| http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=15551&theme=2&size=A
18/06/2009 13:07
VATICANO
Papa: i sacerdoti cerchino di
“uniformarsi totalmente” col proprio ministero
Lettera di Benedetto XVI per l’Anno
sacerdotale, che comincia domani. L’esempio del Curato d’Ars,
modello della missione sacerdotale. A volte la Chiesa soffre per
la “infedeltà” di alcuni suoi ministri, ma ci sono anche oggi
coloro che divengono martiri. La fondamentale testimonianza della
vita. Non rassegnarsi ai confessionali vuoti.
Città del Vaticano (AsiaNews) – Il sacerdote deve, prima di
tutto, cercare di “identificarsi” col proprio ministero:
sull’esempio del Curato d’Ars debbono sforzarsi di
armonizzare la loro vita di ministro e la santità del ministero
ad essi affidato. E’ la raccomandazione fondamentale che
Benedetto XVI rivolge a tutti coloro che sono ordinati nella
Lettera per l’apertura dell’Anno sacerdotale, che comincia
domani. Proclamato in occasione del 150mo anniversario della
morte di San Giovanni Maria Vianney, l’Anno, nelle parole del
Papa, mira a promuovere l’“interiore rinnovamento” del
prete. In tale ottica, Benedetto XVI parla delle “situazioni,
mai abbastanza deplorate, in cui è la Chiesa stessa a soffrire
per l’infedeltà di alcuni suoi ministri”, ma ricorda che ci
sono tante “splendide figure” di sacerdoti, disposti anche a
dare il proprio sangue. Nella fondamentale ricerca
dell’“incontro tra la santità oggettiva del ministero e
quella soggettiva del ministro”, Benedetto XVI raccomanda
dunque la “testimonianza di vita”, da realizzare attraverso
i consigli evangelici di povertà, castità e obbedienza, che è
capace di “trasformare il cuore e la vita di tante persone”,
perché riesce “a far loro percepire l’amore misericordioso
del Signore”. Ai sacerdoti, infine, il Papa rivolge un invito
alla speranza, a “saper cogliere la nuova primavera che lo
Spirito sta suscitando ai giorni nostri nella Chiesa”.
Questo il testo integrale della lettera del Papa.
Cari fratelli nel Sacerdozio,
nella prossima solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù,
venerdì 19 giugno 2009 – giornata tradizionalmente dedicata
alla preghiera per la santificazione del clero –, ho pensato
di indire ufficialmente un "Anno Sacerdotale" in
occasione del 150° anniversario del "dies natalis"
di Giovanni Maria Vianney, il Santo Patrono di tutti i parroci
del mondo.1 Tale anno, che vuole contribuire a promuovere
l’impegno d’interiore rinnovamento di tutti i sacerdoti per
una loro più forte ed incisiva testimonianza evangelica nel
mondo di oggi, si concluderà nella stessa solennità del 2010.
"Il Sacerdozio è l'amore del cuore di Gesù",
soleva dire il Santo Curato d’Ars.2 Questa toccante
espressione ci permette anzitutto di evocare con tenerezza e
riconoscenza l’immenso dono che i sacerdoti costituiscono non
solo per la Chiesa, ma anche per la stessa umanità. Penso a
tutti quei presbiteri che offrono ai fedeli cristiani e al mondo
intero l’umile e quotidiana proposta delle parole e dei gesti
di Cristo, cercando di aderire a Lui con i pensieri, la volontà,
i sentimenti e lo stile di tutta la propria esistenza. Come non
sottolineare le loro fatiche apostoliche, il loro servizio
infaticabile e nascosto, la loro carità tendenzialmente
universale? E che dire della fedeltà coraggiosa di tanti
sacerdoti che, pur tra difficoltà e incomprensioni, restano
fedeli alla loro vocazione: quella di "amici di
Cristo", da Lui particolarmente chiamati, prescelti e
inviati?
Io stesso porto ancora nel cuore il ricordo del primo parroco
accanto al quale esercitai il mio ministero di giovane prete:
egli mi lasciò l’esempio di una dedizione senza riserve al
proprio servizio pastorale, fino a trovare la morte nell’atto
stesso in cui portava il viatico a un malato grave. Tornano poi
alla mia memoria gli innumerevoli confratelli che ho incontrato
e che continuo ad incontrare, anche durante i miei viaggi
pastorali nelle diverse nazioni, generosamente impegnati nel
quotidiano esercizio del loro ministero sacerdotale. Ma
l’espressione usata dal Santo Curato evoca anche la trafittura
del Cuore di Cristo e la corona di spine che lo avvolge. Il
pensiero va, di conseguenza, alle innumerevoli situazioni di
sofferenza in cui molti sacerdoti sono coinvolti, sia perché
partecipi dell’esperienza umana del dolore nella molteplicità
del suo manifestarsi, sia perché incompresi dagli stessi
destinatari del loro ministero: come non ricordare i tanti
sacerdoti offesi nella loro dignità, impediti nella loro
missione, a volte anche perseguitati fino alla suprema
testimonianza del sangue?
Ci sono, purtroppo, anche situazioni, mai abbastanza deplorate,
in cui è la Chiesa stessa a soffrire per l’infedeltà di
alcuni suoi ministri. È il mondo a trarne allora motivo di
scandalo e di rifiuto. Ciò che massimamente può giovare in
tali casi alla Chiesa non è tanto la puntigliosa rilevazione
delle debolezze dei suoi ministri, quanto una rinnovata e lieta
coscienza della grandezza del dono di Dio, concretizzato in
splendide figure di generosi Pastori, di Religiosi ardenti di
amore per Dio e per le anime, di Direttori spirituali illuminati
e pazienti. A questo proposito, gli insegnamenti e gli esempi di
san Giovanni Maria Vianney possono offrire a tutti un
significativo punto di riferimento: il Curato d’Ars era
umilissimo, ma consapevole, in quanto prete, d’essere un dono
immenso per la sua gente: "Un buon pastore, un pastore
secondo il cuore di Dio, è il più grande tesoro che il buon
Dio possa accordare ad una parrocchia e uno dei doni più
preziosi della misericordia divina".3 Parlava del
sacerdozio come se non riuscisse a capacitarsi della grandezza
del dono e del compito affidati ad una
creatura umana: "Oh come il prete è grande!... Se egli si
comprendesse, morirebbe... Dio gli obbedisce: egli pronuncia due
parole e Nostro Signore scende dal cielo alla sua voce e si
rinchiude in una piccola ostia...".4 E spiegando ai suoi
fedeli l’importanza dei sacramenti diceva: "Tolto il
sacramento dell'Ordine, noi non avremmo il Signore. Chi lo ha
riposto là in quel tabernacolo? Il sacerdote. Chi ha accolto la
vostra anima al primo entrare nella vita? Il sacerdote. Chi la
nutre per darle la forza di compiere il suo pellegrinaggio? Il
sacerdote. Chi la preparerà a comparire innanzi a Dio,
lavandola per l'ultima volta nel sangue di Gesù Cristo? Il
sacerdote, sempre il sacerdote. E se quest'anima viene a morire
[per il peccato], chi la risusciterà, chi le renderà la calma
e la pace? Ancora il sacerdote... Dopo Dio, il sacerdote è
tutto!... Lui stesso non si capirà bene che in cielo".5
Queste affermazioni, nate dal cuore sacerdotale del santo
parroco, possono apparire eccessive. In esse, tuttavia, si
rivela l’altissima considerazione in cui egli teneva il
sacramento del sacerdozio. Sembrava sopraffatto da uno
sconfinato senso di responsabilità: "Se comprendessimo
bene che cos’è un prete sulla terra, moriremmo: non di
spavento, ma di amore... Senza il prete la morte e la passione
di Nostro Signore non servirebbero a niente. È il prete che
continua l’opera della Redenzione sulla terra... Che ci
gioverebbe una casa piena d’oro se non ci fosse nessuno che ce
ne apre la porta? Il prete possiede la chiave dei tesori
celesti: è lui che apre la porta; egli è l’economo del buon
Dio; l’amministratore dei suoi beni... Lasciate una
parrocchia, per vent’anni, senza prete, vi si adoreranno le
bestie... Il prete non è prete per sé, lo è per voi".6
Era giunto ad Ars, un piccolo villaggio di 230 abitanti,
preavvertito dal Vescovo che avrebbe trovato una situazione
religiosamente precaria: "Non c'è molto amor di Dio in
quella parrocchia; voi ce ne metterete". Era, di
conseguenza, pienamente consapevole che doveva andarvi ad
incarnare la presenza di Cristo, testimoniandone la tenerezza
salvifica: "[Mio Dio], accordatemi la conversione della mia
parrocchia; accetto di soffrire tutto quello che vorrete per
tutto il tempo della mia vita!", fu con questa preghiera
che iniziò la sua missione.7 Alla conversione della sua
parrocchia il Santo Curato si dedicò con tutte le sue energie,
ponendo in cima ad ogni suo pensiero la formazione cristiana del
popolo a lui affidato. Cari fratelli nel Sacerdozio, chiediamo
al Signore Gesù la grazia di poter apprendere anche noi il
metodo pastorale di san Giovanni Maria Vianney! Ciò che per
prima cosa dobbiamo imparare è la sua totale identificazione
col proprio ministero. In Gesù, Persona e Missione tendono a
coincidere: tutta la sua azione salvifica era ed è espressione
del suo "Io filiale" che, da tutta l’eternità, sta
davanti al Padre in atteggiamento di amorosa sottomissione alla
sua volontà. Con umile ma vera analogia, anche il sacerdote
deve anelare a questa identificazione. Non si tratta certo di
dimenticare che l’efficacia sostanziale del ministero resta
indipendente dalla santità del ministro; ma non si può neppure
trascurare la straordinaria fruttuosità generata
dall’incontro tra la santità oggettiva del ministero e quella
soggettiva del ministro. Il Curato d’Ars iniziò subito
quest’umile e paziente lavoro di armonizzazione tra la sua
vita di ministro e la santità del ministero a lui affidato,
decidendo di "abitare" perfino materialmente
nella sua chiesa parrocchiale: "Appena arrivato
egli scelse la chiesa a sua dimora... Entrava in chiesa prima
dell’aurora e non ne usciva che dopo l’Angelus della sera. Là
si doveva cercarlo quando si aveva bisogno di lui",
si legge nella prima biografia.8
L’esagerazione devota del pio agiografo non deve farci
trascurare il fatto che il Santo Curato seppe anche
"abitare" attivamente in tutto il territorio della sua
parrocchia: visitava sistematicamente gli ammalati e le
famiglie; organizzava missioni popolari e feste patronali;
raccoglieva ed amministrava denaro per le sue opere caritative e
missionarie; abbelliva la sua chiesa e la dotava di arredi
sacri; si occupava delle orfanelle della "Providence"
(un istituto da lui fondato) e delle loro educatrici; si
interessava dell’istruzione dei bambini; fondava confraternite
e chiamava i laici a collaborare con lui.
Il suo esempio mi induce a evidenziare gli spazi di
collaborazione che è doveroso estendere sempre più ai fedeli
laici, coi quali i presbiteri formano l’unico popolo
sacerdotale 9 e in mezzo ai quali, in virtù del sacerdozio
ministeriale, si trovano "per condurre tutti all’unità
della carità, ‘amandosi l’un l’altro con la carità
fraterna, prevenendosi a vicenda nella deferenza’ (Rm
12,10)".10 È da ricordare, in questo contesto, il caloroso
invito con il quale il Concilio Vaticano II incoraggia i
presbiteri a "riconoscere e promuovere sinceramente la
dignità dei laici, nonché il loro ruolo specifico
nell’ambito della missione della Chiesa… Siano pronti ad
ascoltare il parere dei laici, considerando con interesse
fraterno le loro aspirazioni e giovandosi della loro esperienza
e competenza nei diversi campi dell’attività umana, in modo
da poter insieme a loro riconoscere i segni dei tempi".11
Ai suoi parrocchiani il Santo Curato insegnava soprattutto con
la testimonianza della vita. Dal suo esempio i fedeli imparavano
a pregare, sostando volentieri davanti al tabernacolo per una
visita a Gesù Eucaristia.12 "Non c’è bisogno di parlar
molto per ben pregare" – spiegava loro il Curato -
"Si sa che Gesù è là, nel santo tabernacolo: apriamogli
il nostro cuore, rallegriamoci della sua santa presenza. È
questa la migliore preghiera".13 Ed esortava: "Venite
alla comunione, fratelli miei, venite da Gesù. Venite a vivere
di Lui per poter vivere con Lui...14 "È vero che non ne
siete degni, ma ne avete bisogno!".15 Tale
educazione dei fedeli alla presenza eucaristica e alla
comunione acquistava un’efficacia particolarissima,
quando i fedeli lo vedevano celebrare il Santo Sacrificio della
Messa. Chi vi assisteva diceva che "non era
possibile trovare una figura che meglio esprimesse
l’adorazione... Contemplava l’Ostia amorosamente".16
"Tutte le buone opere riunite non equivalgono al sacrificio
della Messa, perché quelle sono opere di uomini, mentre la
Santa Messa è opera di Dio»,17 diceva. Era convinto che dalla
Messa dipendesse tutto il fervore della vita di un prete: «La
causa della rilassatezza del sacerdote è che non fa attenzione
alla Messa! Mio Dio, come è da compiangere un prete che celebra
come se facesse una cosa ordinaria!".18 Ed aveva preso
l’abitudine di offrire sempre, celebrando, anche il sacrificio
della propria vita: "Come fa bene un prete ad offrirsi a
Dio in sacrificio tutte le mattine!".19
Questa immedesimazione personale al Sacrificio della Croce lo
conduceva – con un solo movimento interiore – dall’altare
al confessionale. I sacerdoti non dovrebbero mai rassegnarsi a
vedere deserti i loro confessionali né limitarsi a constatare
la disaffezione dei fedeli nei riguardi di questo sacramento. Al
tempo del Santo Curato, in Francia, la confessione non era né
più facile, né più frequente che ai nostri giorni, dato che
la tormenta rivoluzionaria aveva soffocato a lungo la pratica
religiosa. Ma egli cercò in ogni modo, con la predicazione e
con il consiglio persuasivo, di far riscoprire ai suoi
parrocchiani il significato e la bellezza della Penitenza
sacramentale, mostrandola come un’esigenza intima della
Presenza eucaristica. Seppe così dare il via a un circolo
virtuoso. Con le lunghe permanenze in chiesa davanti al
tabernacolo fece sì che i fedeli cominciassero ad imitarlo,
recandovisi per visitare Gesù, e fossero, al tempo stesso,
sicuri di trovarvi il loro parroco, disponibile all’ascolto e
al perdono. In seguito, fu la folla crescente dei penitenti,
provenienti da tutta la Francia, a trattenerlo nel confessionale
fino a 16 ore al giorno. Si diceva allora che Ars era diventata "il
grande ospedale delle anime".20 "La grazia che egli
otteneva [per la conversione dei peccatori] era sì forte che
essa andava a cercarli senza lasciar loro un momento di
tregua!", dice il primo biografo.21 Il Santo Curato non la
pensava diversamente, quando diceva: "Non è il peccatore
che ritorna a Dio per domandargli perdono, ma è Dio stesso che
corre dietro al peccatore e lo fa tornare a Lui".22
"Questo buon Salvatore è così colmo d’amore che ci
cerca dappertutto".23
Tutti noi sacerdoti dovremmo sentire che ci riguardano
personalmente quelle parole che egli metteva in bocca a Cristo:
"Incaricherò i miei ministri di annunciare ai peccatori
che sono sempre pronto a riceverli, che la mia misericordia è
infinita".24 Dal Santo Curato d’Ars noi sacerdoti
possiamo imparare non solo un’inesauribile fiducia nel
sacramento della Penitenza che ci spinga a rimetterlo al centro
delle nostre preoccupazioni pastorali, ma anche il metodo del
"dialogo di salvezza" che in esso si deve svolgere. Il
Curato d’Ars aveva una maniera diversa di atteggiarsi con i
vari penitenti. Chi veniva al suo confessionale attratto da un
intimo e umile bisogno del perdono di Dio, trovava in lui
l’incoraggiamento ad immergersi nel "torrente della
divina misericordia" che trascina via tutto nel suo impeto.
E se qualcuno era afflitto al pensiero della propria debolezza e
incostanza, timoroso di future ricadute, il Curato gli rivelava
il segreto di Dio con un’espressione di toccante bellezza:
"Il buon Dio sa tutto. Prima ancora che voi vi confessiate,
sa già che peccherete ancora e tuttavia vi perdona. Come è
grande l’amore del nostro Dio che si spinge fino a
dimenticare volontariamente l’avvenire, pur di
perdonarci!".25 A chi, invece, si accusava in maniera
tiepida e quasi indifferente, offriva, attraverso le sue stesse
lacrime, la seria e sofferta evidenza di quanto
quell’atteggiamento fosse "abominevole":
"Piango perché voi non piangete",26 diceva. "Se
almeno il Signore non fosse così buono! Ma è così buono!
Bisogna essere barbari a comportarsi così davanti a un Padre
così buono!".27 Faceva nascere il pentimento nel cuore dei
tiepidi, costringendoli a vedere, con i propri occhi, la
sofferenza di Dio per i peccati quasi "incarnata" nel
volto del prete che li confessava. A chi, invece, si presentava
già desideroso e capace di una più profonda vita spirituale,
spalancava le profondità dell’amore, spiegando l’indicibile
bellezza di poter vivere uniti a Dio e alla sua presenza:
"Tutto sotto gli occhi di Dio, tutto con Dio, tutto per
piacere a Dio... Com’è bello!".28 E insegnava loro a
pregare: "Mio Dio, fammi la grazia di amarti tanto quanto
è possibile che io t’ami".29
Il Curato d’Ars, nel suo tempo, ha saputo trasformare il cuore
e la vita di tante persone, perché è riuscito a far loro
percepire l’amore misericordioso del Signore. Urge anche nel
nostro tempo un simile annuncio e una simile testimonianza della
verità dell’Amore: Deus caritas est (1 Gv
4,8). Con la Parola e con i Sacramenti del suo Gesù, Giovanni
Maria Vianney sapeva edificare il suo popolo, anche se spesso
fremeva convinto della sua personale inadeguatezza, al punto da
desiderare più volte di sottrarsi alle responsabilità del
ministero parrocchiale di cui si sentiva indegno. Tuttavia con
esemplare obbedienza restò sempre al suo posto, perché lo
divorava la passione apostolica per la salvezza delle anime.
Cercava di aderire totalmente alla propria vocazione e missione
mediante un’ascesi severa: "La grande sventura per noi
parroci - deplorava il Santo - è che l’anima si
intorpidisce" 30; ed intendeva con questo un pericoloso
assuefarsi del pastore allo stato di peccato o di indifferenza
in cui vivono tante sue pecorelle. Egli teneva a freno il corpo,
con veglie e digiuni, per evitare che opponesse resistenze alla
sua anima sacerdotale. E non rifuggiva dal mortificare se stesso
a bene delle anime che gli erano affidate e per contribuire
all’espiazione dei tanti peccati ascoltati in confessione.
Spiegava ad un confratello sacerdote: "Vi dirò qual è la
mia ricetta: dò ai peccatori una penitenza piccola e il resto
lo faccio io al loro posto".31 Al di là delle concrete
penitenze a cui il Curato d’Ars si sottoponeva, resta comunque
valido per tutti il nucleo del suo insegnamento: le anime
costano il sangue di Gesù e il sacerdote non può dedicarsi
alla loro salvezza se rifiuta di partecipare personalmente al
"caro prezzo"della redenzione.
Nel mondo di oggi, come nei difficili tempi del Curato d’Ars,
occorre che i presbiteri nella loro vita e azione si distinguano
per una forte testimonianza evangelica. Ha giustamente
osservato Paolo VI: "L’uomo contemporaneo ascolta più
volentieri i testimoni che i maestri, o se ascolta i maestri lo
fa perché sono dei testimoni".32 Perché non nasca un
vuoto esistenziale in noi e non sia compromessa l’efficacia
del nostro ministero, occorre che ci interroghiamo sempre di
nuovo: "Siamo veramente pervasi dalla Parola di Dio? È
vero che essa è il nutrimento di cui viviamo, più di quanto lo
siano il pane e le cose di questo mondo? La conosciamo davvero?
La amiamo? Ci occupiamo interiormente di questa Parola al punto
che essa realmente dia un’impronta alla nostra vita e formi il
nostro pensiero?".33 Come Gesù chiamò i Dodici perché
stessero con Lui (cfr Mc 3,14) e solo dopo li mandò a
predicare, così anche ai giorni nostri i sacerdoti sono
chiamati ad assimilare quel "nuovo stile di vita" che
è stato inaugurato dal Signore Gesù ed è stato fatto proprio
dagli Apostoli.34
Fu proprio l’adesione senza riserve a questo "nuovo stile
di vita" che caratterizzò l’impegno ministeriale del
Curato d’Ars. Il Papa Giovanni XXIII nella Lettera enciclica Sacerdotii
nostri primordia, pubblicata nel 1959, primo centenario
della morte di san Giovanni Maria Vianney, ne presentava la
fisionomia ascetica con particolare riferimento al tema dei
"tre consigli evangelici", giudicati necessari anche
per i presbiteri: "Se, per raggiungere questa santità di
vita, la pratica dei consigli evangelici non è imposta al
sacerdote in virtù dello stato clericale, essa si presenta
nondimeno a lui, come a tutti i discepoli del Signore, come la
via regolare della santificazione cristiana".35 Il Curato
d’Ars seppe vivere i "consigli evangelici" nelle
modalità adatte alla sua condizione di presbitero. La
sua povertà, infatti, non fu quella di un religioso o
di un monaco, ma quella richiesta ad un prete: pur maneggiando
molto denaro (dato che i pellegrini più facoltosi non mancavano
di interessarsi alle sue opere di carità), egli sapeva che
tutto era donato alla sua chiesa, ai suoi poveri, ai suoi
orfanelli, alle ragazze della sua "Providence",36alle
sue famiglie più disagiate. Perciò egli "era ricco per
dare agli altri ed era molto povero per se stesso".37
Spiegava: "Il mio segreto è semplice: dare tutto e non
conservare niente".38 Quando si trovava con le mani vuote,
ai poveri che si rivolgevano a lui diceva contento: "Oggi
sono povero come voi, sono uno dei vostri".39 Così, alla
fine della vita, poté affermare con assoluta serenità:
"Non ho più niente. Il buon Dio ora può chiamarmi quando
vuole!".40 Anche la sua castità era quella
richiesta a un prete per il suo ministero. Si può dire che era
la castità conveniente a chi deve toccare abitualmente
l’Eucaristia e abitualmente la guarda con tutto il trasporto
del cuore e con lo stesso trasporto la dona ai suoi fedeli.
Dicevano di lui che "la castità brillava nel suo
sguardo", e i fedeli se ne accorgevano quando egli si
volgeva a guardare il tabernacolo con gli occhi di un
innamorato.41 Anche l’obbedienza di san Giovanni
Maria Vianney fu tutta incarnata nella sofferta adesione alle
quotidiane esigenze del suo ministero. È noto quanto egli fosse
tormentato dal pensiero della propria inadeguatezza al ministero
parrocchiale e dal desiderio di fuggire "a piangere la sua
povera vita, in solitudine".42 Solo l’obbedienza e la
passione per le anime riuscivano a convincerlo a restare al suo
posto. A se stesso e ai suoi fedeli spiegava: "Non ci sono
due maniere buone di servire Dio. Ce n’è una sola: servirlo
come lui vuole essere servito".43 La regola d’oro per una
vita obbediente gli sembrava questa: "Fare solo ciò che può
essere offerto al buon Dio".44
Nel contesto della spiritualità alimentata dalla pratica dei
consigli evangelici, mi è caro rivolgere ai sacerdoti, in
quest’Anno a loro dedicato, un particolare invito a saper
cogliere la nuova primavera che lo Spirito sta suscitando ai
giorni nostri nella Chiesa, non per ultimo attraverso i
Movimenti ecclesiali e le nuove Comunità. "Lo Spirito nei
suoi doni è multiforme… Egli soffia dove vuole. Lo fa in modo
inaspettato, in luoghi inaspettati e in forme prima non
immaginate… ma ci dimostra anche che Egli opera in vista
dell’unico Corpo e nell’unità dell’unico Corpo".45 A
questo proposito, vale l’indicazione del Decreto Presbyterorum
ordinis: "Sapendo discernere quali spiriti abbiano
origine da Dio, (i presbiteri) devono scoprire con senso di fede
i carismi, sia umili che eccelsi, che sotto molteplici forme
sono concessi ai laici, devono ammetterli con gioia e fomentarli
con diligenza".46 Tali doni che spingono non pochi a una
vita spirituale più elevata, possono giovare non solo per i
fedeli laici ma per gli stessi ministri. Dalla comunione tra
ministri ordinati e carismi, infatti, può scaturire "un
valido impulso per un rinnovato impegno della Chiesa
nell’annuncio e nella testimonianza del Vangelo della speranza
e della carità in ogni angolo del mondo".47 Vorrei inoltre
aggiungere, sulla scorta dell’Esortazione apostolica Pastores
dabo vobis del Papa Giovanni Paolo II, che il ministero
ordinato ha una radicale ‘forma comunitaria’ e può
essere assolto solo nella comunione dei presbiteri con il loro
Vescovo.48 Occorre che questa comunione fra i sacerdoti e col
proprio Vescovo, basata sul sacramento dell’Ordine e
manifestata nella concelebrazione eucaristica, si traduca nelle
diverse forme concrete di una fraternità sacerdotale effettiva
ed affettiva.49 Solo così i sacerdoti sapranno vivere in
pienezza il dono del celibato e saranno capaci di far fiorire
comunità cristiane nelle quali si ripetano i prodigi della
prima predicazione del Vangelo.
L’Anno Paolino che volge al termine orienta il nostro pensiero
anche verso l’Apostolo delle genti, nel quale rifulge davanti
ai nostri occhi uno splendido modello di sacerdote, totalmente
"donato" al suo ministero. "L’amore del Cristo
ci possiede – egli scriveva – e noi sappiamo bene che uno è
morto per tutti, dunque tutti sono morti" (2 Cor 5,14).
Ed aggiungeva: "Egli è morto per tutti, perché quelli che
vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto
e risorto per loro" (2 Cor. 5,15). Quale programma
migliore potrebbe essere proposto ad un sacerdote impegnato ad
avanzare sulla strada delle perfezione cristiana?
Cari sacerdoti, la celebrazione del 150.mo anniversario della
morte di san Giovanni Maria Vianney (1859) segue immediatamente
le celebrazioni appena concluse del 150.mo anniversario delle
apparizioni di Lourdes (1858). Già nel 1959 il beato Papa
Giovanni XXIII aveva osservato: "Poco prima che il Curato
d'Ars concludesse la sua lunga carriera piena di meriti, la
Vergine Immacolata era apparsa, in un’altra regione di
Francia, ad una fanciulla umile e pura, per trasmetterle un
messaggio di preghiera e di penitenza, di cui è ben nota, da un
secolo, l'immensa risonanza spirituale. In realtà la vita del
santo sacerdote, di cui celebriamo il ricordo, era in anticipo
un’illustrazione vivente delle grandi verità soprannaturali
insegnate alla veggente di Massabielle. Egli stesso aveva per
l'Immacolata Concezione della Santissima Vergine una vivissima
devozione, lui che nel 1836 aveva consacrato la sua parrocchia a
Maria concepita senza peccato, e doveva accogliere con tanta
fede e gioia la definizione dogmatica del 1854".50 Il Santo
Curato ricordava sempre ai suoi fedeli che "Gesù Cristo
dopo averci dato tutto quello che ci poteva dare, vuole ancora
farci eredi di quanto egli ha di più prezioso, vale a dire
della sua Santa Madre".51
Alla Vergine Santissima affido questo Anno Sacerdotale,
chiedendole di suscitare nell’animo di ogni presbitero un
generoso rilancio di quegli ideali di totale donazione a Cristo
ed alla Chiesa che ispirarono il pensiero e l’azione del Santo
Curato d’Ars. Con la sua fervente vita di preghiera e il suo
appassionato amore a Gesù crocifisso Giovanni Maria Vianney
alimentò la sua quotidiana donazione senza riserve a Dio e alla
Chiesa. Possa il suo esempio suscitare nei sacerdoti quella
testimonianza di unità con il Vescovo, tra loro e con i laici
che è, oggi come sempre, tanto necessaria. Nonostante il male
che vi è nel mondo, risuona sempre attuale la parola di Cristo
ai suoi Apostoli nel Cenacolo: "Nel mondo avrete
tribolazioni, ma abbiate coraggio: io ho vinto il mondo" (Gv
16,33). La fede nel Maestro divino ci dà la forza per guardare
con fiducia al futuro. Cari sacerdoti, Cristo conta su di voi.
Sull’esempio del Santo Curato d’Ars, lasciatevi conquistare
da Lui e sarete anche voi, nel mondo di oggi, messaggeri di
speranza, di riconciliazione, di pace!
Con la mia benedizione.
Dal Vaticano, 16 giugno 2009
BENEDICTUS PP.XVI
|