"Cari artisti, voi siete custodi della bellezza"
Papa: La Chiesa ha bisogno degli
artisti per risvegliare gli uomini alla Bellezza
Il testo integrale del discorso rivolto dal papa il 21 novembre
2009, nella Cappella Sistina, a esponenti di tutte le arti: pittori,
scultori, architetti, romanzieri, poeti, musicisti, cantanti, uomini
di cinema, teatro, danza, fotografia
di Benedetto XVI
Signori Cardinali,
venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio,
illustri Artisti,
Signore e Signori!
Con grande gioia vi accolgo in questo luogo solenne e ricco di arte
e di memorie. Rivolgo a tutti e a ciascuno il mio cordiale saluto, e
vi ringrazio per aver accolto il mio invito. Con questo incontro
desidero esprimere e rinnovare l’amicizia della Chiesa con il
mondo dell’arte, un’amicizia consolidata nel tempo, poiché il
Cristianesimo, fin dalle sue origini, ha ben compreso il valore
delle arti e ne ha utilizzato sapientemente i multiformi linguaggi
per comunicare il suo immutabile messaggio di salvezza. Questa
amicizia va continuamente promossa e sostenuta, affinché sia
autentica e feconda, adeguata ai tempi e tenga conto delle
situazioni e dei cambiamenti sociali e culturali. Ecco il motivo di
questo nostro appuntamento. Ringrazio di cuore Mons. Gianfranco
Ravasi, Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura e della
Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa, per averlo
promosso e preparato, con i suoi collaboratori, come pure per le
parole che mi ha poc’anzi rivolto. Saluto i Signori Cardinali, i
Vescovi, i Sacerdoti e le distinte Personalità presenti. Ringrazio
anche la Cappella Musicale Pontificia Sistina che accompagna questo
significativo momento. Protagonisti di questo incontro siete voi,
cari e illustri Artisti, appartenenti a Paesi, culture e religioni
diverse, forse anche lontani da esperienze religiose, ma desiderosi
di mantenere viva una comunicazione con la Chiesa cattolica e di non
restringere gli orizzonti dell’esistenza alla mera materialità,
ad una visione riduttiva e banalizzante. Voi rappresentate il
variegato mondo delle arti e, proprio per questo, attraverso di voi
vorrei far giungere a tutti gli artisti il mio invito
all’amicizia, al dialogo, alla collaborazione.
Alcune significative circostanze arricchiscono questo momento.
Ricordiamo il decennale della Lettera agli Artisti del mio venerato
predecessore, il Servo di Dio Giovanni Paolo II. Per la prima volta,
alla vigilia del Grande Giubileo dell’Anno 2000, questo Pontefice,
anch’egli artista, scrisse direttamente agli artisti con la
solennità di un documento papale e il tono amichevole di una
conversazione tra "quanti – come recita l’indirizzo –,
con appassionata dedizione, cercano nuove «epifanie» della
bellezza". Lo stesso Papa, venticinque anni or sono, aveva
proclamato patrono degli artisti il Beato Angelico, indicando in lui
un modello di perfetta sintonia tra fede e arte. Il mio pensiero va,
poi, al 7 maggio del 1964, quarantacinque anni fa, quando, in questo
stesso luogo, si realizzava uno storico evento, fortemente voluto
dal Papa Paolo VI per riaffermare l’amicizia tra la Chiesa e le
arti. Le parole che ebbe a pronunciare in quella circostanza
risuonano ancor oggi sotto la volta di questa Cappella Sistina,
toccando il cuore e l’intelletto. "Noi abbiamo bisogno di voi
- egli disse -. Il Nostro ministero ha bisogno della vostra
collaborazione. Perché, come sapete, il Nostro ministero è quello
di predicare e di rendere accessibile e comprensibile, anzi
commovente, il mondo dello spirito, dell’invisibile,
dell’ineffabile, di Dio. E in questa operazione… voi siete
maestri. E’ il vostro mestiere, la vostra missione; e la vostra
arte è quella di carpire dal cielo dello spirito i suoi tesori e
rivestirli di parola, di colori, di forme, di accessibilità"
(Insegnamenti II, [1964], 313). Tanta era la stima di Paolo VI per
gli artisti, da spingerlo a formulare espressioni davvero ardite:
"E se Noi mancassimo del vostro ausilio – proseguiva –, il
ministero diventerebbe balbettante ed incerto e avrebbe bisogno di
fare uno sforzo, diremmo, di diventare esso stesso artistico, anzi
di diventare profetico. Per assurgere alla forza di espressione
lirica della bellezza intuitiva, avrebbe bisogno di far coincidere
il sacerdozio con l’arte" (Ibid., 314). In quella
circostanza, Paolo VI assunse l’ impegno di "ristabilire
l’amicizia tra la Chiesa e gli artisti", e chiese loro di
farlo proprio e di condividerlo, analizzando con serietà e
obiettività i motivi che avevano turbato tale rapporto e
assumendosi ciascuno con coraggio e passione la responsabilità di
un rinnovato, approfondito itinerario di conoscenza e di dialogo, in
vista di un’autentica "rinascita" dell’arte, nel
contesto di un nuovo umanesimo.
Quello storico incontro, come dicevo, avvenne qui, in questo
santuario di fede e di creatività umana. Non è dunque casuale il
nostro ritrovarci proprio in questo luogo, prezioso per la sua
architettura e per le sue simboliche dimensioni, ma ancora di più
per gli affreschi che lo rendono inconfondibile, ad iniziare dai
capolavori di Perugino e Botticelli, Ghirlandaio e Cosimo Rosselli,
Luca Signorelli ed altri, per giungere alle Storie della Genesi e al
Giudizio Universale, opere eccelse di Michelangelo Buonarroti, che
qui ha lasciato una delle creazioni più straordinarie di tutta la
storia dell’arte. Qui è anche risuonato spesso il linguaggio
universale della musica, grazie al genio di grandi musicisti, che
hanno posto la loro arte al servizio della liturgia, aiutando
l’anima ad elevarsi a Dio. Al tempo stesso, la Cappella Sistina è
uno scrigno singolare di memorie, giacché costituisce lo scenario,
solenne ed austero, di eventi che segnano la storia della Chiesa e
dell’umanità. Qui, come sapete, il Collegio dei Cardinali elegge
il Papa; qui ho vissuto anch’io, con trepidazione e assoluta
fiducia nel Signore, il momento indimenticabile della mia elezione a
Successore dell’apostolo Pietro.
Cari amici, lasciamo che questi affreschi ci parlino oggi,
attirandoci verso la méta ultima della storia umana. Il Giudizio
Universale, che campeggia alle mie spalle, ricorda che la storia
dell’umanità è movimento ed ascensione, è inesausta tensione
verso la pienezza, verso la felicità ultima, verso un orizzonte che
sempre eccede il presente mentre lo attraversa. Nella sua
drammaticità, però, questo affresco pone davanti ai nostri occhi
anche il pericolo della caduta definitiva dell’uomo, minaccia che
incombe sull’umanità quando si lascia sedurre dalle forze del
male. L’affresco lancia perciò un forte grido profetico contro il
male; contro ogni forma di ingiustizia. Ma per i credenti il Cristo
risorto è la Via, la Verità e la Vita. Per chi fedelmente lo segue
è la Porta che introduce in quel "faccia a faccia", in
quella visione di Dio da cui scaturisce senza più limitazioni la
felicità piena e definitiva. Michelangelo offre così alla nostra
visione l’Alfa e l’Omega, il Principio e la Fine della storia, e
ci invita a percorrere con gioia, coraggio e speranza l’itinerario
della vita. La drammatica bellezza della pittura michelangiolesca,
con i suoi colori e le sue forme, si fa dunque annuncio di speranza,
invito potente ad elevare lo sguardo verso l’orizzonte ultimo. Il
legame profondo tra bellezza e speranza costituiva anche il nucleo
essenziale del suggestivo Messaggio che Paolo VI indirizzò agli
artisti alla chiusura del Concilio Ecumenico Vaticano II, l’8
dicembre 1965: "A voi tutti - egli proclamò solennemente - la
Chiesa del Concilio dice con la nostra voce: se voi siete gli amici
della vera arte, voi siete nostri amici!" (Enchiridion
Vaticanum, 1, p. 305). Ed aggiunse: "Questo mondo nel quale
viviamo ha bisogno di bellezza per non sprofondare nella
disperazione. La bellezza, come la verità, è ciò che infonde
gioia al cuore degli uomini, è quel frutto prezioso che resiste al
logorio del tempo, che unisce le generazioni e le fa comunicare
nell’ammirazione. E questo grazie alle vostre mani… Ricordatevi
che siete i custodi della bellezza nel mondo" (Ibid.).
Il momento attuale è purtroppo segnato, oltre che da fenomeni
negativi a livello sociale ed economico, anche da un affievolirsi
della speranza, da una certa sfiducia nelle relazioni umane, per cui
crescono i segni di rassegnazione, di aggressività, di
disperazione. Il mondo in cui viviamo, poi, rischia di cambiare il
suo volto a causa dell’opera non sempre saggia dell’uomo il
quale, anziché coltivarne la bellezza, sfrutta senza coscienza le
risorse del pianeta a vantaggio di pochi e non di rado ne sfregia le
meraviglie naturali. Che cosa può ridare entusiasmo e fiducia, che
cosa può incoraggiare l’animo umano a ritrovare il cammino, ad
alzare lo sguardo sull’orizzonte, a sognare una vita degna della
sua vocazione se non la bellezza? Voi sapete bene, cari artisti, che
l’esperienza del bello, del bello autentico, non effimero né
superficiale, non è qualcosa di accessorio o di secondario nella
ricerca del senso e della felicità, perché tale esperienza non
allontana dalla realtà, ma, al contrario, porta ad un confronto
serrato con il vissuto quotidiano, per liberarlo dall’oscurità e
trasfigurarlo, per renderlo luminoso, bello.
Una funzione essenziale della vera bellezza, infatti, già
evidenziata da Platone, consiste nel comunicare all’uomo una
salutare "scossa", che lo fa uscire da se stesso, lo
strappa alla rassegnazione, all’accomodamento del quotidiano, lo
fa anche soffrire, come un dardo che lo ferisce, ma proprio in
questo modo lo "risveglia" aprendogli nuovamente gli occhi
del cuore e della mente, mettendogli le ali, sospingendolo verso
l’alto. L’espressione di Dostoevskij che sto per citare è
senz’altro ardita e paradossale, ma invita a riflettere:
"L’umanità può vivere - egli dice - senza la scienza, può
vivere senza pane, ma soltanto senza la bellezza non potrebbe più
vivere, perché non ci sarebbe più nulla da fare al mondo. Tutto il
segreto è qui, tutta la storia è qui". Gli fa eco il pittore
Georges Braque: "L’arte è fatta per turbare, mentre la
scienza rassicura". La bellezza colpisce, ma proprio così
richiama l’uomo al suo destino ultimo, lo rimette in marcia, lo
riempie di nuova speranza, gli dona il coraggio di vivere fino in
fondo il dono unico dell’esistenza. La ricerca della bellezza di
cui parlo, evidentemente, non consiste in alcuna fuga
nell’irrazionale o nel mero estetismo.
Troppo spesso, però, la bellezza che viene propagandata è
illusoria e mendace, superficiale e abbagliante fino allo
stordimento e, invece di far uscire gli uomini da sé e aprirli ad
orizzonti di vera libertà attirandoli verso l’alto, li imprigiona
in se stessi e li rende ancor più schiavi, privi di speranza e di
gioia. Si tratta di una seducente ma ipocrita bellezza, che ridesta
la brama, la volontà di potere, di possesso, di sopraffazione
sull’altro e che si trasforma, ben presto, nel suo contrario,
assumendo i volti dell’oscenità, della trasgressione o della
provocazione fine a se stessa. L’autentica bellezza, invece,
schiude il cuore umano alla nostalgia, al desiderio profondo di
conoscere, di amare, di andare verso l’Altro, verso l’Oltre da sé.
Se accettiamo che la bellezza ci tocchi intimamente, ci ferisca, ci
apra gli occhi, allora riscopriamo la gioia della visione, della
capacità di cogliere il senso profondo del nostro esistere, il
Mistero di cui siamo parte e da cui possiamo attingere la pienezza,
la felicità, la passione dell’impegno quotidiano. Giovanni Paolo
II, nella Lettera agli Artisti, cita, a tale proposito, questo verso
di un poeta polacco, Cyprian Norwid: "La bellezza è per
entusiasmare al lavoro, / il lavoro è per risorgere" (n. 3). E
più avanti aggiunge: "In quanto ricerca del bello, frutto di
un’immaginazione che va al di là del quotidiano, l’arte è, per
sua natura, una sorta di appello al Mistero. Persino quando scruta
le profondità più oscure dell’anima o gli aspetti più
sconvolgenti del male, l’artista si fa in qualche modo voce
dell’universale attesa di redenzione" (n. 10). E nella
conclusione afferma: "La bellezza è cifra del mistero e
richiamo al trascendente" (n. 16).
Queste ultime espressioni ci spingono a fare un passo in avanti
nella nostra riflessione. La bellezza, da quella che si manifesta
nel cosmo e nella natura a quella che si esprime attraverso le
creazioni artistiche, proprio per la sua caratteristica di aprire e
allargare gli orizzonti della coscienza umana, di rimandarla oltre
se stessa, di affacciarla sull’abisso dell’Infinito, può
diventare una via verso il Trascendente, verso il Mistero ultimo,
verso Dio. L’arte, in tutte le sue espressioni, nel momento in cui
si confronta con i grandi interrogativi dell’esistenza, con i temi
fondamentali da cui deriva il senso del vivere, può assumere una
valenza religiosa e trasformarsi in un percorso di profonda
riflessione interiore e di spiritualità. Questa affinità, questa
sintonia tra percorso di fede e itinerario artistico, l’attesta un
incalcolabile numero di opere d’arte che hanno come protagonisti i
personaggi, le storie, i simboli di quell’immenso deposito di
"figure" – in senso lato – che è la Bibbia, la Sacra
Scrittura. Le grandi narrazioni bibliche, i temi, le immagini, le
parabole hanno ispirato innumerevoli capolavori in ogni settore
delle arti, come pure hanno parlato al cuore di ogni generazione di
credenti mediante le opere dell’artigianato e dell’arte locale,
non meno eloquenti e coinvolgenti.
Si parla, in proposito, di una "via pulchritudinis", una
via della bellezza che costituisce al tempo stesso un percorso
artistico, estetico, e un itinerario di fede, di ricerca teologica.
Il teologo Hans Urs von Balthasar apre la sua grande opera
intitolata "Gloria. Un’estetica teologica" con queste
suggestive espressioni: "La nostra parola iniziale si chiama
bellezza. La bellezza è l’ultima parola che l’intelletto
pensante può osare di pronunciare, perché essa non fa altro che
incoronare, quale aureola di splendore inafferrabile, il duplice
astro del vero e del bene e il loro indissolubile rapporto".
Osserva poi: "Essa è la bellezza disinteressata senza la quale
il vecchio mondo era incapace di intendersi, ma che ha preso congedo
in punta di piedi dal moderno mondo degli interessi, per
abbandonarlo alla sua cupidità e alla sua tristezza. Essa è la
bellezza che non è più amata e custodita nemmeno dalla
religione". E conclude: "Chi, al suo nome, increspa al
sorriso le labbra, giudicandola come il ninnolo esotico di un
passato borghese, di costui si può essere sicuri che –
segretamente o apertamente – non è più capace di pregare e,
presto, nemmeno di amare". La via della bellezza ci conduce,
dunque, a cogliere il Tutto nel frammento, l’Infinito nel finito,
Dio nella storia dell’umanità. Simone Weil scriveva a tal
proposito: "In tutto quel che suscita in noi il sentimento puro
ed autentico del bello, c’è realmente la presenza di Dio. C’è
quasi una specie di incarnazione di Dio nel mondo, di cui la
bellezza è il segno. Il bello è la prova sperimentale che
l’incarnazione è possibile. Per questo ogni arte di prim’ordine
è, per sua essenza, religiosa". Ancora più icastica
l’affermazione di Hermann Hesse: "Arte significa: dentro a
ogni cosa mostrare Dio". Facendo eco alle parole del Papa Paolo
VI, il Servo di Dio Giovanni Paolo II ha riaffermato il desiderio
della Chiesa di rinnovare il dialogo e la collaborazione con gli
artisti: "Per trasmettere il messaggio affidatole da Cristo, la
Chiesa ha bisogno dell’arte" (Lettera agli Artisti, n. 12);
ma domandava subito dopo: "L’arte ha bisogno della
Chiesa?", sollecitando così gli artisti a ritrovare nella
esperienza religiosa, nella rivelazione cristiana e nel "grande
codice" che è la Bibbia una sorgente di rinnovata e motivata
ispirazione.
Cari Artisti, avviandomi alla conclusione, vorrei rivolgervi
anch’io, come già fece il mio Predecessore, un cordiale,
amichevole ed appassionato appello. Voi siete custodi della
bellezza; voi avete, grazie al vostro talento, la possibilità di
parlare al cuore dell’umanità, di toccare la sensibilità
individuale e collettiva, di suscitare sogni e speranze, di ampliare
gli orizzonti della conoscenza e dell’impegno umano. Siate perciò
grati dei doni ricevuti e pienamente consapevoli della grande
responsabilità di comunicare la bellezza, di far comunicare nella
bellezza e attraverso la bellezza! Siate anche voi, attraverso la
vostra arte, annunciatori e testimoni di speranza per l’umanità!
E non abbiate paura di confrontarvi con la sorgente prima e ultima
della bellezza, di dialogare con i credenti, con chi, come voi, si
sente pellegrino nel mondo e nella storia verso la Bellezza
infinita! La fede non toglie nulla al vostro genio, alla vostra
arte, anzi li esalta e li nutre, li incoraggia a varcare la soglia e
a contemplare con occhi affascinati e commossi la méta ultima e
definitiva, il sole senza tramonto che illumina e fa bello il
presente.
Sant’Agostino, cantore innamorato della bellezza, riflettendo sul
destino ultimo dell’uomo e quasi commentando "ante litteram"
la scena del Giudizio che avete oggi davanti ai vostri occhi, così
scriveva: "Godremo, dunque di una visione, o fratelli, mai
contemplata dagli occhi, mai udita dalle orecchie, mai immaginata
dalla fantasia: una visione che supera tutte le bellezze terrene,
quella dell’oro, dell’argento, dei boschi e dei campi, del mare
e del cielo, del sole e della luna, delle stelle e degli angeli; la
ragione è questa: che essa è la fonte di ogni altra bellezza"
(In Ep. Jo. Tr. 4,5: PL 35, 2008). Auguro a tutti voi, cari Artisti,
di portare nei vostri occhi, nelle vostre mani, nel vostro cuore
questa visione, perché vi dia gioia e ispiri sempre le vostre opere
belle. Mentre di cuore vi benedico, vi saluto, come già fece Paolo
VI, con una sola parola: arrivederci!
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ZI09112014 - 20/11/2009
Permalink: http://www.zenit.org/article-20428?l=italian
Un incontro per riaffermare l’amicizia tra la Chiesa e il mondo
delle arti
Quello di sabato a dieci anni dalla Lettera agli Artisti di
Giovanni Paolo II
ROMA, venerdì, 20 novembre 2009 (ZENIT.org).-
Benedetto XVI incontrerà sabato, alle ore 11:00, gli artisti di
diversi Continenti nella Cappella Sistina, a dieci anni dalla Lettera
agli Artisti di Giovanni Paolo II e nel 45.mo anniversario
dell’incontro di Paolo VI con gli artisti.
Nel frattempo, nel pomeriggio di questo venerdì, gli
artisti dai cinque Continenti e appartenenti a cinque grandi gruppi
(pittori e scultori; architetti; scrittori e poeti; musicisti e
cantanti; registi, attori di cinema e teatro, fotografi, ballerini)
sono stati invitati a visitare la Collezione di Arte Moderna e
Contemporanea dei Musei Vaticani, sorta per desiderio di Paolo VI.
L’evento si aprirà con l’indirizzo di saluto al
Pontefice dell’Arcivescovo Gianfranco Ravasi, Presidente del
Pontificio Consiglio della Cultura. Dopo la lettura di alcuni brani
dalla Lettera agli Artisti di Giovanni Paolo II, Benedetto XVI
rivolgerà la sua parola ai presenti.
L'incontro affonda le radici nella Messa celebrata da
Papa Montini per l’Unione Nazionale Italiana "Messa degli
Artisti", fondata da mons. Ennio Francia; l’evento si tenne
nella Cappella Sistina, il 7 maggio 1964, negli anni del Concilio
Vaticano II, e vide la partecipazione di scrittori, pittori,
architetti, scultori, musicisti, cantanti, attori, registi.
Nell’omelia, il Pontefice esordì invitando i
presenti ad abbandonare la “istintiva titubanza” suscitata dal
luogo della celebrazione: un "cenacolo di storia, di arte, di
religione, di destini umani, di ricordi, di presagi"; titubanza
che poteva dare adito a “turbamento” al considerare l’ufficialità
della presenza del Papa, in un incontro che forse si verificava per la
“prima volta”.
"Noi abbiamo bisogno di voi – disse il Papa
spiegando le ragioni dell'incontro –. Il Nostro ministero ha bisogno
della vostra collaborazione […] il Nostro ministero è quello di
rendere accessibile e comprensibile il mondo dello spirito,
dell’invisibile, dell’ineffabile, di Dio. In questa operazione
[…] voi siete maestri".
La missione dell’artista, affermava ancora il
Pontefice, "è quella di carpire dal cielo dello spirito i suoi
tesori e di rivestirli di parola, di colori, di forme, di accessibilità
[…] e di conservare al mondo dello spirito la sua trascendenza, il
suo alone di mistero".
Tema di quel “primo incontro amichevole” era
quello di “ristabilire l’amicizia tra la Chiesa e gli artisti”,
un’amicizia turbata per la ricerca da parte degli artisti di fonti
di ispirazione distanti dal sentire della Chiesa, turbata per
"certe espressioni artistiche che offendono noi, tutori
dell’umanità intera, della definizione completa dell’uomo, della
sua sanità”.
Dal canto suo – proseguiva Papa Montini - la Chiesa
ha imposto agli artisti “come canone primo l’imitazione, ma anche
stili, tradizione, maestri […] vi abbiamo talvolta messo una cappa
di piombo addosso".
Da qui l’invito lanciato dal Papa agli artisti a
“ritornare amici, alleati”, ad attingere dalla Chiesa “il
motivo, il tema, quel fluido segreto che si chiama l’ispirazione, la
grazia, il carisma dell’arte”, nella certezza che la Chiesa lascerà
“alle voci degli artisti il loro canto libero e potente”.
In occasione della chiusura del Concilio, l’8
dicembre 1965, tra gli otto Messaggi rivolti al mondo dal Papa Paolo
VI, quello indirizzato agli artisti ribadiva l’alleanza della Chiesa
con gli "innamorati della bellezza" che avevano edificato e
decorato i suoi templi, celebrato i suoi dogmi, arricchito la sua
liturgia.
Nel testo il Pontefice esortava i cultori dell’arte
a non rifiutare di mettere il loro talento al servizio della verità
divina e a non chiudere il loro spirito al soffio dello Spirito Santo.
Grazie alle vostre mani – scriveva il Papa – la bellezza infonde
la gioia nel cuore degli uomini, unisce le generazioni e le fa
comunicare nell’ammirazione.
"Ricordatevi – si legge nella conclusione del
Messaggio – che siete i custodi della bellezza nel mondo: questo
basti ad affrancarvi dai gusti effimeri e senza veri valori”.
Giovanni Paolo II e gli artisti
Giovanni Paolo II, con la sua sensibilità di poeta e
drammaturgo, fu sempre vicino all’arte, alla creazione artistica
nelle sue diverse sfaccettature e nel suo rapporto con il bene e ai
suoi interpreti. Una testimonianza di tale sollecitudine è nella
Lettera Apostolica in forma di Motu Proprio dell’ottobre 1982 in cui
si concedeva a tutto l’Ordine dei Predicatori il culto liturgico di
Fra Giovanni da Fiesole (più noto come Fra Angelico) con il titolo di
“Beato”.
Il 18 febbraio 1984, in occasione dell’Anno Santo
della Redenzione, il Papa presiedette la prima Messa votiva nella
Basilica domenicana di S. Maria sopra Minerva, durante la quale il
Beato Angelico venne proclamato “Patrono degli Artisti”.
Successivamente, in vista del grande Giubileo,
Giovanni Paolo II scrisse una Lettera agli Artisti, datata 4 aprile
1999, dedicata “a quanti con appassionata dedizione cercano nuove
'epifanie' della bellezza per farne dono al mondo nella creazione
artistica”.
La riflessione del Pontefice sulla vocazione e il
servizio dell’artista si apre con una citazione della Genesi –
“Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona” -
citazione che colloca la “costruzione della bellezza”, l’opera
delle mani umane, nel solco e nella prospettiva della Creazione
divina.
“Immagine di Dio Creatore”, l’artista esprime
nel frutto del suo talento una duplice disposizione, morale ed
estetica, e rende in tal modo “un servizio sociale qualificato a
vantaggio del bene comune”; si può quindi discernere “nel
servizio artistico un’autentica spiritualità, che contribuisce a
suo modo alla vita e alla rinascita di un popolo”.
Nel mistero dell’Incarnazione – si legge ancora
nel testo – il Figlio di Dio in persona si è reso visibile,
introducendo nella storia dell’umanità la ricchezza evangelica
della verità e del bene ed offrendo all’arte filoni inesauribili di
ispirazione.
Riferendosi all’età moderna, accanto a nuove
espressioni di umanesimo cristiano, il Papa nota l’affermarsi “di
una forma di umanesimo caratterizzato dall’assenza di Dio e spesso
dall’opposizione a Lui, un clima che ha portato a un certo distacco
tra il mondo dell’arte e quello della fede, almeno nel senso di un
diminuito interesse di molti artisti per i temi religiosi”.
La Chiesa continua tuttavia a nutrire grande
apprezzamento nei confronti dell’arte, che costituisce “una sorta
di ponte gettato verso l’esperienza religiosa, una sorta di appello
al Mistero”.
Di qui l’auspicio di una nuova alleanza con gli
artisti, auspicio che il Papa rinnova, citando il discorso pronunciato
dal suo predecessore Paolo VI nella Sistina, il 7 maggio 1964.
Soffermandosi sull’esigenza di un rinnovato dialogo
tra fede e arte, Giovanni Paolo II ricorre, da un lato, ad
un’affermazione: “La Chiesa ha bisogno dell’arte”,
dall’altro, lancia un interrogativo: “L’arte ha bisogno della
Chiesa?”.
E spiega: “Per trasmettere il messaggio affidatole
da Cristo […] la Chiesa deve rendere percepibile il mondo dello
spirito, dell’invisibile, di Dio […] deve trasferire in formule
significative ciò che è in se stesso ineffabile. L’arte ha una
capacità tutta sua di cogliere l’uno o l’altro aspetto del
messaggio traducendolo in colori, forme, suoni che assecondano
l’intuizione di chi guarda o ascolta”.
Tornando poi agli albori del mondo e alla presenza
dello Spirito Santo, che pervade con il suo Soffio della Creazione, la
Lettera sottolinea come ogni autentica opera d’arte contenga in sé
qualche fremito di quel soffio e consenta al suo autore di compiere
“una qualche esperienza dell’Assoluto che lo trascende”.
Il Pontefice esorta, infine. la grande famiglia
dell’arte a lasciarsi ispirare dal mistero del Cristo risorto e
invoca sui loro cammini la guida della Vergine Santa, effigiata da
innumerevoli artisti e contemplata dal “sommo Dante” negli
splendori del Paradiso.
Benedetto XVI, bellezza, verità e bontà
Il tema della bellezza ricorre spesso nel pensiero di
Benedetto XVI. Agli esordi del pontificato, nell’omelia per
l’inizio del Ministero Petrino, il 24 aprile 2005, il Papa ha
meditato sul significato di bellezza e amicizia che hanno come ultima
scaturigine Cristo stesso: "Non vi è niente di più bello che
essere raggiunti, sorpresi dal Vangelo, da Cristo. Non vi è niente di
più bello che conoscere Lui e comunicare agli altri l’amicizia con
lui”.
Poche settimane più tardi, il 28 giugno, nel discorso
per la presentazione del Compendio del Catechismo della Chiesa
Cattolica, il Papa così commentava la presenza di immagini nel testo:
“Nel testo sono anche inserite delle immagini all’inizio della
rispettiva parte o sezione. Questa scelta è finalizzata a illustrare
il contenuto dottrinale del Compendio: le immagini, infatti
'proclamano lo stesso messaggio che la Sacra Scrittura trasmette
attraverso la parola, e aiutano a risvegliare e a nutrire la fede dei
credenti'” (Compendio, n. 240).
“L’arte – disse – 'parla' sempre, almeno
implicitamente, del divino, della bellezza infinita di Dio, riflessa
nell’Icona per eccellenza: Cristo Signore, Immagine del Dio
invisibile. Le immagini sacre, con la loro bellezza, sono anch’esse
annuncio evangelico ed esprimono lo splendore della verità cattolica,
mostrando la suprema armonia tra il buono e il bello, tra la via
veritatis e la via pulchritudinis”.
Nel Messaggio rivolto all’Arcivescovo Gianfranco
Ravasi in occasione della XIII seduta pubblica delle Pontificie
Accademie sul tema “Universalità della bellezza: estetica ed etica
a confronto”, Benedetto XVI è tornato a riflettere sulla “intima
connessione che lega la ricerca della bellezza con la ricerca della
verità e della bontà. Una ragione che volesse spogliarsi della
bellezza risulterebbe dimezzata, come anche una bellezza priva di
ragione si ridurrebbe ad una maschera vuota e illusoria”.
Una riflessione dettata non solo dal dibattito
culturale – notava il Papa - ma anche dalla realtà quotidiana: “A
diversi livelli, infatti, emerge drammaticamente la scissione, e
talvolta il contrasto tra le due dimensioni, quella della ricerca
della bellezza, compresa però riduttivamente come forma esteriore,
come apparenza da perseguire a tutti i costi, e quella della verità e
bontà delle azioni che si compiono per realizzare una certa finalità”.
“Infatti – continuava –, una ricerca della
bellezza che fosse estranea o avulsa dall'umana ricerca della verità
e della bontà si trasformerebbe, come purtroppo succede, in mero
estetismo, e, soprattutto per i più giovani, in un itinerario che
sfocia nell'effimero, nell'apparire banale e superficiale o
addirittura in una fuga verso paradisi artificiali, che mascherano e
nascondono il vuoto e l'inconsistenza interiore”.
«MESSA DEGLI ARTISTI» NELLA
CAPPELLA SISTINA
OMELIA DI
PAOLO VI
Solennità dell’Ascensione
di Nostro Signore
Giovedì, 7 maggio 1964
Cari Signori e Figli ancora più cari!
Ci premerebbe, prima di questo breve colloquio, di
sgombrare il vostro animo da certa apprensione, da qualche turbamento,
che può facilmente sorprendere chi si trova, in una occasione come
questa, nella Cappella Sistina. Non c’è forse luogo che faccia più
pensare e più trepidare, che incuta più timidezza e nello stesso tempo
ecciti maggiormente i sentimenti dell’anima. Ebbene, proprio voi,
artisti, dovete essere i primi a togliere dall’anima la istintiva
titubanza, che nasce nell’entrare in questo cenacolo di storia, di
arte, di religione, di destini umani, di ricordi, di presagi. Perché?
Ma perché è proprio, se mai altro c’è, un cenacolo per gli artisti,
degli artisti. E quindi dovreste in questo momento lasciare che il
grande respiro delle emozioni, dei ricordi, dell’esultazione, - che un
tempio come questo può provocare nell’anima - invada liberamente i
vostri spiriti.
Vi può essere un altro turbamento, quasi un’altra
paralizzante timidezza; ed è quella che può portare non tanto la
Nostra umile persona, quanto la Nostra presenza ufficiale, il Nostro
ministero pontificio: è qui il Papa!, voi certo pensate. Sono mai
venuti gli artisti dal Papa? È la prima volta che ciò si verifica,
forse. O cioè, sono venuti per secoli, sono sempre stati in relazione
col Capo della Chiesa Cattolica, ma per contatti diversi. Si direbbe
perfino che si è perduto il filo di questa relazione, di questo
rapporto. E adesso siete qui, tutti insieme, in un momento religioso,
tutto per voi, non come gente che sta dietro le quinte, ma che viene
veramente alla ribalta di una conversazione spirituale, di una
celebrazione sacra. Ed è naturale, se si è sensibili e comprensivi,
che ci sia una certa venerazione, un certo rispetto, un certo desiderio
di capire e di tacere. Ebbene, anche questa sensibilità, se dovesse in
questo momento legare le vostre espressioni interiori di liberi
sentimenti, Noi vorremmo sciogliere, perché, se il Papa deve accogliere
tutti - perché di tutti è Padre e per tutti ha un ministero, e per
tutti ha una parola -, per voi specialmente tiene in serbo questa
parola; ed è desideroso, ed è felice di poterla quest’oggi
esprimere, perché il Papa è vostro amico.
E non lo è solo perché una tradizione di sontuosità,
di mecenatismo, di grandezza, di fastosità circonda il suo ministero,
la sua autorità, il suo rapporto con gli uomini, e perché ha bisogno
di questo quadro decorativo e espressivo per dire a chi non lo sapesse
chi lui è, e come Cristo lo abbia voluto in mezzo agli uomini. Ma lo è
per ragioni più intrinseche, che sono poi quelle che ci tengono oggi
occupati e che interessano il nostro spirito, e, cioè: sono ragioni del
Nostro ministero che Ci fanno venire in cerca di voi. Dobbiamo dire la
grande parola che del resto voi già conoscete? Noi abbiamo bisogno di
voi. Il Nostro ministero ha bisogno della vostra collaborazione. Perché,
come sapete, il Nostro ministero è quello di predicare e di rendere
accessibile e comprensibile, anzi commovente, il mondo dello spirito,
dell’invisibile, dell’ineffabile, di Dio. E in questa operazione,
che travasa il mondo invisibile in formule accessibili, intelligibili,
voi siete maestri. È il vostro mestiere, la vostra missione; e la
vostra arte è proprio quella di carpire dal cielo dello spirito i suoi
tesori e rivestirli di parola, di colori, di forme, di accessibilità. E
non solo una accessibilità quale può essere quella del maestro di
logica, o di matematica, che rende, sì, comprensibili i tesori del
mondo inaccessibile alle facoltà conoscitive dei sensi e alla nostra
immediata percezione delle cose. Voi avete anche questa prerogativa,
nell’atto stesso che rendete accessibile e comprensibile il mondo
dello spirito: di conservare a tale mondo la sua ineffabilità, il senso
della sua trascendenza, il suo alone di mistero, questa necessità di
raggiungerlo nella facilità e nello sforzo allo stesso tempo.
Questo - coloro che se ne intendono lo chiamano «Einfuhlung»,
la sensibilità, cioè, la capacità di avvertire, per via di
sentimento, ciò che per via di pensiero non si riuscirebbe a capire e
ad esprimere - voi questo fate! Ora in questa vostra maniera, in questa
vostra capacità di tradurre nel circolo delle nostre cognizioni - et
quidem di quelle facili e felici, ossia di quelle sensibili, cioè
di quelle che con la sola visione intuitiva si colgono e si carpiscono
-ripetiamo, voi siete maestri. E se Noi mancassimo del vostro ausilio,
il ministero diventerebbe balbettante ed incerto e avrebbe bisogno di
fare uno sforzo, diremmo, di diventare esso stesso artistico, anzi di
diventare profetico. Per assurgere alla forza della espressione lirica
della bellezza intuitiva, avrebbe bisogno di far coincidere il
sacerdozio con l’arte.
Ora, se questo è, il discorso si dovrebbe fare grave e
solenne. Il luogo, forse anche il momento, si presterebbero; non tanto
il tempo che Ci è concesso, e non tanto il programma che abbiamo
prefisso a questo primo incontro amichevole. Chi sa che non venga un
momento in cui possiamo dire di più. Ma il tema è questo: bisogna
ristabilire l’amicizia tra la Chiesa e gli artisti. Non è che
l’amicizia sia stata mai rotta, in verità; e lo prova questa stessa
manifestazione, che è già una prova di tale amicizia in atto. E poi ci
sono tante altre manifestazioni che si possono addurre a prova di una
continuità, di una fedeltà di rapporti, che testimoniano che non è
mai stata rotta l’amicizia tra la Chiesa e gli artisti. Anche perché,
come dicevamo, la Chiesa ne ha bisogno e poi potremmo anche dire di più,
leggendovi nel cuore. Voi stessi lo andate cercando questo mondo
dell’ineffabile e trovate che la sua patria, il suo recapito, il suo
rifornimento migliore è ancora la Religione.
Quindi siamo sempre stati amici. Ma, come avviene tra
pa-renti, come avviene fra amici, ci si è un po’ guastati. Non
abbiamo rotto, ma abbiamo turbato la nostra amicizia. Ci permettete una
parola franca? Voi Ci avete un po’ abbandonato, siete andati lontani,
a bere ad altre fontane, alla ricerca sia pure legittima di esprimere
altre cose; ma non più le nostre.
Avremmo altre osservazioni da fare, ma non vogliamo
questa mattina turbarvi ed essere scortesi. Voi sapete che portiamo una
certa ferita nel cuore, quando vi vediamo intenti a certe espressioni
artistiche che offendono noi, tutori dell’umanità intera, della
definizione completa dell’uomo, della sua sanità, della sua stabilità.
Voi staccate l’arte dalla vita, e allora... Ma c’è anche di più.
Qualche volta dimenticate il canone fondamentale della vostra
consacrazione all’espressione; non si sa cosa dite, non lo sapete
tante volte anche voi: ne segue un linguaggio di Babele, di confusione.
E allora dove è l’arte? L’arte dovrebbe essere intuizione, dovrebbe
essere facilità, dovrebbe essere felicità. Voi non sempre ce le date
questa facilità, questa felicità e allora restiamo sorpresi ed
intimiditi e distaccati.
Ma per essere sincero e ardito - accenniamo appena, come
vedete - riconosciamo che anche Noi vi abbiamo fatto un po’ tribolare.
Vi abbiamo fatto tribolare, perché vi abbiamo imposto come canone primo
la imitazione, a voi che siete creatori, sempre vivaci, zampillanti di
mille idee e di mille novità. Noi - vi si diceva - abbiamo questo
stile, bisogna adeguarvisi; noi abbiamo questa tradizione, e bisogna
esservi fedeli; noi abbiamo questi maestri, e bisogna seguirli; noi
abbiamo questi canoni, e non v’è via di uscita. Vi abbiamo talvolta
messo una cappa di piombo addosso, possiamo dirlo; perdonateci ! E poi
vi abbiamo abbandonato anche noi. Non vi abbiamo spiegato le nostre
cose, non vi abbiamo introdotti nella cella segreta, dove i misteri di
Dio fanno balzare il cuore dell’uomo di gioia, di speranza, di
letizia, di ebbrezza. Non vi abbiamo avuti allievi, amici, conversatori;
perciò voi non ci avete conosciuto.
E allora il linguaggio vostro per il nostro mondo è
stato docile, sì, ma quasi legato, stentato, incapace di trovare la sua
libera voce. E noi abbiamo sentito allora l’insoddisfazione di questa
espressione artistica. E - faremo il confiteor completo, stamattina,
almeno qui -vi abbiamo peggio trattati, siamo ricorsi ai surrogati,
all’«oleografia», all’opera d’arte di pochi pregi e di poca
spesa, anche perché, a nostra discolpa, non avevamo mezzi di compiere
cose grandi, cose belle, cose nuove, cose degne di essere ammirate; e
siamo andati anche noi per vicoli traversi, dove l’arte e la bellezza
e - ciò che è peggio per noi - il culto di Dio sono stati male
serviti.
Rifacciamo la pace? quest’oggi? qui? Vogliamo
ritornare amici? Il Papa ridiventa ancora l’amico degli artisti?
Volete dei suggerimenti, dei mezzi pratici ? Ma questi non entrano
adesso nel calcolo. Restino ora i sentimenti. Noi dobbiamo ritornare
alleati. Noi dobbiamo domandare a voi tutte le possibilità che il
Signore vi ha donato, e, quindi, nell’ambito della funzionalità e
della finalità, che affratellano l’arte al culto di Dio, noi dobbiamo
lasciare alle vostre voci il canto libero e potente, di cui siete
capaci. E voi dovete essere così bravi da interpretare ciò che dovrete
esprimere, da venire ad attingere da noi il motivo, il tema, e qualche
volta più del tema, quel fluido segreto che si chiama l’ispirazione,
che si chiama la grazia, che si chiama il carisma dell’arte. E, a Dio
piacendo, ve lo daremo. Ma dicevamo che questo momento non è fatto per
i lunghi discorsi e per fare le proclamazioni definitive.
Però noi abbiamo già, da parte nostra, Noi Papa, noi
Chiesa, firmato un grande atto della nuova alleanza con l’artista. La
Costituzione della Sacra Liturgia, che il Concilio Ecumenico Vaticano
Secondo ha emesso e promulgato per prima, ha una pagina - che spero voi
conosciate - che è appunto il patto di riconciliazione e di rinascita
dell’arte religiosa, in seno alla Chiesa cattolica. Ripeto, il Nostro
patto è firmato. Aspetta da voi la controfirma.
Per ora dunque Ci limitiamo a dei rilievi molto
semplici, ma che però non vi faranno dispiacere.
Il primo è questo: che Ci felicitiamo di questa Messa
dell’artista e Monsignor Francia ne sia ringraziato; lui e tutti
coloro che lo hanno seguito e che ne hanno raccolto la formula. Noi
abbiamo visto nascere questa iniziativa, l’abbiamo vista accolta per
primo dal Nostro venerato Predecessore Papa Pio XII, Che ha cominciato
ad aprirle le vie e a darle cittadinanza nella vita ecclesiastica, nella
preghiera della Chiesa; e perciò Ci congratuliamo di quanto è stato
fatto su questo filone, che non è l’unico, ma che è buono e che è
bene seguire: lo benediciamo e lo incoraggiamo. Vorremmo che voi
portaste fuori, a quanti avete colleghi, imitatori, seguaci, la Nostra
Benedizione per questo esperimento di vita religiosa artistica che ha
ancora fatto vedere che fra sacerdote e artista c’è una simpatia
profonda e una capacità d’intesa meravigliosa.
La seconda cosa è questa, notissima, ma deve, Ci pare,
in questo momento essere ricordata; ed è che, se il momento artistico
che si produce in un atto religioso sacro - come è una Messa - deve
essere pieno, deve essere autentico, deve essere generoso, deve davvero
riempire e far palpitare le anime che vi partecipano e le altre che vi
fanno corona, ha altresì bisogno di due cose: di una catechesi e di un
laboratorio.
Non Ci diffonderemo ora a discorrere se l’arte venga
spontanea e improvvisa, come una folgorazione celeste, o se invece - e
voi ce lo dite - abbia bisogno di un tirocinio tremendo, duro, ascetico,
lento, graduale. Ebbene, se vogliamo dare, ripetiamo, autenticità e
pienezza al momento artistico religioso, alla Messa, è necessaria la
sua preparazione, la sua catechesi; bisogna in altri termini farla
prendere o accompagnare dalla istruzione religiosa. Non è lecito
inventare una religione, bisogna sapere che cosa è avvenuto tra Dio e
l’uomo, come Dio ha sancito certi rapporti religiosi che bisogna
conoscere per non diventare ridicoli o balbuzienti o aberranti. Bisogna
essere istruiti. E Noi pensiamo che nell’ambito della Messa
dell’artista, quelli che vogliono manifestarsi artisti veramente, non
avranno difficoltà ad assumere questa sistematica, paziente, ma tanto
benefica e nutriente informazione. E poi c’è bisogno del laboratorio,
cioè della tecnica per fare le cose bene. E qui lasciamo la parola a
voi che direte che cosa è necessario, perché l’espressione artistica
da dare a questi momenti religiosi abbia tutta la sua ricchezza di
espressività di modi e di strumenti, e se occorre anche di novità.
E da ultimo aggiungeremo che non basta né la catechesi,
né il laboratorio. Occorre l’indispensabile caratteristica del
momento religioso, e cioè la sincerità. Non si tratta più solo
d’arte, ma di spiritualità. Bisogna entrare nella cella interiore di
se stessi e dare al momento religioso, artisticamente vissuto, ciò che
qui si esprime: una personalità, una voce cavata proprio dal profondo
dell’animo, una forma che si distingue da ogni travestimento di
palcoscenico, di rappresentazione puramente esteriore; è l’Io che si
trova nella sua sintesi più piena e più faticosa, se volete, ma anche
la più gioiosa. Bisogna che qui la religione sia veramente spirituale;
e allora avverrà per voi quello che la festa di oggi, la Ascensione, Ci
fa pensare. Quando si entra in se stessi per trovare tutte queste
energie e dar la scalata al cielo, in quel cielo dove Cristo si è
rifugiato, noi ci sentiamo in un primo momento, immensamente, direi,
infinitamente lontani.
La trascendenza che fa tanto paura all’uomo moderno è
veramente cosa che lo sorpassa infinitamente, e chi non sente questa
distanza non sente la religione vera. Chi non avverte questa superiorità
di Dio, questa sua ineffabilità, questo suo mistero, non sente
l’autenticità del fatto religioso. Ma chi lo sente sperimenta, quasi
immediatamente, che quel Dio lontano è già lì: «Non lo cercheresti,
se già non lo avessi trovato». Parole di Pascal, vero; ed è quello
che si verifica continuamente nell’autentica vita spirituale del
cristiano. Se ricerchiamo Cristo veramente dove è, in cielo, lo vediamo
riflesso, lo troviamo palpitante nella nostra anima: il Dio trascendente
è diventato, in certo modo, immanente, è diventato l’amico
interiore, il maestro spirituale. E la comunione con Lui, che sembrava
impossibile, come se dovesse varcare abissi infiniti, è già consumata;
il Signore viene in comunione con noi nelle maniere, che voi ben sapete,
che sono quelle della parola, che sono quelle della grazia, che sono
quelle del sacramento, che sono quelle dei tesori che la Chiesa dispensa
alle anime fedeli. E basti per ora così.
Artisti carissimi, diciamo allora una parola sola:
arrivederci!
LETTERA
DI GIOVANNI PAOLO II
AGLI ARTISTI
A quanti con appassionata dedizione
cercano nuove « epifanie » della bellezza
per farne dono al mondo
nella creazione artistica.
« Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa
molto buona » (Gn 1, 31).
L'artista, immagine di Dio Creatore
1. Nessuno meglio di voi artisti, geniali costruttori di
bellezza, può intuire qualcosa del pathos con cui Dio,
all'alba della creazione, guardò all'opera delle sue mani. Una
vibrazione di quel sentimento si è infinite volte riflessa negli
sguardi con cui voi, come gli artisti di ogni tempo, avvinti dallo
stupore per il potere arcano dei suoni e delle parole, dei colori e
delle forme, avete ammirato l'opera del vostro estro, avvertendovi
quasi l'eco di quel mistero della creazione a cui Dio, solo creatore
di tutte le cose, ha voluto in qualche modo associarvi.
Per questo mi è sembrato non ci fossero parole più appropriate
di quelle della Genesi per iniziare questa mia Lettera a voi,
ai quali mi sento legato da esperienze che risalgono molto indietro
nel tempo ed hanno segnato indelebilmente la mia vita. Con questo
scritto intendo mettermi sulla strada di quel fecondo colloquio
della Chiesa con gli artisti che in duemila anni di storia non si è
mai interrotto, e si prospetta ancora ricco di futuro alle soglie
del terzo millennio.
In realtà, si tratta di un dialogo non dettato solamente da
circostanze storiche o da motivi funzionali, ma radicato
nell'essenza stessa sia dell'esperienza religiosa che della
creazione artistica. La pagina iniziale della Bibbia ci presenta Dio
quasi come il modello esemplare di ogni persona che produce
un'opera: nell'uomo artefice si rispecchia la sua immagine di
Creatore. Questa relazione è evocata con particolare evidenza nella
lingua polacca, grazie alla vicinanza lessicale fra le parole stwórca
(creatore) e twórca (artefice).
Qual è la differenza tra « creatore » ed « artefice? » Chi
crea dona l'essere stesso, trae qualcosa dal nulla - ex nihilo sui
et subiecti, si usa dire in latino - e questo, in senso stretto, è
modo di procedere proprio soltanto dell'Onnipotente. L'artefice,
invece, utilizza qualcosa di già esistente, a cui dà forma e
significato. Questo modo di agire è peculiare dell'uomo in quanto
immagine di Dio. Dopo aver detto, infatti, che Dio creò l'uomo e la
donna « a sua immagine » (cfr Gn 1, 27), la Bibbia aggiunge
che affidò loro il compito di dominare la terra (cfr Gn 1,
28). Fu l'ultimo giorno della creazione (cfr Gn 1, 28-31).
Nei giorni precedenti, quasi scandendo il ritmo dell'evoluzione
cosmica, Jahvé aveva creato l'universo. Al termine creò l'uomo, il
frutto più nobile del suo progetto, al quale sottomise il mondo
visibile, come immenso campo in cui esprimere la sua capacità
inventiva.
Dio ha, dunque, chiamato all'esistenza l'uomo trasmettendogli il
compito di essere artefice. Nella « creazione artistica » l'uomo
si rivela più che mai « immagine di Dio », e realizza questo
compito prima di tutto plasmando la stupenda « materia » della
propria umanità e poi anche esercitando un dominio creativo
sull'universo che lo circonda. L'Artista divino, con amorevole
condiscendenza, trasmette una scintilla della sua trascendente
sapienza all'artista umano, chiamandolo a condividere la sua potenza
creatrice. E ovviamente una partecipazione, che lascia intatta
l'infinita distanza tra il Creatore e la creatura, come sottolineava
il Cardinale Nicolò Cusano: « L'arte creativa, che l'anima ha la
fortuna di ospitare, non s'identifica con quell'arte per essenza che
è Dio, ma di essa è soltanto una comunicazione ed una
partecipazione ».(1)
Per questo l'artista, quanto più consapevole del suo « dono »,
tanto più è spinto a guardare a se stesso e all'intero creato con
occhi capaci di contemplare e ringraziare, elevando a Dio il suo
inno di lode. Solo così egli può comprendere a fondo se stesso, la
propria vocazione e la propria missione.
La speciale vocazione dell'artista
2. Non tutti sono chiamati ad essere artisti nel senso specifico
del termine. Secondo l'espressione della Genesi, tuttavia, ad ogni
uomo è affidato il compito di essere artefice della propria vita:
in un certo senso, egli deve farne un'opera d'arte, un capolavoro.
E importante cogliere la distinzione, ma anche la connessione,
tra questi due versanti dell'attività umana. La distinzione è
evidente. Una cosa, infatti, è la disposizione grazie alla quale
l'essere umano è l'autore dei propri atti ed è responsabile del
loro valore morale, altra cosa è la disposizione per cui egli è
artista, sa agire cioè secondo le esigenze dell'arte, accogliendone
con fedeltà gli specifici dettami.(2) Per questo l'artista è
capace di produrre oggetti, ma ciò, di per sé, non dice ancora
nulla delle sue disposizioni morali. Qui, infatti, non si tratta di
plasmare se stesso, di formare la propria personalità, ma soltanto
di mettere a frutto capacità operative, dando forma estetica alle
idee concepite con la mente.
Ma se la distinzione è fondamentale, non meno importante è la
connessione tra queste due disposizioni, la morale e l'artistica.
Esse si condizionano reciprocamente in modo profondo. Nel modellare
un'opera, l'artista esprime di fatto se stesso a tal punto che la
sua produzione costituisce un riflesso singolare del suo essere, di
ciò che egli è e di come lo è. Ciò trova innumerevoli conferme
nella storia dell'umanità. L'artista, infatti, quando plasma un
capolavoro, non soltanto chiama in vita la sua opera, ma per mezzo
di essa, in un certo modo, svela anche la propria personalità.
Nell'arte egli trova una dimensione nuova e uno straordinario canale
d'espressione per la sua crescita spirituale. Attraverso le opere
realizzate, l'artista parla e comunica con gli altri. La storia
dell'arte, perciò, non è soltanto storia di opere, ma anche di
uomini. Le opere d'arte parlano dei loro autori, introducono alla
conoscenza del loro intimo e rivelano l'originale contributo da essi
offerto alla storia della cultura.
La vocazione artistica a servizio della bellezza
3. Scrive un noto poeta polacco, Cyprian Norwid: « La bellezza
è per entusiasmare al lavoro, il lavoro è per risorgere ».(3)
Il tema della bellezza è qualificante per un discorso sull'arte.
Esso si è già affacciato, quando ho sottolineato lo sguardo
compiaciuto di Dio di fronte alla creazione. Nel rilevare che quanto
aveva creato era cosa buona, Dio vide anche che era cosa bella.(4)
Il rapporto tra buono e bello suscita riflessioni stimolanti. La
bellezza è in un certo senso l'espressione visibile del bene, come
il bene è la condizione metafisica della bellezza. Lo avevano ben
capito i Greci che, fondendo insieme i due concetti, coniarono una
locuzione che li abbraccia entrambi: « kalokagathía« , ossia «
bellezza-bontà ». Platone scrive al riguardo: « La potenza del
Bene si è rifugiata nella natura del Bello ».(5)
E vivendo ed operando che l'uomo stabilisce il proprio rapporto
con l'essere, con la verità e con il bene. L'artista vive una
peculiare relazione con la bellezza. In un senso molto vero si può
dire che la bellezza è la vocazione a lui rivolta dal Creatore col
dono del « talento artistico ». E, certo, anche questo è un
talento da far fruttare, nella logica della parabola evangelica dei
talenti (cfr Mt 25, 14-30).
Tocchiamo qui un punto essenziale. Chi avverte in sé questa
sorta di scintilla divina che è la vocazione artistica - di poeta,
di scrittore, di pittore, di scultore, di architetto, di musicista,
di attore... - avverte al tempo stesso l'obbligo di non sprecare
questo talento, ma di svilupparlo, per metterlo a servizio del
prossimo e di tutta l'umanità.
L'artista ed il bene comune
4. La società, in effetti, ha bisogno di artisti, come ha
bisogno di scienziati, di tecnici, di lavoratori, di professionisti,
di testimoni della fede, di maestri, di padri e di madri, che
garantiscano la crescita della persona e lo sviluppo della comunità
attraverso quell'altissima forma di arte che è « l'arte educativa
». Nel vasto panorama culturale di ogni nazione, gli artisti hanno
il loro specifico posto. Proprio mentre obbediscono al loro estro,
nella realizzazione di opere veramente valide e belle, essi non solo
arricchiscono il patrimonio culturale di ciascuna nazione e
dell'intera umanità, ma rendono anche un servizio sociale
qualificato a vantaggio del bene comune.
La differente vocazione di ogni artista, mentre determina
l'ambito del suo servizio, indica i compiti che deve assumersi, il
duro lavoro a cui deve sottostare, la responsabilità che deve
affrontare. Un artista consapevole di tutto ciò sa anche di dover
operare senza lasciarsi dominare dalla ricerca di gloria fatua o
dalla smania di una facile popolarità, ed ancor meno dal calcolo di
un possibile profitto personale. C'è dunque un'etica, anzi una «
spiritualità » del servizio artistico, che a suo modo contribuisce
alla vita e alla rinascita di un popolo. Proprio a questo sembra
voler alludere Cyprian Norwid quando afferma: « La bellezza è per
entusiasmare al lavoro, il lavoro è per risorgere ».
L'arte davanti al mistero del Verbo incarnato
5. La Legge dell'Antico Testamento presenta un esplicito divieto
di raffigurare Dio invisibile ed inesprimibile con l'aiuto di «
un'immagine scolpita o di metallo fuso » (Dt 27, 15), perché
Dio trascende ogni raffigurazione materiale: « Io sono colui che
sono » (Es 3, 14). Nel mistero dell'Incarnazione, tuttavia,
il Figlio di Dio in persona si è reso visibile: « Quando venne la
pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio nato da donna » (Gal
4, 4). Dio si è fatto uomo in Gesù Cristo, il quale è diventato
così « il centro a cui riferirsi per poter comprendere l'enigma
dell'esistenza umana, del mondo creato e di Dio stesso ».(6)
Questa fondamentale manifestazione del « Dio-Mistero » si pose
come incoraggiamento e sfida per i cristiani, anche sul piano della
creazione artistica. Ne è scaturita una fioritura di bellezza che
proprio da qui, dal mistero dell'Incarnazione, ha tratto la sua
linfa. Facendosi uomo, infatti, il Figlio di Dio ha introdotto nella
storia dell'umanità tutta la ricchezza evangelica della verità e
del bene, e con essa ha svelato anche una nuova dimensione della
bellezza: il messaggio evangelico ne è colmo fino all'orlo.
La Sacra Scrittura è diventata così una sorta di « immenso
vocabolario » (P. Claudel) e di « atlante iconografico » (M.
Chagall), a cui hanno attinto la cultura e l'arte cristiana. Lo
stesso Antico Testamento, interpretato alla luce del Nuovo, ha
manifestato filoni inesauribili di ispirazione. A partire dai
racconti della creazione, del peccato, del diluvio, del ciclo dei
Patriarchi, degli eventi dell'esodo, fino a tanti altri episodi e
personaggi della storia della salvezza, il testo biblico ha acceso
l'immaginazione di pittori, poeti, musicisti, autori di teatro e di
cinema. Una figura come quella di Giobbe, per fare solo un esempio,
con la sua bruciante e sempre attuale problematica del dolore,
continua a suscitare insieme l'interesse filosofico e quello
letterario ed artistico. E che dire poi del Nuovo Testamento? Dalla
Natività al Golgota, dalla Trasfigurazione alla Risurrezione, dai
miracoli agli insegnamenti di Cristo, fino agli eventi narrati negli
Atti degli Apostoli o prospettati dall'Apocalisse in chiave
escatologica, innumerevoli volte la parola biblica si è fatta
immagine, musica, poesia, evocando con il linguaggio dell'arte il
mistero del « Verbo fatto carne ».
Nella storia della cultura tutto ciò costituisce un ampio
capitolo di fede e di bellezza. Ne hanno beneficiato soprattutto i
credenti per la loro esperienza di preghiera e di vita. Per molti di
essi, in epoche di scarsa alfabetizzazione, le espressioni
figurative della Bibbia rappresentarono persino una concreta
mediazione catechetica.(7) Ma per tutti, credenti e non, le
realizzazioni artistiche ispirate alla Scrittura rimangono un
riflesso del mistero insondabile che avvolge ed abita il mondo.
Tra Vangelo ed arte un'alleanza feconda
6. In effetti, ogni autentica intuizione artistica va oltre ciò
che percepiscono i sensi e, penetrando la realtà, si sforza di
interpretarne il mistero nascosto. Essa scaturisce dal profondo
dell'animo umano, là dove l'aspirazione a dare un senso alla
propria vita si accompagna alla percezione fugace della bellezza e
della misteriosa unità delle cose. Un'esperienza condivisa da tutti
gli artisti è quella del divario incolmabile che esiste tra l'opera
delle loro mani, per quanto riuscita essa sia, e la perfezione
folgorante della bellezza percepita nel fervore del momento
creativo: quanto essi riescono ad esprimere in ciò che dipingono,
scolpiscono, creano non è che un barlume di quello splendore che è
balenato per qualche istante davanti agli occhi del loro spirito.
Di questo il credente non si meraviglia: egli sa di essersi
affacciato per un attimo su quell'abisso di luce che ha in Dio la
sua sorgente originaria. C'è forse da stupirsi se lo spirito ne
resta come sopraffatto al punto da non sapersi esprimere che con
balbettamenti? Nessuno più del vero artista è pronto a riconoscere
il suo limite ed a far proprie le parole dell'apostolo Paolo,
secondo il quale Dio « non dimora in templi costruiti dalle mani
dell'uomo », così che « non dobbiamo pensare che la Divinità sia
simile all'oro, all'argento e alla pietra, che porti l'impronta
dell'arte e dell'immaginazione umana » (At 17,24.29). Se già
l'intima realtà delle cose sta sempre « al di là » delle capacità
di penetrazione umana, quanto più Dio nelle profondità del suo
insondabile mistero!
Di altra natura è la conoscenza di fede: essa suppone un
incontro personale con Dio in Gesù Cristo. Anche questa conoscenza,
tuttavia, può trarre giovamento dall'intuizione artistica. Modello
eloquente di una contemplazione estetica che si sublima nella fede
sono, ad esempio, le opere del Beato Angelico. Non meno
significativa è, a questo proposito, la lauda estatica, che san
Francesco d'Assisi ripete due volte nella chartula redatta dopo aver
ricevuto sul monte della Verna le stimmate di Cristo: « Tu sei
bellezza... Tu sei bellezza! ».(8) San Bonaventura commenta: «
Contemplava nelle cose belle il Bellissimo e, seguendo le orme
impresse nelle creature, inseguiva dovunque il Diletto ».(9)
Un approccio non dissimile si riscontra nella spiritualità
orientale, ove Cristo è qualificato come « il Bellissimo di
bellezza più di tutti i mortali ».(10) Macario il Grande commenta
così la bellezza trasfigurante e liberatrice del Risorto: «
L'anima che è stata pienamente illuminata dalla bellezza indicibile
della gloria luminosa del volto di Cristo, è ricolma dello Spirito
Santo... è tutta occhio, tutta luce, tutta volto ».(11)
Ogni forma autentica d'arte è, a suo modo, una via d'accesso
alla realtà più profonda dell'uomo e del mondo. Come tale, essa
costituisce un approccio molto valido all'orizzonte della fede, in
cui la vicenda umana trova la sua interpretazione compiuta. Ecco
perché la pienezza evangelica della verità non poteva non
suscitare fin dall'inizio l'interesse degli artisti, sensibili per
loro natura a tutte le manifestazioni dell'intima bellezza della
realtà.
I primordi
7. L'arte che il cristianesimo incontrò ai suoi inizi era il
frutto maturo del mondo classico, ne esprimeva i canoni estetici e
al tempo stesso ne veicolava i valori. La fede imponeva ai
cristiani, come nel campo della vita e del pensiero, anche in quello
dell'arte, un discernimento che non consentiva la ricezione
automatica di questo patrimonio. L'arte di ispirazione cristiana
cominciò così in sordina, strettamente legata al bisogno dei
credenti di elaborare dei segni con cui esprimere, sulla base della
Scrittura, i misteri della fede e insieme un « codice simbolico »,
attraverso cui riconoscersi e identificarsi specie nei tempi
difficili delle persecuzioni. Chi non ricorda quei simboli che
furono anche i primi accenni di un'arte pittorica e plastica? Il
pesce, i pani, il pastore, evocavano il mistero diventando, quasi
insensibilmente, abbozzi di un'arte nuova.
Quando ai cristiani, con l'editto di Costantino, fu concesso di
esprimersi in piena libertà, l'arte divenne un canale privilegiato
di manifestazione della fede. Lo spazio cominciò a fiorire di
maestose basiliche, in cui i canoni architettonici dell'antico
paganesimo venivano ripresi e insieme piegati alle esigenze del
nuovo culto. Come non ricordare almeno l'antica Basilica di San
Pietro e quella di San Giovanni in Laterano, costruite a spese dello
stesso Costantino? O, per gli splendori dell'arte bizantina, la
Haghia Sophía di Costantinopoli voluta da Giustiniano?
Mentre l'architettura disegnava lo spazio sacro, progressivamente
il bisogno di contemplare il mistero e di proporlo in modo immediato
ai semplici spinse alle iniziali espressioni dell'arte pittorica e
scultorea. Insieme sorgevano i primi abbozzi di un'arte della parola
e del suono, e se Agostino, fra i tanti temi della sua produzione,
includeva anche un De musica, Ilario, Ambrogio, Prudenzio, Efrem il
Siro, Gregorio di Nazianzo, Paolino di Nola, per non citare che
alcuni nomi, si facevano promotori di una poesia cristiana che
spesso raggiunge un alto valore non solo teologico ma anche
letterario. Il loro programma poetico valorizzava forme ereditate
dai classici, ma attingeva alla pura linfa del Vangelo, come
efficacemente sentenziava il santo poeta nolano: « La nostra unica
arte è la fede e Cristo è il nostro canto ».(12) Gregorio Magno,
per parte sua, qualche tempo più tardi poneva con la compilazione
dell'Antiphonarium la premessa per lo sviluppo organico di quella
musica sacra così originale che da lui ha preso nome. Con le sue
ispirate modulazioni il Canto gregoriano diverrà nei secoli la
tipica espressione melodica della fede della Chiesa durante la
celebrazione liturgica dei sacri Misteri. Il « bello » si
coniugava così col « vero », perché anche attraverso le vie
dell'arte gli animi fossero rapiti dal sensibile all'eterno.
In questo cammino non mancarono momenti difficili. Proprio sul
tema della rappresentazione del mistero cristiano l'antichità
conobbe un'aspra controversia passata alla storia col nome di «
lotta iconoclasta ». Le immagini sacre, ormai diffuse nella
devozione del popolo di Dio, furono fatte oggetto di una violenta
contestazione. Il Concilio celebrato a Nicea nel 787, che stabilì
la liceità delle immagini e del loro culto, fu un avvenimento
storico non solo per la fede, ma per la stessa cultura. L'argomento
decisivo a cui i Vescovi si appellarono per dirimere la controversia
fu il mistero dell'Incarnazione: se il Figlio di Dio è entrato nel
mondo delle realtà visibili, gettando un ponte mediante la sua
umanità tra il visibile e l'invisibile, analogamente si può
pensare che una rappresentazione del mistero possa essere usata,
nella logica del segno, come evocazione sensibile del mistero.
L'icona non è venerata per se stessa, ma rinvia al soggetto che
rappresenta.(13)
Il Medioevo
8. I secoli che seguirono furono testimoni di un grande sviluppo
dell'arte cristiana. In Oriente continuò a fiorire l'arte delle
icone, legata a significativi canoni teologici ed estetici e
sorretta dalla convinzione che, in un certo senso, l'icona è un
sacramento: analogamente, infatti, a quanto avviene nei Sacramenti,
essa rende presente il mistero dell'Incarnazione nell'uno o
nell'altro suo aspetto. Proprio per questo la bellezza dell'icona può
essere soprattutto gustata all'interno di un tempio con lampade che
ardono e suscitano nella penombra infiniti riflessi di luce. Scrive
in proposito Pavel Florenskij: « L'oro, barbaro, pesante, futile
nella luce diffusa del giorno, con la luce tremolante di una lampada
o di una candela si ravviva, poiché sfavilla di miriadi di
scintille, ora qui ora là, facendo presentire altre luci non
terrestri che riempiono lo spazio celeste ».(14)
In Occidente i punti di vista da cui partono gli artisti sono i
più vari, in dipendenza anche dalle convinzioni di fondo presenti
nell'ambiente culturale del loro tempo. Il patrimonio artistico che
s'è venuto accumulando nel corso dei secoli annovera una vastissima
fioritura di opere sacre altamente ispirate, che lasciano anche
l'osservatore di oggi colmo di ammirazione. Restano in primo piano
le grandi costruzioni del culto, in cui la funzionalità si sposa
sempre all'estro, e quest'ultimo si lascia ispirare dal senso del
bello e dall'intuizione del mistero. Ne nascono gli stili ben noti
alla storia dell'arte. La forza e la semplicità del romanico,
espressa nelle cattedrali o nei complessi abbaziali, si va
gradatamente sviluppando negli slanci e negli splendori del gotico.
Dentro queste forme, non c'è solo il genio di un artista, ma
l'animo di un popolo. Nei giochi delle luci e delle ombre, nelle
forme ora massicce ora slanciate, intervengono certo considerazioni
di tecnica strutturale, ma anche tensioni proprie dell'esperienza di
Dio, mistero « tremendo » e « fascinoso ». Come sintetizzare in
pochi cenni, e per le diverse espressioni dell'arte, la potenza
creativa dei lunghi secoli del medioevo cristiano? Un'intera
cultura, pur nei limiti sempre presenti dell'umano, si era
impregnata di Vangelo, e dove il pensiero teologico realizzava la
Summa di S. Tommaso, l'arte delle chiese piegava la materia
all'adorazione del mistero, mentre un mirabile poeta come Dante
Alighieri poteva comporre « il poema sacro, al quale ha posto mano
e cielo e terra »,(15) come egli stesso qualifica la Divina
Commedia.
Umanesimo e Rinascimento
9. La felice temperie culturale, da cui germoglia la
straordinaria fioritura artistica dell'Umanesimo e del Rinascimento,
ha riflessi significativi anche sul modo in cui gli artisti di
questo periodo si rapportano al tema religioso. Naturalmente le
ispirazioni sono variegate quanto lo sono i loro stili, o almeno
quelli dei più grandi tra essi. Ma non è nelle mie intenzioni
richiamare cose che voi, artisti, ben conoscete. Vorrei piuttosto,
scrivendovi da questo Palazzo Apostolico, che è anche uno scrigno
di capolavori forse unico al mondo, farmi voce dei sommi artisti che
qui hanno riversato le ricchezze del loro genio, intriso spesso di
grande profondità spirituale. Da qui parla Michelangelo, che nella
Cappella Sistina ha come raccolto, dalla Creazione al Giudizio
Universale, il dramma e il mistero del mondo, dando volto a Dio
Padre, a Cristo giudice, all'uomo nel suo faticoso cammino dalle
origini al traguardo della storia. Da qui parla il genio delicato e
profondo di Raffaello, additando nella varietà dei suoi dipinti, e
specie nella « Disputa » della Stanza della Segnatura, il mistero
della rivelazione del Dio Trinitario, che nell'Eucaristia si fa
compagnia dell'uomo, e proietta luce sulle domande e le attese
dell'intelligenza umana. Da qui, dalla maestosa Basilica dedicata al
Principe degli Apostoli, dal colonnato che da essa si diparte come
due braccia aperte ad accogliere l'umanità, parlano ancora un
Bramante, un Bernini, un Borromini, un Maderno, per non citare che i
maggiori, dando plasticamente il senso del mistero che fa della
Chiesa una comunità universale, ospitale, madre e compagna di
viaggio per ogni uomo alla ricerca di Dio.
L'arte sacra ha trovato, in questo complesso straordinario,
un'espressione di eccezionale potenza, raggiungendo livelli di
imperituro valore insieme estetico e religioso. Ciò che sempre di
più la caratterizza, sotto l'impulso dell'Umanesimo e del
Rinascimento, e poi delle successive tendenze della cultura e della
scienza, è un interesse crescente per l'uomo, il mondo, la realtà
della storia. Questa attenzione, di per sé, non è affatto un
pericolo per la fede cristiana, centrata sul mistero
dell'Incarnazione, e dunque sulla valorizzazione dell'uomo da parte
di Dio. Proprio i sommi artisti su menzionati ce lo dimostrano.
Basterebbe pensare al modo con cui Michelangelo esprime, nelle sue
pitture e sculture, la bellezza del corpo umano.(16)
Del resto, anche nel nuovo clima degli ultimi secoli, in cui
parte della società sembra divenusta indifferente alla fede, l'arte
religiosa non ha interrotto il suo cammino. La constatazione si
amplia, se dal versante delle arti figurative, passiamo a
considerare il grande sviluppo che, proprio nello stesso arco di
tempo, ha avuto la musica sacra, composta per le esigenze
liturgiche, o anche solo legata a temi religiosi. A parte i tanti
artisti che si sono dedicati principalmente ad essa - come non
ricordare almeno un Pier Luigi da Palestrina, un Orlando di Lasso,
un Tomás Luis de Victoria? - è noto che molti grandi compositori -
da Handel a Bach, da Mozart a Schubert, da Beethoven a Berlioz, da
Liszt a Verdi - ci hanno dato opere di grandissima ispirazione anche
in questo campo.
Verso un rinnovato dialogo
10. E vero però che nell'età moderna, accanto a questo
umanesimo cristiano che ha continuato a produrre significative
espressioni di cultura e di arte, si è progressivamente affermata
anche una forma di umanesimo caratterizzato dall'assenza di Dio e
spesso dall'opposizione a lui. Questo clima ha portato talvolta a un
certo distacco tra il mondo dell'arte e quello della fede, almeno
nel senso di un diminuito interesse di molti artisti per i temi
religiosi.
Voi sapete tuttavia che la Chiesa ha continuato a nutrire un
grande apprezzamento per il valore dell'arte come tale. Questa,
infatti, anche al di là delle sue espressioni più tipicamente
religiose, quando è autentica, ha un'intima affinità con il mondo
della fede, sicché, persino nelle condizioni di maggior distacco
della cultura dalla Chiesa, proprio l'arte continua a costituire una
sorta di ponte gettato verso l'esperienza religiosa. In quanto
ricerca del bello, frutto di un'immaginazione che va al di là del
quotidiano, essa è, per sua natura, una sorta di appello al
Mistero. Persino quando scruta le profondità più oscure dell'anima
o gli aspetti più sconvolgenti del male, l'artista si fa in qualche
modo voce dell'universale attesa di redenzione.
Si comprende, dunque, perché al dialogo con l'arte la Chiesa
tenga in modo speciale e desideri che nella nostra età si realizzi
una nuova alleanza con gli artisti, come auspicava il mio venerato
predecessore Paolo VI nel vibrante discorso rivolto agli artisti
durante lo speciale incontro nella Cappella Sistina, il 7 maggio
1964.(17) Da tale collaborazione la Chiesa si augura una rinnovata
« epifania » di bellezza per il nostro tempo e adeguate risposte
alle esigenze proprie della comunità cristiana.
Nello spirito del Concilio Vaticano II
11. Il Concilio Vaticano II ha gettato le basi di un rinnovato
rapporto fra la Chiesa e la cultura, con immediati riflessi anche
per il mondo dell'arte. E un rapporto che si propone nel segno
dell'amicizia, dell'apertura e del dialogo. Nella Costituzione
pastorale Gaudium et spes i Padri conciliari hanno
sottolineato la « grande importanza » della letteratura e delle
arti nella vita dell'uomo: « Esse si sforzano, infatti, di
conoscere l'indole propria dell'uomo, i suoi problemi e la sua
esperienza, nello sforzo di conoscere e perfezionare se stesso e il
mondo; si preoccupano di scoprire la sua situazione nella storia e
nell'universo, di illustrare le sue miserie e le sue gioie, i suoi
bisogni e le sue capacità, e di prospettare una migliore condizione
dell'uomo ».(18)
Su questa base, a conclusione del Concilio, i Padri hanno rivolto
agli artisti un saluto e un appello: « Questo mondo - hanno detto -
nel quale noi viviamo ha bisogno di bellezza, per non cadere nella
disperazione. La bellezza, come la verità, mette la gioia nel cuore
degli uomini ed è un frutto prezioso che resiste al logorio del
tempo, che unisce le generazioni e le fa comunicare nell'ammirazione
».(19) Appunto in questo spirito di profonda stima per la bellezza,
la Costituzione sulla Sacra Liturgia Sacrosanctum Concilium aveva
ricordato la storica amicizia della Chiesa per l'arte, e parlando più
specificamente dell'arte sacra, « vertice » dell'arte religiosa,
non aveva esitato a considerare « nobile ministero » quello degli
artisti quando le loro opere sono capaci di riflettere, in qualche
modo, l'infinita bellezza di Dio, e indirizzare a lui le menti degli
uomini.(20) Anche grazie al loro contributo « la conoscenza di Dio
viene meglio manifestata e la predicazione evangelica si rende più
trasparente all'intelligenza degli uomini ».(21) Alla luce di ciò,
non sorprende l'affermazione del P. Marie Dominique Chenu, secondo
cui lo stesso storico della teologia farebbe opera incompleta, se
non riservasse la dovuta attenzione alle realizzazioni artistiche,
sia letterarie che plastiche, che costituiscono, a loro modo, « non
soltanto delle illustrazioni estetiche, ma dei veri “luoghi”
teologici ».(22)
La Chiesa ha bisogno dell'arte
12. Per trasmettere il messaggio affidatole da Cristo, la Chiesa
ha bisogno dell'arte. Essa deve, infatti, rendere percepibile e,
anzi, per quanto possibile, affascinante il mondo dello spirito,
dell'invisibile, di Dio. Deve dunque trasferire in formule
significative ciò che è in se stesso ineffabile. Ora, l'arte ha
una capacità tutta sua di cogliere l'uno o l'altro aspetto del
messaggio traducendolo in colori, forme, suoni che assecondano
l'intuizione di chi guarda o ascolta. E questo senza privare il
messaggio stesso del suo valore trascendente e del suo alone di
mistero.
La Chiesa ha bisogno, in particolare, di chi sappia realizzare
tutto ciò sul piano letterario e figurativo, operando con le
infinite possibilità delle immagini e delle loro valenze
simboliche. Cristo stesso ha utilizzato ampiamente le immagini nella
sua predicazione, in piena coerenza con la scelta di diventare egli
stesso, nell'Incarnazione, icona del Dio invisibile.
La Chiesa ha bisogno, altresì, dei musicisti. Quante
composizioni sacre sono state elaborate nel corso dei secoli da
persone profondamente imbevute del senso del mistero! Innumerevoli
credenti hanno alimentato la loro fede alle melodie sbocciate dal
cuore di altri credenti e divenute parte della liturgia o almeno
aiuto validissimo al suo decoroso svolgimento. Nel canto la fede si
sperimenta come esuberanza di gioia, di amore, di fiduciosa attesa
dell'intervento salvifico di Dio.
La Chiesa ha bisogno di architetti, perché ha bisogno di spazi
per riunire il popolo cristiano e per celebrare i misteri della
salvezza. Dopo le terribili distruzioni dell'ultima guerra mondiale
e l'espansione delle metropoli, una nuova generazione di architetti
si è cimentata con le istanze del culto cristiano, confermando la
capacità di ispirazione che il tema religioso possiede anche
rispetto ai criteri architettonici del nostro tempo. Non di rado,
infatti, si sono costruiti templi che sono, insieme, luoghi di
preghiera ed autentiche opere d'arte.
L'arte ha bisogno della Chiesa?
13. La Chiesa, dunque, ha bisogno dell'arte. Si può dire anche
che l'arte abbia bisogno della Chiesa? La domanda può apparire
provocatoria. In realtà, se intesa nel giusto senso, ha una sua
motivazione legittima e profonda. L'artista è sempre alla ricerca
del senso recondito delle cose, il suo tormento è di riuscire ad
esprimere il mondo dell'ineffabile. Come non vedere allora quale
grande sorgente di ispirazione possa essere per lui quella sorta di
patria dell'anima che è la religione? Non è forse nell'ambito
religioso che si pongono le domande personali più importanti e si
cercano le risposte esistenziali definitive?
Di fatto, il soggetto religioso è fra i più trattati dagli
artisti di ogni epoca. La Chiesa ha fatto sempre appello alle loro
capacità creative per interpretare il messaggio evangelico e la sua
concreta applicazione nella vita della comunità cristiana. Questa
collaborazione è stata fonte di reciproco arricchimento spirituale.
In definitiva ne ha tratto vantaggio la comprensione dell'uomo,
della sua autentica immagine, della sua verità. E emerso anche il
peculiare legame esistente tra l'arte e la rivelazione cristiana. Ciò
non vuol dire che il genio umano non abbia trovato suggestioni
stimolanti anche in altri contesti religiosi. Basti ricordare l'arte
antica, specialmente quella greca e romana, e quella ancora fiorente
delle antichissime civiltà dell'Oriente. Resta vero, tuttavia, che
il cristianesimo, in virtù del dogma centrale dell'incarnazione del
Verbo di Dio, offre all'artista un orizzonte particolarmente ricco
di motivi di ispirazione. Quale impoverimento sarebbe per l'arte
l'abbandono del filone inesauribile del Vangelo!
Appello agli artisti
14. Con questa Lettera mi rivolgo a voi, artisti del mondo
intero, per confermarvi la mia stima e per contribuire al
riannodarsi di una più proficua cooperazione tra l'arte e la
Chiesa. Il mio è un invito a riscoprire la profondità della
dimensione spirituale e religiosa che ha caratterizzato in ogni
tempo l'arte nelle sue più nobili forme espressive. E in questa
prospettiva che io faccio appello a voi, artisti della parola
scritta e orale, del teatro e della musica, delle arti plastiche e
delle più moderne tecnologie di comunicazione. Faccio appello
specialmente a voi, artisti cristiani: a ciascuno vorrei ricordare
che l'alleanza stretta da sempre tra Vangelo ed arte, al di là
delle esigenze funzionali, implica l'invito a penetrare con
intuizione creativa nel mistero del Dio incarnato e, al contempo,
nel mistero dell'uomo.
Ogni essere umano, in un certo senso, è sconosciuto a se stesso.
Gesù Cristo non soltanto rivela Dio, ma « svela pienamente l'uomo
all'uomo ».(23) In Cristo Dio ha riconciliato a sé il mondo. Tutti
i credenti sono chiamati a rendere questa testimonianza; ma tocca a
voi, uomini e donne che avete dedicato all'arte la vostra vita, dire
con la ricchezza della vostra genialità che in Cristo il mondo è
redento: è redento l'uomo, è redento il corpo umano, è redenta
l'intera creazione, di cui san Paolo ha scritto che « attende con
impazienza la rivelazione dei figli di Dio » (Rm 8, 19).
Essa aspetta la rivelazione dei figli di Dio anche mediante l'arte e
nell'arte. E questo il vostro compito. A contatto con le opere
d'arte, l'umanità di tutti i tempi - anche quella di oggi - aspetta
di essere illuminata sul proprio cammino e sul proprio destino.
Spirito creatore ed ispirazione artistica
15. Nella Chiesa risuona spesso l'invocazione allo Spirito Santo:
Veni, Creator Spiritus . . . - « Vieni, o Spirito creatore, visita
le nostre menti, riempi della tua grazia i cuori che hai creato ».(24)
Lo Spirito Santo, « il Soffio » (ruah), è Colui a cui fa cenno
già il Libro della Genesi: « La terra era informe e deserta e le
tenebre ricoprivano l'abisso e lo Spirito di Dio aleggiava sulle
acque » (1,2). Quanta affinità esiste tra le parole « soffio -
spirazione » e « ispirazione »! Lo Spirito è il misterioso
artista dell'universo. Nella prospettiva del terzo millennio, vorrei
augurare a tutti gli artisti di poter ricevere in abbondanza il dono
di quelle ispirazioni creative da cui prende inizio ogni autentica
opera d'arte.
Cari artisti, voi ben lo sapete, molti sono gli stimoli,
interiori ed esteriori, che possono ispirare il vostro talento. Ogni
autentica ispirazione, tuttavia, racchiude in sé qualche fremito di
quel « soffio » con cui lo Spirito creatore pervadeva sin
dall'inizio l'opera della creazione. Presiedendo alle misteriose
leggi che governano l'universo, il divino soffio dello Spirito
creatore s'incontra con il genio dell'uomo e ne stimola la capacità
creativa. Lo raggiunge con una sorta di illuminazione interiore, che
unisce insieme l'indicazione del bene e del bello, e risveglia in
lui le energie della mente e del cuore rendendolo atto a concepire
l'idea e a darle forma nell'opera d'arte. Si parla allora
giustamente, se pure analogicamente, di « momenti di grazia »,
perché l'essere umano ha la possibilità di fare una qualche
esperienza dell'Assoluto che lo trascende.
La « Bellezza » che salva
16. Sulla soglia ormai del terzo millennio, auguro a tutti voi,
artisti carissimi, di essere raggiunti da queste ispirazioni
creative con intensità particolare. La bellezza che trasmetterete
alle generazioni di domani sia tale da destare in esse lo stupore!
Di fronte alla sacralità della vita e dell'essere umano, di fronte
alle meraviglie dell'universo, l'unico atteggiamento adeguato è
quello dello stupore.
Da qui, dallo stupore, potrà scaturire quell'entusiasmo di cui
parla Norwid nella poesia a cui mi riferivo all'inizio. Di questo
entusiasmo hanno bisogno gli uomini di oggi e di domani per
affrontare e superare le sfide cruciali che si annunciano
all'orizzonte. Grazie ad esso l'umanità, dopo ogni smarrimento,
potrà ancora rialzarsi e riprendere il suo cammino. In questo senso
è stato detto con profonda intuizione che « la bellezza salverà
il mondo ».(25)
La bellezza è cifra del mistero e richiamo al trascendente. E
invito a gustare la vita e a sognare il futuro. Per questo la
bellezza delle cose create non può appagare, e suscita quell'arcana
nostalgia di Dio che un innamorato del bello come sant'Agostino ha
saputo interpretare con accenti ineguagliabili: « Tardi ti ho
amato, bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi ti ho amato! ».(26)
I vostri molteplici sentieri, artisti del mondo, possano condurre
tutti a quell'Oceano infinito di bellezza dove lo stupore si fa
ammirazione, ebbrezza, indicibile gioia.
Vi orienti ed ispiri il mistero del Cristo risorto, della cui
contemplazione gioisce in questi giorni la Chiesa.
Vi accompagni la Vergine Santa, la « tutta bella » che
innumerevoli artisti hanno effigiato e il sommo Dante contempla
negli splendori del Paradiso come « bellezza, che letizia era ne li
occhi a tutti li altri santi ».(27)
« Emerge dal caos il mondo dello spirito »! Dalle parole che
Adam Mickiewicz scriveva in un momento di grande travaglio per la
patria polacca(28) traggo un auspicio per voi: la vostra arte
contribuisca all'affermarsi di una bellezza autentica che, quasi
riverbero dello Spirito di Dio, trasfiguri la materia, aprendo gli
animi al senso dell'eterno.
Con i miei auguri più cordiali!
Dal Vaticano, 4 aprile 1999, Pasqua di Risurrezione.
IOANNES PAULUS PP. II
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