5 Maggio 2009
Discorso
alla Pontificia Accademia delle Scienze Sociali
«La crisi pesa sui diritti
umani»
Cari Fratelli
nell’Episcopato e nel sacerdozio, Signore e Signori,
che siete qui riuniti, in occasione della Sessione Plenaria della
Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, sono lieto di avere
quest’occasione per incontrarvi e incoraggiarvi nella vostra
missione di promuovere la dottrina sociale della Chiesa,
estendendola alle aree del diritto, dell’economia e della
politica e delle varie altre scienze sociali. Ringraziando la
professoressa Mary Ann Glendon per le sue cordiali parole di
saluto, vi assicuro delle mie preghiere affinché il frutto
delle vostre deliberazioni continui a testimoniare la pertinenza
duratura della dottrina sociale della Chiesa in un mondo in rapido
mutamento.
Dopo aver studiato il lavoro, la democrazia, la globalizzazione,
la solidarietà e la sussidiarietà in relazione alla dottrina
sociale della Chiesa, la vostra accademia ha scelto di
tornare alla questione centrale della dignità della persona umana
e dei diritti umani, un punto di incontro fra la dottrina della
Chiesa e la società contemporanea.
Le grandi religioni e filosofie del mondo hanno illuminato alcuni
aspetti di questi diritti umani, esposti brevemente nella «regola
d’oro» nel Vangelo: «E come volete che gli uomini facciano a
voi, così anche voi fate a loro» (Lc 6, 31; cfr. Mt 7, 12). La
Chiesa ha sempre affermato che i diritti fondamentali, al di là
delle loro differenti formulazioni e dei differenti gradi di
importanza che possono avere nei vari contesti culturali, devono
essere sostenuti e riconosciuti universalmente perché sono
inerenti alla natura stessa dell’uomo che è creato a immagine e
somiglianza di Dio. Se tutti gli esseri umani sono creati a
immagine e somiglianza di Dio, allora condividono una natura
comune che li unisce gli uni agli altri e richiede rispetto
universale. La Chiesa, assimilando la dottrina di Cristo,
considera la persona «la più degna della natura» (san Tommaso
d’Aquino, De potentia, 9, 3) e insegna che l’ordine
etico e politico che governa i rapporti fra le persone ha origine
nella struttura stessa dell’essere dell’uomo.
La scoperta dell’America e il conseguente dibattito
antropologico nell’Europa dei secoli XVI e XVII hanno portato a
una maggiore consapevolezza dei diritti umani in quanto tali e
della loro universalità (<+corsivo>ius gentium<+tondo>).
Il periodo moderno ha contribuito a forgiare l’idea che il
messaggio di Cristo, poiché proclama che Dio ama ogni uomo e ogni
donna e che ogni essere umano è chiamato ad amare Dio
liberamente, dimostra che ognuno, indipendentemente dalla sua
condizione sociale e culturale, per natura merita libertà. Al
contempo, dobbiamo sempre ricordare che «la libertà, quindi, ha
bisogno di essere liberata. Cristo ne è
il liberatore» (Veritatis splendor, n. 86).
A metà dello scorso secolo, dopo la grande sofferenza causata da
due terribili guerre mondiali e da crimini inenarrabili
perpetrati da ideologie totalitarie, la comunità
internazionale ha acquisito un nuovo sistema di diritto
internazionale basato sui diritti umani. In questo, sembra aver
agito in conformità al messaggio del mio predecessore Benedetto
XV, quando esortò i belligeranti della prima guerra mondiale
a «trasformare la forza materiale delle armi nella forza morale
del diritto» (Nota ai capi dei popoli belligeranti, 1
agosto 1917).
I diritti umani sono divenuti il punto di riferimento di un ethos
universale condiviso, almeno a livello di aspirazione, dalla
maggior parte dell’umanità. Questi diritti sono stati
ratificati da quasi tutti gli Stati del mondo. Il Vaticano II,
nella dichiarazione Dignitatis humanae, e i miei
predecessori Paolo VI e Giovanni Paolo II, hanno fatto riferimento
con vigore ai diritti di libertà di coscienza e di religione che
devono essere al centro di quei diritti che scaturiscono dalla
natura umana stessa.
In senso stretto, questi diritti umani non sono verità di fede,
sebbene si possano scoprire, e di fatto acquistano piena luce, nel
messaggio di Cristo che «rivela l’uomo all’uomo stesso» (Gaudium
et spes, n. 22). Essi ricevono ulteriore conferma dalla fede.
Tuttavia non si può negare che, vivendo e agendo nel mondo fisico
come esseri spirituali, uomini e donne constatano la
presenza pervasiva di un logos che permette loro di
distinguere non solo fra vero e falso, ma anche fra buono e
cattivo, migliore e peggiore, giustizia e ingiustizia.
Quest’abilità di discernere, questo intervento radicale, rende
ogni persona in grado di cogliere la «legge naturale», che non
è altro che una partecipazione alla legge eterna: «Unde...
lex universalis nihil aliud est quam participatio legis aeternae
in rationali creatura» (San Tommaso d’Aquino, ST I-II, 91,
2). La legge naturale è una guida riconoscibile da tutti, sulla
base della quale tutti possono reciprocamente comprendersi e
amarsi. I diritti umani, quindi, sono
definitivamente radicati in una partecipazione di Dio, che ha
creato ogni persona umana con intelligenza e libertà.
Se si ignora questa solida base etica e politica, i diritti umani
restano fragili perché privi del loro saldo fondamento.
L’azione della Chiesa nella promozione dei diritti umani è
dunque sostenuta dalla riflessione razionale, in modo tale
che questi diritti si possano presentare a tutte le persone
di buona volontà, indipendentemente dalla loro affiliazione
religiosa. Ciò nonostante, come ho osservato nelle mie
encicliche, la ragione umana deve subire una
purificazione costante da parte della fede, da un lato perché
corre sempre il pericolo di una certa cecità etica provocata da
passioni disordinate e dal peccato, dall’altro perché, dovendo
ogni generazione e ogni individuo riappropriarsi dei diritti umani
ed essendo la libertà umana, che procede per libere scelte,
sempre fragile, la persona umana ha bisogno della speranza e
dell’amore incondizionati che si possono trovare solo in Dio
e che portano alla partecipazione alla giustizia e alla
generosità di Dio verso altri (cfr. Deus caritas est,
n. 18; e Spe salvi, n. 24).
Questa prospettiva richiama l’attenzione su alcuni dei più
gravi problemi sociali degli ultimi decenni, come la crescente
consapevolezza, sorta in parte con la globalizzazione e con
l’attuale crisi economica, di un contrasto stridente fra
l’attribuzione uguale di diritti e l’accesso diseguale ai
mezzi per ottenerli. Per i cristiani che regolarmente
chiedono a Dio «donaci ogni giorno il nostro pane quotidiano»,
è una tragedia vergognosa che un quinto dell’umanità soffra
ancora la fame. Per garantire una scorta di cibo adeguata e la
protezione di risorse vitali quali acqua ed energia, tutti i
responsabili internazionali devono collaborare dimostrando una
disponibilità a lavorare in buona fede, rispettando
il diritto naturale e promuovendo la solidarietà e la
sussidiarietà con le regioni e le popolazioni più povere del
pianeta come la strategia più efficace per eliminare le
ineguaglianze sociali fra Paesi e società e per aumentare
la sicurezza globale.
Cari amici, cari accademici, esortandovi nella vostra ricerca e
nelle vostre deliberazioni a essere testimoni
credibili e coerenti della difesa e della promozione
di questi diritti umani non negoziabili che si fondano sulla
legge divina, vi imparto di cuore la mia benedizione apostolica.
- Benedetto XVI
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