ZI10061101 - 11/06/2010
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Omelia di Benedetto XVI a conclusione dell’Anno sacerdotale
CITTA' DEL VATICANO, venerdì, 11 giugno 2010 (ZENIT.org).-
Pubblichiamo di seguito l’omelia che Benedetto XVI ha pronunciato
questo venerdì, Solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù, nel
presiedere in piazza San Pietro la concelebrazione eucaristica con i
Cardinali, i Vescovi e i presbiteri a conclusione dell’Anno
sacerdotale sul tema “ Fedeltà di Cristo, Fedeltà del
Sacerdote”.
* * *
Cari confratelli nel ministero sacerdotale,
Cari fratelli e sorelle,
l’Anno Sacerdotale che abbiamo celebrato, 150 anni dopo la
morte del santo Curato d’Ars, modello del ministero sacerdotale
nel nostro mondo, volge al termine. Dal Curato d’Ars ci siamo
lasciati guidare, per comprendere nuovamente la grandezza e la
bellezza del ministero sacerdotale. Il sacerdote non è
semplicemente il detentore di un ufficio, come quelli di cui ogni
società ha bisogno affinché in essa possano essere adempiute certe
funzioni. Egli invece fa qualcosa che nessun essere umano può fare
da sé: pronuncia in nome di Cristo la parola dell’assoluzione dai
nostri peccati e cambia così, a partire da Dio, la situazione della
nostra vita. Pronuncia sulle offerte del pane e del vino le parole
di ringraziamento di Cristo che sono parole di transustanziazione
– parole che rendono presente Lui stesso, il Risorto, il suo Corpo
e suo Sangue, e trasformano così gli elementi del mondo: parole che
spalancano il mondo a Dio e lo congiungono a Lui. Il sacerdozio è
quindi non semplicemente «ufficio», ma sacramento: Dio si serve di
un povero uomo al fine di essere, attraverso lui, presente per gli
uomini e di agire in loro favore. Questa audacia di Dio, che ad
esseri umani affida se stesso; che, pur conoscendo le nostre
debolezze, ritiene degli uomini capaci di agire e di essere presenti
in vece sua – questa audacia di Dio è la cosa veramente grande
che si nasconde nella parola «sacerdozio». Che Dio ci ritenga
capaci di questo; che Egli in tal modo chiami uomini al suo servizio
e così dal di dentro si leghi ad essi: è ciò che in quest’anno
volevamo nuovamente considerare e comprendere. Volevamo risvegliare
la gioia che Dio ci sia così vicino, e la gratitudine per il fatto
che Egli si affidi alla nostra debolezza; che Egli ci conduca e ci
sostenga giorno per giorno. Volevamo così anche mostrare nuovamente
ai giovani che questa vocazione, questa comunione di servizio per
Dio e con Dio, esiste – anzi, che Dio è in attesa del nostro «sì».
Insieme alla Chiesa volevamo nuovamente far notare che questa
vocazione la dobbiamo chiedere a Dio. Chiediamo operai per la messe
di Dio, e questa richiesta a Dio è, al tempo stesso, un bussare di
Dio al cuore di giovani che si ritengono capaci di ciò di cui Dio
li ritiene capaci. Era da aspettarsi che al «nemico» questo nuovo
brillare del sacerdozio non sarebbe piaciuto; egli avrebbe preferito
vederlo scomparire, perché in fin dei conti Dio fosse spinto fuori
dal mondo. E così è successo che, proprio in questo anno di gioia
per il sacramento del sacerdozio, siano venuti alla luce i peccati
di sacerdoti – soprattutto l’abuso nei confronti dei piccoli,
nel quale il sacerdozio come compito della premura di Dio a
vantaggio dell’uomo viene volto nel suo contrario. Anche noi
chiediamo insistentemente perdono a Dio ed alle persone coinvolte,
mentre intendiamo promettere di voler fare tutto il possibile
affinché un tale abuso non possa succedere mai più; promettere che
nell’ammissione al ministero sacerdotale e nella formazione
durante il cammino di preparazione ad esso faremo tutto ciò che
possiamo per vagliare l’autenticità della vocazione e che
vogliamo ancora di più accompagnare i sacerdoti nel loro cammino,
affinché il Signore li protegga e li custodisca in situazioni
penose e nei pericoli della vita. Se l’Anno Sacerdotale avesse
dovuto essere una glorificazione della nostra personale prestazione
umana, sarebbe stato distrutto da queste vicende. Ma si trattava per
noi proprio del contrario: il diventare grati per il dono di Dio,
dono che si nasconde "in vasi di creta" e che sempre di
nuovo, attraverso tutta la debolezza umana, rende concreto in questo
mondo il suo amore. Così consideriamo quanto è avvenuto quale
compito di purificazione, un compito che ci accompagna verso il
futuro e che, tanto più, ci fa riconoscere ed amare il grande dono
di Dio. In questo modo, il dono diventa l’impegno di rispondere al
coraggio e all’umiltà di Dio con il nostro coraggio e la nostra
umiltà. La parola di Cristo, che abbiamo cantato come canto
d’ingresso nella liturgia odierna, può dirci in questa ora che
cosa significhi diventare ed essere sacerdote: "Prendete il mio
giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di
cuore" (Mt 11,29).
Celebriamo la festa del Sacro Cuore di Gesù e gettiamo con la
liturgia, per così dire, uno sguardo dentro il cuore di Gesù, che
nella morte fu aperto dalla lancia del soldato romano. Sì, il suo
cuore è aperto per noi e davanti a noi – e con ciò ci è aperto
il cuore di Dio stesso. La liturgia interpreta per noi il linguaggio
del cuore di Gesù, che parla soprattutto di Dio quale pastore degli
uomini, e in questo modo ci manifesta il sacerdozio di Gesù, che è
radicato nell’intimo del suo cuore; così ci indica il perenne
fondamento, come pure il valido criterio, di ogni ministero
sacerdotale, che deve sempre essere ancorato al cuore di Gesù ed
essere vissuto a partire da esso. Vorrei oggi meditare soprattutto
sui testi con i quali la Chiesa orante risponde alla Parola di Dio
presentata nelle letture. In quei canti parola e risposta si
compenetrano. Da una parte, essi stessi sono tratti dalla Parola di
Dio, ma, dall’altra, sono al contempo già la risposta dell’uomo
a tale Parola, risposta in cui la Parola stessa si comunica ed entra
nella nostra vita. Il più importante di quei testi nell’odierna
liturgia è il Salmo 23 (22) – "Il Signore è il mio
pastore" –, nel quale l’Israele orante ha accolto l’autorivelazione
di Dio come pastore, e ne ha fatto l’orientamento per la propria
vita. "Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla":
in questo primo versetto si esprimono gioia e gratitudine per il
fatto che Dio è presente e si occupa dell’uomo. La lettura tratta
dal Libro di Ezechiele comincia con lo stesso tema:
"Io stesso cercherò le mie pecore e ne avrò cura" (Ez
34,11). Dio si prende personalmente cura di me, di noi,
dell’umanità. Non sono lasciato solo, smarrito nell’universo ed
in una società davanti a cui si rimane sempre più disorientati.
Egli si prende cura di me. Non è un Dio lontano, per il quale la
mia vita conterebbe troppo poco. Le religioni del mondo, per quanto
possiamo vedere, hanno sempre saputo che, in ultima analisi, c’è
un Dio solo. Ma tale Dio era lontano. Apparentemente Egli
abbandonava il mondo ad altre potenze e forze, ad altre divinità.
Con queste bisognava trovare un accordo. Il Dio unico era buono, ma
tuttavia lontano. Non costituiva un pericolo, ma neppure offriva un
aiuto. Così non era necessario occuparsi di Lui. Egli non dominava.
Stranamente, questo pensiero è riemerso nell’Illuminismo. Si
comprendeva ancora che il mondo presuppone un Creatore. Questo Dio,
però, aveva costruito il mondo e poi si era evidentemente ritirato
da esso. Ora il mondo aveva un suo insieme di leggi secondo cui si
sviluppava e in cui Dio non interveniva, non poteva intervenire. Dio
era solo un’origine remota. Molti forse non desideravano neppure
che Dio si prendesse cura di loro. Non volevano essere disturbati da
Dio. Ma laddove la premura e l’amore di Dio vengono percepiti come
disturbo, lì l’essere umano è stravolto. È bello e consolante
sapere che c’è una persona che mi vuol bene e si prende cura di
me. Ma è molto più decisivo che esista quel Dio che mi conosce, mi
ama e si preoccupa di me. "Io conosco le mie pecore e le mie
pecore conoscono me" (Gv 10,14), dice la Chiesa prima
del Vangelo con una parola del Signore. Dio mi conosce, si preoccupa
di me. Questo pensiero dovrebbe renderci veramente gioiosi. Lasciamo
che esso penetri profondamente nel nostro intimo. Allora
comprendiamo anche che cosa significhi: Dio vuole che noi come
sacerdoti, in un piccolo punto della storia, condividiamo le sue
preoccupazioni per gli uomini. Come sacerdoti, vogliamo essere
persone che, in comunione con la sua premura per gli uomini, ci
prendiamo cura di loro, rendiamo a loro sperimentabile nel concreto
questa premura di Dio. E, riguardo all’ambito a lui affidato, il
sacerdote, insieme col Signore, dovrebbe poter dire: "Io
conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me".
"Conoscere", nel significato della Sacra Scrittura, non è
mai soltanto un sapere esteriore così come si conosce il numero
telefonico di una persona. "Conoscere" significa essere
interiormente vicino all’altro. Volergli bene. Noi dovremmo
cercare di "conoscere" gli uomini da parte di Dio e in
vista di Dio; dovremmo cercare di camminare con loro sulla via
dell’amicizia con Dio.
Ritorniamo al nostro Salmo. Lì si dice: "Mi guida
per il giusto cammino a motivo del suo nome. Anche se vado per una
valle oscura, non temo alcun male, perché tu sei con me. Il tuo
bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza" (23 [22], 3s).
Il pastore indica la strada giusta a coloro che gli sono affidati.
Egli precede e li guida. Diciamolo in maniera diversa: il Signore ci
mostra come si realizza in modo giusto l’essere uomini. Egli ci
insegna l’arte di essere persona. Che cosa devo fare per non
precipitare, per non sperperare la mia vita nella mancanza di senso?
È, appunto, questa la domanda che ogni uomo deve porsi e che vale
in ogni periodo della vita. E quanto buio esiste intorno a tale
domanda nel nostro tempo! Sempre di nuovo ci viene in mente la
parola di Gesù, il quale aveva compassione per gli uomini, perché
erano come pecore senza pastore. Signore, abbi pietà anche di noi!
Indicaci la strada! Dal Vangelo sappiamo questo: Egli stesso è la
via. Vivere con Cristo, seguire Lui – questo significa trovare la
via giusta, affinché la nostra vita acquisti senso ed affinché un
giorno possiamo dire: "Sì, vivere è stata una cosa
buona". Il popolo d’Israele era ed è grato a Dio, perché
Egli nei Comandamenti ha indicato la via della vita. Il grande Salmo
119 (118) è un’unica espressione di gioia per questo fatto: noi
non brancoliamo nel buio. Dio ci ha mostrato qual è la via, come
possiamo camminare nel modo giusto. Ciò che i Comandamenti dicono
è stato sintetizzato nella vita di Gesù ed è divenuto un modello
vivo. Così capiamo che queste direttive di Dio non sono catene, ma
sono la via che Egli ci indica. Possiamo essere lieti per esse e
gioire perché in Cristo stanno davanti a noi come realtà vissuta.
Egli stesso ci ha resi lieti. Nel camminare insieme con Cristo
facciamo l’esperienza della gioia della Rivelazione, e come
sacerdoti dobbiamo comunicare alla gente la gioia per il fatto che
ci è stata indicata la via giusta.
C’è poi la parola concernente la "valle oscura"
attraverso la quale il Signore guida l’uomo. La via di ciascuno di
noi ci condurrà un giorno nella valle oscura della morte in cui
nessuno può accompagnarci. Ed Egli sarà lì. Cristo stesso è
disceso nella notte oscura della morte. Anche lì Egli non ci
abbandona. Anche lì ci guida. "Se scendo negli inferi,
eccoti", dice il Salmo 139 (138). Sì, tu sei presente
anche nell’ultimo travaglio, e così il nostro Salmo responsoriale
può dire: pure lì, nella valle oscura, non temo alcun male.
Parlando della valle oscura possiamo, però, pensare anche alle
valli oscure della tentazione, dello scoraggiamento, della prova,
che ogni persona umana deve attraversare. Anche in queste valli
tenebrose della vita Egli è là. Sì, Signore, nelle oscurità
della tentazione, nelle ore dell’oscuramento in cui tutte le luci
sembrano spegnersi, mostrami che tu sei là. Aiuta noi sacerdoti,
affinché possiamo essere accanto alle persone a noi affidate in
tali notti oscure. Affinché possiamo mostrare loro la tua luce.
"Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza":
il pastore ha bisogno del bastone contro le bestie selvatiche che
vogliono irrompere tra il gregge; contro i briganti che cercano il
loro bottino. Accanto al bastone c’è il vincastro che dona
sostegno ed aiuta ad attraversare passaggi difficili. Ambedue le
cose rientrano anche nel ministero della Chiesa, nel ministero del
sacerdote. Anche la Chiesa deve usare il bastone del pastore, il
bastone col quale protegge la fede contro i falsificatori, contro
gli orientamenti che sono, in realtà, disorientamenti. Proprio
l’uso del bastone può essere un servizio di amore. Oggi vediamo
che non si tratta di amore, quando si tollerano comportamenti
indegni della vita sacerdotale. Come pure non si tratta di amore se
si lascia proliferare l’eresia, il travisamento e il disfacimento
della fede, come se noi autonomamente inventassimo la fede. Come se
non fosse più dono di Dio, la perla preziosa che non ci lasciamo
strappare via. Al tempo stesso, però, il bastone deve sempre di
nuovo diventare il vincastro del pastore – vincastro che aiuti gli
uomini a poter camminare su sentieri difficili e a seguire il
Signore.
Alla fine del Salmo si parla della mensa preparata,
dell’olio con cui viene unto il capo, del calice traboccante, del
poter abitare presso il Signore. Nel Salmo questo esprime
innanzitutto la prospettiva della gioia per la festa di essere con
Dio nel tempio, di essere ospitati e serviti da Lui stesso, di poter
abitare presso di Lui. Per noi che preghiamo questo Salmo con
Cristo e col suo Corpo che è la Chiesa, questa prospettiva di
speranza ha acquistato un’ampiezza ed una profondità ancora più
grandi. Vediamo in queste parole, per così dire, un’anticipazione
profetica del mistero dell’Eucaristia in cui Dio stesso ci ospita
offrendo se stesso a noi come cibo – come quel pane e quel vino
squisito che, soli, possono costituire l’ultima risposta
all’intima fame e sete dell’uomo. Come non essere lieti di poter
ogni giorno essere ospiti alla mensa stessa di Dio, di abitare
presso di Lui? Come non essere lieti del fatto che Egli ci ha
comandato: "Fate questo in memoria di me"? Lieti perché
Egli ci ha dato di preparare la mensa di Dio per gli uomini, di dare
loro il suo Corpo e il suo Sangue, di offrire loro il dono prezioso
della sua stessa presenza. Sì, possiamo con tutto il cuore pregare
insieme le parole del Salmo: "Bontà e fedeltà mi
saranno compagne tutti i giorni della mia vita" (23 [22], 6).
Alla fine gettiamo ancora brevemente uno sguardo sui due canti
alla comunione propostici oggi dalla Chiesa nella sua liturgia. C’è
anzitutto la parola con cui san Giovanni conclude il racconto della
crocifissione di Gesù: "Un soldato gli trafisse il costato con
la lancia e subito ne uscì sangue ed acqua" (Gv 19,34).
Il cuore di Gesù viene trafitto dalla lancia. Esso viene aperto, e
diventa una sorgente: l’acqua e il sangue che ne escono rimandano
ai due Sacramenti fondamentali dei quali la Chiesa vive: il
Battesimo e l’Eucaristia. Dal costato squarciato del Signore, dal
suo cuore aperto scaturisce la sorgente viva che scorre attraverso i
secoli e fa la Chiesa. Il cuore aperto è fonte di un nuovo fiume di
vita; in questo contesto, Giovanni certamente ha pensato anche alla
profezia di Ezechiele che vede sgorgare dal nuovo tempio un fiume
che dona fecondità e vita (Ez 47): Gesù stesso è il tempio
nuovo, e il suo cuore aperto è la sorgente dalla quale esce un
fiume di vita nuova, che si comunica a noi nel Battesimo e
nell’Eucaristia.
La liturgia della Solennità del Sacro Cuore di Gesù prevede,
però, come canto di comunione anche un’altra parola, affine a
questa, tratta dal Vangelo di Giovanni: Chi ha sete, venga a
me. Beva chi crede in me. La Scrittura dice: "Sgorgheranno da
lui fiumi d’acqua viva" (cfr Gv 7,37s). Nella fede
beviamo, per così dire, dall’acqua viva della Parola di Dio. Così
il credente diventa egli stesso una sorgente, dona alla terra
assetata della storia acqua viva. Lo vediamo nei santi. Lo vediamo
in Maria che, quale grande donna di fede e di amore, è diventata
lungo i secoli sorgente di fede, amore e vita. Ogni cristiano e ogni
sacerdote dovrebbero, a partire da Cristo, diventare sorgente che
comunica vita agli altri. Noi dovremmo donare acqua della vita ad un
mondo assetato. Signore, noi ti ringraziamo perché hai aperto il
tuo cuore per noi; perché nella tua morte e nella tua risurrezione
sei diventato fonte di vita. Fa’ che siamo persone viventi,
viventi dalla tua fonte, e donaci di poter essere anche noi fonti,
in grado di donare a questo nostro tempo acqua della vita. Ti
ringraziamo per la grazia del ministero sacerdotale. Signore,
benedici noi e benedici tutti gli uomini di questo tempo che sono
assetati e in ricerca. Amen.
[© Copyright 2010 - Libreria Editrice Vaticana]
ZI10061308 - 13/06/2010
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Benedetto XVI: “i sacerdoti sono i primi operai della civiltà
dell’amore”
Discorso introduttivo alla preghiera mariana dell'Angelus
CITTA' DEL VATICANO, domenica, 13 giugno 2010 (ZENIT.org).-
Pubblichiamo le parole che Benedetto XVI ha pronunciato questa
domenica in occasione della recita dell'Angelus insieme ai fedeli
e ai pellegrini riuniti in piazza San Pietro.
* * *
Cari fratelli e sorelle!
Si è concluso nei giorni scorsi l’Anno Sacerdotale. Qui a
Roma abbiamo vissuto giornate indimenticabili, con la presenza di
oltre quindicimila sacerdoti di ogni parte del mondo. Perciò,
oggi desidero rendere grazie a Dio per tutti i benefici che da
questo Anno sono venuti alla Chiesa universale. Nessuno potrà mai
misurarli, ma certamente se ne vedono e ancor più se ne vedranno
i frutti.
L’Anno Sacerdotale si è concluso nella solennità del Sacro
Cuore di Gesù, che tradizionalmente è la "giornata di
santificazione sacerdotale"; questa volta lo è stata in modo
del tutto speciale. In effetti, cari amici, il sacerdote è un
dono del Cuore di Cristo: un dono per la Chiesa e per il mondo.
Dal Cuore del Figlio di Dio, traboccante di carità, scaturiscono
tutti i beni della Chiesa, e in modo particolare trae origine la
vocazione di quegli uomini che, conquistati dal Signore Gesù,
lasciano tutto per dedicarsi interamente al servizio del popolo
cristiano, sull’esempio del Buon Pastore. Il sacerdote è
plasmato dalla stessa carità di Cristo, quell’amore che spinse
Lui a dare la vita per i suoi amici e anche a perdonare i suoi
nemici. Per questo i sacerdoti sono i primi operai della civiltà
dell’amore. E qui penso a tante figure di preti, noti e meno
noti, alcuni elevati all’onore degli altari, altri il cui
ricordo rimane indelebile nei fedeli, magari in una piccola
comunità parrocchiale. Come è accaduto ad Ars, il villaggio
della Francia dove svolse il suo ministero san Giovanni Maria
Vianney. Non c’è bisogno di aggiungere parole a quanto è stato
detto su di lui nei mesi scorsi. Ma la sua intercessione ci deve
accompagnare ancora di più da ora in avanti. La sua preghiera, il
suo "Atto di amore" che tante volte abbiamo recitato
durante l'Anno Sacerdotale, continui ad alimentare il nostro
colloquio con Dio.
Un’altra figura vorrei ricordare: Don Jerzy Popiełuszko,
sacerdote e martire, che è stato proclamato Beato proprio
domenica scorsa, a Varsavia. Ha esercitato il suo generoso e
coraggioso ministero accanto a quanti si impegnavano per la libertà,
per la difesa della vita e la sua dignità. Tale sua opera al
servizio del bene e della verità era un segno di contraddizione
per il regime che governava allora in Polonia. L’amore del Cuore
di Cristo lo ha portato a dare la vita, e la sua testimonianza è
stata seme di una nuova primavera nella Chiesa e nella società.
Se guardiamo alla storia, possiamo osservare quante pagine di
autentico rinnovamento spirituale e sociale sono state scritte con
l’apporto decisivo di sacerdoti cattolici, animati soltanto
dalla passione per il Vangelo e per l’uomo, per la sua vera
libertà, religiosa e civile. Quante iniziative di promozione
umana integrale sono partite dall’intuizione di un cuore
sacerdotale!
Cari fratelli e sorelle, affidiamo al Cuore Immacolato di Maria,
di cui ieri abbiamo celebrato la memoria liturgica, tutti i
sacerdoti del mondo, perché, con la forza del Vangelo, continuino
a costruire in ogni luogo la civiltà dell’amore.
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ZI10061408 - 14/06/2010
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Risposte del Papa nella Veglia per l’Incontro internazionale dei
sacerdoti
ROMA, lunedì, 14 giugno 2010 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito
la trascrizione delle domande poste dai sacerdoti e delle risposte
date da Benedetto XVI in occasione della Veglia di preghiera per
l’Incontro internazionale dei sacerdoti, che si è tenuta la sera
del 10 giugno in piazza San Pietro a conclusione dell’Anno
sacerdotale.
* * *
America:
D. – Beatissimo Padre, sono don José Eduardo Oliveira
y Silva e vengo dall’America, precisamente dal Brasile. La maggior
parte di noi qui presenti è impegnata nella pastorale diretta, in
parrocchia, e non solo con una comunità, ma a volte siamo ormai
parroci di più parrocchie, o di comunità particolarmente estese.
Con tutta la buona volontà cerchiamo di sopperire alle necessità
di una società molto cambiata, non più interamente cristiana, ma
ci accorgiamo che il nostro "fare" non basta. Dove andare
Santità? In quale direzione?
R. – Cari amici, innanzitutto vorrei esprimere la mia grande
gioia perché qui sono riuniti sacerdoti di tutte le parti del
mondo, nella gioia della nostra vocazione e nella disponibilità a
servire con tutte le nostre forze il Signore, in questo nostro
tempo. In merito alla domanda: sono ben consapevole che oggi è
molto difficile essere parroco, anche e soprattutto nei Paesi di
antica cristianità; le parrocchie diventano sempre più estese,
unità pastorali… è impossibile conoscere tutti, è impossibile
fare tutti i lavori che ci si aspetterebbe da un parroco. E così,
realmente, ci domandiamo dove andare, come lei ha detto. Ma vorrei
innanzitutto dire: so che ci sono tanti parroci nel mondo che danno
realmente tutta la loro forza per l’evangelizzazione, per la
presenza del Signore e dei suoi Sacramenti, e a questi fedeli
parroci, che operano con tutte le forze della loro vita, del nostro
essere appassionati per Cristo, vorrei dire un grande
"grazie", in questo momento. Ho detto che non è possibile
fare tutto quello che si desidera, che forse si dovrebbe fare, perché
le nostre forze sono limitate e le situazioni sono difficili in una
società sempre più diversificata, più complicata. Io penso che,
soprattutto, sia importante che i fedeli possano vedere che questo
sacerdote non fa solo un "job", ore di lavoro, e poi è
libero e vive solo per se stesso, ma che è un uomo appassionato di
Cristo, che porta in sé il fuoco dell’amore di Cristo. Se i
fedeli vedono che è pieno della gioia del Signore, capiscono anche
che non può far tutto, accettano i limiti, e aiutano il parroco.
Questo mi sembra il punto più importante: che si possa vedere e
sentire che il parroco realmente si sente un chiamato dal Signore;
è pieno di amore del Signore e dei suoi. Se questo c’è, si
capisce e si può anche vedere l’impossibilità di fare tutto.
Quindi, essere pieni della gioia del Vangelo con tutto il nostro
essere è la prima condizione. Poi si devono fare le scelte, avere
le priorità, vedere quanto è possibile e quanto è impossibile.
Direi che le tre priorità fondamentali le conosciamo: sono le tre
colonne del nostro essere sacerdoti. Prima, l’Eucaristia, i
Sacramenti: rendere possibile e presente l’Eucaristia, soprattutto
domenicale, per quanto possibile, per tutti, e celebrarla in modo
che diventi realmente il visibile atto d’amore del Signore per
noi. Poi, l’annuncio della Parola in tutte le dimensioni: dal
dialogo personale fino all’omelia. Il terzo punto è la "caritas",
l’amore di Cristo: essere presenti per i sofferenti, per i
piccoli, per i bambini, per le persone in difficoltà, per gli
emarginati; rendere realmente presente l’amore del Buon Pastore. E
poi, una priorità molto importante è anche la relazione personale
con Cristo. Nel Breviario, il 4 novembre, leggiamo un bel testo di
san Carlo Borromeo, grande pastore, che ha dato veramente tutto se
stesso, e che dice a noi, a tutti i sacerdoti: "Non trascurare
la tua propria anima: se la tua propria anima è trascurata, anche
agli altri non puoi dare quanto dovresti dare. Quindi, anche per te
stesso, per la tua anima, devi avere tempo", o, in altre
parole, la relazione con Cristo, il colloquio personale con Cristo
è una priorità pastorale fondamentale, è condizione per il nostro
lavoro per gli altri! E la preghiera non è una cosa marginale: è
proprio "professione" del sacerdote pregare, anche come
rappresentante della gente che non sa pregare o non trova il tempo
di pregare. La preghiera personale, soprattutto la Preghiera
delle Ore, è nutrimento fondamentale per la nostra anima, per
tutta la nostra azione. E, infine, riconoscere i nostri limiti,
aprirci anche a questa umiltà. Ricordiamo una scena di Marco,
capitolo 6, dove i discepoli sono "stressati", vogliono
fare tutto, e il Signore dice: "Andiamo via; riposate un
po’" (cfr Mc6,31). Anche questo è lavoro –
direi - pastorale: trovare e avere l’umiltà, il coraggio di
riposare. Quindi, penso, che la passione per il Signore, l’amore
del Signore, ci mostra le priorità, le scelte, ci aiuta a trovare
la strada. Il Signore ci aiuterà. Grazie a tutti voi!
Africa:
D. – Santità, sono Mathias Agnero e vengo
dall’Africa, precisamente dalla Costa d’Avorio. Lei è un
Papa-teologo, mentre noi, quando riusciamo, leggiamo appena qualche
libro di teologia per la formazione. Ci pare, tuttavia, che si sia
creata una frattura tra teologia e dottrina e, ancor più, tra
teologia e spiritualità. Si sente la necessità che lo studio non
sia tutto accademico ma alimenti la nostra spiritualità. Ne
sentiamo il bisogno nello stesso ministero pastorale. Talvolta la
teo-logia non sembra avere Dio al centro e Gesù Cristo come primo
"luogo teologico", ma abbia invece i gusti e le tendenze
diffuse; e la conseguenza è il proliferare di opinioni soggettive
che permettono l’introdursi, anche nella Chiesa, di un pensiero
non cattolico. Come non disorientarci nella nostra vita e nel nostro
ministero, quando è il mondo che giudica la fede e non viceversa?
Ci sentiamo "scentrati"!
R. – Grazie. Lei tocca un problema molto difficile e doloroso.
C’è realmente una teologia che vuole soprattutto essere
accademica, apparire scientifica e dimentica la realtà vitale, la
presenza di Dio, la sua presenza tra di noi, il suo parlare oggi,
non solo nel passato. Già san Bonaventura ha distinto due forme di
teologia, nel suo tempo; ha detto: "c’è una teologia che
viene dall’arroganza della ragione, che vuole dominare tutto, fa
passare Dio da soggetto a oggetto che noi studiamo, mentre dovrebbe
essere soggetto che ci parla e ci guida". C’è realmente
questo abuso della teologia, che è arroganza della ragione e non
nutre la fede, ma oscura la presenza di Dio nel mondo. Poi, c’è
una teologia che vuole conoscere di più per amore dell’amato, è
stimolata dall’amore e guidata dall’amore, vuole conoscere di più
l’amato. E questa è la vera teologia, che viene dall’amore di
Dio, di Cristo e vuole entrare più profondamente in comunione con
Cristo. In realtà, le tentazioni, oggi, sono grandi; soprattutto,
si impone la cosiddetta "visione moderna del mondo" (Bultmann,
"modernes Weltbild"), che diventa il criterio di quanto
sarebbe possibile o impossibile. E così, proprio con questo
criterio che tutto è come sempre, che tutti gli avvenimenti storici
sono dello stesso genere, si esclude proprio la novità del Vangelo,
si esclude l’irruzione di Dio, la vera novità che è la gioia
della nostra fede. Che cosa fare? Io direi prima di tutto ai
teologi: abbiate coraggio. E vorrei dire un grande grazie anche ai
tanti teologi che fanno un buon lavoro. Ci sono gli abusi, lo
sappiamo, ma in tutte le parti del mondo ci sono tanti teologi che
vivono veramente della Parola di Dio, si nutrono della meditazione,
vivono la fede della Chiesa e vogliono aiutare affinché la fede sia
presente nel nostro oggi. A questi teologi vorrei dire un grande
"grazie". E direi ai teologi in generale: "non
abbiate paura di questo fantasma della scientificità!". Io
seguo la teologia dal ’46; ho incominciato a studiare la teologia
nel gennaio ’46 e quindi ho visto quasi tre generazioni di
teologi, e posso dire: le ipotesi che in quel tempo, e poi negli
anni Sessanta e Ottanta erano le più nuove, assolutamente
scientifiche, assolutamente quasi dogmatiche, nel frattempo sono
invecchiate e non valgono più! Molte di loro appaiono quasi
ridicole. Quindi, avere il coraggio di resistere all’apparente
scientificità, di non sottomettersi a tutte le ipotesi del momento,
ma pensare realmente a partire dalla grande fede della Chiesa, che
è presente in tutti i tempi e ci apre l’accesso alla verità.
Soprattutto, anche, non pensare che la ragione positivistica, che
esclude il trascendente - che non può essere accessibile - sia la
vera ragione! Questa ragione debole, che presenta solo le cose
sperimentabili, è realmente una ragione insufficiente. Noi teologi
dobbiamo usare la ragione grande, che è aperta alla grandezza di
Dio. Dobbiamo avere il coraggio di andare oltre il positivismo alla
questione delle radici dell’essere. Questo mi sembra di grande
importanza. Quindi, occorre avere il coraggio della grande, ampia
ragione, avere l’umiltà di non sottomettersi a tutte le ipotesi
del momento, vivere della grande fede della Chiesa di tutti i tempi.
Non c’è una maggioranza contro la maggioranza dei Santi: la vera
maggioranza sono i Santi nella Chiesa e ai Santi dobbiamo
orientarci! Poi, ai seminaristi e ai sacerdoti dico lo stesso:
pensate che la Sacra Scrittura non è un Libro isolato: è vivente
nella comunità vivente della Chiesa, che è lo stesso soggetto in
tutti i secoli e garantisce la presenza della Parola di Dio. Il
Signore ci ha dato la Chiesa come soggetto vivo, con la struttura
dei Vescovi in comunione con il Papa, e questa grande realtà dei
Vescovi del mondo in comunione con il Papa ci garantisce la
testimonianza della verità permanente. Abbiamo fiducia in questo
Magistero permanente della comunione dei Vescovi con il Papa, che ci
rappresenta la presenza della Parola. E poi, abbiamo anche fiducia
nella vita della Chiesa e, soprattutto, dobbiamo essere critici.
Certamente la formazione teologica – questo vorrei dire ai
seminaristi – è molto importante. Nel nostro tempo dobbiamo
conoscere bene la Sacra Scrittura, anche proprio contro gli attacchi
delle sette; dobbiamo essere realmente amici della Parola. Dobbiamo
conoscere anche le correnti del nostro tempo per poter rispondere
ragionevolmente, per poter dare – come dice San Pietro –
"ragione della nostra fede". La formazione è molto
importante. Ma dobbiamo essere anche critici: il criterio della fede
è il criterio con il quale vedere anche i teologi e le teologie.
Papa Giovanni Paolo II ci ha donato un criterio assolutamente sicuro
nel Catechismo della Chiesa Cattolica: qui vediamo la
sintesi della nostra fede, e questo Catechismo è veramente il
criterio per vedere dove va una teologia accettabile o non
accettabile. Quindi, raccomando la lettura, lo studio di questo
testo, e così possiamo andare avanti con una teologia critica nel
senso positivo, cioè critica contro le tendenze della moda e aperta
alle vere novità, alla profondità inesauribile della Parola di
Dio, che si rivela nuova in tutti i tempi, anche nel nostro tempo.
Europa:
D. – Padre Santo, sono don Karol Miklosko e vengo
dall’Europa, precisamente dalla Slovacchia, e sono missionario in
Russia. Quando celebro la Santa Messa trovo me stesso e capisco che
lì incontro la mia identità e la radice e l’energia del mio
ministero. Il sacrificio della Croce mi svela il Buon Pastore che dà
tutto per il gregge, per ciascuna pecora, e quando dico:
"Questo è il mio corpo … questo è il mio sangue" dato
e versato in sacrificio per voi, allora capisco la bellezza del
celibato e dell’obbedienza, che ho liberamente promesso al momento
dell’ordinazione. Pur con le naturali difficoltà, il celibato mi
sembra ovvio, guardando Cristo, ma mi trovo frastornato nel leggere
tante critiche mondane a questo dono. Le chiedo umilmente, Padre
Santo, di illuminarci sulla profondità e sul senso autentico del
celibato ecclesiastico.
R. – Grazie per le due parti della sua domanda. La prima, dove
mostra il fondamento permanente e vitale del nostro celibato; la
seconda che mostra tutte le difficoltà nelle quali ci troviamo nel
nostro tempo. Importante è la prima parte, cioè: centro della
nostra vita deve realmente essere la celebrazione quotidiana della
Santa Eucaristia; e qui sono centrali le parole della consacrazione:
"Questo è il mio Corpo, questo è il mio Sangue"; cioè:
parliamo "in persona Christi". Cristo ci permette
di usare il suo "io", parliamo nell’"io" di
Cristo, Cristo ci "tira in sé" e ci permette di unirci,
ci unisce con il suo "io". E così, tramite questa azione,
questo fatto che Egli ci "tira" in se stesso, in modo che
il nostro "io" diventa unito al suo, realizza la
permanenza, l’unicità del suo Sacerdozio; così Lui è realmente
sempre l’unico Sacerdote, e tuttavia molto presente nel mondo,
perché "tira" noi in se stesso e così rende presente la
sua missione sacerdotale. Questo vuol dire che siamo
"tirati" nel Dio di Cristo: è questa unione con il suo
"io" che si realizza nelle parole della consacrazione.
Anche nell’"io ti assolvo" – perché nessuno di noi
potrebbe assolvere dai peccati – è l’"io" di Cristo,
di Dio, che solo può assolvere. Questa unificazione del suo
"io" con il nostro implica che siamo "tirati"
anche nella sua realtà di Risorto, andiamo avanti verso la vita
piena della risurrezione, della quale Gesù parla ai Sadducei in
Matteo, capitolo 22: è una vita "nuova", nella quale già
siamo oltre il matrimonio (cfr Mt 22,23-32). E’
importante che ci lasciamo sempre di nuovo penetrare da questa
identificazione dell’"io" di Cristo con noi, da questo
essere "tirati fuori" verso il mondo della risurrezione.
In questo senso, il celibato è un’anticipazione. Trascendiamo
questo tempo e andiamo avanti, e così "tiriamo" noi
stessi e il nostro tempo verso il mondo della risurrezione, verso la
novità di Cristo, verso la nuova e vera vita. Quindi, il celibato
è un’anticipazione resa possibile dalla grazia del Signore che ci
"tira" a sé verso il mondo della risurrezione; ci invita
sempre di nuovo a trascendere noi stessi, questo presente, verso il
vero presente del futuro, che diventa presente oggi. E qui siamo ad
un punto molto importante. Un grande problema della cristianità del
mondo di oggi è che non si pensa più al futuro di Dio: sembra
sufficiente solo il presente di questo mondo. Vogliamo avere solo
questo mondo, vivere solo in questo mondo. Così chiudiamo le porte
alla vera grandezza della nostra esistenza. Il senso del celibato
come anticipazione del futuro è proprio aprire queste porte,
rendere più grande il mondo, mostrare la realtà del futuro che va
vissuto da noi già come presente. Vivere, quindi, così in una
testimonianza della fede: crediamo realmente che Dio c’è, che Dio
c’entra nella mia vita, che posso fondare la mia vita su Cristo,
sulla vita futura. E conosciamo adesso le critiche mondane delle
quali lei ha parlato. E’ vero che per il mondo agnostico, il mondo
in cui Dio non c’entra, il celibato è un grande scandalo, perché
mostra proprio che Dio è considerato e vissuto come realtà. Con la
vita escatologica del celibato, il mondo futuro di Dio entra nelle
realtà del nostro tempo. E questo dovrebbe scomparire! In un certo
senso, può sorprendere questa critica permanente contro il
celibato, in un tempo nel quale diventa sempre più di moda non
sposarsi. Ma questo non-sposarsi è una cosa totalmente,
fondamentalmente diversa dal celibato, perché il non-sposarsi è
basato sulla volontà di vivere solo per se stessi, di non accettare
alcun vincolo definitivo, di avere la vita in ogni momento in una
piena autonomia, decidere in ogni momento come fare, cosa prendere
dalla vita; e quindi un "no" al vincolo, un "no"
alla definitività, un avere la vita solo per se stessi. Mentre il
celibato è proprio il contrario: è un "sì" definitivo,
è un lasciarsi prendere in mano da Dio, darsi nelle mani del
Signore, nel suo "io", e quindi è un atto di fedeltà e
di fiducia, un atto che suppone anche la fedeltà del matrimonio; è
proprio il contrario di questo "no", di questa autonomia
che non vuole obbligarsi, che non vuole entrare in un vincolo; è
proprio il "sì" definitivo che suppone, conferma il
"sì" definitivo del matrimonio. E questo matrimonio è la
forma biblica, la forma naturale dell’essere uomo e donna,
fondamento della grande cultura cristiana, di grandi culture del
mondo. E se scompare questo, andrà distrutta la radice della nostra
cultura. Perciò il celibato conferma il "sì" del
matrimonio con il suo "sì" al mondo futuro, e così
vogliamo andare avanti e rendere presente questo scandalo di una
fede che pone tutta l’esistenza su Dio. Sappiamo che accanto a
questo grande scandalo, che il mondo non vuole vedere, ci sono anche
gli scandali secondari delle nostre insufficienze, dei nostri
peccati, che oscurano il vero e grande scandalo, e fanno pensare:
"Ma, non vivono realmente sul fondamento di Dio!". Ma c’è
tanta fedeltà! Il celibato, proprio le critiche lo mostrano, è un
grande segno della fede, della presenza di Dio nel mondo. Preghiamo
il Signore perché ci aiuti a renderci liberi dagli scandali
secondari, perché renda presente il grande scandalo della nostra
fede: la fiducia, la forza della nostra vita, che si fonda in Dio e
in Cristo Gesù!
Asia
D. – Santo Padre, sono don Atsushi Yamashita e vengo
dall’Asia, precisamente dal Giappone. Il modello sacerdotale che
Vostra Santità ci ha proposto in quest’Anno, il Curato d’Ars,
vede al centro dell’esistenza e del ministero l’Eucaristia, la
Penitenza sacramentale e personale e l’amore al culto, degnamente
celebrato. Ho negli occhi i segni dell’austera povertà di san
Giovanni Maria Vianney ed insieme della sua passione per le cose
preziose per il culto. Come vivere queste dimensioni fondamentali
della nostra esistenza sacerdotale, senza cadere nel clericalismo o
in un’estraneità alla realtà, che il mondo oggi non ci consente?
R. – Grazie. Quindi, la domanda è come vivere la centralità
dell’Eucaristia senza perdersi in una vita puramente cultuale,
estranei alla vita di ogni giorno delle altre persone. Sappiamo che
il clericalismo è una tentazione dei sacerdoti in tutti i secoli,
anche oggi; tanto più importante è trovare il modo vero di vivere
l’Eucaristia, che non è una chiusura al mondo, ma proprio
l’apertura ai bisogni del mondo. Dobbiamo tenere presente che
nell’Eucaristia si realizza questo grande dramma di Dio che esce
da se stesso, lascia – come dice la Lettera ai Filippesi – la
sua propria gloria, esce e scende fino ad essere uno di noi e scende
fino alla morte sulla Croce (cfr Fil 2).
L’avventura dell’amore di Dio, che lascia, abbandona se stesso
per essere con noi - e questo diventa presente nell’Eucaristia; il
grande atto, la grande avventura dell’amore di Dio è l’umiltà
di Dio che si dona a noi. In questo senso l’Eucaristia è da
considerare come l’entrare in questo cammino di Dio.
Sant’Agostino dice, nel De Civitate Dei, libro X:
"Hoc est sacrificium Christianorum: multi unum corpus in
Christo", cioè: sacrificio dei cristiani è l’essere
uniti dall’amore di Cristo nell’unità dell’unico corpo di
Cristo. Il sacrificio consiste proprio nell’uscire da noi, nel
lasciarsi attirare nella comunione dell’unico pane, dell’unico
Corpo, e così entrare nella grande avventura dell’amore di Dio.
Così dobbiamo celebrare, vivere, meditare sempre l’Eucaristia,
come questa scuola della liberazione dal mio "io": entrare
nell’unico pane, che è pane di tutti, che ci unisce nell’unico
Corpo di Cristo. E quindi, l’Eucaristia è, di per sé, un atto di
amore, ci obbliga a questa realtà dell’amore per gli altri: che
il sacrificio di Cristo è la comunione di tutti nel suo Corpo. E
quindi, in questo modo dobbiamo imparare l’Eucaristia, che poi è
proprio il contrario del clericalismo, della chiusura in se stessi.
Pensiamo anche a Madre Teresa, veramente l’esempio grande in
questo secolo, in questo tempo, di un amore che lascia se stesso,
che lascia ogni tipo di clericalismo, di estraneità al mondo, che
va ai più emarginati, ai più poveri, alle persone vicine alla
morte e si dà totalmente all’amore per i poveri, per gli
emarginati. Ma Madre Teresa che ci ha donato questo esempio, la
comunità che segue le sue tracce supponeva sempre come prima
condizione di una sua fondazione la presenza di un tabernacolo.
Senza la presenza dell’amore di Dio che si dà non sarebbe stato
possibile realizzare quell’apostolato, non sarebbe stato possibile
vivere in quell’abbandono di se stessi; solo inserendosi in questo
abbandono di sé in Dio, in questa avventura di Dio, in questa umiltà
di Dio, potevano e possono compiere oggi questo grande atto di
amore, questa apertura a tutti. In questo senso, direi: vivere
l’Eucaristia nel suo senso originario, nella sua vera profondità,
è una scuola di vita, è la più sicura protezione contro ogni
tentazione di clericalismo.
Oceania
D. – Beatissimo Padre, sono don Anthony Denton e vengo
dall’Oceania, dall’Australia. Questa sera qui siamo in
tantissimi sacerdoti. Sappiamo però che i nostri seminari non sono
pieni e che, nel futuro, in varie parti del mondo, ci attende un
calo, anche brusco. Cosa fare di davvero efficace per le vocazioni?
Come proporre la nostra vita, in ciò che di grande e bello c’è
in essa, ad un giovane del nostro tempo?
R. – Grazie. Realmente lei tocca di nuovo un problema grande e
doloroso del nostro tempo: la mancanza di vocazioni, a causa della
quale Chiese locali sono in pericolo di inaridire, perché manca la
Parola di vita, manca la presenza del sacramento dell’Eucaristia e
degli altri Sacramenti. Cosa fare? La tentazione è grande: di
prendere noi stessi in mano la cosa, di trasformare il sacerdozio -
il sacramento di Cristo, l’essere eletto da Lui - in una normale
professione, in un "job" che ha le sue ore, e per il resto
uno appartiene solo a se stesso; e così rendendolo come una
qualunque altra vocazione: renderlo accessibile e facile. Ma è una
tentazione, questa, che non risolve il problema. Mi fa pensare alla
storia di Saul, il re di Israele, che prima della battaglia contro i
Filistei aspetta Samuele per il necessario sacrificio a Dio. E
quando Samuele, nel momento atteso, non viene, lui stesso compie il
sacrificio, pur non essendo sacerdote (cfr 1Sam 13);
pensa di risolvere così il problema, che naturalmente non risolve,
perché se prende in mano lui stesso quanto non può fare, si fa lui
stesso Dio, o quasi, e non può aspettarsi che le cose vadano
realmente nel modo di Dio. Così, anche noi, se svolgessimo solo una
professione come altri, rinunciando alla sacralità, alla novità,
alla diversità del sacramento che dà solo Dio, che può venire
soltanto dalla sua vocazione e non dal nostro "fare", non
risolveremo nulla. Tanto più dobbiamo - come ci invita il Signore -
pregare Dio, bussare alla porta, al cuore di Dio, affinché ci dia
le vocazioni; pregare con grande insistenza, con grande
determinazione, con grande convinzione anche, perché Dio non si
chiude ad una preghiera insistente, permanente, fiduciosa, anche se
lascia fare, aspettare, come Saul, oltre i tempi che noi abbiamo
previsto. Questo mi sembra il primo punto: incoraggiare i fedeli ad
avere questa umiltà, questa fiducia, questo coraggio di pregare con
insistenza per le vocazioni, di bussare al cuore di Dio perché ci
dia dei sacerdoti. Oltre a questo direi forse tre punti. Il primo:
ognuno di noi dovrebbe fare il possibile per vivere il proprio
sacerdozio in maniera tale da risultare convincente, in maniera tale
che i giovani possano dire: questa è una vera vocazione, così si
può vivere, così si fa una cosa essenziale per il mondo. Penso che
nessuno di noi sarebbe diventato sacerdote se non avesse conosciuto
sacerdoti convincenti nei quali ardeva il fuoco dell’amore di
Cristo. Quindi, questo è il primo punto: cerchiamo di essere noi
stessi sacerdoti convincenti. Il secondo punto è che dobbiamo
invitare, come ho già detto, all’iniziativa della preghiera, ad
avere questa umiltà, questa fiducia di parlare con Dio con forza,
con decisione. Il terzo punto: avere il coraggio di parlare con i
giovani se possono pensare che Dio li chiami, perché spesso una
parola umana è necessaria per aprire l’ascolto alla vocazione
divina; parlare con i giovani e soprattutto aiutarli a trovare un
contesto vitale in cui possano vivere. Il mondo di oggi è tale che
quasi appare esclusa la maturazione di una vocazione sacerdotale; i
giovani hanno bisogno di ambienti in cui si vive la fede, in cui
appare la bellezza della fede, in cui appare che questo è un
modello di vita, "il" modello di vita, e quindi aiutarli a
trovare movimenti, o la parrocchia – la comunità in parrocchia
– o altri contesti dove realmente siano circondati dalla fede,
dall’amore di Dio, e possano quindi essere aperti affinché la
vocazione di Dio arrivi e li aiuti. Del resto, ringraziamo il
Signore per tutti i seminaristi del nostro tempo, per i giovani
sacerdoti, e preghiamo. Il Signore ci aiuterà! Grazie a voi tutti!
[© Copyright 2010 - Libreria Editrice Vaticana]
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