Questo amore è ora la «legge»
della sua vita e proprio così è la libertà della sua vita. Egli parla ed agisce mosso
dalla responsabilità dell’amore. Libertà e responsabilità sono qui uniti in modo
inscindibile. Poiché sta nel- la responsabilità dell’amore, egli è libero; poiché è
uno che ama, egli vive totalmente nella responsabilità di questo amore e non prende la
libertà come pretesto per l’arbitrio e l’egoismo. Nello stesso spirito Agostino ha
formulato la frase diventata poi famosa: Dilige et quod vis fac ( Tract. in 1Jo
7 ,7-8) – ama e fa’ quello che vuoi. Chi ama Cristo come lo ha amato Paolo
può veramente fare quello che vuole, perché il suo amore è unito alla volontà di
Cristo e così alla volontà di Dio; perché la sua volontà è ancorata alla verità e
perché la sua volontà non è più semplicemente volontà sua, arbitrio dell’io
autonomo, ma è integrata nella libertà di Dio e da essa riceve la strada da percorrere.
Nella ricerca della fisionomia interiore di san
Paolo vorrei, in secondo luogo, ricordare la parola che il Cristo risorto gli rivolse
sulla strada verso Damasco. Prima il Signore gli chiede: «Saulo, Saulo, perché mi
perseguiti?». Alla domanda: «Chi sei, o Signore?» vien data la risposta: «Io sono
Gesù che tu perseguiti » ( At 9,4s). Perseguitando la Chiesa, Paolo
perseguita lo stesso Gesù. «Tu perseguiti me». Gesù si identifica con la Chiesa in un
solo soggetto. In questa esclamazione del Risorto, che trasformò la vita di
Saulo, in fondo ormai è contenuta l’intera dottrina sulla Chiesa come Corpo di Cristo. Cristo
non si è ritirato nel cielo, lasciando sulla terra una schiera di seguaci che mandano
avanti « la sua causa » . La Chiesa non è un’associazione che vuole promuovere una
certa causa. In essa non si tratta di una causa. In essa si tratta della persona di Gesù
Cristo, che anche da Risorto è rimasto «carne». Egli ha «carne e ossa» ( Lc
24, 39), lo afferma in Luca il Risorto davanti ai discepoli che lo avevano considerato un
fantasma. Egli ha un corpo. È personalmente presente nella sua Chiesa, «Capo e
Corpo» formano un unico soggetto, dirà Agostino. « Non sapete che i vostri corpi sono
membra di Cristo?», scrive Paolo ai Corinzi ( 1Cor 6,15). E aggiunge: come,
secondo il Libro della Genesi, l’uomo e la donna diventano una carne sola, così
Cristo con i suoi diventa un solo spirito, cioè un unico soggetto nel mondo nuovo della
risurrezione (cfr 1Cor 6,16ss).
In tutto ciò traspare il
mistero eucaristico, nel quale Cristo dona continuamente il suo Corpo e fa di noi il suo
Corpo: «Il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il Corpo di Cristo? Poiché
c’è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo: tutti infatti
partecipiamo dell’unico pane» ( 1Cor 10,16s). Con queste parole si rivolge a
noi, in quest’ora, non soltanto Paolo, ma il Signore stesso: Come avete potuto lacerare
il mio Corpo? Davanti al volto di Cristo, questa parola diventa al contempo una richiesta
urgente: Riportaci insieme da tutte le divisioni. Fa’ che oggi diventi nuovamente
realtà: C’è un solo pane, perciò noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo. Per
Paolo la parola sulla Chiesa come corpo di Cristo non è un qualsiasi paragone. Va ben
oltre un paragone. «Perché mi perseguiti? ». Continuamente Cristo ci attrae dentro il
suo corpo, edifica il suo Corpo a partire dal centro eucaristico, che per Paolo è il
centro dell’esistenza cristiana, in virtù del quale tutti, come anche ogni singolo può
in modo tutto personale sperimentare: Egli mi ha amato e ha dato se stesso per me.
Vorrei concludere con una
parola tarda di san Paolo, una esortazione a Timoteo dalla prigione, di fronte alla morte.
«Soffri anche tu insieme con me per il Vangelo», dice l’apostolo al suo
discepolo ( 2Tm 1,8). Questa parola, che sta alla fine delle vie percorse
dall’apostolo come un testamento, rimanda indietro all’inizio della sua missione.
Mentre, dopo il suo incontro con il Risorto, Paolo si trovava cieco nella sua abitazione a
Damasco, Anania ricevette l’incarico di andare dal persecutore temuto e di imporgli le
mani, perché riavesse la vista. All’obiezione di Anania che questo Saulo era un
persecutore pericoloso dei cristiani, viene la risposta: Quest’uomo deve portare il mio
nome dinanzi ai popoli e ai re. «Io gli mostrerò quanto dovrà soffrire per il mio
nome» ( At 9,15s). L’incarico dell’annuncio e la chiamata alla
sofferenza per Cristo vanno inscindibilmente insieme. La chiamata a diventare il maestro
delle genti è al contempo e intrinsecamente una chiamata alla sofferenza nella comunione
con Cristo, che ci ha redenti mediante la sua Passione. In un mondo in cui la menzogna è
potente, la verità si paga con la sofferenza. Chi vuole schivare la sofferenza, tenerla
lontana da sé, tiene lontana la vita stessa e la sua grandezza; non può essere servitore
della verità e così servitore della fede. Non c’è amore senza sofferenza – senza la
sofferenza della rinuncia a se stessi, della trasformazione e purificazione dell’io per
la vera libertà. Là dove non c’è niente che valga che per esso si soffra,
anche la stessa vita perde il suo valore. L’Eucaristia – il centro del nostro
essere cristiani – si fonda nel sacrificio di Gesù per noi, è nata dalla sofferenza
dell’amore, che nella Croce ha trovato il suo culmine. Di questo amore che si dona noi
viviamo. Esso ci dà il coraggio e la forza di soffrire con Cristo e per Lui in
questo mondo, sapendo che proprio così la nostra vita diventa grande e matura e vera. Alla
luce di tutte le lettere di san Paolo vediamo come nel suo cammino di maestro delle genti
si sia compiuta la profezia fatta ad Anania nell’ora della chiamata: « Io gli mostrerò
quanto dovrà soffrire per il mio nome». La sua sofferenza lo rende credibile come
maestro di verità, che non cerca il proprio tornaconto, la propria gloria, l’appagamento
personale, ma si impegna per Colui che ci ha amati e ha dato se stesso per tutti noi.
In questa ora ringraziamo
il Signore, perché ha chiamato Paolo, rendendolo luce delle genti e maestro di tutti noi,
e lo preghiamo: Donaci anche oggi testimoni della risurrezione, colpiti dal tuo amore e
capaci di portare la luce del Vangelo nel nostro tempo. San Paolo, prega per noi! Amen. |