ZI11031303 - 13/03/2011
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Udienza del Papa ai membri dell'Associazione Nazionale Comuni
Italiani
CITTA' DEL VATICANO, domenica, 13 marzo 2011 (ZENIT.org).-
Riportiamo il testo del discorso che Papa Benedetto XVI ha rivolto
questo sabato mattina ai membri dell’Associazione Nazionale
Comuni Italiani (A.N.C.I.), ricevuti in udienza nella Sala
Clementina del Palazzo Apostolico Vaticano.
* * *
Illustri Signori Sindaci!
Rivolgo il mio cordiale saluto a voi tutti e sono grato per la
vostra presenza, che rientra in una tradizione consolidata nel
tempo, come testimoniano le udienze concesse dal Venerabile
Giovanni Paolo II e dai precedenti Pontefici e come ha ricordato
il Presidente dell’Associazione, che ringrazio per le belle
parole piene di realismo, ma anche di poesia e bellezza, con cui
ha introdotto il nostro incontro. Questo fatto attesta il
particolare legame che esiste tra il Papa, Vescovo di Roma e
Primate d’Italia, e la Nazione italiana, la quale ha proprio
nella variegata molteplicità di città e paesi una delle sue
caratteristiche.
La prima idea che viene alla mente incontrando i Rappresentanti
dell’Associazione Nazionale Comuni Italiani, è quella
dell’origine dei comuni, espressioni di una comunità che si
incontra, dialoga, fa festa e progetta insieme, una comunità di
credenti che celebra la Liturgia della domenica, e poi si ritrova
nelle piazze delle antiche città o, nelle campagne, davanti alla
chiesetta del villaggio. Anche un poeta italiano, Carducci, in
un’ode sulla gente della Carnia, richiama: "del comun la
rustica virtù / Accampata all’opaca ampia frescura / Veggo, ne
la stagion de la pastura / Dopo la messa il giorno de la
festa…". E’ sempre vivo anche oggi il bisogno di dimorare
in una comunità fraterna dove, ad esempio, parrocchia e comune
siano ad un tempo artefici di un modus vivendi giusto e
solidale, pur in mezzo a tutte le tensioni e sofferenze della vita
moderna. La molteplicità dei soggetti, delle situazioni, non è
in contraddizione con l’unità della Nazione, che è richiamata
dal 150° anniversario che si sta celebrando. Unità e pluralità
sono, a diversi livelli, compreso quello ecclesiologico, due
valori che si arricchiscono mutuamente, se vengono tenuti nel
giusto e reciproco equilibrio. Due principi che consentono questa
armonica compresenza tra unità e pluralità sono quelli di
sussidiarietà e di solidarietà, tipici dell’insegnamento
sociale della Chiesa. Tale dottrina sociale ha come oggetto verità
che non appartengono solo al patrimonio del credente, ma sono
razionalmente accessibili da ogni persona. Su questi principi mi
sono soffermato anche nell’Enciclica Caritas in veritate,
dove il principio di sussidiarietà è considerato
"espressione dell’inalienabile libertà umana".
Infatti, "la sussidiarietà è prima di tutto un aiuto alla
persona, attraverso l’autonomia dei corpi intermedi. Tale aiuto
viene offerto quando la persona e i soggetti sociali non riescono
a fare da sé e implica sempre finalità emancipatrici, perché
favorisce la libertà e la partecipazione in quanto assunzione di
responsabilità" (n. 57). Come tale, "si tratta quindi
di un principio particolarmente adatto a governare la
globalizzazione e a orientarla verso un vero sviluppo umano"
(ibid.). "Il principio di sussidiarietà va
mantenuto strettamente connesso con il principio di solidarietà e
viceversa, perché se la sussidiarietà senza la solidarietà
scade nel particolarismo sociale, è altrettanto vero che la
solidarietà senza la sussidiarietà scade nell’assistenzialismo
che umilia il portatore di bisogno" (n. 58). Questi principi
vanno applicati anche a livello comunale, in un duplice senso: nel
rapporto con le istanze pubbliche statali, regionali e
provinciali, così come in quello che le autorità comunali hanno
con i corpi sociali e le formazioni intermedie presenti nel
territorio. Queste ultime svolgono attività di rilevante utilità
sociale, essendo fautrici di umanizzazione e di socializzazione,
particolarmente dedite alle fasce emarginate e bisognose. Tra esse
rientrano anche numerose realtà ecclesiali, quali le parrocchie,
gli oratori, le case religiose, gli istituti cattolici di
educazione e di assistenza. Auspico che tale preziosa attività
trovi sempre un adeguato apprezzamento e sostegno, anche in
termini finanziari.
A questo proposito, desidero ribadire che la Chiesa non domanda
privilegi, ma di poter svolgere liberamente la sua missione, come
richiede un effettivo rispetto della libertà religiosa. Essa
consente in Italia la collaborazione che esiste fra la comunità
civile e quella ecclesiale. Purtroppo, in altri Paesi le minoranze
cristiane sono spesso vittime di discriminazioni e di
persecuzioni. Desidero esprimere il mio apprezzamento per la
mozione del 3 febbraio 2011, approvata all’unanimità dal vostro
Consiglio Nazionale, con l’invito a sensibilizzare i Comuni
aderenti all’Associazione nei confronti di tali fenomeni e
riaffermando, allo stesso tempo, "il carattere innegabile
della libertà religiosa quale fondamento della libera e pacifica
convivenza tra i popoli".
Inoltre, vorrei sottolineare l’importanza del tema della
"cittadinanza", che avete posto al centro dei vostri
lavori. Su questo tema la Chiesa in Italia sta sviluppando una
ricca riflessione, soprattutto a partire dal Convegno Ecclesiale
di Verona, in quanto la cittadinanza costituisce uno degli ambiti
fondamentali della vita e della convivenza delle persone. Anche il
prossimo Congresso Eucaristico Nazionale di Ancona dedicherà una
giornata a tale rilevante tematica, giornata alla quale sono stati
opportunamente invitati, come ci è stato detto, i Sindaci
italiani.
Oggi la cittadinanza si colloca, appunto, nel contesto della
globalizzazione, che si caratterizza, tra l’altro, per i grandi
flussi migratori. Di fronte a questa realtà, come ho ricordato
sopra, bisogna saper coniugare solidarietà e rispetto delle
leggi, affinché non venga stravolta la convivenza sociale e si
tenga conto dei principi di diritto e della tradizione culturale e
anche religiosa da cui trae origine la Nazione italiana. Questa
esigenza è avvertita in modo particolare da voi che, come
amministratori locali, siete più vicini alla vita quotidiana
della gente. Da voi si richiede sempre una speciale dedizione nel
servizio pubblico che rendete ai cittadini, per essere promotori
di collaborazione, di solidarietà e di umanità. La storia ci ha
lasciato l’esempio di Sindaci che con il loro prestigio e il
loro impegno hanno segnato la vita delle comunità: giustamente
lei ha ricordato la figura di Giorgio La Pira, cristiano esemplare
e amministratore pubblico stimato. Possa questa tradizione
continuare a portare frutto per il bene del Paese e dei suoi
cittadini! Per questo assicuro la mia preghiera e vi esorto,
illustri amici, a confidare nel Signore, perché – come dice il
Salmo – "se il Signore non vigila sulla città, invano
veglia la sentinella" (127,1).
Invocando la materna intercessione della Vergine Maria,
venerata dal popolo italiano nei suoi tanti Santuari, luoghi di
spiritualità, di arte e di cultura, e dei santi Patroni Francesco
d’Assisi e Caterina da Siena, benedico voi tutti, i vostri
collaboratori e l’intera Nazione italiana.
[© Copyright 2011 - Libreria Editrice Vaticana]
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«Migrazione non
stravolga l'identità culturale»
di Massimo Introvigne 14-03-2011
- http://www.labussolaquotidiana.it/imigrazione-non-stravolgalidentit-culturale.htm
Il 12 marzo Benedetto XVI ha ricevuto in udienza i sindaci dell'Anci
(Associazione Nazionale Comuni Italiani), con i quali ha condiviso
alcune importanti riflessioni sulla Dottrina sociale della Chiesa. Il
Papa ha ricordato anzitutto il «particolare legame che esiste tra il
Papa, vescovo di Roma e Primate d’Italia, e la Nazione italiana, la
quale ha proprio nella variegata molteplicità di città e paesi una
delle sue caratteristiche». In effetti, «la prima idea che viene alla
mente incontrando i Rappresentanti dell’Associazione Nazionale Comuni
Italiani, è quella dell’origine dei comuni, espressioni di una
comunità che si incontra, dialoga, fa festa e progetta insieme, una
comunità di credenti che celebra la Liturgia della domenica, e poi si
ritrova nelle piazze delle antiche città o, nelle campagne, davanti
alla chiesetta del villaggio».
A sorpresa il Pontefice ha citato un curioso riferimento
alla Messa di un poeta massone e anticlericale, Giosuè Carducci
(1835-1907), il quale «in un’ode sulla gente della Carnia, richiama:
"del comun la rustica virtù / Accampata all’opaca ampia frescura
/ Veggo, ne la stagion de la pastura / Dopo la messa il giorno de la
festa…"». Il brano poetico è occasione per Benedetto XVI di
evocare e insieme auspicare un'Italia dove ogni paese possa essere
davvero «una comunità fraterna dove, ad esempio, parrocchia e comune
siano ad un tempo artefici di un modus vivendi giusto e solidale, pur in
mezzo a tutte le tensioni e sofferenze della vita moderna».
Questa immagine di una nazione che vive nelle sue mille comunità
locali è lo spunto per una riflessione del Papa su un problema
dibattuto: come coniugare in Italia unità e diversità? Benedetto XVI
risponde che «la molteplicità dei soggetti, delle situazioni, non è
in contraddizione con l’unità della Nazione, che è richiamata dal
150° anniversario che si sta celebrando. Unità e pluralità sono, a
diversi livelli, compreso quello ecclesiologico, due valori che si
arricchiscono mutuamente, se vengono tenuti nel giusto e reciproco
equilibrio». Tale equilibrio può essere garantito solo se si
rispettano i due principi fondamentali della Dottrina sociale della
Chiesa: il principio di sussidiarietà e il principio di solidarietà.
«Due principi che consentono questa armonica compresenza tra unità e
pluralità sono quelli di sussidiarietà e di solidarietà, tipici
dell’insegnamento sociale della Chiesa».
Il Pontefice ha voluto ricordare che la «dottrina sociale ha
come oggetto verità che non appartengono solo al patrimonio
del credente, ma sono razionalmente accessibili da ogni persona», così
che la Chiesa proponendoli a tutti non realizza un'indebita ingerenza ma
propone principi universali che valgono per cattolici e non cattolici,
credenti e non credenti. «Su questi principi - spiega il Papa - mi sono
soffermato anche nell’Enciclica Caritas in veritate, dove il
principio di sussidiarietà è considerato "espressione
dell’inalienabile libertà umana". Infatti, "la sussidiarietà
è prima di tutto un aiuto alla persona, attraverso l’autonomia dei
corpi intermedi. Tale aiuto viene offerto quando la persona e i soggetti
sociali non riescono a fare da sé e implica sempre finalità
emancipatrici, perché favorisce la libertà e la partecipazione in
quanto assunzione di responsabilità" (n. 57).
Come tale, "si tratta quindi di un principio
particolarmente adatto a governare la globalizzazione e a
orientarla verso un vero sviluppo umano" (ibid.)». Sussidiarietà
e solidarietà vanno unite, non contrapposte. «"Il principio di
sussidiarietà va mantenuto strettamente connesso con il principio di
solidarietà e viceversa, perché se la sussidiarietà senza la
solidarietà scade nel particolarismo sociale, è altrettanto vero che
la solidarietà senza la sussidiarietà scade nell’assistenzialismo
che umilia il portatore di bisogno"».
La Dottrina sociale della Chiesa non è solo per gli Stati.
Ha qualcosa da dire anche ai comuni. «Questi principi vanno applicati
anche a livello comunale, in un duplice senso: nel rapporto con le
istanze pubbliche statali, regionali e provinciali, così come in quello
che le autorità comunali hanno con i corpi sociali e le formazioni
intermedie presenti nel territorio. Queste ultime svolgono attività di
rilevante utilità sociale, essendo fautrici di umanizzazione e di
socializzazione, particolarmente dedite alle fasce emarginate e
bisognose». Tra le formazioni intermedie presenti nei comuni «rientrano
anche numerose realtà ecclesiali, quali le parrocchie, gli oratori, le
case religiose, gli istituti cattolici di educazione e di assistenza».
Il Papa chiede «che tale preziosa attività trovi sempre un adeguato
apprezzamento e sostegno, anche in termini finanziari».
La natura di tale richiesta va però ben compresa: «La
Chiesa non domanda privilegi, ma di poter svolgere liberamente la sua
missione, come richiede un effettivo rispetto della libertà religiosa».
Il rispetto di questo principio «consente in Italia la collaborazione
che esiste fra la comunità civile e quella ecclesiale». Non dovunque,
come sappiamo, è così. «Purtroppo, in altri Paesi le minoranze
cristiane sono spesso vittime di discriminazioni e di persecuzioni». Al
riguardo, anche i comuni possono svolgere un'opera utile con iniziative
a favore dei cristiani perseguitati nel mondo. Il Papa esprime così «apprezzamento
per la mozione del 3 febbraio 2011, approvata all’unanimità dal
vostro Consiglio Nazionale, con l’invito a sensibilizzare i Comuni
aderenti all’Associazione nei confronti di tali fenomeni e
riaffermando, allo stesso tempo, "il carattere innegabile della
libertà religiosa quale fondamento della libera e pacifica convivenza
tra i popoli"».
Una parte di rilievo del discorso pontifico è stata dedicata al «tema
della "cittadinanza"», definito «uno degli ambiti
fondamentali della vita e della convivenza delle persone». Oggi, ha
detto il Papa, «la cittadinanza si colloca, appunto, nel contesto della
globalizzazione, che si caratterizza, tra l’altro, per i grandi flussi
migratori». Sull'immigrazione la Dottrina sociale della Chiesa invita a
tenere conto sia dei diritti degli immigrati, alla luce del principio di
solidarietà, sia del diritto della società che li ospita non solo alla
sicurezza ma anche alla propria identità culturale e religiosa, che non
deve essere stravolta. Di fronte all'immigrazione, ha detto il
Pontefice, «bisogna saper coniugare solidarietà e rispetto delle
leggi, affinché non venga stravolta la convivenza sociale e si tenga
conto dei principi di diritto e della tradizione culturale e anche
religiosa da cui trae origine la Nazione italiana».
Il riferimento dunque non è solo alla sicurezza ma anche
all'identità, e a una identità non solo culturale ma anche
religiosa, con un preciso rilievo sul rischio che questa sia «stravolta».
Il Papa sa che «questa esigenza è avvertita in modo particolare da voi
che, come amministratori locali, siete più vicini alla vita quotidiana
della gente». Il Pontefice ha voluto citare in tema di sindaci la
figura del servo di Dio Giorgio La Pira (1904-1977), definito «cristiano
esemplare e amministratore pubblico stimato». La difesa dell'identità,
ha concluso il Pontefice, rischia oggi di diventare impossibile senza un
riferimento esplicito alla religione «perché – come dice il Salmo
– "se il Signore non vigila sulla città, invano veglia la
sentinella" (127,1)».
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