di Massimo Introvigne
http://www.labussolaquotidiana.it/ita/articoli-la-preghiera-rovescia-situazioni-impossibili-3905.htm
All’udienza
generale del 14
dicembre,
proseguendo
nella sua
«scuola della
preghiera» su
Gesù, Benedetto
XVI ha parlato
della relazione
fra la preghiera
e la «prodigiosa
azione
guaritrice» del
Signore. «Si
tratta – ha
detto il Papa –
di una preghiera
che, ancora una
volta, manifesta
il rapporto
unico di
conoscenza e di
comunione con il
Padre, mentre
Gesù si lascia
coinvolgere con
grande
partecipazione
umana nel
disagio dei suoi
amici, per
esempio di
Lazzaro e della
sua famiglia, o
dei tanti poveri
e malati che
Egli vuole
aiutare
concretamente».
Il
Pontefice ha
esaminato due
casi emblematici:
la guarigione
del sordomuto e
la resurrezione
di Lazzaro.
Quanto alla
guarigione del
sordomuto, così
narra il Vangelo
di Marco: «Lo
prese in
disparte,
lontano dalla
folla, gli pose
le dita negli
orecchi e con la
saliva gli toccò
la lingua;
guardando quindi
verso il cielo,
emise un sospiro
e gli disse: “Effatà”,
“Apriti”» (Mc
7,33-34). Il
Papa nota
anzitutto come
Gesù voglia che
la guarigione
avvenga «in
disparte,
lontano dalla
folla». Questo
«non sembra
dovuto soltanto
al fatto che il
miracolo deve
essere tenuto
nascosto alla
gente per
evitare che si
formino
interpretazioni
limitative o
distorte della
persona di Gesù».
La scelta di
questo rapporto
privato nello
stesso tempo «fa
sì che, al
momento della
guarigione, Gesù
e il sordomuto
si trovino da
soli, avvicinati
in una singolare
relazione. Con
un gesto, il
Signore tocca le
orecchie e la
lingua del
malato, ossia le
sedi specifiche
della sua
infermità.
L’intensità
dell’attenzione
di Gesù si
manifesta anche
nei tratti
insoliti della
guarigione: Egli
impiega le
proprie dita e,
persino, la
propria saliva.
Anche il fatto
che
l’Evangelista
riporti la
parola originale
pronunciata dal
Signore – “Effatà”,
ossia “Apriti!”
– evidenzia il
carattere
singolare della
scena». Questi
sono dettagli,
che ci
introducono al
significato
profondo di
questa
guarigione ma
non ce lo
svelano ancora.
In
realtà «il punto
centrale
di questo
episodio è il
fatto che Gesù,
al momento di
operare la
guarigione,
cerca
direttamente il
suo rapporto con
il Padre».
Leggiamo infatti
che il Signore
«guardando […]
verso il cielo,
emise un
sospiro» (Mc
7,34). Qui, ci
fa notare il
Papa,
«l’emissione del
sospiro è
descritta con un
verbo che nel
Nuovo Testamento
indica
l’aspirazione a
qualcosa di
buono che ancora
manca (cfr Rm
8,23)». Nei
gesti e nelle
parole di Gesù
«ancora una
volta riemerge
il suo rapporto
unico con il
Padre, la sua
identità di
Figlio
Unigenito. In
Lui, attraverso
la sua persona,
si rende
presente l’agire
sanante e
benefico di Dio.
Non è un caso
che il commento
conclusivo della
gente dopo il
miracolo ricordi
la valutazione
della creazione
all’inizio della
Genesi: “Ha
fatto bene ogni
cosa” (Mc 7,37).
Nell’azione
guaritrice di
Gesù
entra in modo
chiaro la
preghiera, con
il suo sguardo
verso il cielo.
La forza che ha
sanato il
sordomuto è
certamente
provocata dalla
compassione per
lui, ma proviene
dal ricorso al
Padre. Si
incontrano
queste due
relazioni: la
relazione umana
di compassione
con l'uomo, che
entra nella
relazione con
Dio, e diventa
così
guarigione». Nel
racconto della
risurrezione di
Lazzaro nel
Vangelo di
Giovanni
ritroviamo
questa stessa
duplice
dinamica. Anche
qui
«s’intrecciano,
da una parte, il
legame di Gesù
con un amico e
con la sua
sofferenza e,
dall’altra, la
relazione
filiale che Egli
ha con il
Padre».
Continuamente
sono
sottolineati il
legame di
amicizia, la
partecipazione e
la commozione di
Gesù davanti al
dolore dei
parenti e
conoscenti di
Lazzaro: ma
tutto questo «si
collega, in
tutto il
racconto, con un
continuo e
intenso rapporto
con il Padre».
Per quanto ne
sia commosso,
nello stesso
tempo
«l’avvenimento è
letto da Gesù in
relazione con la
propria identità
e missione e con
la
glorificazione
che Lo attende».
Così Egli parla
della malattia
dell’amico:
«Questa malattia
non porterà alla
morte, ma è per
la gloria di
Dio, affinché
per mezzo di
essa il Figlio
di Dio venga
glorificato» (Gv
11,4). E perfino
della morte di
Lazzaro Gesù
dice: «Lazzaro è
morto e io sono
contento per voi
di non essere
stato là,
affinché voi
crediate» (Gv
11,14-15).
Arriviamo così
al «momento
della preghiera
esplicita di
Gesù al Padre
davanti alla
tomba, [che] è
lo sbocco
naturale di
tutta la
vicenda, tesa su
questo doppio
registro
dell’amicizia
con Lazzaro e
del rapporto
filiale con
Dio».
Anche
qui la dinamica
è sempre
duplice: «Gesù
allora alzò gli
occhi e disse:
“Padre, ti rendo
grazie perché mi
hai ascoltato”»
(Gv 11,41).
Questa frase
«rivela che Gesù
non ha lasciato
neanche per un
istante la
preghiera di
domanda per la
vita di Lazzaro.
Questa preghiera
continua, anzi,
ha rafforzato il
legame con
l’amico e,
contemporaneamente,
ha confermato la
decisione di
Gesù di rimanere
in comunione con
la volontà del
Padre, con il
suo piano di
amore, nel quale
la malattia e la
morte di Lazzaro
vanno
considerate come
un luogo in cui
si manifesta la
gloria di Dio».
Come sempre, il
Papa si chiede
che cosa
insegnano questi
episodi a noi e
come possono
ispirare la
nostra
preghiera. La
risposta è che
debbono aiutarci
a «comprendere
che nella
preghiera di
domanda al
Signore non
dobbiamo
attenderci un
compimento
immediato di ciò
che noi
chiediamo, della
nostra volontà,
ma affidarci
piuttosto alla
volontà del
Padre, leggendo
ogni evento
nella
prospettiva
della sua
gloria, del suo
disegno di
amore, spesso
misterioso ai
nostri occhi.
Per questo,
nella nostra
preghiera,
domanda, lode e
ringraziamento
dovrebbero
fondersi
assieme, anche
quando ci sembra
che Dio non
risponda alle
nostre concrete
attese».
Il
Pontefice ci
rimanda,
come fa spesso,
al Catechismo
della Chiesa
Cattolica, che
commenta proprio
la preghiera di
Gesù nel
racconto della
risurrezione di
Lazzaro:
«Introdotta dal
rendimento di
grazie, la
preghiera di
Gesù ci rivela
come chiedere:
prima che il
dono venga
concesso, Gesù
aderisce a colui
che dona e che
nei suoi doni
dona se stesso.
Il Donatore è
più prezioso del
dono accordato;
è il “Tesoro”,
ed il cuore del
Figlio suo è in
lui; il dono
viene concesso
“in aggiunta” (cfr
Mt 6,21 e 6,33)»
(CCC, n. 2604).
Commenta
Benedetto XVI:
«Questo mi
sembra molto
importante:
prima che il
dono venga
concesso,
aderire a Colui
che dona; il
donatore è più
prezioso del
dono. Anche per
noi, quindi, al
di là di ciò che
Dio ci da quando
lo invochiamo,
il dono più
grande che può
darci è la sua
amicizia, la sua
presenza, il suo
amore. Lui è il
tesoro prezioso
da chiedere e
custodire
sempre». La
preghiera di
Gesù
nell’episodio di
Lazzaro continua
e, quando è
tolta la pietra
dall’ingresso
della tomba,
presenta «uno
sviluppo
singolare ed
inatteso». Dopo
avere
ringraziato il
Padre, Gesù
aggiunge: «Io
sapevo che mi
dai sempre
ascolto, ma l’ho
detto per la
gente che mi sta
attorno, perché
credano che tu
mi hai mandato»
(Gv 11,42). Gesù
qui ci «vuole
condurre alla
fede, alla
fiducia totale
in Dio e nella
sua volontà, e
vuole mostrare
che questo Dio
che ha tanto
amato l’uomo e
il mondo da
mandare il suo
Figlio Unigenito
(cfr Gv 3,16), è
il Dio della
Vita, il Dio che
porta speranza
ed è capace di
rovesciare le
situazioni
umanamente
impossibili. La
preghiera
fiduciosa di un
credente,
allora, è una
testimonianza
viva di questa
presenza di Dio
nel mondo, del
suo interessarsi
all’uomo, del
suo agire per
realizzare il
suo piano di
salvezza».
Le due
preghiere di
Gesù
oggetto della
meditazione del
Pontefice,
quella della
guarigione del
sordomuto e
quella della
risurrezione di
Lazzaro,
«rivelano che il
profondo legame
tra l’amore a
Dio e l’amore al
prossimo deve
entrare anche
nella nostra
preghiera. In
Gesù, vero Dio e
vero uomo,
l’attenzione
verso l’altro,
specialmente se
bisognoso e
sofferente, il
commuoversi
davanti al
dolore di una
famiglia amica,
Lo portano a
rivolgersi al
Padre, in quella
relazione
fondamentale che
guida tutta la
sua vita. Ma
anche viceversa:
la comunione con
il Padre, il
dialogo costante
con Lui, spinge
Gesù ad essere
attento in modo
unico alle
situazioni
concrete
dell’uomo per
portarvi la
consolazione e
l’amore di Dio».
Questo vale
anche per noi:
«La relazione
con l'uomo ci
guida verso la
relazione con
Dio, e quella
con Dio ci guida
di nuovo al
prossimo». Così,
«la nostra
preghiera apre
la porta a Dio,
che ci insegna
ad uscire
costantemente da
noi stessi per
essere capaci di
farci vicini
agli altri,
specialmente nei
momenti di
prova, per
portare loro
consolazione,
speranza e
luce».
