| Il
Papa parla al mondo
della cultura francese
Parigi 12-8-2008
Signor cardinale, signora ministro della Cultura, signor
sindaco, signor cancelliere dell’Institut de France, cari
amici! Grazie, signor cardinale, per le sue parole gentili. Ci
troviamo in un luogo storico, edificato dai figli di san
Bernardo di Clairvaux e che il suo predecessore, il compianto
cardinale Jean-Marie Lustiger, ha voluto come centro di
dialogo tra la sapienza cristiana e le correnti culturali
intellettuali e artistiche dell’attuale società. Saluto in
modo particolare la signora ministro della Cultura che
rappresenta il Governo, così come i signori Giscard d’Estaing
e Chirac. Rivolgo ugualmente il mio saluto ai ministri
presenti, ai rappresentanti dell’Unesco, al signor sindaco
di Parigi e a tutte le altre autorità. Non voglio dimenticare
i miei colleghi dell’Institut de France, i quali conoscono
la considerazione che nutro nei loro confronti.
Ringrazio il principe de Broglie per le sua cordiali
parole. Ci rivedremo domani mattina.
Ringrazio i delegati della comunità musulmana francese
per aver accettato di partecipare a questo incontro: rivolgo
loro i miei migliori auguri per il ramadan in corso. Il mio
caloroso saluto va ora naturalmente all’insieme del
multiforme mondo della cultura, che voi, cari invitati,
rappresentate così degnamente.
Vorrei parlarvi stasera delle origini della teologia
occidentale e delle radici della cultura europea. Ho ricordato
all’inizio che il luogo in cui ci troviamo è in qualche
modo emblematico. È infatti legato alla cultura monastica,
giacché qui hanno vissuto giovani monaci, impegnati ad
introdursi in una comprensione più profonda della loro
chiamata e a vivere meglio la loro missione.
È questa un’esperienza che interessa ancora noi
oggi, o vi incontriamo soltanto un mondo ormai passato? Per
rispondere, dobbiamo riflettere un momento sulla natura dello
stesso monachesimo occidentale. Di che cosa si trattava
allora? In base alla storia degli effetti del monachesimo
possiamo dire che, nel grande sconvolgimento culturale
prodotto dalla migrazione di popoli e dai nuovi ordini statali
che stavano formandosi, i monasteri erano i luoghi in cui
sopravvivevano i tesori della vecchia cultura e dove, in
riferimento ad essi, veniva formata passo passo una nuova
cultura. Ma come avveniva questo?
Quale era la motivazione delle persone che in questi
luoghi si riunivano?
Che intenzioni avevano? Come hanno vissuto?
Innanzitutto e per prima cosa si deve dire, con molto
realismo, che non era loro intenzione di creare una cultura e
nemmeno di conservare una cultura del passato. La loro
motivazione era molto più elementare. Il loro obiettivo era: quaerere
Deum, cercare Dio. Nella confusione dei tempi in cui
niente sembrava resistere, essi volevano fare la cosa
essenziale: impegnarsi per trovare ciò che vale e permane
sempre, trovare la Vita stessa. Erano alla ricerca di Dio.
Dalle cose secondarie volevano passare a quelle essenziali, a
ciò che, solo, è veramente importante e affidabile. Si dice
che erano orientati in modo «escatologico».
Ma ciò non è da intendere in senso cronologico, come
se guardassero verso la fine del mondo o verso la propria
morte, ma in un senso esistenziale: dietro le cose provvisorie
cercavano il definitivo. Quaerere Deum: poiché erano
cristiani, questa non era una spedizione in un deserto senza
strade, una ricerca verso il buio assoluto. Dio stesso aveva
piantato delle segnalazioni di percorso, anzi, aveva spianato
una via, e il compito consisteva nel trovarla e seguirla.
Questa via era la sua Parola che, nei libri delle Sacre
Scritture, era aperta davanti agli uomini. La ricerca di Dio
richiede quindi per intrinseca esigenza una cultura della
parola o, come si esprime Jean Leclercq: nel monachesimo
occidentale, escatologia e grammatica sono interiormente
connesse l’una con l’altra (cfr L’amour des lettres
et le desir de Dieu, p. 14). Il desiderio di Dio, le désir
de Dieu, include l’amour des lettres, l’amore
per la parola, il penetrare in tutte le sue dimensioni. Poiché
nella Parola biblica Dio è in cammino verso di noi e noi
verso di Lui, bisogna imparare a penetrare nel segreto della
lingua, a comprenderla nella sua struttura e nel suo modo di
esprimersi. Così, proprio a causa della ricerca di Dio,
diventano importanti le scienze profane che ci indicano le vie
verso la lingua.
Poiché la ricerca di Dio esigeva la cultura della
parola, fa parte del monastero la biblioteca che indica le vie
verso la parola. Per lo stesso motivo ne fa parte anche la
scuola, nella quale le vie vengono aperte concretamente.
Benedetto chiama il monastero una dominici servitii schola.
Il monastero serve alla eruditio, alla formazione e
all’erudizione dell’uomo – una formazione con
l’obiettivo ultimo che l’uomo impari a servire Dio. Ma
questo comporta proprio anche la formazione della ragione,
l’erudizione, in base alla quale l’uomo impara a
percepire, in mezzo alle parole, la Parola.
Per avere la piena visione della cultura della parola,
che appartiene all’essenza della ricerca di Dio, dobbiamo
fare un altro passo. La Parola che apre la via della ricerca
di Dio ed è essa stessa questa via, è una Parola che
riguarda la comunità. Certo, essa trafigge il cuore di
ciascun singolo (cfr At 2, 37). Gregorio Magno descrive
questo come una fitta improvvisa che squarcia la nostra anima
sonnolenta e ci sveglia rendendoci attenti per Dio (cfr
Leclercq, ibid., p. 35). Ma così ci rende attenti
anche gli uni per gli altri. La Parola non conduce a una via
solo individuale di un’immersione mistica, ma introduce
nella comunione con quanti camminano nella fede. E per questo
bisogna non solo riflettere sulla Parola, ma anche leggerla in
modo giusto. Come nella scuola rabbinica, così anche tra i
monaci il leggere stesso compiuto dal singolo è al contempo
un atto corporeo.
«Se, tuttavia, legere e lectio vengono
usati senza un attributo esplicativo, indicano per lo più
un’attività che, come il cantare e lo scrivere, comprende
l’intero corpo e l’intero spirito», dice al riguardo Jean
Leclercq ( ibid.,
p. 21).
E ancora c’è da fare un altro passo. La Parola di
Dio introduce noi stessi nel colloquio con Dio. Il Dio che
parla nella Bibbia ci insegna come noi possiamo parlare con
Lui. Specialmente nel Libro dei Salmi Egli ci dà le
parole con cui possiamo rivolgerci a Lui, portare la nostra
vita con i suoi alti e bassi nel colloquio davanti a Lui,
trasformando così la vita stessa in un movimento verso di
Lui. I Salmi contengono ripetutamente delle istruzioni
anche sul come devono essere cantati ed accompagnati con
strumenti musicali. Per pregare in base alla Parola di Dio il
solo pronunciare non basta, esso richiede la musica. Due canti
della liturgia cristiana derivano da testi biblici che li
pongono sulle labbra degli Angeli: il Gloria, che è
cantato dagli Angeli alla nascita di Gesù, e il Sanctus, che
secondo Isaia 6 è l’acclamazione dei Serafini che
stanno nell’immediata vicinanza di Dio. Alla luce di ciò la
liturgia cristiana è invito a cantare insieme agli Angeli e a
portare così la parola alla sua destinazione più alta.
Sentiamo in questo contesto ancora una volta Jean Leclercq: «I
monaci dovevano trovare delle melodie che traducevano in suoni
l’adesione dell’uomo redento ai misteri che egli celebra.
I pochi capitelli di Cluny, che si sono conservati fino ai
nostri giorni, mostrano così i simboli cristologici dei
singoli toni» (cfr ibid. p. 229).
In Benedetto, per la preghiera e per il canto dei monaci
vale come regola determinante la parola del Salmo: Coram
angelis psallam Tibi, Domine – davanti agli angeli
voglio cantare a Te, Signore (cfr 138, 1). Qui si esprime la
consapevolezza di cantare nella preghiera comunitaria in
presenza di tutta la corte celeste e di essere quindi esposti
al criterio supremo: di pregare e di cantare in maniera da
potersi unire alla musica degli Spiriti sublimi, che erano
considerati gli autori dell’armonia del cosmo, della musica
delle sfere. Partendo da ciò, si può capire la serietà di
una meditazione di san Bernardo di Chiaravalle, che usa una
parola di tradizione platonica trasmessa da Agostino per
giudicare il canto brutto dei monaci, che ovviamente per lui
non era affatto un piccolo incidente, in fondo secondario.
Egli qualifica la confusione di un canto mal eseguito come un
precipitare nella «zona della dissimilitudine» – nella regio
dissimilitudinis.
Agostino aveva preso questa parola dalla filosofia
platonica per caratterizzare il suo stato interiore prima
della conversione (cfr
Confess. VII, 10.16): l’uomo, che è creato a
somiglianza di Dio, precipita in conseguenza del suo abbandono
di Dio nella «zona della dissimilitudine» – in una
lontananza da Dio nella quale non Lo rispecchia più e così
diventa dissimile non solo da Dio, ma anche da se stesso, dal
vero essere uomo. È certamente drastico se Bernardo, per
qualificare i canti mal eseguiti dei monaci, usa questa
parola, che indica la caduta dell’uomo lontano da se stesso.
Ma dimostra anche come egli prenda la cosa sul serio.
Dimostra che la cultura del canto è anche cultura
dell’essere e che i monaci con il loro pregare e cantare
devono corrispondere alla grandezza della Parola loro
affidata, alla sua esigenza di vera bellezza. Da questa
esigenza intrinseca del parlare con Dio e del cantarLo con le
parole donate da Lui stesso è nata la grande musica
occidentale. Non si trattava di una «creatività» privata,
in cui l’individuo erige un monumento a se stesso, prendendo
come criterio essenzialmente la rappresentazione del proprio
io. Si trattava piuttosto di riconoscere attentamente con gli
«orecchi del cuore» le leggi intrinseche della musica della
stessa creazione, le forme essenziali della musica immesse dal
Creatore nel suo mondo e nell’uomo, e trovare così la
musica degna di Dio, che allora al contempo è anche veramente
degna dell’uomo e fa risuonare in modo puro la sua dignità.
P er capire in qualche modo la cultura della parola, che nel
monachesimo occidentale si è sviluppata dalla ricerca di Dio,
partendo dall’interno, occorre finalmente fare almeno un
breve cenno alla particolarità del Libro o dei Libri in cui
questa Parola è venuta incontro ai monaci.
La Bibbia, vista sotto l’aspetto puramente storico o
letterario, non è semplicemente un libro, ma una raccolta di
testi letterari, la cui stesura si estende lungo più di un
millennio e i cui singoli libri non sono facilmente
riconoscibili come appartenenti ad un’unità interiore;
esistono invece tensioni visibili tra di essi. Ciò vale già
all’interno della Bibbia di Israele, che noi cristiani
chiamiamo l’Antico Testamento. Vale tanto più quando noi,
come cristiani, colleghiamo il Nuovo Testamento e i suoi
scritti, quasi come chiave ermeneutica, con la Bibbia di
Israele, interpretandola così come via verso Cristo.
Nel Nuovo Testamento, con buona ragione, la Bibbia
normalmente non viene qualificata come «la Scrittura», ma
come «le Scritture» che, tuttavia, nel loro insieme vengono
poi considerate come l’unica Parola di Dio rivolta a noi. Ma
già questo plurale rende evidente che qui la Parola di Dio ci
raggiunge soltanto attraverso la parola umana, attraverso le
parole umane, che cioè Dio parla a noi solo attraverso gli
uomini, mediante le loro parole e la loro storia.
Questo, a sua volta, significa che l’aspetto divino
della Parola e delle parole non è semplicemente ovvio. Detto
in espressioni moderne: l’unità dei libri biblici e il
carattere divino delle loro parole non sono, da un punto di
vista puramente storico, afferrabili.
L’elemento storico è la molteplicità e l’umanità.
Da qui si comprende la formulazione di un distico medioevale
che, a prima vista, sembra sconcertante: « Littera gesta
docet – quid credas allegoria... » (cfr Augustinus de
Dacia, Rotulus pugillaris, I).
La lettera mostra i fatti; ciò che devi credere lo dice
l’allegoria, cioè l’interpretazione cristologica e
pneumatica. Possiamo esprimere tutto ciò anche in modo
più semplice: la Scrittura ha bisogno dell’interpretazione,
e ha bisogno della comunità in cui si è formata e in cui
viene vissuta. In essa ha la sua unità e in essa si dischiude
il senso che tiene unito il tutto. Detto ancora in un altro
modo: esistono dimensioni del significato della Parola e delle
parole, che si dischiudono soltanto nella comunione vissuta di
questa Parola che crea la storia. Mediante la crescente
percezione delle diverse dimensioni del senso, la Parola non
viene svalutata, ma appare, anzi, in tutta la sua grandezza e
dignità. Per questo il « Catechismo della Chiesa cattolica
» con buona ragione può dire che il cristianesimo non è
semplicemente una religione del libro nel senso classico (cfr
n. 108). Il cristianesimo percepisce nelle parole la Parola,
il Logos
stesso, che estende il suo mistero attraverso tale
molteplicità. Questa struttura particolare della Bibbia è
una sfida sempre nuova per ogni generazione. Secondo la sua
natura essa esclude tutto ciò che oggi viene chiamato
fondamentalismo. La Parola di Dio stesso, infatti, non è mai
presente già nella semplice letteralità del testo. Per
raggiungerla occorre un trascendimento e un processo di
comprensione, che si lascia guidare dal movimento interiore
dell’insieme e perciò deve diventare anche un processo di
vita.
Sempre e solo nell’unità dinamica dell’insieme i
molti libri formano un Libro, si rivelano nella parola e nella
storia umane la Parola di Dio e l’agire di Dio nel mondo.
Tutta la drammaticità di questo tema viene illuminata
negli scritti di san Paolo. Che cosa significhi il
trascendimento della lettera e la sua comprensione unicamente
a partire dall’insieme, egli l’ha espresso in modo
drastico nella frase: «La lettera uccide, lo Spirito dà
vita» ( 2 Cor 3,6). E ancora: «Dove c’è lo Spirito...
c’è libertà» ( 2 Cor 3,17). La grandezza e la vastità di
tale visione della Parola biblica, tuttavia, si può
comprendere solo se si ascolta Paolo fino in fondo e si
apprende allora che questo Spirito liberatore ha un nome e che
la libertà ha quindi una misura interiore: «Il Signore è lo
Spirito, e dove c’è lo Spirito del Signore c’è
libertà» ( 2 Cor 3,17). Lo Spirito liberatore non è
semplicemente la propria idea, la visione personale di chi
interpreta. Lo Spirito è Cristo, e Cristo è il Signore che
ci indica la strada. Con la parola sullo Spirito e sulla
libertà si schiude un vasto orizzonte, ma allo stesso tempo
si pone un chiaro limite all’arbitrio e alla soggettività,
un limite che obbliga in maniera inequivocabile il singolo
come la comunità e crea un legame superiore a quello della
lettera: il legame dell’intelletto e dell’amore. Questa
tensione tra legame e libertà, che va ben oltre il problema
letterario dell’interpretazione della Scrittura, ha
determinato anche il pensiero e l’operare del monachesimo e
ha profondamente plasmato la cultura occidentale. Essa si pone
nuovamente anche alla nostra generazione come sfida di fronte
ai poli dell’arbitrio soggettivo, da una parte, e del
fanatismo fondamentalista, dall’altra. Sarebbe fatale, se la
cultura europea di oggi potesse comprendere la libertà ormai
solo come la mancanza totale di legami e con ciò favorisse
inevitabilmente il fanatismo e l’arbitrio.
Mancanza di legame e arbitrio non sono la libertà, ma
la sua distruzione.
Nella considerazione sulla «scuola del servizio
divino» – come Benedetto chiamava il monachesimo –
abbiamo fino a questo punto rivolto la nostra attenzione solo
al suo orientamento verso la parola, verso l’« ora ». E di
fatto è a partire da ciò che viene determinata la direzione
dell’insieme della vita monastica. Ma la nostra riflessione
rimarrebbe incompleta, se non fissassimo il nostro sguardo
almeno brevemente anche sulla seconda componente del
monachesimo, quella descritta col « labora ». Nel mondo
greco il lavoro fisico era considerato l’impegno dei servi.
Il saggio, l’uomo veramente libero si dedicava unicamente
alle cose spirituali; lasciava il lavoro fisico come qualcosa
di inferiore a quegli uomini che non sono capaci di questa
esistenza superiore nel mondo dello spirito. Assolutamente
diversa era la tradizione giudaica: tutti i grandi rabbi
esercitavano allo stesso tempo anche una professione
artigianale. Paolo che, come rabbi e poi come annunciatore del
Vangelo ai gentili, era anche tessitore di tende e si
guadagnava la vita con il lavoro delle proprie mani, non
costituisce un’eccezione, ma sta nella comune tradizione del
rabbinismo. Il monachesimo ha accolto questa tradizione; il
lavoro manuale è parte costitutiva del monachesimo cristiano.
Benedetto parla nella sua Regola non propriamente della
scuola, anche se l’insegnamento e l’apprendimento – come
abbiamo visto – in essa erano cose praticamente scontate.
Parla però esplicitamente del lavoro (cfr cap. 48).
Altrettanto fa Agostino che al lavoro dei monaci ha
dedicato un libro particolare. I cristiani, che con ciò
continuavano nella tradizione da tempo praticata dal
giudaismo, dovevano inoltre sentirsi chiamati in causa dalla
parola di Gesù nel Vangelo di Giovanni,
con la quale Egli difendeva il suo operare in giorno di
sabato: «Il Padre mio opera sempre e anch’io opero» (5,
17). Il mondo grecoromano non conosceva alcun Dio Creatore;
la divinità suprema, secondo la loro visione, non poteva, per
così dire, sporcarsi le mani con la creazione della materia.
Il «costruire» il mondo era riservato al demiurgo, una
deità subordinata. Ben diverso il Dio cristiano: Egli,
l’Uno, il vero e unico Dio, è anche il Creatore.
Dio lavora; continua a lavorare nella e sulla storia
degli uomini. In Cristo Egli entra come Persona nel lavoro
faticoso della storia. «Il Padre mio opera sempre e anch’io
opero».
Dio stesso è il Creatore del mondo, e la creazione non
è ancora finita. Dio lavora.
Così il lavorare degli uomini doveva apparire come
un’espressione particolare della loro somiglianza con Dio e
l’uomo, in questo modo, ha facoltà e può partecipare
all’operare di Dio nella creazione del mondo.
Del monachesimo fa parte, insieme con la cultura della
parola, una cultura del lavoro, senza la quale lo sviluppo
dell’Europa, il suo ethos e la sua formazione del mondo sono
impensabili.
Questo ethos dovrebbe però includere la volontà di
far sì che il lavoro e la determinazione della storia da
parte dell’uomo siano un collaborare con il Creatore,
prendendo da Lui la misura. Dove questa misura viene a mancare
e l’uomo eleva se stesso a creatore deiforme, la formazione
del mondo può facilmente trasformarsi nella sua distruzione.
Siamo partiti dall’osservazione che, nel crollo di
vecchi ordini e sicurezze, l’atteggiamento di fondo dei
monaci era il quaerere Deum – mettersi alla ricerca di Dio.
Potremmo dire che questo è l’atteggiamento veramente
filosofico: guardare oltre le cose penultime e mettersi in
ricerca di quelle ultime, vere. Chi si faceva monaco,
s’incamminava su una via lunga e alta, aveva tuttavia già
trovato la direzione: la Parola della Bibbia nella quale
sentiva parlare Dio stesso. Ora doveva cercare di
comprenderLo, per poter andare verso di Lui. Così il cammino
dei monaci, pur rimanendo non misurabile nella lunghezza, si
svolge ormai all’interno della Parola accolta. Il cercare
dei monaci, sotto certi aspetti, porta in se stesso già un
trovare. Occorre dunque, affinché questo cercare sia reso
possibile, che in precedenza esista già un primo movimento
che non solo susciti la volontà di cercare, ma renda anche
credibile che in questa Parola sia nascosta la via – o
meglio: che in questa Parola Dio stesso si faccia incontro
agli uomini e perciò gli uomini attraverso di essa possano
raggiungere Dio.
Con altre parole: deve esserci l’annuncio che si
rivolge all’uomo creando così in lui una convinzione che
può trasformarsi in vita.
Affinché si apra una via verso il cuore della Parola
biblica quale Parola di Dio, questa stessa Parola deve prima
essere annunciata verso l’esterno. L’espressione classica
di questa necessità della fede cristiana di rendersi
comunicabile agli altri è una frase della Prima Lettera di
Pietro, che nella teologia medievale era considerata la
ragione biblica per il lavoro dei teologi: «Siate sempre
pronti a rispondere a chiunque vi domandi ragione ( logos)
della speranza che è in voi» (3, 15) ( Logos deve diventare
apo-logia, la Parola deve diventare risposta). Di fatto, i
cristiani della Chiesa nascente non hanno considerato il loro
annuncio missionario come una propaganda, che doveva servire
ad aumentare il proprio gruppo, ma come una necessità
intrinseca che derivava dalla natura della loro fede: il Dio
nel quale credevano era il Dio di tutti, il Dio uno e vero che
si era mostrato nella storia d’Israele e infine nel suo
Figlio, dando con ciò la risposta che riguardava tutti e che,
nel loro intimo, tutti gli uomini attendono. L’universalità
di Dio e l’universalità della ragione aperta verso di Lui
costituivano per loro la motivazione e insieme il dovere
dell’annuncio. Per loro la fede non apparteneva alla
consuetudine culturale, che a seconda dei popoli è diversa,
ma all’ambito della verità che riguarda ugualmente tutti.
Lo schema fondamentale dell’annuncio cristiano
«verso l’esterno» – agli uomini che, con le loro
domande, sono in ricerca – si trova nel discorso di san
Paolo all’Areopago. Teniamo presente, in questo contesto,
che l’Areopago non era una specie di accademia, dove gli
ingegni più illustri s’incontravano per la discussione
sulle cose sublimi, ma un tribunale che aveva la competenza in
materia di religione e doveva opporsi all’importazione di
religioni straniere. È proprio questa l’accusa contro
Paolo: «Sembra essere un annunziatore di divinità
straniere» ( At 17, 18). A ciò Paolo replica: «Ho trovato
presso di voi un’ara con l’iscrizione: Al Dio ignoto.
Quello che voi adorate senza conoscere, io ve lo annunzio» (cfr
17, 23). Paolo non annuncia dei ignoti.
Egli annuncia Colui che gli uomini ignorano, eppure
conoscono: l’Ignoto-Conosciuto; Colui che cercano, di cui,
in fondo, hanno conoscenza e che, tuttavia, è l’Ignoto e
l’Inconoscibile. Il più profondo del pensiero e del
sentimento umani sa in qualche modo che Egli deve esistere.
Che all’origine di tutte le cose deve esserci non
l’irrazionalità, ma la Ragione creativa; non il cieco caso,
ma la libertà. Tuttavia, malgrado tutti gli uomini in qualche
modo sappiano questo – come Paolo sottolinea nella Lettera
ai Romani (1, 21) – questo sapere rimane irreale: un Dio
soltanto pensato e inventato non è un Dio. Se Egli non si
mostra, noi comunque non giungiamo fino a Lui. La cosa nuova
dell’annuncio cristiano è la possibilità di dire ora a
tutti i popoli: Egli si è mostrato. Egli personalmente. E
adesso è aperta la via verso di Lui. La novità
dell’annuncio cristiano consiste in un fatto: Egli si è
mostrato. Ma questo non è un fatto cieco, ma un fatto che,
esso stesso, è Logos – presenza della Ragione eterna nella
nostra carne. Verbum caro factum est ( Gv 1,14): proprio così
nel fatto ora c’è il Logos, il Logos presente in
mezzo a noi. Il fatto è ragionevole. Certamente occorre
sempre l’umiltà della ragione per poter accoglierlo;
occorre l’umiltà dell’uomo che risponde all’umiltà di
Dio.
La nostra situazione di oggi, sotto molti aspetti, è
diversa da quella che Paolo incontrò ad Atene, ma, pur nella
differenza, tuttavia, in molte cose anche assai analoga. Le
nostre città non sono più piene di are ed immagini di
molteplici divinità. Per molti, Dio è diventato veramente il
grande Sconosciuto. Ma come allora dietro le numerose immagini
degli dèi era nascosta e presente la domanda circa il Dio
ignoto, così anche l’attuale assenza di Dio è tacitamente
assillata dalla domanda che riguarda Lui.
Quaerere Deum – cercare Dio e lasciarsi trovare da
Lui: questo oggi non è meno necessario che in tempi passati.
Una cultura meramente positivista che rimuovesse nel campo
soggettivo come non scientifica la domanda circa Dio, sarebbe
la capitolazione della ragione, la rinuncia alle sue
possibilità più alte e quindi un tracollo dell’umanesimo,
le cui conseguenze non potrebbero essere che gravi. Ciò che
ha fondato la cultura dell’Europa, la ricerca di Dio e la
disponibilità ad ascoltarLo, rimane anche oggi il fondamento
di ogni vera cultura.
Benedetto XVI
|
Tra
Stato e Chiesa dalla diffidenza al dialogo
Benedetto XVI all’Eliseo
- Signor presidente, signore e signori, cari amici!
Ponendo piede per la prima volta sul suolo di Francia dopo
che la Provvidenza mi ha chiamato alla Sede di Pietro, mi
sento commosso e onorato per l’accoglienza calorosa
che mi avete riservato. A lei, signor presidente, sono
particolarmente grato per il cordiale invito fattomi a
visitare il suo Paese, così come per le gentili parole di
benvenuto che mi ha ora rivolto. Come non ricordare la
visita che vostra eccellenza mi ha reso in Vaticano nove
mesi or sono? Attraverso la sua persona, saluto tutti
coloro che abitano questo Paese dalla storia millenaria,
dal presente ricco di eventi e dal futuro promettente.
Sappiano che la Francia è molto spesso al centro della
preghiera del Papa, il quale non può dimenticare tutto
ciò che essa ha apportato alla Chiesa nel corso di venti
secoli! La ragione principale del mio viaggio è la
celebrazione del 150° anniversario delle apparizioni
della Vergine Maria a Lourdes. Desidero unirmi alla folla
degli innumerevoli pellegrini del mondo intero, che
nel corso di quest’anno convergono verso il santuario
mariano, animati dalla fede e dall’amore. È una fede,
è un amore che vengo a celebrare qui, nel vostro Paese,
nel corso delle quattro giornate di grazia che mi sarà
dato di passarvi. I l mio pellegrinaggio a Lourdes
doveva prevedere una sosta a Parigi. La vostra capitale
mi è familiare e la conosco bene. In essa ho sovente
sostato e, nel corso degli anni, in ragione dei miei
studi e delle mie precedenti mansioni, vi ho intrecciato
buone amicizie umane e intellettuali. Vi ritorno quindi
con gioia, lieto dell’occasione che mi è così
offerta di rendere omaggio all’imponente patrimonio
di cultura e di fede che ha plasmato il vostro Paese in
modo splendido durante secoli e che ha offerto al mondo
grandi figure di servitori della Nazione e della Chiesa,
il cui insegnamento ed esempio hanno naturalmente
oltrepassato i confini geografici e nazionali per
contrassegnare il divenire del mondo. In occasione della
sua visita a Roma, signor presidente, ella ha ricordato
che le radici della Francia – come quelle dell’Europa
– sono cristiane. Basta la storia a dimostrarlo: fin
dalle origini il suo Paese ha ricevu- to il messaggio del
Vangelo. Se i documenti fanno a volte difetto, resta
comunque il fatto che l’esistenza di comunità
cristiane nella Gallia è attestata in data molto
antica: non si può ricordare senza emozione che la
città di Lione aveva un vescovo già nella metà del II
secolo e che sant’Ireneo, l’autore dell’Adversus
haereses, vi rese una testimonianza eloquente del vigore
del pensiero cristiano. Ora, sant’Ireneo era venuto da
Smirne per predicare la fede nel Cristo risorto. Lione
aveva dunque un vescovo la cui lingua materna era il
greco: vi può essere un segno più bello della natura
e della destinazione universale del messaggio cristiano?
La Chiesa, impiantata in epoca antica nel suo Paese, vi
ha svolto un ruolo civilizzatore al quale mi piace
rendere omaggio in questo luogo. Ella stessa vi ha
fatto allusione nel suo discorso al Palazzo del Laterano
nel dicembre scorso. Trasmissione della cultura antica
attraverso monaci, professori e copisti, formazione
dei cuori e degli spiriti all’amore del povero, aiuto
ai più sprovveduti mediante la fondazione di numerose
Congregazioni religiose, il contributo dei cristiani al
consolidarsi delle istituzioni della Gallia, poi della
Francia, è troppo conosciuto perché mi ci dilunghi. Le
migliaia di cappelle, di chiese, di abbazie, e di
cattedrali che adornano il cuore delle città o la
solitudine delle campagne dicono abbastanza su come gli
antichi padri nella fede hanno voluto onorare Colui che
aveva loro donato la vita e che ci conserva
nell’esistenza. N umerose persone, anche qui in
Francia, si sono soffermate a riflettere sui rapporti tra
Chiesa e Stato. In verità, sul problema delle relazioni
tra sfera politica e sfera religiosa Cristo aveva già
offerto il criterio di fondo in base al quale trovare
una giusta soluzione. Lo fece quando, rispondendo ad una
domanda che gli era stata posta, affermò: «Rendete a
Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio»
( Mc 12,17). La Chiesa in Francia gode attualmente di
un regime di libertà. La diffidenza del passato si è
trasformata poco a poco in un dialogo sereno e positivo,
che si consolida sempre di più. Un nuovo strumento di
dialogo esiste dal 2002 ed io ho grande fiducia nel suo
lavoro, perché la buona volontà è reciproca.
Sappiamo che restano ancora aperti certi territori di
dialogo che dovremo percorrere e bonificare poco a poco
con determinazione e pazienza. Lei ha del resto
utilizzato, signor presidente, l’espressione di «laicità
positiva» per qualificare questa comprensione più
a- perta. In questo momento storico in cui le culture
si incrociano tra loro sempre di più, sono profondamente
convinto che una nuova riflessione sul vero significato e
sull’importanza della laicità è divenuta necessaria.
È fondamentale infatti, da una parte, insistere
sulla distinzione tra l’ambito politico e quello
religioso al fine di tutelare sia la libertà religiosa
dei cittadini che la responsabilità dello Stato verso di
essi e, dall’altra parte, prendere una più chiara
coscienza della funzione insostituibile della religione
per la formazione delle coscienze e del contributo che
essa può apportare, insieme ad altre istanze, alla
creazione di un consenso etico di fondo nella società.
I l Papa, testimone di un Dio che ama e che salva, si
sforza di essere un seminatore di carità e di speranza.
Ogni umana società ha bisogno di speranza e questa
necessità è ancora più forte nel mondo d’oggi che
offre poche aspirazioni spirituali e poche certezze
materiali. I giovani sono la mia preoccupazione più
grande. Alcuni di loro faticano a trovare un
orientamento che loro convenga o soffrono di una
perdita di riferimenti nella loro vita familiare. Altri
ancora sperimentano i limiti di un comunitarismo
religioso condizionante. Messi a volte ai margini e spesso
abbandonati a se stessi, sono fragili e devono af-
frontare da soli una realtà che li supera. È dunque
necessario offrire loro un solido quadro educativo e
incoraggiarli a rispettare e ad aiutare gli altri, così
che arrivino serenamente all’età matura. La Chiesa, in
questo campo, può recare il suo contributo specifico.
Anche la situazione sociale del mondo occidentale,
segnata purtroppo da una tacita progressione della
distanza tra ricchi e poveri, mi preoccupa. Sono certo
che è possibile trovare soluzioni giuste che, andando
oltre l’aiuto immediato necessario, giungano al cuore
dei problemi nell’intento di proteggere i deboli e di
promuovere la loro dignità. Attraverso le sue
numerose istituzioni e iniziative la Chiesa, come del
resto numerose associazioni nel suo Paese, cerca
spesso di provvedere alle necessità immediate, ma è
allo Stato che spetta di legiferare per sradicare le
ingiustizie. In una cornice molto più larga,
signor presidente, mi dà pensiero anche lo stato del
nostro pianeta. Con grande generosità Dio ci ha
affidato il mondo da Lui creato. È urgente imparare a
rispettarlo e a proteggerlo meglio. Mi sembra che sia
venuto il momento di fare delle proposte più
costruttive per garantire il benessere delle
generazioni future. L’ esercizio della
presidenza dell’Unione Europea costituisce per il suo
Paese l’occasione di testimoniare l’attaccamento
della Francia, secondo la sua nobile tradizione, ai
diritti dell’uomo e alla loro promozione per il bene
dell’individuo e della società. Quando il
cittadino europeo vedrà e sperimenterà personalmente
che i diritti inalienabili della persona umana, dal
concepimento fino alla morte naturale, come anche
quelli relativi all’educazione libera, alla vita
familiare, al lavoro, senza dimenticare naturalmente i
diritti religiosi, quando dunque il cittadino europeo
si renderà conto che questi diritti, che costituiscono un
tutto indissociabile, sono promossi e rispettati, allora
comprenderà pienamente la grandezza dell’edificio
dell’Unione e ne diverrà un attivo artefice. Il
compito che le incombe, signor presidente, non è facile.
I tempi sono incerti ed è una impresa ardua trovare la
strada buona in mezzo ai meandri del quotidiano sociale
ed economico, nazionale e internazionale. In
particolare, di fronte al pericolo del riemergere di
vecchie diffidenze, tensioni e contrapposizioni tra
Nazioni, di cui oggi siamo preoccupati testimoni, la
Francia, storicamente sensibile alla riconciliazione tra
i popoli, è chiamata ad aiutare l’Europa a costruire
la pace dentro i suoi confini e nel mondo intero. È
importante, a tale riguardo, promuovere un’unità che
non può e non vuole divenire uniformità, ma che è
capace di garantire il rispetto delle differenze nazionali
e delle diverse tradizioni culturali, che costituiscono
una ricchezza nella sinfonia europea, rammentando,
d’altra parte, che «la stessa identità nazionale non
si realizza se non nell’apertura verso gli altri
popoli e attraverso la solidarietà con essi» (Esort.
Ap. Ecclesia in Europa, n.112). Esprimo la mia fiducia
che il Suo Paese contribuirà sempre di più a far
progredire questo secolo verso la serenità,
l’armonia e la pace. S ignor presidente, cari
amici, desidero ancora una volta esprimervi la mia
gratitudine per questo incontro. Vi assicuro che non
mancherò di pregare intensamente per la vostra bella
Nazione, affinché Dio le conceda pace e prosperità,
libertà e unità, uguaglianza e fraternità. Affido
questi voti all’intercessione materna della Vergine
Maria, patrona principale della Francia. Che Dio
benedica la Francia e tutti i Francesi! Benedetto
XVI
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