ZI08122507 - 25/12/2008
Permalink: http://www.zenit.org/article-16658?l=italian
Benedetto XVI: lo Spirito del Natale salverà
l'umanità
Messaggio impartendo la benedizione "urbi et
orbi"
CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 25 dicembre 2008 (ZENIT.org).-
Nel suo messaggio di Natale, Benedetto XVI ha presentato al
mondo l'autentica solidarietà portata dal Bambino Gesù,
perché altrimenti il futuro stesso dell'umanità sarà in
pericolo.
"Se ciascuno pensa solo ai propri interessi, il mondo
non può che andare in rovina", ha affermato parlando dal
balcone della Basilica vaticana prima di porgere i suoi auguri
in 64 lingue e di impartire la benedizione "urbi et
orbi" (alla città di Roma e al mondo).
Ascoltavano il Papa decine di migliaia di pellegrini che
riempivano Piazza San Pietro in una mattinata nuvolosa.
Centinaia di milioni di persone di tutti i continenti hanno
seguito l'evento per televisione, radio o Internet.
Il messaggio papale è diventato una meditazione sul
mistero del Natale alla luce dei drammatici avvenimenti
dell'attualità.
Il Pontefice ha chiesto che la luce del Natale brilli e
"incoraggi tutti a fare la propria parte, in spirito di
autentica solidarietà", nei luoghi più disperati del
pianeta, in particolare "dove la dignità e i diritti
della persona umana sono conculcati; dove gli egoismi
personali o di gruppo prevalgono sul bene comune".
Allo stesso modo, ha chiesto di portare la luce del Natale
"dove si rischia di assuefarsi all'odio fratricida e allo
sfruttamento dell'uomo sull'uomo; dove lotte intestine
dividono gruppi ed etnie e lacerano la convivenza; dove il
terrorismo continua a colpire; dove manca il necessario per
sopravvivere; dove si guarda con apprensione ad un futuro che
sta diventando sempre più incerto, anche nelle Nazioni del
benessere".
Il Papa ha chiesto che "la Luce divina di Betlemme si
diffonda in Terra Santa, dove l'orizzonte sembra tornare a
farsi cupo per gli israeliani e i palestinesi".
Che il messaggio di Natale, ha aggiunto, "si diffonda
in Libano, in Iraq e ovunque nel Medio Oriente. Fecondi gli
sforzi di quanti non si rassegnano alla logica perversa dello
scontro e della violenza e privilegiano invece la via del
dialogo e del negoziato, per comporre le tensioni interne ai
singoli Paesi e trovare soluzioni giuste e durature ai
conflitti che travagliano la regione".
Lo sguardo del Vescovo di Roma si è soffermato in
particolare sull'insanguinato continente africano.
In particolare, si è fatto portavoce dell'anelito degli
abitanti dello Zimbabwe, "stretti da troppo tempo nella
morsa di una crisi politica e sociale che, purtroppo, continua
ad aggravarsi".
Il Papa ha ricordato anche "gli uomini e le donne
della Repubblica Democratica del Congo, specialmente nella
martoriata regione del Kivu, del Darfur, in Sudan, e della
Somalia, le cui interminabili sofferenze sono tragica
conseguenza dell'assenza di stabilità e di pace".
Attendono la Luce del Bambino Gesù, ha detto,
"soprattutto i bambini di quei Paesi e di tutti i Paesi
in difficoltà, affinché sia restituita speranza al loro
avvenire".
ZI08122510 - 25/12/2008
Permalink: http://www.zenit.org/article-16661?l=italian
Messaggio di Benedetto XVI per il Natale 2008
CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 25 dicembre 2008 (ZENIT.org).-
Pubblichiamo di seguito il testo del Messaggio di Benedetto
XVI per il Natale 2008
* * *
"Apparuit gratia Dei Salvatoris nostri omnibus
hominibus" (Tit 2,11).
Cari fratelli e sorelle, con le parole dell'apostolo Paolo
rinnovo il gioioso annuncio del Natale di Cristo: sì, oggi,
"è apparsa a tutti gli uomini la grazia di Dio nostro
Salvatore"!
E' apparsa! Questo è ciò che la Chiesa oggi
celebra. La grazia di Dio, ricca di bontà e di tenerezza, non
è più nascosta, ma "è apparsa", si è manifestata
nella carne, ha mostrato il suo volto. Dove? A Betlemme.
Quando? Sotto Cesare Augusto, durante il primo censimento, al
quale fa cenno anche l'evangelista Luca. E chi è il
rivelatore? Un neonato, il Figlio della Vergine Maria. In Lui
è apparsa la grazia di Dio Salvatore nostro. Per questo quel
Bambino si chiama Jehoshua, Gesù, che significa
"Dio salva".
La grazia di Dio è apparsa: ecco perché il Natale è
festa di luce. Non una luce totale, come quella che avvolge
ogni cosa in pieno giorno, ma un chiarore che si accende nella
notte e si diffonde a partire da un punto preciso
dell'universo: dalla grotta di Betlemme, dove il divino
Bambino è "venuto alla luce". In realtà, è Lui la
luce stessa che si propaga, come ben raffigurano tanti dipinti
della Natività. Lui è la luce, che apparendo rompe la
caligine, dissipa le tenebre e ci permette di capire il senso
ed il valore della nostra esistenza e della storia. Ogni
presepe è un invito semplice ed eloquente ad aprire il cuore
e la mente al mistero della vita. E' un incontro con la Vita
immortale, che si è fatta mortale nella mistica scena del
Natale; una scena che possiamo ammirare anche qui, in questa
Piazza, come in innumerevoli chiese e cappelle del mondo
intero, e in ogni casa dove è adorato il nome di Gesù.
La grazia di Dio è apparsa a tutti gli uomini. Sì,
Gesù, il volto del Dio-che-salva, non si è manifestato solo
per pochi, per alcuni, ma per tutti. E' vero, nella umile
disadorna dimora di Betlemme lo hanno incontrato poche
persone, ma Lui è venuto per tutti: giudei e pagani, ricchi e
poveri, vicini e lontani, credenti e non credenti... tutti. La
grazia soprannaturale, per volere di Dio, è destinata ad ogni
creatura. Occorre però che l'essere umano l'accolga, pronunci
il suo "sì", come Maria, affinché il cuore sia
rischiarato da un raggio di quella luce divina. Ad accogliere
il Verbo incarnato, in quella notte, furono Maria e Giuseppe
che lo attendevano con amore ed i pastori, che vegliavano
accanto alle greggi (cfr Lc 2,1-20). Una piccola
comunità, dunque, che accorse ad adorare Gesù Bambino; una
piccola comunità che rappresenta la Chiesa e tutti gli uomini
di buona volontà. Anche oggi coloro che nella vita Lo
attendono e Lo cercano incontrano il Dio che per amore si è
fatto nostro fratello; quanti hanno il cuore proteso verso di
Lui desiderano conoscere il suo volto e contribuire
all'avvento del suo Regno. Gesù stesso lo dirà, nella sua
predicazione: sono i poveri in spirito, gli afflitti, i miti,
gli affamati di giustizia, i misericordiosi, i puri di cuore,
gli operatori di pace, i perseguitati per la giustizia (cfr Mt
5,3-10). Questi riconoscono in Gesù il volto di Dio e
ripartono, come i pastori di Betlemme, rinnovati nel cuore
dalla gioia del suo amore.
Fratelli e sorelle che mi ascoltate, a tutti gli uomini
è destinato l'annuncio di speranza che costituisce il cuore
del messaggio di Natale. Per tutti è nato Gesù e, come a
Betlemme Maria lo offrì ai pastori, in questo giorno la
Chiesa lo presenta all'intera umanità, perché ogni persona e
ogni umana situazione possa sperimentare la potenza della
grazia salvatrice di Dio, che sola può trasformare il male in
bene, che sola può cambiare il cuore dell'uomo e renderlo
un'"oasi" di pace.
Possano sperimentare la potenza della grazia salvatrice di
Dio le numerose popolazioni che ancora vivono nelle tenebre e
nell'ombra di morte (cfr Lc 1,79). La Luce divina di
Betlemme si diffonda in Terrasanta, dove l'orizzonte sembra
tornare a farsi cupo per gli israeliani e i palestinesi; si
diffonda in Libano, in Iraq e ovunque nel Medio Oriente.
Fecondi gli sforzi di quanti non si rassegnano alla logica
perversa dello scontro e della violenza e privilegiano invece
la via del dialogo e del negoziato, per comporre le tensioni
interne ai singoli Paesi e trovare soluzioni giuste e durature
ai conflitti che travagliano la regione. A questa Luce che
trasforma e rinnova anelano gli abitanti dello Zimbabwe, in
Africa, stretti da troppo tempo nella morsa di una crisi
politica e sociale che, purtroppo, continua ad aggravarsi,
come pure gli uomini e le donne della Repubblica Democratica
del Congo, specialmente nella martoriata regione del Kivu, del
Darfur, in Sudan, e della Somalia, le cui interminabili
sofferenze sono tragica conseguenza dell'assenza di stabilità
e di pace. Questa Luce attendono soprattutto i bambini di quei
Paesi e di tutti i Paesi in difficoltà, affinché sia
restituita speranza al loro avvenire.
Dove la dignità e i diritti della persona umana sono
conculcati; dove gli egoismi personali o di gruppo prevalgono
sul bene comune; dove si rischia di assuefarsi all'odio
fratricida e allo sfruttamento dell'uomo sull'uomo; dove lotte
intestine dividono gruppi ed etnie e lacerano la convivenza;
dove il terrorismo continua a colpire; dove manca il
necessario per sopravvivere; dove si guarda con apprensione ad
un futuro che sta diventando sempre più incerto, anche nelle
Nazioni del benessere: là risplenda la Luce del Natale ed
incoraggi tutti a fare la propria parte, in spirito di
autentica solidarietà. Se ciascuno pensa solo ai propri
interessi, il mondo non può che andare in rovina.
Cari fratelli e sorelle, oggi "è apparsa la grazia di
Dio Salvatore" (cfr Tt 2,11), in questo nostro
mondo, con le sue potenzialità e le sue debolezze, i suoi
progressi e le sue crisi, con le sue speranze e le sue
angosce. Oggi, rifulge la luce di Gesù Cristo, Figlio
dell'Altissimo e figlio della Vergine Maria: "Dio da Dio,
Luce da Luce, Dio vero da Dio vero. Per noi uomini e per la
nostra salvezza discese dal cielo". Lo adoriamo
quest'oggi, in ogni angolo della terra, avvolto in fasce e
deposto in una povera mangiatoia. Lo adoriamo in silenzio
mentre Lui, ancora infante, sembra dirci a nostra
consolazione: Non abbiate paura, "Io sono Dio, non ce n'è
altri" (Is 45,22). Venite a me, uomini e donne,
popoli e nazioni, venite a me, non temete: sono venuto a
portarvi l'amore del Padre, a mostrarvi la via della pace.
Andiamo, dunque, fratelli! Affrettiamoci, come i pastori
nella notte di Betlemme. Dio ci è venuto incontro e ci ha
mostrato il suo volto, ricco di grazia e di misericordia! Non
sia vana per noi la sua venuta! Cerchiamo Gesù, lasciamoci
attirare dalla sua luce, che dissipa dal cuore dell'uomo la
tristezza e la paura; avviciniamoci con fiducia; con umiltà
prostriamoci per adorarlo. Buon Natale a tutti!
[© Copyright 2008 - Libreria Editrice Vaticana]
|
ZI08122502 - 25/12/2008
Permalink: http://www.zenit.org/article-16653?l=italian
Omelia di Benedetto XVI per la Messa di
mezzanotte di Natale
CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 25 dicembre 2008 (ZENIT.org).-
Pubblichiamo di seguito il testo dell'omelia pronunciata da
Benedetto XVI nel presiedere, nella Basilica Vaticana, la Messa
di mezzanotte per la Solennità del Natale del Signore.
* * *
Cari fratelli e sorelle!
"Chi è pari al Signore nostro Dio che siede nell'alto e
si china a guardare nei cieli e sulla terra?" Così canta
Israele in uno dei suoi Salmi (113 [112], 5s), in cui
esalta insieme la grandezza di Dio e la sua benevola vicinanza
agli uomini. Dio dimora nell’alto, ma si china verso il
basso… Dio è immensamente grande e di gran lunga al di sopra
di noi. È questa la prima esperienza dell’uomo. La distanza
sembra infinita. Il Creatore dell’universo, Colui che guida il
tutto, è molto lontano da noi: così sembra inizialmente. Ma
poi viene l’esperienza sorprendente: Colui al quale nessuno è
pari, che "siede nell’alto", Questi guarda verso il
basso. Si china in giù. Egli vede noi e vede me. Questo
guardare in giù di Dio è più di uno sguardo dall’alto. Il
guardare di Dio è un agire. Il fatto che Egli mi vede, mi
guarda, trasforma me e il mondo intorno a me. Così il Salmo
continua immediatamente: "Solleva l’indigente dalla
polvere…" Con il suo guardare in giù Egli mi solleva,
benevolmente mi prende per mano e mi aiuta a salire, proprio io,
dal basso verso l’alto. "Dio si china". Questa
parola è una parola profetica. Nella notte di Betlemme, essa ha
acquistato un significato completamente nuovo. Il chinarsi di
Dio ha assunto un realismo inaudito e prima inimmaginabile. Egli
si china – viene, proprio Lui, come bimbo giù fin nella
miseria della stalla, simbolo di ogni necessità e stato di
abbandono degli uomini. Dio scende realmente. Diventa un bambino
e si mette nella condizione di dipendenza totale che è propria
di un essere umano appena nato. Il Creatore che tutto tiene
nelle sue mani, dal quale noi tutti dipendiamo, si fa piccolo e
bisognoso dell’amore umano. Dio è nella stalla. Nell’Antico
Testamento il tempio era considerato quasi come lo sgabello dei
piedi di Dio; l’arca sacra come il luogo in cui Egli, in modo
misterioso, era presente in mezzo agli uomini. Così si sapeva
che sopra il tempio, nascostamente, stava la nube della gloria
di Dio. Ora essa sta sopra la stalla. Dio è nella nube della
miseria di un bimbo senza albergo: che nube impenetrabile e
tuttavia – nube della gloria! In che modo, infatti, la sua
predilezione per l’uomo, la sua preoccupazione per lui
potrebbe apparire più grande e più pura? La nube del
nascondimento, della povertà del bambino totalmente bisognoso
dell’amore, è allo stesso tempo la nube della gloria. Perché
niente può essere più sublime, più grande dell’amore che in
questa maniera si china, discende, si rende dipendente. La
gloria del vero Dio diventa visibile quando ci si aprono gli
occhi del cuore davanti alla stalla di Betlemme.
Il racconto del Natale secondo san Luca, che abbiamo appena
ascoltato nel brano evangelico, ci narra che Dio ha un po’
sollevato il velo del suo nascondimento dapprima davanti a
persone di condizione molto bassa, davanti a persone che nella
grande società erano piuttosto disprezzate: davanti ai pastori
che nei campi intorno a Betlemme facevano la guardia agli
animali. Luca ci dice che queste persone "vegliavano".
Possiamo così sentirci richiamati a un motivo centrale del
messaggio di Gesù, in cui ripetutamente e con crescente urgenza
fino all’Orto degli ulivi torna l’invito alla vigilanza –
a restare svegli per accorgersi della venuta del Signore ed
esservi preparati. Pertanto anche qui la parola significa forse
più del semplice essere esternamente svegli durante l’ora
notturna. Erano persone veramente vigilanti, nelle quali il
senso di Dio e della sua vicinanza era vivo. Persone che erano
in attesa di Dio e non si rassegnavano all’apparente
lontananza di Lui nella vita di ogni giorno. Ad un cuore
vigilante può essere rivolto il messaggio della grande gioia:
in questa notte è nato per voi il Salvatore. Solo il cuore
vigilante è capace di credere al messaggio. Solo il cuore
vigilante può infondere il coraggio di incamminarsi per trovare
Dio nelle condizioni di un bambino nella stalla. Preghiamo il
Signore affinché aiuti anche noi a diventare persone vigilanti.
San Luca ci racconta inoltre che i pastori stessi erano
"avvolti" dalla gloria di Dio, dalla nube di luce, si
trovavano nell’intimo splendore di questa gloria. Avvolti
dalla nube santa ascoltano il canto di lode degli angeli:
"Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli
uomini della sua benevolenza". E chi sono questi uomini
della sua benevolenza se non i piccoli, i vigilanti, quelli che
sono in attesa, sperano nella bontà di Dio e lo cercano
guardando verso di Lui da lontano?
Nei Padri della Chiesa si può trovare un commento
sorprendente circa il canto con cui gli angeli salutano il
Redentore. Fino a quel momento – dicono i Padri – gli angeli
avevano conosciuto Dio nella grandezza dell’universo, nella
logica e nella bellezza del cosmo che provengono da Lui e Lo
rispecchiano. Avevano accolto, per così dire, il muto canto di
lode della creazione e l’avevano trasformato in musica del
cielo. Ma ora era accaduta una cosa nuova, addirittura
sconvolgente per loro. Colui di cui parla l’universo, il Dio
che sostiene il tutto e lo porta in mano – Egli stesso era
entrato nella storia degli uomini, era diventato uno che agisce
e soffre nella storia. Dal gioioso turbamento suscitato da
questo evento inconcepibile, da questa seconda e nuova maniera
in cui Dio si era manifestato – dicono i Padri – era nato un
canto nuovo, una strofa del quale il Vangelo di Natale ha
conservato per noi: "Gloria a Dio nel più alto dei cieli e
pace in terra agli uomini". Possiamo forse dire che,
secondo la struttura della poesia ebraica, questo doppio
versetto nei suoi due brani dice in fondo la stessa cosa, ma da
un punto di vista diverso. La gloria di Dio è nell’alto dei
cieli, ma questa altezza di Dio si trova ora nella stalla, ciò
che era basso è diventato sublime. La sua gloria è sulla
terra, è la gloria dell’umiltà e dell’amore. E ancora: la
gloria di Dio è la pace. Dove c’è Lui, là c’è pace. Egli
è là dove gli uomini non vogliono fare in modo autonomo della
terra il paradiso, servendosi a tal fine della violenza. Egli è
con le persone dal cuore vigilante; con gli umili e con coloro
che corrispondono alla sua elevatezza, all’elevatezza
dell’umiltà e dell’amore. A questi dona la sua pace, perché
per loro mezzo la pace entri in questo mondo.
Il teologo medioevale Guglielmo di S. Thierry ha detto una
volta: Dio – a partire da Adamo – ha visto che la sua
grandezza provocava nell’uomo resistenza; che l’uomo si
sente limitato nel suo essere se stesso e minacciato nella sua
libertà. Pertanto Dio ha scelto una via nuova. È diventato un
Bambino. Si è reso dipendente e debole, bisognoso del nostro
amore. Ora – ci dice quel Dio che si è fatto Bambino – non
potete più aver paura di me, ormai potete soltanto amarmi.
Con tali pensieri ci avviciniamo in questa notte al Bambino
di Betlemme – a quel Dio che per noi ha voluto farsi bambino.
Su ogni bambino c’è il riverbero del bambino di Betlemme.
Ogni bambino chiede il nostro amore. Pensiamo pertanto in questa
notte in modo particolare anche a quei bambini ai quali è
rifiutato l’amore dei genitori. Ai bambini di strada che non
hanno il dono di un focolare domestico. Ai bambini che vengono
brutalmente usati come soldati e resi strumenti della violenza,
invece di poter essere portatori della riconciliazione e della
pace. Ai bambini che mediante l’industria della pornografia e
di tutte le altre forme abominevoli di abuso vengono feriti fin
nel profondo della loro anima. Il Bambino di Betlemme è un
nuovo appello rivolto a noi, di fare tutto il possibile affinché
finisca la tribolazione di questi bambini; di fare tutto il
possibile affinché la luce di Betlemme tocchi i cuori degli
uomini. Soltanto attraverso la conversione dei cuori, soltanto
attraverso un cambiamento nell’intimo dell’uomo può essere
superata la causa di tutto questo male, può essere vinto il
potere del maligno. Solo se cambiano gli uomini, cambia il mondo
e, per cambiare, gli uomini hanno bisogno della luce proveniente
da Dio, di quella luce che in modo così inaspettato è entrata
nella nostra notte.
E parlando del Bambino di Betlemme pensiamo anche alla
località che risponde al nome di Betlemme; pensiamo a quel
Paese in cui Gesù ha vissuto e che Egli ha amato profondamente.
E preghiamo affinché lì si crei la pace. Che cessino l’odio
e la violenza. Che si desti la comprensione reciproca, si
realizzi un’apertura dei cuori che apra le frontiere. Che
scenda la pace di cui hanno cantato gli angeli in quella notte.
Nel Salmo 96 [95] Israele, e con esso la Chiesa,
lodano la grandezza di Dio che si manifesta nella creazione.
Tutte le creature vengono chiamate ad aderire a questo canto di
lode, e allora lì si trova anche l’invito: "Si
rallegrino gli alberi della foresta davanti al Signore che
viene" (12s). La Chiesa legge anche questo Salmo
come una profezia e, insieme, come un compito. La venuta di Dio
a Betlemme fu silenziosa. Soltanto i pastori che vegliavano
furono per un momento avvolti nello splendore luminoso del suo
arrivo e poterono ascoltare una parte di quel canto nuovo che
era nato dalla meraviglia e dalla gioia degli angeli per la
venuta di Dio. Questo venire silenzioso della gloria di Dio
continua attraverso i secoli. Là dove c’è la fede, dove la
sua parola viene annunciata ed ascoltata, Dio raduna gli uomini
e si dona loro nel suo Corpo, li trasforma nel suo Corpo. Egli
"viene". E così si desta il cuore degli uomini. Il
canto nuovo degli angeli diventa canto degli uomini che,
attraverso tutti i secoli in modo sempre nuovo, cantano la
venuta di Dio come bambino e, a partire dal loro intimo,
diventano lieti. E gli alberi della foresta si recano da Lui ed
esultano. L’albero in Piazza san Pietro parla di Lui, vuole
trasmettere il suo splendore e dire: Sì, Egli è venuto e gli
alberi della foresta lo acclamano. Gli alberi nelle città e
nelle case dovrebbero essere più di un’usanza festosa: essi
indicano Colui che è la ragione della nostra gioia – il Dio
che per noi si è fatto bambino. Il canto di lode, nel più
profondo, parla infine di Colui che è lo stesso albero della
vita ritrovato. Nella fede in Lui riceviamo la vita. Nel
Sacramento dell’Eucaristia Egli si dona a noi – dona una
vita che giunge fin nell’eternità. In quest’ora noi
aderiamo al canto di lode della creazione e la nostra lode è
allo stesso tempo una preghiera: Sì, Signore, facci vedere
qualcosa dello splendore della tua gloria. E dona la pace sulla
terra. Rendici uomini e donne della tua pace. Amen.
[© Copyright 2008 - Libreria Editrice Vaticana]
|