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» 22/12/2008
13:40 VATICANO
Papa: la Chiesa deve difendere il
creato e impedire l’autodistruzione dell’uomo
Lo Spirito ha creato la natura in modo intelligente e ciò fa
parte del Credo della Chiesa, che afferma il valore del
matrimonio. Il termine ‘gender’ si risolve nella
autoemancipazione dell’uomo dal Creatore. La Giornata della
gioventù non è “una specie di festival rock modificato in
senso ecclesiale, con il Papa quale star”.
Città del Vaticano (AsiaNews) - La fede attribuisce all’uomo
una responsabilità verso il creato, ma anche verso se stesso,
per il suo dover essere “in sintonia” con il disegno dello
Spirito creatore, quello che ha strutturato la materia “in
modo intelligente”, rendendocela, così, comprensibile. E’
lo stesso Spirito che il Risorto ha donato agli apostoli e del
quale è frutto la gioia, quella che dà vita allo spirito
missionario della Chiesa, il quale “ non è altro che l’impulso
di comunicare la gioia che ci è stata donata”. E che le dà
il compito di difendere la natura, ma anche “l’uomo da se
stesso”, affermando la verità sul matrimonio tra un uomo e
una donna, contro il “gender”.
Nell’analisi di Benedetto XVI, focalizzata in particolare
sulla Giornata della gioventù – che non è “una specie di
festival rock modificato in senso ecclesiale, con il Papa quale
star” - sul Sinodo dei vescovi e l’Anno paolino, il filo
conduttore è dunque lo Spirito, tema dell’incontro di Sydney,
ma anche, “in modo più nascosto” del Sinodo sulla Parola e
di insegnamenti di San Paolo. E ci sono i due viaggi, l’uno
negli Stati Uniti e l’altro in Francia, nei quali “la Chiesa
si è resa visibile davanti al mondo e per il mondo come una
forza spirituale che indica cammini di vita e, mediante la
testimonianza della fede, porta luce al mondo”. L’anno
che sta per concludersi, nelle parole del Papa, ha fatto
ricordare i 50 anni dalla morte di Pio XII e del’elezione di
Giovanni XXIII, i 40 trascorsi dalla pubblicazione dell’enciclica
Humanae vitae e i 30 dalla morte del suo autore, Paolo VI”
esso ha permesso di andare più indietro con la memoria: “la
sera del 28 giugno, alla presenza del Patriarca ecumenico
Bartolomeo I di Costantinopoli e di rappresentanti di molte
altre Chiese e Comunità ecclesiali” è stato inaugurao l’Anno
Paolino.
Dei lavori sinodali il Papa ha ricordato il “contributo
prezioso” di “un Rabbì sulle Sacre Scritture di Israele,
che appunto sono anche le nostre Sacre Scritture. Un momento
importante per il Sinodo, anzi, per il cammino della Chiesa nel
suo insieme, è stato quello in cui il Patriarca Bartolomeo,
alla luce della tradizione ortodossa, con penetrante analisi ci
ha aperto un accesso alla Parola di Dio”. La Giornata
della gioventù, poi, “è stata una festa della gioia – una
gioia che infine ha coinvolto anche i riluttanti”. Ma, “qual
è la natura di ciò che succede” in una Gmg? “Quali sono le
forze che vi agiscono? Analisi in voga tendono a considerare
queste giornate come una variante della moderna cultura
giovanile, come una specie di festival rock modificato in senso
ecclesiale con il Papa quale star. Con o senza la fede, questi
festival sarebbero in fondo sempre la stessa cosa, e così si
pensa di poter rimuovere la questione su Dio. Ci sono anche voci
cattoliche che vanno in questa direzione”. Ma “con ciò,
tuttavia, la peculiarità di quelle giornate e il carattere
particolare della loro gioia, della loro forza creatrice di
comunione, non trovano alcuna spiegazione”.
A cominciare dalla creazione. Il fatto che la “struttura
intelligente” della natura “proviene dallo stesso Spirito
creatore che ha donato lo spirito anche a noi, comporta insieme
un compito e una responsabilità. Nella fede circa la creazione
sta il fondamento ultimo della nostra responsabilità verso la
terra. Essa non è semplicemente nostra proprietà che possiamo
sfruttare secondo i nostri interessi e desideri. È piuttosto
dono del Creatore che ne ha disegnato gli ordinamenti intrinseci
e con ciò ci ha dato i segnali orientativi a cui attenerci come
amministratori della sua creazione”. “Lo Spirito che li ha
plasmati, è più che matematica – è il Bene in persona che,
mediante il linguaggio della creazione, ci indica la strada
della vita retta”. E “poiché – ha proseguito il
Papa - la fede nel Creatore è una parte essenziale del Credo
cristiano, la Chiesa non può e non deve limitarsi a
trasmettere ai suoi fedeli soltanto il messaggio della salvezza.
Essa ha una responsabilità per il creato e deve far valere
questa responsabilità anche in pubblico. E facendolo deve
difendere non solo la terra, l’acqua e l’aria come doni
della creazione appartenenti a tutti. Deve proteggere anche l’uomo
contro la distruzione di se stesso. È necessario che ci sia
qualcosa come una ecologia dell’uomo, intesa nel senso giusto.
Non è una metafisica superata, se la Chiesa parla della natura
dell’essere umano come uomo e donna e chiede che quest’ordine
della creazione venga rispettato. Qui si tratta di fatto
della fede nel Creatore e dell’ascolto del linguaggio della
creazione, il cui disprezzo sarebbe un’autodistruzione dell’uomo
e quindi una distruzione dell’opera stessa di Dio. Ciò
che spesso viene espresso ed inteso con il termine ‘gender’,
si risolve in definitiva nella autoemancipazione dell’uomo dal
creato e dal Creatore. L’uomo vuole farsi da solo e disporre
sempre ed esclusivamente da solo ciò che lo riguarda. Ma in
questo modo vive contro la verità, vive contro lo Spirito
creatore”. “Partendo da questa prospettiva occorrerebbe
rileggere l’Enciclica Humanae vitae: l’intenzione di Papa
Paolo VI era di difendere l’amore contro la sessualità come
consumo, il futuro contro la pretesa esclusiva del presente e la
natura dell’uomo contro la sua manipolazione”. In
secondo luogo, “se lo Spirito creatore si manifesta
innanzitutto nella grandezza silenziosa dell’universo, nella
sua struttura intelligente, la fede, oltre a ciò, ci dice la
cosa inaspettata, che cioè questo Spirito parla, per così
dire, anche con parole umane, è entrato nella storia e, come
forza che plasma la storia, è anche uno Spirito parlante, anzi,
è Parola che negli Scritti dell’Antico e del Nuovo Testamento
ci viene incontro”. “Leggendo la Scrittura insieme con
Cristo, impariamo a sentire nelle parole umane la voce dello
Spirito Santo e scopriamo l’unità della Bibbia”. La
“terza dimensione” sul tema dello Spirito, è stata
descritta dal Papa come la “inseparabilità di Cristo e dello
Spirito Santo”. “Lo Spirito Santo è il soffio di Cristo. E
come il soffio di Dio nel mattino della creazione aveva
trasformato la polvere del suolo nell’uomo vivente, così il
soffio di Cristo ci accoglie nella comunione ontologica con il
Figlio, ci rende nuova creazione”. “Così, come quarta
dimensione, emerge spontaneamente la connessione tra Spirito e
Chiesa”, Corpo di Cristo”. “Così con il tema ‘Spirito
Santo’, che orientava le giornate in Australia e, in modo più
nascosto, anche le settimane del Sinodo – ha concluso il Papa
- si rende visibile tutta l’ampiezza della fede cristiana, un’ampiezza
che dalla responsabilità per il creato e per l’esistenza dell’uomo
in sintonia con la creazione conduce, attraverso i temi della
Scrittura e della storia della salvezza, fino a Cristo e da lì
alla comunità vivente della Chiesa, nei suoi ordini e
responsabilità come anche nella sua vastità e libertà, che si
esprime tanto nella molteplicità dei carismi quanto nell’immagine
pentecostale della moltitudine delle lingue e delle culture”.
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Discorso
augurale alla curia romana (22
dicembre 2008)
Signori
Cardinali,venerati Fratelli nell’Episcopato e nel
Presbiterato,
cari fratelli e sorelle!
Il Natale del Signore è alle porte. Ogni famiglia sente il
desiderio di radunarsi, per gustare l’atmosfera unica e
irripetibile che questa festa è capace di creare. Anche la
famiglia della Curia Romana si ritrova, stamane, secondo una
bella consuetudine grazie alla quale abbiamo la gioia di
incontrarci e di scambiarci gli auguri in questo particolare
clima spirituale. A ciascuno rivolgo il mio saluto cordiale,
colmo di riconoscenza per l’apprezzata collaborazione prestata
al ministero del Successore di Pietro. Ringrazio vivamente il
Cardinale Decano Angelo Sodano, che si è fatto interprete dei
sentimenti di tutti i presenti e anche di quanti sono al lavoro
nei diversi uffici, comprese le Rappresentanze Pontificie.
Accennavo all’inizio alla speciale atmosfera del Natale. Mi
piace pensare che essa sia quasi un prolungamento di quella
misteriosa letizia, di quell’intima esultanza che coinvolse la
santa Famiglia, gli Angeli e i pastori di Betlemme, nella notte
in cui Gesù venne alla luce. La definirei “l’atmosfera
della grazia”, pensando all’espressione di san Paolo nella
Lettera a Tito: “Apparuit gratia Dei Salvatoris nostri omnibus
hominibus” (cfr Tt 2,11). L’Apostolo afferma che la grazia
di Dio si è manifestata “a tutti gli uomini”: direi che in
ciò traspare anche la missione della Chiesa e, in particolare,
quella del Successore di Pietro e dei suoi collaboratori, di
contribuire cioè a che la grazia di Dio, del Redentore, diventi
sempre più visibile a tutti, e a tutti rechi la salvezza.
L’anno che sta per concludersi è stato ricco di sguardi
retrospettivi su date incisive della storia recente della
Chiesa, ma ricco anche di avvenimenti, che recano con sé
segnali di orientamento per il nostro cammino verso il futuro.
Cinquant’anni fa moriva Papa Pio XII, cinquant’anni fa
Giovanni XXIII veniva eletto Pontefice. Sono passati
quarant’anni dalla pubblicazione dell’Enciclica Humanae
vitae e trent’anni dalla morte del suo Autore, Papa Paolo VI.
Il messaggio di tali avvenimenti è stato ricordato e meditato
in molteplici modi nel corso dell’anno, così che non vorrei
soffermarmici nuovamente in questa ora. Lo sguardo della
memoria, però, si è spinto anche più indietro, al di là
degli avvenimenti del secolo scorso, e proprio in questo modo ci
ha rimandato al futuro: la sera del 28 giugno, alla presenza del
Patriarca ecumenico Bartolomeo I di Costantinopoli e di
rappresentanti di molte altre Chiese e Comunità ecclesiali
abbiamo potuto inaugurare nella Basilica di S. Paolo fuori le
Mura l’Anno Paolino, nel ricordo della nascita dell’Apostolo
delle genti 2000 anni fa. Paolo per noi non è una figura del
passato. Mediante le sue lettere, egli ci parla tuttora. E chi
entra in colloquio con lui, viene da lui sospinto verso il
Cristo crocifisso e risorto. L’Anno Paolino è un anno di
pellegrinaggio non soltanto nel senso di un cammino esteriore
verso i luoghi paolini, ma anche, e soprattutto, in quello di un
pellegrinaggio del cuore, insieme con Paolo, verso Gesù Cristo.
In definitiva, Paolo ci insegna anche che la Chiesa è Corpo di
Cristo, che il Capo e il Corpo sono inseparabili e che non può
esserci amore per Cristo senza amore per la sua Chiesa e la sua
comunità vivente.
Tre specifici avvenimenti dell’anno che s’avvia alla
conclusione saltano particolarmente agli occhi. C’è stata
innanzitutto la Giornata Mondiale della Gioventù in Australia,
una grande festa della fede, che ha riunito più di 200.000
giovani da tutte le parti del mondo e li ha avvicinati non solo
esternamente – nel senso geografico – ma, grazie alla
condivisione della gioia di essere cristiani, li ha anche
avvicinati interiormente. Accanto a ciò c’erano i due viaggi,
l’uno negli Stati Uniti e l’altro in Francia, nei quali la
Chiesa si è resa visibile davanti al mondo e per il mondo come
una forza spirituale che indica cammini di vita e, mediante la
testimonianza della fede, porta luce al mondo. Quelle sono state
infatti giornate che irradiavano luminosità; irradiavano
fiducia nel valore della vita e nell’impegno per il bene. E
infine c’è da ricordare il Sinodo dei Vescovi: Pastori
provenienti da tutto il mondo si sono riuniti intorno alla
Parola di Dio, che era stata innalzata in mezzo a loro; intorno
alla Parola di Dio, la cui grande manifestazione si trova nella
Sacra Scrittura. Ciò che nel quotidiano ormai diamo troppo per
scontato, l’abbiamo colto nuovamente nella sua sublimità: il
fatto che Dio parli, che Dio risponda alle nostre domande. Il
fatto che Egli, sebbene in parole umane, parli di persona e noi
possiamo ascoltarLo e, nell’ascolto, imparare a conoscerLo e a
comprenderLo. Il fatto che Egli entri nella nostra vita
plasmandola e noi possiamo uscire dalla nostra vita ed entrare
nella vastità della sua misericordia. Così ci siamo nuovamente
resi conto che Dio in questa sua Parola si rivolge a ciascuno di
noi, parla al cuore di ciascuno: se il nostro cuore si desta e
l’udito interiore si apre, allora ognuno può imparare a
sentire la parola rivolta appositamente a lui. Ma proprio se
sentiamo Dio parlare in modo così personale a ciascuno di noi,
comprendiamo anche che la sua Parola è presente affinché noi
ci avviciniamo gli uni agli altri; affinché troviamo il modo di
uscire da ciò che è solamente personale. Questa Parola ha
plasmato una storia comune e vuole continuare a farlo. Allora ci
siamo nuovamente resi conto che – proprio perché la Parola è
così personale – possiamo comprenderla in modo giusto e
totale solo nel “noi” della comunità istituita da Dio:
essendo sempre consapevoli che non possiamo mai esaurirla
completamente, che essa ha da dire qualcosa di nuovo ad ogni
generazione. Abbiamo capito che, certamente, gli scritti biblici
sono stati redatti in determinate epoche e quindi costituiscono
in questo senso anzitutto un libro proveniente da un tempo
passato. Ma abbiamo visto che il loro messaggio non rimane nel
passato né può essere rinchiuso in esso: Dio, in fondo, parla
sempre al presente, e avremo ascoltato la Bibbia in maniera
piena solo quando avremo scoperto questo “presente” di Dio,
che ci chiama ora.
Infine era importante sperimentare che nella Chiesa c’è una
Pentecoste anche oggi – cioè che essa parla in molte lingue e
questo non soltanto nel senso esteriore dell’essere
rappresentate in essa tutte le grandi lingue del mondo, ma
ancora di più in senso più profondo: in essa sono presenti i
molteplici modi dell’esperienza di Dio e del mondo, la
ricchezza delle culture, e solo così appare la vastità
dell’esistenza umana e, a partire da essa, la vastità della
Parola di Dio. Tuttavia abbiamo anche appreso che la Pentecoste
è tuttora “in cammino”, è tuttora incompiuta: esiste una
moltitudine di lingue che ancora attendono la Parola di Dio
contenuta nella Bibbia. Erano commoventi anche le molteplici
testimonianze di fedeli laici da ogni parte del mondo, che non
solo vivono la Parola di Dio, ma anche soffrono per essa. Un
contributo prezioso è stato il discorso di un Rabbì sulle
Sacre Scritture di Israele, che appunto sono anche le nostre
Sacre Scritture. Un momento importante per il Sinodo, anzi, per
il cammino della Chiesa nel suo insieme, è stato quello in cui
il Patriarca Bartolomeo, alla luce della tradizione ortodossa,
con penetrante analisi ci ha aperto un accesso alla Parola di
Dio. Speriamo ora che le esperienze e le acquisizioni del Sinodo
influiscano efficacemente sulla vita della Chiesa: sul personale
rapporto con le Sacre Scritture, sulla loro interpretazione
nella Liturgia e nella catechesi come anche nella ricerca
scientifica, affinché la Bibbia non rimanga una Parola del
passato, ma la sua vitalità e attualità siano lette e
dischiuse nella vastità delle dimensioni dei suoi
significati.Della presenza della Parola di Dio, di Dio stesso
nell’attuale ora della storia si è trattato anche nei viaggi
pastorali di quest’anno: il loro vero senso può essere solo
quello di servire questa presenza. In tali occasioni la Chiesa
si rende pubblicamente percepibile, con essa la fede e perciò
almeno la questione su Dio. Questo manifestarsi in pubblico
della fede chiama in causa ormai tutti coloro che cercano di
capire il tempo presente e le forze che operano in esso.
Specialmente il fenomeno delle Giornate Mondiali della Gioventù
diventa sempre più oggetto di analisi, in cui si cerca di
capire questa specie, per così dire, di cultura giovanile.
L’Australia mai prima aveva visto tanta gente da tutti i
continenti come durante la Giornata Mondiale della Gioventù,
neppure in occasione dell’Olimpiade. E se precedentemente
c’era stato il timore che la comparsa in massa di giovani
potesse comportare qualche disturbo dell’ordine pubblico,
paralizzare il traffico, ostacolare la vita quotidiana,
provocare violenza e dar spazio alla droga, tutto ciò si è
dimostrato infondato. È stata una festa della gioia – una
gioia che infine ha coinvolto anche i riluttanti: alla fine
nessuno si è sentito molestato. Le giornate sono diventate una
festa per tutti, anzi solo allora ci si è veramente resi conto
di che cosa sia una festa – un avvenimento in cui tutti sono,
per così dire, fuori di sé, al di là di se stessi e proprio
così con sé e con gli altri. Qual è quindi la natura di ciò
che succede in una Giornata Mondiale della Gioventù? Quali sono
le forze che vi agiscono? Analisi in voga tendono a considerare
queste giornate come una variante della moderna cultura
giovanile, come una specie di festival rock modificato in senso
ecclesiale con il Papa quale star. Con o senza la fede, questi
festival sarebbero in fondo sempre la stessa cosa, e così si
pensa di poter rimuovere la questione su Dio. Ci sono anche voci
cattoliche che vanno in questa direzione valutando tutto ciò
come un grande spettacolo, anche bello, ma di poco significato
per la questione sulla fede e sulla presenza del Vangelo nel
nostro tempo. Sarebbero momenti di una festosa estasi, che però
in fin dei conti lascerebbero poi tutto come prima, senza
influire in modo più profondo sulla vita.
Con ciò, tuttavia, la peculiarità di quelle giornate e il
carattere particolare della loro gioia, della loro forza
creatrice di comunione, non trovano alcuna spiegazione.
Anzitutto è importante tener conto del fatto che le Giornate
Mondiali della Gioventù non consistono soltanto in
quell’unica settimana in cui si rendono pubblicamente visibili
al mondo. C’è un lungo cammino esteriore ed interiore che
conduce ad esse. La Croce, accompagnata dall’immagine della
Madre del Signore, fa un pellegrinaggio attraverso i Paesi. La
fede, a modo suo, ha bisogno del vedere e del toccare.
L’incontro con la croce, che viene toccata e portata, diventa
un incontro interiore con Colui che sulla croce è morto per
noi. L’incontro con la Croce suscita nell’intimo dei giovani
la memoria di quel Dio che ha voluto farsi uomo e soffrire con
noi. E vediamo la donna che Egli ci ha dato come Madre. Le
Giornate solenni sono soltanto il culmine di un lungo cammino,
col quale si va incontro gli uni agli altri e insieme si va
incontro a Cristo. In Australia non per caso la lunga Via Crucis
attraverso la città è diventata l’evento culminante di
quelle giornate. Essa riassumeva ancora una volta tutto ciò che
era accaduto negli anni precedenti ed indicava Colui che
riunisce insieme tutti noi: quel Dio che ci ama sino alla Croce.
Così anche il Papa non è la star intorno alla quale gira il
tutto. Egli è totalmente e solamente Vicario. Rimanda
all’Altro che sta in mezzo a noi. Infine la Liturgia solenne
è il centro dell’insieme, perché in essa avviene ciò che
noi non possiamo realizzare e di cui, tuttavia, siamo sempre in
attesa. Lui è presente. Lui entra in mezzo a noi. È squarciato
il cielo e questo rende luminosa la terra. È questo che rende
lieta e aperta la vita e unisce gli uni con gli altri in una
gioia che non è paragonabile con l’estasi di un festival
rock. Friedrich Nietzsche ha detto una volta: “L’abilità
non sta nell’organizzare una festa, ma nel trovare le persone
capaci di trarne gioia”. Secondo la Scrittura, la gioia è
frutto della Spirito Santo (cfr Gal 5, 22): questo frutto era
abbondantemente percepibile nei giorni di Sydney. Come un lungo
cammino precede le Giornate Mondiali della Gioventù, così ne
deriva anche il camminare successivo. Si formano delle amicizie
che incoraggiano ad uno stile di vita diverso e lo sostengono
dal di dentro. Le grandi Giornate hanno, non da ultimo, lo scopo
di suscitare tali amicizie e di far sorgere in questo modo nel
mondo luoghi di vita nella fede, che sono insieme luoghi di
speranza e di carità vissuta.
La gioia come frutto dello Spirito Santo – e così siamo
giunti al tema centrale di Sydney che, appunto, era lo Spirito
Santo. In questa retrospettiva vorrei ancora accennare in
maniera riassuntiva all’orientamento implicito in tale tema.
Tenendo presente la testimonianza della Scrittura e della
Tradizione, si riconoscono facilmente quattro dimensioni del
tema “Spirito Santo”.
1. C’è innanzitutto l’affermazione che ci viene incontro
dall’inizio del racconto della creazione: vi si parla dello
Spirito creatore che aleggia sulle acque, crea il mondo e
continuamente lo rinnova. La fede nello Spirito creatore è un
contenuto essenziale del Credo cristiano. Il dato che la materia
porta in sé una struttura matematica, è piena di spirito, è
il fondamento sul quale poggiano le moderne scienze della
natura. Solo perché la materia è strutturata in modo
intelligente, il nostro spirito è in grado di interpretarla e
di attivamente rimodellarla. Il fatto che questa struttura
intelligente proviene dallo stesso Spirito creatore che ha
donato lo spirito anche a noi, comporta insieme un compito e una
responsabilità. Nella fede circa la creazione sta il fondamento
ultimo della nostra responsabilità verso la terra. Essa non è
semplicemente nostra proprietà che possiamo sfruttare secondo i
nostri interessi e desideri. È piuttosto dono del Creatore che
ne ha disegnato gli ordinamenti intrinseci e con ciò ci ha dato
i segnali orientativi a cui attenerci come amministratori della
sua creazione. Il fatto che la terra, il cosmo, rispecchino lo
Spirito creatore, significa pure che le loro strutture razionali
che, al di là dell’ordine matematico, nell’esperimento
diventano quasi palpabili, portano in sé anche un orientamento
etico. Lo Spirito che li ha plasmati, è più che matematica –
è il Bene in persona che, mediante il linguaggio della
creazione, ci indica la strada della vita retta.
Poiché la fede nel Creatore è una parte essenziale del Credo
cristiano, la Chiesa non può e non deve limitarsi a trasmettere
ai suoi fedeli soltanto il messaggio della salvezza. Essa ha una
responsabilità per il creato e deve far valere questa
responsabilità anche in pubblico. E facendolo deve difendere
non solo la terra, l’acqua e l’aria come doni della
creazione appartenenti a tutti. Deve proteggere anche l’uomo
contro la distruzione di se stesso. È necessario che ci sia
qualcosa come una ecologia dell’uomo, intesa nel senso giusto.
Non è una metafisica superata, se la Chiesa parla della natura
dell’essere umano come uomo e donna e chiede che
quest’ordine della creazione venga rispettato. Qui si tratta
di fatto della fede nel Creatore e dell’ascolto del linguaggio
della creazione, il cui disprezzo sarebbe un’autodistruzione
dell’uomo e quindi una distruzione dell’opera stessa di Dio.
Ciò che spesso viene espresso ed inteso con il termine
“gender”, si risolve in definitiva nella autoemancipazione
dell’uomo dal creato e dal Creatore. L’uomo vuole farsi da
solo e disporre sempre ed esclusivamente da solo ciò che lo
riguarda. Ma in questo modo vive contro la verità, vive contro
lo Spirito creatore. Le foreste tropicali meritano, sì, la
nostra protezione, ma non la merita meno l’uomo come creatura,
nella quale è iscritto un messaggio che non significa
contraddizione della nostra libertà, ma la sua condizione.
Grandi teologi della Scolastica hanno qualificato il matrimonio,
cioè il legame per tutta la vita tra uomo e donna, come
sacramento della creazione, che lo stesso Creatore ha istituito
e che Cristo – senza modificare il messaggio della creazione
– ha poi accolto nella storia della sua alleanza con gli
uomini. Fa parte dell’annuncio che la Chiesa deve recare la
testimonianza in favore dello Spirito creatore presente nella
natura nel suo insieme e in special modo nella natura
dell’uomo, creato ad immagine di Dio. Partendo da questa
prospettiva occorrerebbe rileggere l’Enciclica Humanae vitae:
l’intenzione di Papa Paolo VI era di difendere l’amore
contro la sessualità come consumo, il futuro contro la pretesa
esclusiva del presente e la natura dell’uomo contro la sua
manipolazione.
2. Solo qualche ulteriore breve accenno circa le altre
dimensioni della pneumatologia. Se lo Spirito creatore si
manifesta innanzitutto nella grandezza silenziosa
dell’universo, nella sua struttura intelligente, la fede,
oltre a ciò, ci dice la cosa inaspettata, che cioè questo
Spirito parla, per così dire, anche con parole umane, è
entrato nella storia e, come forza che plasma la storia, è
anche uno Spirito parlante, anzi, è Parola che negli Scritti
dell’Antico e del Nuovo Testamento ci viene incontro. Che cosa
questo significhi per noi, l’ha espresso meravigliosamente
sant’Ambrogio in una sua lettera: “Anche ora, mentre leggo
le divine Scritture, Dio passeggia nel Paradiso” (Ep. 49, 3).
Leggendo la Scrittura, noi possiamo anche oggi quasi vagare nel
giardino del Paradiso ed incontrare Dio che lì passeggia: tra
il tema della Giornata Mondiale della Gioventù in Australia e
il tema del Sinodo dei Vescovi esiste una profonda connessione
interiore. I due temi “Spirito Santo” e “ Parola di Dio”
vanno insieme. Leggendo la Scrittura apprendiamo però anche che
Cristo e lo Spirito Santo sono inseparabili tra loro. Se Paolo
con sconcertante sintesi afferma: “Il Signore è lo Spirito”
(2 Cor 3, 17), appare non solo, nello sfondo, l’unità
trinitaria tra il Figlio e lo Spirito Santo, ma soprattutto la
loro unità riguardo alla storia della salvezza: nella passione
e risurrezione di Cristo vengono strappati i veli del senso
meramente letterale e si rende visibile la presenza del Dio che
sta parlando. Leggendo la Scrittura insieme con Cristo,
impariamo a sentire nelle parole umane la voce dello Spirito
Santo e scopriamo l’unità della Bibbia.
3. Con ciò siamo ormai giunti alla terza dimensione della
pneumatologia che consiste, appunto, nella inseparabilità di
Cristo e dello Spirito Santo. Nella maniera forse più bella
essa si manifesta nel racconto di san Giovanni circa la prima
apparizione del Risorto davanti ai discepoli: il Signore alita
sui discepoli e dona loro in questo modo lo Spirito Santo. Lo
Spirito Santo è il soffio di Cristo. E come il soffio di Dio
nel mattino della creazione aveva trasformato la polvere del
suolo nell’uomo vivente, così il soffio di Cristo ci accoglie
nella comunione ontologica con il Figlio, ci rende nuova
creazione. Per questo è lo Spirito Santo che ci fa dire insieme
col Figlio: “Abba, Padre!” (cfr Gv 20, 22; Rm 8, 15).
4. Così, come quarta dimensione, emerge spontaneamente la
connessione tra Spirito e Chiesa. Paolo, in Prima Corinzi 12 e
in Romani 12, ha illustrato la Chiesa come Corpo di Cristo e
proprio così come organismo dello Spirito Santo, in cui i doni
dello Spirito Santo fondono i singoli in un tutt’uno vivente.
Lo Spirito Santo è lo Spirito del Corpo di Cristo.
Nell’insieme di questo Corpo troviamo il nostro compito,
viviamo gli uni per gli altri e gli uni in dipendenza dagli
altri, vivendo in profondità di Colui che ha vissuto e sofferto
per tutti noi e che mediante il suo Spirito ci attrae a sé
nell’unità di tutti i figli di Dio. “Vuoi anche tu vivere
dello Spirito di Cristo? Allora sii nel Corpo di Cristo”, dice
Agostino a questo proposito (Tr. in Jo. 26, 13).Così con il
tema “Spirito Santo”, che orientava le giornate in Australia
e, in modo più nascosto, anche le settimane del Sinodo, si
rende visibile tutta l’ampiezza della fede cristiana,
un’ampiezza che dalla responsabilità per il creato e per
l’esistenza dell’uomo in sintonia con la creazione conduce,
attraverso i temi della Scrittura e della storia della salvezza,
fino a Cristo e da lì alla comunità vivente della Chiesa, nei
suoi ordini e responsabilità come anche nella sua vastità e
libertà, che si esprime tanto nella molteplicità dei carismi
quanto nell’immagine pentecostale della moltitudine delle
lingue e delle culture.Parte integrante della festa è la gioia.
La festa si può organizzare, la gioia no. Essa può soltanto
essere offerta in dono; e, di fatto, ci è stata donata in
abbondanza: per questo siamo riconoscenti. Come Paolo qualifica
la gioia frutto dello Spirito Santo, così anche Giovanni nel
suo Vangelo ha connesso strettamente lo Spirito e la gioia. Lo
Spirito Santo ci dona la gioia. Ed Egli è la gioia. La gioia è
il dono nel quale tutti gli altri doni sono riassunti. Essa è
l’espressione della felicità, dell’essere in armonia con se
stessi, ciò che può derivare solo dall’essere in armonia con
Dio e con la sua creazione. Fa parte della natura della gioia
l’irradiarsi, il doversi comunicare. Lo spirito missionario
della Chiesa non è altro che l’impulso di comunicare la gioia
che ci è stata donata. Che essa sia sempre viva in noi e quindi
s’irradi sul mondo nelle sue tribolazioni: tale è il mio
auspicio alla fine di quest’anno. Insieme con un vivo
ringraziamento per tutto il vostro faticare ed operare, auguro a
tutti voi che questa gioia derivante da Dio ci venga donata
abbondantemente anche nell’Anno Nuovo.
Affido questi voti all’intercessione della Vergine Maria,
Mater divinae gratiae, chiedendoLe di poter vivere le Festività
natalizie nella letizia e nella pace del Signore. Con questi
sentimenti a voi tutti e alla grande famiglia della Curia Romana
imparto di cuore la Benedizione Apostolica.
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