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ROMA, lunedì, 20 dicembre 2010 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di
seguito il discorso pronunciato questo lunedì da Benedetto XVI
nel ricevere in udienza i Cardinali con i membri della Curia
Romana e del Governatorato per la presentazione degli auguri
natalizi.
* * *
Signori Cardinali,
venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Presbiterato,
cari fratelli e sorelle!
È con vivo piacere che vi incontro, cari Membri del Collegio
Cardinalizio, Rappresentanti della Curia
Romana e del Governatorato, per questo appuntamento
tradizionale. Rivolgo a ciascuno un cordiale saluto, ad iniziare
dal Cardinale Angelo Sodano, che ringrazio per le espressioni di
devozione e di comunione, e per i fervidi auguri che mi ha
rivolto a nome di tutti. Prope est jam Dominus, venite,
adoremus! Contempliamo come un’unica famiglia il mistero
dell’Emmanuele, del Dio-con-noi, come ha detto il Cardinale
Decano. Ricambio volentieri i voti augurali e desidero
ringraziare vivamente tutti, compresi i Rappresentanti Pontifici
sparsi per il mondo, per l’apporto competente e generoso che
ciascuno presta al Vicario di Cristo e alla Chiesa.
"Excita, Domine, potentiam tuam, et veni"
– con queste e con simili parole la liturgia della Chiesa
prega ripetutamente nei giorni dell’Avvento. Sono invocazioni
formulate probabilmente nel periodo del tramonto dell’Impero
Romano. Il disfacimento degli ordinamenti portanti del diritto e
degli atteggiamenti morali di fondo, che ad essi davano forza,
causavano la rottura degli argini che fino a quel momento
avevano protetto la convivenza pacifica tra gli uomini. Un mondo
stava tramontando. Frequenti cataclismi naturali aumentavano
ancora questa esperienza di insicurezza. Non si vedeva alcuna
forza che potesse porre un freno a tale declino. Tanto più
insistente era l’invocazione della potenza propria di Dio: che
Egli venisse e proteggesse gli uomini da tutte queste minacce.
"Excita, Domine, potentiam tuam, et veni".
Anche oggi abbiamo motivi molteplici per associarci a questa
preghiera di Avvento della Chiesa. Il mondo con tutte le sue
nuove speranze e possibilità è, al tempo stesso, angustiato
dall’impressione che il consenso morale si stia dissolvendo,
un consenso senza il quale le strutture giuridiche e politiche
non funzionano; di conseguenza, le forze mobilitate per la
difesa di tali strutture sembrano essere destinate
all’insuccesso.
Excita – la preghiera ricorda il grido rivolto al
Signore, che stava dormendo nella barca dei discepoli sbattuta
dalla tempesta e vicina ad affondare. Quando la sua parola
potente ebbe placato la tempesta, Egli rimproverò i discepoli
per la loro poca fede (cfr Mt 8,26 e par.). Voleva dire:
in voi stessi la fede ha dormito. La stessa cosa vuole dire
anche a noi. Anche in noi tanto spesso la fede dorme.
PreghiamoLo dunque di svegliarci dal sonno di una fede divenuta
stanca e di ridare alla fede il potere di spostare i monti –
cioè di dare l’ordine giusto alle cose del mondo.
"Excita, Domine, potentiam tuam, et veni":
nelle grandi angustie, alle quali siamo stati esposti in
quest’anno, tale preghiera di Avvento mi è sempre tornata di
nuovo alla mente e sulle labbra. Con grande gioia avevamo
iniziato l’Anno sacerdotale e, grazie a Dio, abbiamo potuto
concluderlo anche con grande gratitudine, nonostante si sia
svolto così diversamente da come ce l’eravamo aspettati. In
noi sacerdoti e nei laici, proprio anche nei giovani, si è
rinnovata la consapevolezza di quale dono rappresenti il
sacerdozio della Chiesa Cattolica, che ci è stato affidato dal
Signore. Ci siamo nuovamente resi conto di quanto sia bello che
esseri umani siano autorizzati a pronunciare in nome di Dio e
con pieno potere la parola del perdono, e così siano in grado
di cambiare il mondo, la vita; quanto sia bello che esseri umani
siano autorizzati a pronunciare le parole della consacrazione,
con cui il Signore attira dentro di sé un pezzo di mondo, e così
in un certo luogo lo trasforma nella sua sostanza; quanto sia
bello poter essere, con la forza del Signore, vicino agli uomini
nelle loro gioie e sofferenze, nelle ore importanti come in
quelle buie dell’esistenza; quanto sia bello avere nella vita
come compito non questo o quell’altro, ma semplicemente
l’essere stesso dell’uomo – per aiutare che si apra a Dio
e sia vissuto a partire da Dio. Tanto più siamo stati sconvolti
quando, proprio in quest’anno e in una dimensione per noi
inimmaginabile, siamo venuti a conoscenza di abusi contro i
minori commessi da sacerdoti, che stravolgono il Sacramento nel
suo contrario: sotto il manto del sacro feriscono profondamente
la persona umana nella sua infanzia e le recano un danno per
tutta la vita.
In questo contesto, mi è venuta in mente una visione di
sant’Ildegarda di Bingen che descrive in modo sconvolgente ciò
che abbiamo vissuto in quest’anno. "Nell’anno 1170 dopo
la nascita di Cristo ero per un lungo tempo malata a letto.
Allora, fisicamente e mentalmente sveglia, vidi una donna di una
bellezza tale che la mente umana non è in grado di comprendere.
La sua figura si ergeva dalla terra fino al cielo. Il suo volto
brillava di uno splendore sublime. Il suo occhio era rivolto al
cielo. Era vestita di una veste luminosa e raggiante di seta
bianca e di un mantello guarnito di pietre preziose. Ai piedi
calzava scarpe di onice. Ma il suo volto era cosparso di
polvere, il suo vestito, dal lato destro, era strappato. Anche
il mantello aveva perso la sua bellezza singolare e le sue
scarpe erano insudiciate dal di sopra. Con voce alta e
lamentosa, la donna gridò verso il cielo: ‘Ascolta, o cielo:
il mio volto è imbrattato! Affliggiti, o terra: il mio vestito
è strappato! Trema, o abisso: le mie scarpe sono
insudiciate!’.
E proseguì: ‘Ero nascosta nel cuore del Padre, finché il
Figlio dell’uomo, concepito e partorito nella verginità,
sparse il suo sangue. Con questo sangue, quale sua dote, mi ha
preso come sua sposa.
Le stimmate del mio sposo rimangono fresche e aperte, finché
sono aperte le ferite dei peccati degli uomini. Proprio questo
restare aperte delle ferite di Cristo è la colpa dei sacerdoti.
Essi stracciano la mia veste poiché sono trasgressori della
Legge, del Vangelo e del loro dovere sacerdotale. Tolgono lo
splendore al mio mantello, perché trascurano totalmente i
precetti loro imposti. Insudiciano le mie scarpe, perché non
camminano sulle vie dritte, cioè su quelle dure e severe della
giustizia, e anche non danno un buon esempio ai loro sudditi.
Tuttavia trovo in alcuni lo splendore della verità’.
E sentii una voce dal cielo che diceva: ‘Questa immagine
rappresenta la Chiesa. Per questo, o essere umano che vedi tutto
ciò e che ascolti le parole di lamento, annuncialo ai sacerdoti
che sono destinati alla guida e all’istruzione del popolo di
Dio e ai quali, come agli apostoli, è stato detto: «Andate in
tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura»’ (Mc
16,15)" (Lettera a Werner von Kirchheim e alla sua
comunità sacerdotale: PL 197, 269ss).
Nella visione di sant’Ildegarda, il volto della Chiesa è
coperto di polvere, ed è così che noi l’abbiamo visto. Il
suo vestito è strappato – per la colpa dei sacerdoti. Così
come lei l’ha visto ed espresso, l’abbiamo vissuto in
quest’anno. Dobbiamo accogliere questa umiliazione come
un’esortazione alla verità e una chiamata al rinnovamento.
Solo la verità salva. Dobbiamo interrogarci su che cosa
possiamo fare per riparare il più possibile l’ingiustizia
avvenuta. Dobbiamo chiederci che cosa era sbagliato nel nostro
annuncio, nell’intero nostro modo di configurare l’essere
cristiano, così che una tale cosa potesse accadere. Dobbiamo
trovare una nuova risolutezza nella fede e nel bene. Dobbiamo
essere capaci di penitenza. Dobbiamo sforzarci di tentare tutto
il possibile, nella preparazione al sacerdozio, perché una tale
cosa non possa più succedere. È questo anche il luogo per
ringraziare di cuore tutti coloro che si impegnano per aiutare
le vittime e per ridare loro la fiducia nella Chiesa, la capacità
di credere al suo messaggio. Nei miei incontri con le vittime di
questo peccato, ho sempre trovato anche persone che, con grande
dedizione, stanno a fianco di chi soffre e ha subito danno. È
questa l’occasione per ringraziare anche i tanti buoni
sacerdoti che trasmettono in umiltà e fedeltà la bontà del
Signore e, in mezzo alle devastazioni, sono testimoni della
bellezza non perduta del sacerdozio.
Siamo consapevoli della particolare gravità di questo
peccato commesso da sacerdoti e della nostra corrispondente
responsabilità. Ma non possiamo neppure tacere circa il
contesto del nostro tempo in cui è dato vedere questi
avvenimenti. Esiste un mercato della pornografia concernente i
bambini, che in qualche modo sembra essere considerato sempre più
dalla società come una cosa normale. La devastazione
psicologica di bambini, in cui persone umane sono ridotte ad
articolo di mercato, è uno spaventoso segno dei tempi. Da
Vescovi di Paesi del Terzo Mondo sento sempre di nuovo come il
turismo sessuale minacci un’intera generazione e la danneggi
nella sua libertà e nella sua dignità umana. L’Apocalisse
di san Giovanni annovera tra i grandi peccati di Babilonia –
simbolo delle grandi città irreligiose del mondo – il fatto
di esercitare il commercio dei corpi e delle anime e di farne
una merce (cfr Ap 18,13). In questo contesto, si pone
anche il problema della droga, che con forza crescente stende i
suoi tentacoli di polipo intorno all’intero globo terrestre
– espressione eloquente della dittatura di mammona che
perverte l’uomo. Ogni piacere diventa insufficiente e
l’eccesso nell’inganno dell’ebbrezza diventa una violenza
che dilania intere regioni, e questo in nome di un fatale
fraintendimento della libertà, in cui proprio la libertà
dell’uomo viene minata e alla fine annullata del tutto.
Per opporci a queste forze dobbiamo gettare uno sguardo sui
loro fondamenti ideologici. Negli anni Settanta, la pedofilia
venne teorizzata come una cosa del tutto conforme all’uomo e
anche al bambino. Questo, però, faceva parte di una perversione
di fondo del concetto di ethos. Si asseriva – persino
nell’ambito della teologia cattolica – che non esisterebbero
né il male in sé, né il bene in sé. Esisterebbe soltanto un
"meglio di" e un "peggio di". Niente sarebbe
in se stesso bene o male. Tutto dipenderebbe dalle circostanze e
dal fine inteso. A seconda degli scopi e delle circostanze,
tutto potrebbe essere bene o anche male. La morale viene
sostituita da un calcolo delle conseguenze e con ciò cessa di
esistere. Gli effetti di tali teorie sono oggi evidenti. Contro
di esse Papa Giovanni Paolo II, nella sua Enciclica Veritatis
splendor del 1993, indicò con forza profetica nella grande
tradizione razionale dell’ethos cristiano le basi
essenziali e permanenti dell’agire morale. Questo testo oggi
deve essere messo nuovamente al centro come cammino nella
formazione della coscienza. È nostra responsabilità rendere
nuovamente udibili e comprensibili tra gli uomini questi criteri
come vie della vera umanità, nel contesto della preoccupazione
per l’uomo, nella quale siamo immersi.
Come secondo punto vorrei dire una parola sul Sinodo delle
Chiese del Medio Oriente. Esso ebbe inizio con il mio viaggio a
Cipro dove potei consegnare l’Instrumentum laboris per
il Sinodo ai Vescovi di quei Paesi lì convenuti. Rimane
indimenticabile l’ospitalità della Chiesa ortodossa che
abbiamo potuto sperimentare con grande gratitudine. Anche se la
piena comunione non ci è ancora donata, abbiamo tuttavia
constatato con gioia che la forma basilare della Chiesa antica
ci unisce profondamente gli uni con gli altri: il ministero
sacramentale dei Vescovi come portatore della tradizione
apostolica, la lettura della Scrittura secondo l’ermeneutica
della Regula fidei, la comprensione della Scrittura
nell’unità multiforme incentrata su Cristo sviluppatasi
grazie all’ispirazione di Dio e, infine, la fede nella
centralità dell’Eucaristia nella vita della Chiesa. Così
abbiamo incontrato in modo vivo la ricchezza dei riti della
Chiesa antica anche all’interno della Chiesa Cattolica.
Abbiamo avuto liturgie con Maroniti e con Melchiti, abbiamo
celebrato in rito latino e abbiamo avuto momenti di preghiera
ecumenica con gli Ortodossi, e, in manifestazioni imponenti,
abbiamo potuto vedere la ricca cultura cristiana dell’Oriente
cristiano. Ma abbiamo visto anche il problema del Paese diviso.
Si rendevano visibili colpe del passato e profonde ferite, ma
anche il desiderio di pace e di comunione quali erano esistite
prima. Tutti sono consapevoli del fatto che la violenza non
porta alcun progresso – essa, infatti, ha creato la situazione
attuale. Solo nel compromesso e nella comprensione vicendevole
può essere ristabilita un’unità. Preparare la gente per
questo atteggiamento di pace è un compito essenziale della
pastorale.
Nel Sinodo lo sguardo si è poi allargato sull’intero Medio
Oriente, dove convivono fedeli appartenenti a religioni diverse
ed anche a molteplici tradizioni e riti distinti. Per quanto
riguarda i cristiani, ci sono le Chiese pre-calcedonesi e quelle
calcedonesi; Chiese in comunione con Roma ed altre che stanno
fuori di tale comunione ed in entrambe esistono, uno accanto
all’altro, molteplici riti. Negli sconvolgimenti degli ultimi
anni è stata scossa la storia di condivisione, le tensioni e le
divisioni sono cresciute, così che sempre di nuovo con spavento
siamo testimoni di atti di violenza nei quali non si rispetta più
ciò che per l’altro è sacro, nei quali anzi crollano le
regole più elementari dell’umanità. Nella situazione
attuale, i cristiani sono la minoranza più oppressa e
tormentata. Per secoli sono vissuti pacificamente insieme con i
loro vicini ebrei e musulmani. Nel Sinodo abbiamo ascoltato
parole sagge del Consigliere del Mufti della Repubblica del
Libano contro gli atti di violenza nei confronti dei cristiani.
Egli diceva: con il ferimento dei cristiani veniamo feriti noi
stessi. Purtroppo, però, questa e analoghe voci della ragione,
per le quali siamo profondamente grati, sono troppo deboli.
Anche qui l’ostacolo è il collegamento tra avidità di lucro
ed accecamento ideologico. Sulla base dello spirito della fede e
della sua ragionevolezza, il Sinodo ha sviluppato un grande
concetto del dialogo, del perdono e dell’accoglienza
vicendevole, un concetto che ora vogliamo gridare al mondo.
L’essere umano è uno solo e l’umanità è una sola. Ciò
che in qualsiasi luogo viene fatto contro l’uomo alla fine
ferisce tutti. Così le parole e i pensieri del Sinodo devono
essere un forte grido rivolto a tutte le persone con
responsabilità politica o religiosa perché fermino la
cristianofobia; perché si alzino a difendere i profughi e i
sofferenti e a rivitalizzare lo spirito della riconciliazione.
In ultima analisi, il risanamento può venire soltanto da una
fede profonda nell’amore riconciliatore di Dio. Dare forza a
questa fede, nutrirla e farla risplendere è il compito
principale della Chiesa in quest’ora.
Mi piacerebbe parlare dettagliatamente dell’indimenticabile
viaggio nel Regno Unito, voglio però limitarmi a due punti che
sono correlati con il tema della responsabilità dei cristiani
in questo tempo e con il compito della Chiesa di annunciare il
Vangelo. Il pensiero va innanzitutto all’incontro con il mondo
della cultura nella Westminster Hall, un incontro in cui la
consapevolezza della responsabilità comune in questo momento
storico creò una grande attenzione, che, in ultima analisi, si
rivolse alla questione circa la verità e la stessa fede. Che in
questo dibattito la Chiesa debba recare il proprio contributo,
era evidente per tutti. Alexis de Tocqueville, a suo tempo,
aveva osservato che in America la democrazia era diventata
possibile e aveva funzionato, perché esisteva un consenso
morale di base che, andando al di là delle singole
denominazioni, univa tutti. Solo se esiste un tale consenso
sull’essenziale, le costituzioni e il diritto possono
funzionare. Questo consenso di fondo proveniente dal patrimonio
cristiano è in pericolo là dove al suo posto, al posto della
ragione morale, subentra la mera razionalità finalistica di cui
ho parlato poco fa. Questo è in realtà un accecamento della
ragione per ciò che è essenziale. Combattere contro questo
accecamento della ragione e conservarle la capacità di vedere
l’essenziale, di vedere Dio e l’uomo, ciò che è buono e ciò
che è vero, è l’interesse comune che deve unire tutti gli
uomini di buona volontà. È in gioco il futuro del mondo.
Infine, vorrei ancora ricordare la beatificazione del
Cardinale John Henry Newman. Perché è stato beatificato? Che
cosa ha da dirci? A queste domande si possono dare molte
risposte, che nel contesto della beatificazione sono state
sviluppate. Vorrei rilevare soltanto due aspetti che vanno
insieme e, in fin dei conti, esprimono la stessa cosa. Il primo
è che dobbiamo imparare dalle tre conversioni di Newman, perché
sono passi di un cammino spirituale che ci interessa tutti.
Vorrei qui mettere in risalto solo la prima conversione: quella
alla fede nel Dio vivente. Fino a quel momento, Newman pensava
come la media degli uomini del suo tempo e come la media degli
uomini anche di oggi, che non escludono semplicemente
l’esistenza di Dio, ma la considerano comunque come qualcosa
di insicuro, che non ha alcun ruolo essenziale nella propria
vita. Veramente reale appariva a lui, come agli uomini del suo e
del nostro tempo, l’empirico, ciò che è materialmente
afferrabile. È questa la "realtà" secondo cui ci si
orienta. Il "reale" è ciò che è afferrabile, sono
le cose che si possono calcolare e prendere in mano. Nella sua
conversione Newman riconosce che le cose stanno proprio al
contrario: che Dio e l’anima, l’essere se stesso dell’uomo
a livello spirituale, costituiscono ciò che è veramente reale,
ciò che conta. Sono molto più reali degli oggetti afferrabili.
Questa conversione significa una svolta copernicana. Ciò che
fino ad allora era apparso irreale e secondario si rivela come
la cosa veramente decisiva. Dove avviene una tale conversione,
non cambia semplicemente una teoria, cambia la forma
fondamentale della vita. Di tale conversione noi tutti abbiamo
sempre di nuovo bisogno: allora siamo sulla via retta.
La forza motrice che spingeva sul cammino della conversione
era in Newman la coscienza. Ma che cosa si intende con ciò? Nel
pensiero moderno, la parola "coscienza" significa che
in materia di morale e di religione, la dimensione soggettiva,
l’individuo, costituisce l’ultima istanza della decisione.
Il mondo viene diviso negli ambiti dell’oggettivo e del
soggettivo. All’oggettivo appartengono le cose che si possono
calcolare e verificare mediante l’esperimento. La religione e
la morale sono sottratte a questi metodi e perciò sono
considerate come ambito del soggettivo. Qui non esisterebbero,
in ultima analisi, dei criteri oggettivi. L’ultima istanza che
qui può decidere sarebbe pertanto solo il soggetto, e con la
parola "coscienza" si esprime, appunto, questo: in
questo ambito può decidere solo il singolo, l’individuo con
le sue intuizioni ed esperienze. La concezione che Newman ha
della coscienza è diametralmente opposta. Per lui
"coscienza" significa la capacità di verità
dell’uomo: la capacità di riconoscere proprio negli ambiti
decisivi della sua esistenza – religione e morale – una
verità, la verità. La coscienza, la capacità
dell’uomo di riconoscere la verità, gli impone con ciò, al
tempo stesso, il dovere di incamminarsi verso la verità, di
cercarla e di sottomettersi ad essa laddove la incontra.
Coscienza è capacità di verità e obbedienza nei confronti
della verità, che si mostra all’uomo che cerca col cuore
aperto. Il cammino delle conversioni di Newman è un cammino
della coscienza – un cammino non della soggettività che si
afferma, ma, proprio al contrario, dell’obbedienza verso la
verità che passo passo si apriva a lui. La sua terza
conversione, quella al Cattolicesimo, esigeva da lui di
abbandonare quasi tutto ciò che gli era caro e prezioso: i suoi
averi e la sua professione, il suo grado accademico, i legami
familiari e molti amici. La rinuncia che l’obbedienza verso la
verità, la sua coscienza, gli chiedeva, andava ancora oltre.
Newman era sempre stato consapevole di avere una missione per
l’Inghilterra. Ma nella teologia cattolica del suo tempo, la
sua voce a stento poteva essere udita. Era troppo aliena
rispetto alla forma dominante del pensiero teologico e anche
della pietà. Nel gennaio del 1863 scrisse nel suo diario queste
frasi sconvolgenti: "Come protestante, la mia religione mi
sembrava misera, non però la mia vita. E ora, da cattolico, la
mia vita è misera, non però la mia religione". Non era
ancora arrivata l’ora della sua efficacia. Nell’umiltà e
nel buio dell’obbedienza, egli dovette aspettare fino a che il
suo messaggio fosse utilizzato e compreso. Per poter asserire
l’identità tra il concetto che Newman aveva della coscienza e
la moderna comprensione soggettiva della coscienza, si ama far
riferimento alla sua parola secondo cui egli – nel caso avesse
dovuto fare un brindisi – avrebbe brindato prima alla
coscienza e poi al Papa. Ma in questa affermazione,
"coscienza" non significa l’ultima obbligatorietà
dell’intuizione soggettiva. È espressione dell’accessibilità
e della forza vincolante della verità: in ciò si fonda il suo
primato. Al Papa può essere dedicato il secondo brindisi, perché
è compito suo esigere l’obbedienza nei confronti della verità.
Devo rinunciare a parlare dei viaggi così significativi a
Malta, in Portogallo e in Spagna. In essi si è reso nuovamente
visibile che la fede non è una cosa del passato, ma un incontro
con il Dio che vive ed agisce adesso. Egli ci chiama in causa e
si oppone alla nostra pigrizia, ma proprio così ci apre la
strada verso la gioia vera.
"Excita, Domine, potentiam tuam, et veni!".
Siamo partiti dall’invocazione della presenza della potenza di
Dio nel nostro tempo e dall’esperienza della sua apparente
assenza. Se apriamo i nostri occhi, proprio nella retrospettiva
sull’anno che volge al termine, può rendersi visibile che la
potenza e la bontà di Dio sono presenti in maniera molteplice
anche oggi. Così tutti noi abbiamo motivo per ringraziarLo. Con
il ringraziamento al Signore rinnovo il mio ringraziamento a
tutti i collaboratori. Voglia Dio donare a tutti noi un Santo
Natale ed accompagnarci con la sua bontà nel prossimo anno.
Affido questi voti all’intercessione della Vergine Santa,
Madre del Redentore, e a voi tutti e alla grande famiglia della
Curia Romana imparto di cuore la Benedizione Apostolica. Buon
Natale!
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