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SYDNEY, mercoledì, 16 luglio 2008 (ZENIT.org).-
Nell'ambito del nutrito programma di forum e incontri, in
occasione della Giornata Mondiale della Gioventù a Sydney, si
è tenuta una conferenza del Cardinale Arcivescovo di Vienna
Christoph Schönborn su “Tutta la creazione geme: il
dibattito su creazione ed evoluzione”, di cui riportiamo
integralmente il testo, pubblicato da "L'Osservatore
Romano" (17 luglio 2008).
* * *
di Christoph Schönborn*
Isaac Newton ultimò nel 1686 i suoi Philosophiae
Naturalis Principia Mathematica, che l'anno seguente
furono pubblicati a Londra. Alla seconda edizione del 1713
Newton aggiunse lo Scholium Generale. Nei suoi Principia
l'interesse di Newton era rivolto principalmente a confutare
la teoria cartesiana dei movimenti dei pianeti, che egli
respingeva in quanto teoria materialistica. La perfezione, la
regolarità di tali movimenti, scrive Newton, non poteva «avere
origine da cause meccaniche» (originem non habent ex
causis mechanicis).
È vero piuttosto che: «Questa elegantissima compagine a
noi visibile (elegantissima haecce [...] compages) del
Sole, dei pianeti e delle comete non poté nascere senza il
disegno e la potenza di un ente intelligente e potente (non
nisi consilio et dominio entis intelligentis et potentis oriri
potuit) ... Egli regge tutte le cose non come anima del
mondo, ma come signore dell'universo (ut universorum
dominus)».
Per poter conferire a queste asserzioni chiarezza e
incisività definitive, Newton s'infervora contro il deismo
(ossia la riduzione dell'operato divino a un'attività da «orologiaio»,
temporalmente collocata soltanto all'inizio) che era già
imperante agli inizi del xviii secolo: «Dio senza dominio,
previdenza e cause finali (deus sine dominio, providentia
et causis finalibus) altro non è che fato e natura (nihil
aliud est quam fatum et natura). Da una cieca necessità
metafisica (a caeca necessitate metaphysica), che è
sempre e ovunque la stessa, non nasce alcuna possibilità di
variazione delle cose (nulla oritur rerum variatio).
L'intera varietà delle cose, ordinate secondo il luogo e il
tempo, ha potuto nascere soltanto dalle idee e dalla volontà
di un ente necessariamente esistente (tota rerum conditarum
pro locis ac temporibus diversitas, ab ideis et voluntate
entis necessario existentis solummodo oriri potuit)».
Questo passo dello Scholium Generale si chiude con
le lapidarie parole: «E queste cose a proposito di Dio, delle
quali si discerne interamente a partire dai fenomeni,
concernono la filosofia della natura (et haec de deo, de
quo utique ex phaenomenis disserere, ad philosophiam naturalem
pertinet)» (Newton, Philosophiae naturalis principia
mathematica, terza edizione, Londra, 1726, pp. 526-529).
Il celebre Scholium newtoniano contiene in nuce
le questioni essenziali che trattiamo oggi quando affrontiamo
il rapporto fra la scienza, la ragione e la fede. E tuttavia
vediamo già molto chiaramente nella visione newtoniana
dell'azione divina un passaggio importante dall'idea
aristotelica e medievale in cui il creatore dota la natura di
una sorta di «quasi-intelligenza». Come un agente, la natura
agisce «con un fine» dicevano Aristotele e i suoi seguaci.
La natura infatti agisce in base a principi immanenti di
autosviluppo. Newton, invece, è già pienamente coinvolto
dalla prima visione moderna chiamata solitamente «filosofia
meccanica», in cui la natura è considerata come una sorta di
insieme innaturale di «materia» (atomi) preesistente, non
intelligente, passiva, sulla quale un'intelligenza suprema ha
imposto estrinsecamente un ordine. La distinzione fra
teleologia «emergente», immanente e intrinseca di Aristotele
e la nozione moderna di una imposizione estrinseca di ordine
da parte di un agente è ancora attuale, con la grande ironia
che molti sostenitori moderni del cosiddetto intelligent
design accettano senza discutere la moderna dicotomia tra
natura e intelligenza, fra «legge» e «disegno».
In ogni caso, la passione con cui viene condotto il
dibattito su scienza, ragione e fede si è riaccesa ancora una
volta con veemenza quando ho pubblicato un articolo su
quest'argomento sul «New York Times» del 7 luglio 2005.
Ma perché, sin da Galilei e Newton, queste domande vengono
discusse con tale veemenza e passione? Fra gli eruditi le
controversie sono sempre esistite, e sempre esisteranno. Il
dibattito sulla questione se un manoscritto di recente
scoperto contenga un'opera autentica di sant'Agostino o no,
riguarda però una piccola cerchia di addetti ai lavori. La
questione se l'universo, e in esso la nostra Terra, e su di
essa noi uomini dobbiamo la sua nascita al «cieco destino» o
a un «progetto saggissimo e buono», eccita invece gli animi
di molti, poiché ne va delle questioni che ogni essere umano
prima o poi si pone: «Da dove veniamo? Dove andiamo? Qual è
il senso della vita?».
Ma queste domande non dovrebbero esser poste dapprima alla
religione? È sensato attendersi una risposta dalle scienze
(della natura)? Non chiediamo forse troppo alla scienza? Che
accadrebbe, se gli scienziati sulla base delle loro ricerche
sulla natura giungessero alla conclusione che il tutto sia da
spiegare come risultato di un gioco cieco di caso e necessità?
Non diviene allora infondata la risposta religiosa alle
domande essenziali dell'essere umano, senza fondamento, come
una ghirlanda che si libra nel vuoto, che senza motivo, senza
fondamento afferma che esisterebbe un senso, un progetto che
sottende tutto ciò, e che tutto avrebbe un fine ultimo,
voluto da Dio e da Dio realizzato? A ciò si aggiunge: se
l'asserzione secondo cui il mondo sarebbe la testimonianza di
un progetto, di una finalità del creatore, fosse dimostrata
infondata a livello scientifico, allora il credere in un
creatore e nella sua previdenza sarebbe irragionevole. Allora
il credere nella creazione potrebbe semmai basarsi soltanto su
un credo quia absurdum. Ma una fede che si basi su un
fondamento assurdo non sarebbe una fede, ma soltanto
un'illusione. La fede nel creatore è un'illusione — come ad
esempio Sigmund Freud ha tentato di dimostrare — che non ha
alcun futuro?
Lo Scholium Generale di Newton fa parte di questo
dibattito. Per Newton l'armonia delle orbite dei pianeti è un
fenomeno che «non si può spiegare a partire da cause
meccaniche». Questa compagine «elegantissima» può esser
nata soltanto in virtù del consiglio e del dominio di
un'intelligenza suprema. Dai fenomeni naturali si dedurrebbe
la certezza riguardo al creatore.
Newton era nel giusto? Esiste dunque una «dimostrazione
cosmologica dell'esistenza di Dio»? Alcuni fenomeni
particolarmente complessi non depongono nettamente a favore di
un «disegno intelligente» nella natura? Newton si spinge
ancora oltre: dal cieco gioco di caso e necessità non può
generarsi la varietà delle cose. Proprio il contrario afferma
la teoria dell'evoluzione oggi diffusa: l'intera varietà
delle specie è nata dal gioco privo di orientamento delle
forze della mutazione e selezione. Per Newton, l'intera varietà
delle cose è nata soltanto ed esclusivamente «dall'idea e
dalla volontà» dell'essere supremo. E questa è per lui una
certezza che gli deriva dalle sue ricerche. Oppure è
segretamente vero il contrario? Che la sua fede nel creatore
lo induce a vedere le cose sotto questa luce? Lasciamo per il
momento in sospeso tale quesito.
Narriamo dapprima il celebre aneddoto raccontato da
Voltaire: Newton sedeva una sera presso un albero di mele,
nella fattoria dei genitori. «Cadde una mela dall'albero.
Newton vide ciò e guardò la luna, che brillava nel cielo
notturno. In quell'attimo pose la questione decisiva: “Se la
mela cade sulla terra, perché la luna non cade?”. La forza
di gravità con cui la terra attrae la mela, dovrebbe agire
allo stesso modo sulla luna, più lontana ma a portata della
terra» (Rudolf Taschner, Das Unendliche. Mathematiker
ringen um einen Begriff, Berlin-Heidelberg, 2006, ii, p.
52). Ebbene, la luna non cade sulla terra. Se fosse ferma, ciò
accadrebbe. Poiché però si muove armoniosamente, senza la
forza di gravità della terra si allontanerebbe da questa.
Entrambe le forze agiscono insieme (cfr Taschner, loc. cit.,
p. 53). Newton ha calcolato questo concorso di forze. Era però
convinto che questi movimenti regolari non possono essersi
generati per cause meccaniche, ma «soltanto in virtù del
consiglio» e del dominio di un ente intelligente supremo, che
noi chiamiamo Dio.
Così uno dei più grandi scienziati di tutti i tempi
concludeva che l'evidenza scientifica mostra che Dio è
direttamente coinvolto nella creazione e nel governo del
Sistema solare. Ma dietro questo argomento si celava un
problema profondo. Newton suppose a tal riguardo che la
provvidenza divina interviene continuamente, per garantire la
stabilità dell'orbita dei pianeti e del sistema solare (cfr
Stanley L. Jaki, Intelligent Design?, Port Huron, MI,
Usa, 2005, p. 12). Senza un simile e ripetuto intervento
speciale del creatore, i calcoli matematici di Newton
indicavano che l'ordine delle orbite dei pianeti non sarebbe
spiegabile.
Leibnitz — interlocutore di Newton altrettanto brillante
— aveva una visione molto differente dell'azione divina e
della divina onnipotenza. Egli rimproverava a Newton che
secondo la sua dottrina «Dio avrebbe bisogno ogni tanto di
caricare il suo orologio, che altrimenti si fermerebbe»;
secondo Newton l'opera di Dio sarebbe «così imperfetta, che
Dio è costretto, di tempo in tempo, a ripulirla con lavoro
straordinario, e anche ad aggiustarla, come fa un orologiaio
con la sua opera». Leibnitz ritiene che ciò rappresenti un
degrado dell'onnipotenza divina, contrapponendo a questa la
propria dottrina del «bell'ordine prestabilito» in cui si
mostrano la saggezza e la potenza di Dio (vedi Samuel Clarke, Briefwechsel
mit G. W. Leibnitz von 1715/1716, a cura di Ed Dellian,
Amburgo, 1990, pp. 10 sgg.; cfr E. Dellian, Die
Rehabilitierung des Galileo Galilei oder Wie die Wahrheit zu
messen ist, Berlino, 2006, stampa privata, p. 326).
La visione di Leibnitz fu rivendicata di lì a un secolo.
Poco meno di un secolo dopo il grande fisico Laplace, con una
gran quantità di dati aggiuntivi sul Sistema solare, e con
meglio sviluppata fisica matematica della meccanica celeste,
riuscì a fornire una spiegazione puramente «meccanica»
delle orbite dei pianeti. Fu in quel senso piuttosto
restrittivo e perfettamente ragionevole — il senso in cui
aveva concluso che Dio non aveva bisogno di «intervenire»
per mantenere i pianeti nelle loro orbite precise — che
disse la famosa frase a Napoleone, che preoccupato gli
chiedeva quale fosse il posto di Dio in quella spiegazione: Je
n'ai pas besoin de cette hypothèse. Qui troviamo uno dei
migliori esempi (in realtà piuttosto rari, nonostante la loro
fama) del cosiddetto problema definito God of the gaps
per tutto ciò che è associato a una visione religiosa del
mondo.
Laddove Dio deve riempire le lacune del sapere, il suo
posto diviene sempre minore con ogni scoperta che riesce a
spiegare qualcosa fino ad allora inspiegabile. Queste «nicchie
di sopravvivenza» del creatore sono divenute sempre più
ristrette, e quanto maggiore è stato il successo delle
scienze naturali, tanto più sicuri si sentivano tutti quegli
appartenenti alla scientific community che affermavano
che un giorno «l'ipotesi di Dio» sarebbe divenuta del tutto
superflua.
Tuttavia tutto il problema definito God of the gaps
si trasforma in due idee tipicamente moderne (e false). La
prima idea falsa è che l'intelligenza possa operare solo per
manipolazione estrinseca di cose preesistenti e relativamente
passive. Ma che ne è di questa idea se l'intelligenza è in
un certo senso «fondata sulla natura»? La seconda idea falsa
è l'intepretazione univoca della nozione di «causa».
Spiegare qualcosa come la «causa» di un fenomeno naturale in
termini di un processo prestabilito o meccanicamente continuo
significa dare una spiegazione avvalendosi di ciò che gli
antichi definivano causa materiale ed efficiente. Tuttavia non
ci dice nulla della causa formale (la realtà di una «struttura
rispondente a un modello» di una cosa naturale come causa
irriducibile delle sue attività) né della causa finale (la
realtà della tendenza delle cose naturali ad agire sempre
nello stesso modo secondo la propria natura, ad agire «sempre
o per la maggior parte del tempo»).
Fu in questo ambiente intellettuale moderno — dove il «disegno»
veniva concepito solo come teleologia estrinseca e la «causa»
era ridotta al solo significato di «palla di biliardo» —
che entrò in scena Charles Darwin. Come il professor Stanley
L. Jaki ha più volte dimostrato e accuratamente documentato,
Darwin era «ossessionato» dall'idea di fornire una
spiegazione scientifica plausibile dell'origine delle specie
che potesse interamente fare a meno dell'atto separato della
creazione divina. La sua «teoria della discendenza», che
soltanto in seguito fu chiamata teoria dell'evoluzione, era
una lunga argomentazione a favore di una spiegazione «intramondana»,
ossia puramente materiale, meccanica, dell'«origine delle
specie». Laddove Newton affermava ancora che dalla cieca
necessità non poteva generarsi alcun mutamento e quindi
alcuna varietà delle cose, poiché ciò sarebbe possibile
soltanto a partire dall'idea divina e dalla volontà divina,
in Darwin valeva il contrario: l'intera varietà delle specie
ha origine nelle mutazioni casuali e nelle loro opportunità
di sopravvivenza. Il che non rende necessario alcun intervento
separato del creatore.
Secondo le ricerche approfondite di Jaki, non resta dubbio
alcuno sul fatto che Darwin, con la sua teoria, intendesse
favorire la vittoria scientifica del materialismo. E Dio sa
che non era l'unico a volerlo, nell'Ottocento. Non per caso
Karl Marx e Friedrich Engels hanno salutato la teoria
darwiniana come il fondamento scientifico della loro teoria.
Questa componente ideologica della teoria darwiniana è
probabilmente anche la causa principale del fatto che sino a
oggi di essa, dell'evoluzione e creazione, si continui a
discutere con altrettanta intensità e passione che in
passato. Il dibattito degli ultimi mesi l'ha dimostrato ancora
una volta chiaramente. Per questo ritengo che il mio
primissimo compito sia apportare chiarezza al dibattito con i
mezzi della filosofia della natura.
L'argomentazione si articola in vari passaggi. Innanzitutto
dobbiamo recuperare l'idea di ciò che il moderno metodo
scientifico è in grado di spiegare e di ciò che
intrinsecamente non è in grado di spiegare. Dobbiamo
riconoscere che con il suo metodo non si può considerare
direttamente una «causalità dall'alto in basso» e si può
solo procedere mediante spiegazioni matematiche e meccaniche.
Per esempio, la ricerca neurobiologica può scoprire nel
dettaglio il sostrato fisico/neurologico dei processi mentali.
Tuttavia le neuroscienze non possono «dimostrare» che la
mente sia riducibile senza ricorrere al cervello in quanto i
loro metodi non sono in grado di orientarsi nelle realtà
immateriali (infatti, una buona neuroscienza suggerisce
perlomeno l'irriducibilità della mente al cervello). In
breve, dobbiamo superare lo scientismo dominante nella nostra
cultura. Lo «scientismo» si potrebbe opportunamente definire
come la filosofia (in genere implicita e non riconosciuta)
secondo la quale la scienza moderna è l'unica via per
ottenere la conoscenza oggettiva della realtà.
Dove, nella teoria di Darwin (e nei suoi sviluppi
successivi) opera realmente la scienza e dove invece si tratta
di elementi ideologici, legati a una visione del mondo ed
estranei alla scienza? Occorre separare Darwin dal darwinismo,
liberarlo dalle sue catene ideologiche e da una filosofia
implicitamente riduzionista caratteristica di «tutta» la
scienza moderna. Ci sono buone ragioni per supporre che sia
possibile. In questo senso, dev'esser pur consentito
esercitare critiche obiettive degli aspetti ideologici del
darwinismo. Non mi rendo conto perché dovrebbe essere vietato
(così afferma il dibattito negli Stati Uniti) porre
nell'insegnamento delle scienze a scuola la questione di Dio,
e non chiedersi mai se il materialismo (come visione del mondo
altamente discutibile) possa essere insegnato insieme alla
teoria darwiniana. Ciò non deve necessariamente accadere, a
meno che le lezioni di biologia non vengano sovraccaricate
ideologicamente di elementi estranei alla materia.
Ciò richiede inoltre una grande libertà nel discutere le
questioni «aperte» della teoria dell'evoluzione. Spesso
nella comunità scientifica si bloccano a priori tutti gli
interrogativi rivolti ai punti deboli scientifici della
teoria. Qui domina in parte una sorta di censura simile a
quella che spesso in passato veniva rimproverata alla Chiesa.
La questione decisiva non si pone però sul piano delle
scienze naturali, e neppure della teologia, bensì si colloca fra
entrambe: sul piano della filosofia della natura. Sono sempre
più convinto che i progressi decisivi nel dibattito sulla
teoria dell'evoluzione avverranno nella filosofia della
natura, in ultima analisi nella metafisica. Farà bene a tutti
noi addentrarci un po' più in profondità nei nessi
filosofici del nostro dibattito.
Infatti c'è una cosa che il dibattito degli ultimi mesi mi
ha mostrato chiaramente: è una riduzione se non persino una
caricatura, ridurre tutto a un conflitto fra evoluzionisti e
creazionisti. Questo semplificherebbe troppo le cose. La
posizione «creazionista» si basa su un'interpretazione della
Bibbia che la Chiesa cattolica non condivide. La prima pagina
della Bibbia non è un trattato cosmologico sull'origine del
mondo in sei giornate. La possibilità che il creatore si
serva anche degli strumenti dell'evoluzione è accettabile per
la fede cattolica. La questione è piuttosto se
l'evoluzionismo (come visione del mondo) sia conciliabile con
la fede in un creatore. Tale questione presuppone a sua volta
che si differenzi fra la teoria scientifica dell'evoluzione e
le sue interpretazioni ideologiche o filosofiche. Ciò
presuppone dal canto suo che si addivenga a un chiarimento dei
presupposti filosofici, di pensiero, dell'intero dibattito
sull'evoluzione.
A tal proposito Adrian Walker (John Paul ii Institute,
Washington D.C.) scrive in maniera specifica: «Un esempio
classico di una simile variante problematica della teoria
dell'evoluzione è ciò che definisco “darwinismo
stretto”: la tesi secondo cui il concorso di mutazione
(genetica) e selezione naturale sia una spiegazione
sufficiente della nascita di nuove forme di vita. Poiché se
mutazione e selezione bastano a spiegare tale nascita, non c'è
in realtà alcuna ragione del perché la materia cieca non
possa essere la prima origine della vita; una tesi che è
(...) inconciliabile con la teoria cristiana della creazione»
(ibid., pp. 55 sg.).
Spesso si cerca una via d'uscita nell'affermare che la
biologia o in generale le scienze della natura sono
materialistiche soltanto a livello metodologico, senza per
questo professare il materialismo come visione del mondo.
Anche se ciò fosse vero, resta comunque chiaro che
quest'opzione metodologica è un atto spirituale che
presuppone ragione, volontà, libertà. Basta già questo a
dimostrare che limitando il metodo delle scienze naturali a
processi meramente materiali non si può venire a capo della
totalità della realtà.
Continua a possedere piena validità la frase di Newton
secondo cui è compito della filosofia della natura fare
asserzioni su Dio ex phaenomenis, a partire quindi dai
fenomeni naturali. La fede cattolica afferma, insieme alla
Bibbia della vecchia e nuova alleanza, che la ragione può
riconoscere con certezza, benché non senza fatica,
l'esistenza del creatore in virtù delle sue tracce nella
creazione. Che cosa può dunque riconoscere la ragione?
Innanzitutto che essa esiste, e che è qualcosa di più delle
sue condizioni materiali.
Vorrei spiegare tutto ciò ricorrendo a un esempio
aneddotico e ben comprensibile: il filosofo ebreo
tedesco-americano Hans Jonas ha scritto nella maturità
un'opera importante, l'Etica della responsabilità. Era
chiaro secondo lui che non ha senso parlare di etica e
responsabilità se non esistono lo spirito, l'anima, la
ragione e il libero arbitrio. I geni non si assumono alcuna
responsabilità. Essi non sono chiamati a rispondere del loro
operato in tribunale, quando producono cellule tumorali.
Neanche gli animali sono chiamati a rispondere del loro
operato. Soltanto gli esseri umani esercitano responsabilità
e sono chiamati a render conto del loro operato (al più tardi
nel giudizio universale). La quotidianità è una confutazione
costante del materialismo. In economia ad esempio sono
chiamato a rispondere del mio operato. Le api e le formiche
fanno delle cose inverosimili, ma il loro comportamento è
guidato dall'istinto, per cui non sono responsabili dei loro
errori. Soltanto gli esseri liberi sono responsabili dei loro
errori. Benché la vita quotidiana confuti continuamente la
visione materialistica, anche persone molto intelligenti
incappano in quest'errore.
Hans Jonas ha così deciso di premettere alla sua Etica
della responsabilità una confutazione filosofica del
materialismo. Ha dato al libretto il titolo di Potenza o
impotenza della soggettività, dove adduce subito il
seguente aneddoto: tre giovani scienziati, destinati in futuro
a divenire celebri studiosi, si incontrarono a Berlino nel
1845 e «si ripromisero (...) di far valere la verità secondo
cui nell'organismo non agiscono altre forze se non quelle
volgarmente fisico-chimiche». I tre restarono fedeli per
tutta la vita al loro «giuramento». Hans Jonas afferma a tal
riguardo: «Nella promessa solenne essi confidarono in un che
di assolutamente non fisico, nel loro rapporto con la verità,
per l'appunto in quella forza che governa il comportamento dei
loro cervelli, cosa che poi però essi negavano in termini
generali nel contenuto della solenne promessa» (ibid., pp.
13 sg.).
Ma quale forza è qui all'opera? Promettere qualcosa,
sforzarsi di mantenere la promessa, correndo il rischio che si
potrebbe anche non rispettarla: tutto ciò non può essere
l'effetto di forze di natura prettamente materiali. Lo
sviluppo di una teoria scientifica è un processo spirituale,
persino quando la teoria in questione è materialistica. È
nota l'osservazione ironica di Alfred N. Whitehead su quei
darwinisti che rifiutano ogni finalità della natura: Those
who devote themselves to the purpose of proving that there is
no purpose constitute an interesting subject for study (The
Function of Reason, Princeton, 1929, p. 12) («Coloro che
si dedicano interamente al fine di dimostrare che non esiste
alcun fine costituiscono un soggetto di studio interessante»).
L'uomo percepisce se stesso come colui che pone finalità e
fini. L'agire umano non sarebbe infatti pensabile se non come
finalizzato. Non esiste esempio di un agire più finalizzato
di quello scientifico, e in particolare del lavoro delle
scienze naturali.
Com'è però la situazione del mondo infraumano? Com'è per
gli animali, le piante, la natura inorganica, il cosmo stesso?
Esistono qui dei fini? E se esistono, chi è che li
stabilisce? Chi persegue dei fini laddove non esiste una
volontà che se li prefigge? È questo probabilmente il
quesito fondamentale nel dibattito su creazione ed evoluzione.
Ci può essere d'aiuto un'osservazione di Darwin in una
lettera del 1870 a Josph D. Hooker: I cannot look at the
universe as a result of blind chance. Yet I can see no
evidence of beneficent design, or indeed any design of any
kind, in the detail (More letters of Charles Darwin,
F. Darwin and A. C. Seward, New York, 1903, vol. 1, p. 321).
L'osservazione della natura, la ricerca sull'universo,
sulla terra, sulla vita, ci parla con overwhelming evidence
(sono i termini che ho usato sul «New York Times») di un
ordine, di un progetto, di un aggiustamento (fine-tuning),
di intenzione e fine. La questione è soltanto: chi è che
riconosce il disegno? E come lo riconosce? Darwin dice
di non riconoscere alcun tipo di disegno nei dettagli della
sua ricerca sulla natura. Seguendo il metodo strettamente
scientifico, quantitativo e misuratore, ciò in effetti non è
possibile. Martin Rhonheimer dice a tal riguardo: «Ciò che
noi effettivamente possiamo vedere e osservare nella natura,
non sono né i progetti né le intenzioni, ma al massimo (...)
il loro prodotto. Noi vediamo la teleologia, gli sviluppi
finalizzati, e un ordine della natura che è adeguato al fine
ed è bello. Non ci è dato di osservare se il principio che
muove questi processi naturali siano effettivamente le
“intenzioni” e i “progetti intelligenti”. Ciò che
vediamo nella natura non è un disegno, ma qualcosa che deve
necessariamente risalire a un disegno» (Pro Manuscripto,
p. 4).
Noi diciamo sempre che «la natura» ha fatto le cose in un
certo qual modo, le ha organizzate, e così via, come se «la
natura» fosse un soggetto dotato di spirito, che si pone esso
stesso dei fini e che opera mirando al loro raggiungimento.
Anche i darwinisti più rigorosi, e lo stesso Darwin parlano a
più riprese della natura in questa maniera «antropomorfica».
Anche se poi si correggono e dicono, come Julian Huxley: At
first sight the biological sector seems full of purpose.
Organisms are built as if purposely designed (...) But as the
genius of Darwin showed, the purpose is only an apparent one (Evolution
in Action, New York, 1953, p. 7).
«La natura» si comporta come se avesse dei fini? San
Tommaso d'Aquino nella «quinta via», la sua quinta «dimostrazione
dell'esistenza di Dio», aveva indicato una strada in avanti.
Le cose naturali corporee, egli dice, che di per sé non hanno
conoscenza, agiscono in maniera finalizzata, come possiamo
vedere, per raggiungere ciò che è bene per loro. Esse
raggiungono il loro fine non per caso, ma intenzionalmente (non
a casu, sed ex intentione). Ma non lo raggiungono a
partire dalla propria intenzione, bensì da quella di
un ente conoscente, che le dirige verso il fine come un
arciere la freccia. Questo ente conoscente, che dirige le cose
naturali verso il loro fine, lo chiamiamo Dio (Summa
Theologiae q. 2, a.3).
C'è un testo affascinante di san Tommaso che dimostra con
grande evidenza come si possa pensare l'operato del creatore,
come egli «infonde» alla natura la sua finalità (ringrazio
sinceramente il professor Rhonheimer di avermi indicato questo
testo così importante): il testo è particolarmente d'aiuto
poiché raffronta la natura all'arte ovvero alla tecnica (così
infatti si può tradurre ars): «La natura si
differenzia dall'arte/tecnica soltanto nel fatto che la natura
è un principio attivo interno mentre l'arte/tecnica
costituisce un principio esterno». Per poter interpretare il
«principio interno» natura, san Tommaso opera un
raffronto: «Se la tecnica della costruzione delle navi fosse
immanente al pezzo di legno, allora la natura (del legno)
produrrebbe la nave, così come normalmente avviene grazie
alla tecnica». E in un brano seguente del testo Tommaso
specifica nuovamente: «La natura non è altro che una certa
arte/tecnica, ossia l'arte divina che è insita nelle cose, e
mediante la quale le cose stesse si muovono verso un fine
determinato (natura nihil est aliud quam ratio cuiusdam
artis, scilicet divinae, indita rebus, qua ipsae res moventur
ad finem determinatum)». E ancora una volta Tommaso
illustra le sue parole con la metafora della costruzione delle
navi: «Come se il costruttore di una nave potesse fornire ai
pezzi di legno la capacità di muoversi da sé per la
produzione della forma della nave» (In Physic., ii e
xiv, n. 8).
Martin Rhonheimer commenta: «La natura si comporta secondo
un fine (come se agisse secondo un progetto e in modo
intelligente); ma poiché nella natura stessa non si possono
individuare cause intelligenti e agenti a livello
intenzionale, tale causa intelligente deve risiedere al di
fuori della natura». Così come la nave conduce alla domanda:
«Chi l'ha costruita?», allo stesso modo l'esperienza
evidente di adeguatezza al fine, ordine e bellezza della
natura conduce a chiedersi: «Da dove provengono?». La teoria
dell'evoluzione, che si serve dei metodi delle scienze della
natura, non può dare risposta a questa domanda, può soltanto
ricercare le cause constatabili empiricamente nella natura e
in essa agenti. «Per questo essa non può neanche affermare
che la teoria dell'evoluzione dimostrerebbe che non esiste un
Dio che progetta, il cui spirito è la causa della natura e
della sua evoluzione». (Martin Rhonheimer, Pro Manuscripto,
s. 11).
Un'affermazione spesso citata di George G. Simpson dice: Man
is the result of a purposeless and materialistic process that
does non have him in mind. He was not planned (The
Meaning of Evolution, New Haven, 1949, p. 344). Se Simpson
avesse detto: mediante il metodo meramente quantitativo e
meccanicistico non si riesce a constatare alcun progetto
secondo il quale l'uomo sarebbe nato, quest'affermazione
potrebbe corrispondere al vero. Questa maniera di vedere le
cose non è però «data per natura», ma è un'opzione
volontaria, metodica, altamente finalizzata allo scopo. La
consapevole limitazione della maniera di vedere a ciò che è
quantificabile, numerabile e misurabile, alle condizioni e ai
contesti materiali, ha reso possibili gli enormi successi
delle scienze della natura. Ma sarebbe altamente problematico
se si volesse dichiarare come semplicemente non esistente ciò
che qui metodicamente è stato escluso dalla considerazione, a
cominciare dalla ragione e dal libero arbitrio che rendono
possibile tale scelta.
È vero: il codice genetico dell'uomo si differenzia
soltanto in misura minima da quello dello scimpanzè. Ma
soltanto all'uomo verrebbe in mente di fare ricerche sul
proprio codice genetico, nonché su quello dello scimpanzè!
Un'idea non riduzionista e filosofica della natura non
potrebbe anche aiutarci a ottenere una visione più chiara nel
dibattito di cui ci stiamo qui occupando? Consentitemi di
illustrare succintamente, in base a tre esempi, la
problematica tipica del dibattito sull'evoluzionismo.
Il primo esempio è il concetto di «specie». Il celebre
libro di Darwin s'intitola The origin of species. Ma
esistono davvero, le specie? Il metodo meramente quantitativo
riesce a comprenderle? Nella teoria dell'evoluzione c'è posto
per loro? Non è forse vero che tutto ciò che chiamiamo
specie non è che un'istantanea nell'ampio flusso
dell'evoluzione? I concetti di specie, genere, regno (regno
animale e vegetale) non sono forse soltanto nomina nuda,
senza una realtà corrispondente? A livello di misurabilità e
quantificabilità, species e genera sono parole
vuote. Ma gli occhi dello spirito comprendono perfettamente
che esiste la specie «gatto» (e proprio il Santo Padre Papa
Benedetto, amante dei gatti, ne è un sicuro testimone!). La
differenziazione fra il cane e il gatto è pertanto già di
per sé non scientifica?
Ancora più evidente è la necessità di fidarsi degli «occhi
dello spirito» quando ne va della questione che oggi viene più
volte respinta come «non scientifica» perché in ultima
analisi è metafisica, e si trova al di là di ciò che è
meramente materiale: la questione della «forma dell'essenza».
«Mentre la ragione umana comune afferma che cose come gli
alberi o gli elefanti sono appunto cose, esseri autonomi, che
sono ben più che non la mera somma delle loro componenti
materiali, la teoria materialistica dell'evoluzione li riduce
(...) a mere trasformazioni epifenomeniche della materia, che
diviene così l'unica realtà ultima essenziale all'interno
del cosmo. In ultima analisi allora non esisterebbero gli
alberi né gli elefanti, soltanto aggregati temporanei di
proprietà naturali» cui noi attribuiamo questi nomi (Adrian
Walker, op. cit., p. 59).
Per superare la visione materialistica dell'evoluzionismo,
occorre pertanto innanzitutto recuperare alla scienza il
concetto di forma o configurazione (nel senso aristotelico o
goethiano). Il grande zoologo svizzero Adolf Portmann ha messo
in evidenza in particolare questo punto nella sua critica al
darwinismo. Tutto ciò che è vivente si presenta come forma,
come espressione di un'interiorità che va oltre le sue
componenti materiali. La ricerca dettagliata biochimica può
prescindere a livello metodologico dalla questione della
forma, della configurazione, ma se non vuole diventare una
scienza cieca non può prescindere, alla lunga, dal chiedersi
che cosa rende la pianta, che cosa rende il cane ciò che essi
sono.
E vengo così al mio terzo esempio. Leggere le tracce di
Dio nel creato, è cosa che compete alla scienza? Gli antichi,
da Copernico a Galilei a Newton, ne erano convinti. Oltre al
libro della Bibbia, essi conoscono il libro del creato, in cui
il creatore ci parla in un linguaggio leggibile e percepibile
(cfr Richard Schaeffler, Lesen im Buch der Welt. Ein Weg
philosophischen Sprechens von Gott?, In: Stimme der
Zeit, 2006, pp. 363-378).
Ciò di cui la visione materialistica della scienza non
tiene conto è lo stupore sulla «leggibilità» della realtà.
L'indagine scientifica della natura è possibile soltanto
perché ci fornisce una risposta. La natura è configurata in
maniera tale che il nostro spirito riesce a penetrare nelle
sue leggi di costruzione. Come ho detto lo scorso anno in un
mio articolo su «First Things», il bel giornale di questa
città, «Il mondo naturale non è niente di meno che una
mediazione fra menti: la mente illimitata del creatore e le
nostre limitate menti umane. Res ergo naturalis inter tuos
intelluctus constituta come afferma san Tommaso».
Che cosa è più evidente della supposizione che la
possibilità di indagare e quindi (benché faticosa e soltanto
parziale) la conoscibilità della realtà derivano dal fatto
che essa porta la «firma» del suo autore? Dio parla nel
linguaggio del suo creato e il nostro spirito, che è
anch'esso sua creazione, riesce a percepirlo, ad ascoltarlo, a
comprenderlo. È questo in ultima analisi il motivo per cui la
scienza moderna è cresciuta proprio sulla terra fertile della
fede giudaico-cristiana nella creazione? La visione
materialisticamente ristretta della scienza scambia le lettere
per il testo. La ricerca e l'analisi delle lettere materiali
è il presupposto per poter leggere il testo. Ma esse non sono
il testo stesso, bensì il suo supporto materiale. Anche qui
si vede ancora una volta, come già nell'esempio del medico,
che la scienza che si limita soltanto alle condizioni
naturali è «monca di una mano» e quindi «unilaterale». Le
manca ciò che definisce l'uomo come tale: il dono di potersi
sollevare sopra le condizioni materiali grazie alla ragione e
all'intuizione, e di spingersi fino al senso, alla verità, al
«messaggio dell'autore del testo».
Concludo le mie riflessioni. Ho asserito che dobbiamo
sostenere la tradizione cattolica e cristiana e la sua fede in
un creatore buono, nel suo «progetto intelligente del còsmos»
(Papa Benedetto xvi, udienza generale del 13 novembre 2006).
Sosteniamo l'antica idea — elaborata per la prima volta dai
filosofi greci pagani e dai monoteisti ebrei e fortemente
ribadita dai primi cristiani eredi di entrambe le tradizioni
— secondo la quale la ragione è in grado di discernere
l'intelligenza nel e dietro il grande ordine naturale che
rende possibile la scienza moderna.
Ma concludiamo con una nota diversa che è più cupa e
tuttavia decisamente aperta alla speranza di qualsiasi altro
prodotto della filosofia e della scienza naturali. La scienza
moderna può portare a chiederci perché questo cammino
complicato, laborioso e apparentemente «barbarico» di
evoluzione cosmica? Perché i suoi innumerevoli tentativi, i
suoi vicoli ciechi, i suoi miliardi e miliardi di anni e di
espansione dell'universo? Perché le esplosioni gigantesche
delle supernovae, gli elementi che si amalgamano nella fusione
nucleare delle stelle, la macina instancabile dell'evoluzione
biologica con i suoi infiniti inizi e estinzioni, le sue
catastrofi e crudeltà, fino ad arrivare alle indicibili
brutalità della vita odierna e della sopravvivenza? Non è
forse più sensato considerare il tutto come il gioco cieco
della casualità di una natura priva di progetto? Non è più
onesto questo, che non i tentativi di teodicea di un Leibnitz,
cui vengono a mancare gli argomenti? Non è forse più
plausibile dire semplicemente: sì, il mondo è per l'appunto
così crudele?
E vengo alla conclusione di queste riflessioni.
Giunti al termine delle nostre riflessioni occorre dire una
cosa: non cerchiamo di voler affrettatamente mostrare l'intelligent
design ovunque, in maniera apologetica. Come Giobbe, anche
noi non conosciamo la risposta al dolore. Abbiamo ricevuto
soltanto una risposta, quella scritta da Dio. Il lògos attraverso
il quale e nel quale tutto è creato, è divenuto carne e con
essa l'intera storia dell'universo, l'evoluzione, con i suoi
lati grandiosi e orribili. Si è assunto su di sé l'intera
negatività del dolore, della distruzione e soprattutto del
male morale. La croce è la chiave del progetto e consiglio
divino. Per quanto importante ed essenziale sia un
approfondimento rinnovato della filosofia della natura, il lògos
della croce è l'ultima saggezza divina. Perché con la sua
santa croce ha conciliato il mondo intero. Ma la Croce è la
porta della resurrezione.
Se la resurrezione di Cristo è, come ha detto Papa
Benedetto nella sua prima omelia di Pasqua, «l'esplosione
dell'amore» che sciolse l'intreccio fino ad allora
indissolubile del «muori e divieni», allora anche noi
possiamo dire: questo è il traguardo «dell'evoluzione». Noi
conosciamo anche il suo significato a partire dalla sua fine,
dal suo completamento. Anche se a volte appare privo di meta o
di direzione nelle sue singole fasi, il lungo cammino ha avuto
uno scopo nella Pasqua e da essa in poi. Non è che «il
cammino è lo scopo», ma piuttosto la resurrezione e il
secondo avvento del Signore sono lo scopo del cammino.
*Cardinale, arcivescovo di Vienna