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ZI09031205 - 12/03/2009
Permalink: http://www.zenit.org/article-17497?l=italian

Rammarico del Papa per la questione dei Vescovi “lefevbriani”

Ringrazia “gli amici ebrei” che hanno aiutato a ristabilire amicizia e fiducia

Molti Vescovi, riconosce il Pontefice, “si sono sentiti perplessi davanti a un avvenimento verificatosi inaspettatamente e difficile da inquadrare positivamente nelle questioni e nei compiti della Chiesa di oggi”, e se numerosi presuli e fedeli “in linea di principio erano disposti a valutare in modo positivo la disposizione del Papa alla riconciliazione, a ciò tuttavia si contrapponeva la questione circa la convenienza di un simile gesto a fronte delle vere urgenze di una vita di fede nel nostro tempo”.

Alcuni gruppi, invece, hanno accusato “apertamente il Papa di voler tornare indietro, a prima del Concilio”.

“Si scatenava così una valanga di proteste, la cui amarezza rivelava ferite risalenti al di là del momento”.

Il “caso Williamson”

Il Papa confessa che il caso del Vescovo “lefebvriano” Richard Williamson, che in un'intervista rilasciata alla televisione svedese ha negato l'Olocausto, è stata “una disavventura per me imprevedibile”.

“Il gesto discreto di misericordia verso quattro Vescovi, ordinati validamente ma non legittimamente, è apparso all’improvviso come una cosa totalmente diversa: come la smentita della riconciliazione tra cristiani ed ebrei, e quindi come la revoca di ciò che in questa materia il Concilio aveva chiarito per il cammino della Chiesa”.

“Un invito alla riconciliazione con un gruppo ecclesiale implicato in un processo di separazione si trasformò cosi nel suo contrario: un apparente ritorno indietro rispetto a tutti i passi di riconciliazione tra cristiani ed ebrei fatti a partire dal Concilio – passi la cui condivisione e promozione fin dall’inizio era stato un obiettivo del mio personale lavoro teologico”.

Il Papa ha affermato di non poter fare altro che “deplorare profondamente” il fatto che la sovrapposizione della remissione della scomunica e delle dichiarazioni di Williamson “abbia disturbato la pace tra cristiani ed ebrei come pure la pace all’interno della Chiesa”.

Riconoscendo che gli è stato detto che “seguire con attenzione le notizie raggiungibili mediante l’Internet avrebbe dato la possibilità di venir tempestivamente a conoscenza del problema”, il Pontefice confessa di trarre “la lezione che in futuro nella Santa Sede dovremo prestar più attenzione a quella fonte di notizie”.

Allo stesso modo, si dice “rattristato dal fatto che anche cattolici, che in fondo avrebbero potuto sapere meglio come stanno le cose, abbiano pensato di dovermi colpire con un’ostilità pronta all’attacco”.

“Proprio per questo ringrazio tanto più gli amici ebrei che hanno aiutato a togliere di mezzo prontamente il malinteso e a ristabilire l’atmosfera di amicizia e di fiducia, che – come nel tempo di Papa Giovanni Paolo II – anche durante tutto il periodo del mio pontificato è esistita e, grazie a Dio, continua ad esistere”.

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ZI09031206 - 12/03/2009
Permalink: http://www.zenit.org/article-17498?l=italian

Il Pontefice spiega le ragioni della remissione della scomunica

L'unità nella Chiesa, l'ecumenismo e il dialogo interreligioso, priorità supreme

di Inma Álvarez

CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 12 marzo 2009 (ZENIT.org).- L'unità nella Chiesa, il dialogo ecumenico e le relazioni con le altre religioni fanno parte della stessa priorità di questo pontificato e sono la chiave che spiega la decisione del Papa di rimettere la scomunica ai Vescovi “lefebvriani”.

Lo dichiara lo stesso Pontefice nella Lettera ai Vescovi di tutto il mondo diffusa questo giovedì dalla Santa Sede, nella quale, dopo aver spiegato la vicenda e gli errori commessi, così come il futuro del dialogo con i seguaci di monsignor Lefebvre, spiega le motivazioni profonde che lo hanno portato a prendere questa decisione.

Il Pontefice si chiede se la riconciliazione con i “lefebvriani” sia “una priorità” e se non ci fossero cose “più importanti e più urgenti”. Per rispondere a questa domanda, ripercorre quelle che sono state e sono tuttora le priorità del suo pontificato.

Per il Papa, è di vitale importanza il compito di “condurre gli uomini verso Dio”, da che “deriva come logica conseguenza che dobbiamo avere a cuore l’unità dei credenti”.

“La loro discordia, infatti, la loro contrapposizione interna mette in dubbio la credibilità del loro parlare di Dio”, osserva, motivo per il quale “lo sforzo per la comune testimonianza di fede dei cristiani – per l’ecumenismo – è incluso nella priorità suprema”.

In questo obiettivo è compreso il dialogo interreligioso, vale a dire “la necessità che tutti coloro che credono in Dio cerchino insieme la pace, tentino di avvicinarsi gli uni agli altri, per andare insieme, pur nella diversità delle loro immagini di Dio, verso la fonte della Luce”.

“Se dunque l'impegno faticoso per la fede, per la speranza e per l’amore nel mondo costituisce in questo momento (e, in forme diverse, sempre) la vera priorità per la Chiesa, allora ne fanno parte anche le riconciliazioni piccole e medie”, osserva.

Al di là del “grande chiasso” suscitato, di cui bisogna “prendere atto”, il Papa si chiede se il gesto sia stato un errore.

“Era ed è, veramente sbagliato andare anche in questo caso incontro al fratello che “ha qualche cosa contro di te” (cfr Mt 5, 23s) e cercare la riconciliazione? Non deve forse anche la società civile tentare di prevenire le radicalizzazioni e di reintegrare i loro eventuali aderenti – per quanto possibile – nelle grandi forze che plasmano la vita sociale, per evitarne la segregazione con tutte le sue conseguenze?”.

Il Pontefice spiega come, quando ha deciso di scrivere questa Lettera, abbia dovuto commentare la Lettera di San Paolo ai Galati, in cui l'Apostolo avvertiva contro l'uso erroneo della libertà separata dall'amore.

“Purtroppo questo 'mordere e divorare' esiste anche oggi nella Chiesa come espressione di una libertà mal interpretata”, afferma. “Sempre di nuovo dobbiamo imparare la priorità suprema: l’amore”.

In questo senso, ringrazia “di cuore tutti quei numerosi Vescovi, che in questo tempo mi hanno donato segni commoventi di fiducia e di affetto e soprattutto mi hanno assicurato la loro preghiera”.

Non possono essere esclusi

Il Papa afferma che i seguaci di monsignor Lefevre non potevano essere esclusi dal dialogo, ma era necessario “impegnarsi per lo scioglimento di irrigidimenti e di restringimenti, così da far spazio a ciò che vi è di positivo e di ricuperabile per l’insieme”.

“A volte si ha l’impressione che la nostra società abbia bisogno di un gruppo almeno, al quale non riservare alcuna tolleranza; contro il quale poter tranquillamente scagliarsi con odio. E se qualcuno osa avvicinarglisi – in questo caso il Papa – perde anche lui il diritto alla tolleranza e può pure lui essere trattato con odio senza timore e riserbo”.

“Io stesso ho visto, negli anni dopo il 1988, come mediante il ritorno di comunità prima separate da Roma sia cambiato il loro clima interno; come il ritorno nella grande ed ampia Chiesa comune abbia fatto superare posizioni unilaterali e sciolto irrigidimenti cosi che poi ne sono emerse forze positive per l'insieme”.

Per il Pontefice, non si può essere indifferenti di fronte a “una comunità nella quale si trovano 491 sacerdoti, 215 seminaristi, 6 seminari, 88 scuole, 2 Istituti universitari, 117 frati, 164 suore e migliaia di fedeli”.

Circa l'atteggiamento di alcuni membri, il Papa ammette che “da molto tempo e poi di nuovo in quest’occasione concreta abbiamo sentito da rappresentanti di quella comunità molte cose stonate – superbia e saccenteria, fissazione su unilateralismi ecc”.

Ad ogni modo, afferma, “per amore della verità devo aggiungere che ho ricevuto anche una serie di testimonianze commoventi di gratitudine, nelle quali si rendeva percepibile un’apertura dei cuori. Ma non dovrebbe la grande Chiesa permettersi di essere anche generosa nella consapevolezza del lungo respiro che possiede; nella consapevolezza della promessa che le è stata data?”. “Non dobbiamo forse ammettere che anche nell’ambiente ecclesiale è emersa qualche stonatura?”.

Quanto ai sacerdoti della Fraternità, il Papa afferma che “non si sarebbero decisi per il sacerdozio se, accanto a diversi elementi distorti e malati, non ci fosse stato l'amore per Cristo e la volontà di annunciare Lui e con Lui il Dio vivente”.

“Possiamo noi semplicemente escluderli, come rappresentanti di un gruppo marginale radicale, dalla ricerca della riconciliazione e dell'unità? Che ne sarà poi?”.

 

12/03/2009 12:22
VATICANO
Papa: errori, incomprensioni e “odio” nella vicenda dei vescovi lefebvriani

http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=14706&size=A
 
In una lettera a tutti i vescovi cattolici, Benedetto XVI spiega che la sua decisione di rimettere la scomunica è dettato dalla ricerca dell’unità, essenziale in un mondo nel quale “Dio sparisce dall’orizzonte degli uomini”. Ci sono stati errori da parte del Vaticano, ma un mal interpretato senso della libertà ha portato a mettere in discussione la pace nella Chiesa, nella quale la Fraternità e i suoi ministri “non esercitano in modo legittimo alcun ministero”.
 
 
Città del Vaticano (AsiaNews) - Nella vicenda legata alla remissione della scomunica ai quattro vescovi lefebvriani – intrecciatasi con quella del negazionista mons. Williamson – c’è stata “all’interno e fuori della Chiesa Cattolica una discussione di una tale veemenza quale da molto tempo non si era più sperimentata”, lo stesso Papa è stato “trattato con odio senza timore e riserbo” e “con ostilità pronta all’attacco”, senza rendersi conto che il gesto di riconciliazine fa parte di quell’impegno a rendere presente Dio nella storia, che è fondamentale per la Chiesa. A scriverlo è lo stesso Benedetto XVI nella “Lettera ai Vescovi della Chiesa Cattolica riguardo alla remissione della scomunica dei quattro Vescovi consacrati dall’Arcivescovo Lefebvre”, resa pubblica oggi.
 
La lettera vuole chiarire l’intera vicenda per “contribuire in questo modo alla pace nella Chiesa”. E di “pace nella Chiesa” Benedetto XVI parla significativamente per due volte. A tale scopo egli riconosce che da parte vaticana sono stati commessi errori: fondamentale appare l’affermazione che “la portata e i limiti del provvedimento del 21 gennaio 2009 non sono stati illustrati in modo sufficientemente chiaro al momento della sua pubblicazione”. C’è da aggiungere che a spegnere le polemiche non è bastata neppure la nota successivamente diffusa dalla Segreteria di Stato. E anche nella “disavventura” del vescovo Williamson - che sostanzialmente nega la Shoah - c’è stata mancanza di informazione.
 
“Sono rimasto rattristato dal fatto che anche cattolici, che in fondo avrebbero potuto sapere meglio come stanno le cose, abbiano pensato di dovermi colpire con un’ostilità pronta all’attacco. Proprio per questo ringrazio tanto più gli amici ebrei che hanno aiutato a togliere di mezzo prontamente il malinteso e a ristabilire l’atmosfera di amicizia e di fiducia, che – come nel tempo di Papa Giovanni Paolo II – anche durante tutto il periodo del mio pontificato è esistita e, grazie a Dio, continua ad esistere”.
 
Eliminata la questione Williamson, dopo aver sostanzialmente detto che chi poteva e doveva informarlo non l’ha fatto, Benedetto XVI spiega motivi e fini della remissione della scomunica.
 
 
Essa aveva ed ha sempre lo scopo “di richiamare le persone punite in questo modo al pentimento e al ritorno all’unità”. “La remissione della scomunica mira allo stesso scopo a cui serve la punizione: invitare i quattro Vescovi ancora una volta al ritorno”. D’altro canto “questo gesto era possibile dopo che gli interessati avevano espresso il loro riconoscimento in linea di principio del Papa e della sua potestà di Pastore, anche se con delle riserve in materia di obbedienza alla sua autorità dottrinale e a quella del Concilio”. La scomunica - e la sua remissione - d’altro canto riguarda le persone  “liberate dal peso di coscienza costituito dalla punizione ecclesiastica più grave”, ma non le comunità, compresa la Fraternità San Pio X, di mons. Lefebvre e dei suoi seguaci.
 
Chiarita la situazione, Benedetto XVI risponde anche alla accusa più frequente contro la sua decisione, quella sulla “convenienza di un simile gesto a fronte delle vere urgenze di una vita di fede nel nostro tempo”. “Certamente ci sono delle cose più importanti e più urgenti”, ma la “prima priorità” per il successore di Pietro, quella “che sta al di sopra di tutte è di rendere Dio presente in questo mondo e di aprire agli uomini l’accesso a Dio”. Perché “il vero problema in questo nostro momento della storia è che Dio sparisce dall’orizzonte degli uomini e che con lo spegnersi della luce proveniente da Dio l’umanità viene colta dalla mancanza di orientamento, i cui effetti distruttivi ci si manifestano sempre di più”. “Da qui deriva come logica conseguenza che dobbiamo avere a cuore l’unità dei credenti”. Se questo è l’obiettivo, era ed è sbagliato “tendere la mano” ad una “comunità nella quale si trovano 491 sacerdoti, 215 seminaristi, 6 seminari, 88 scuole, 2 Istituti universitari, 117 frati, 164 suore e migliaia di fedeli?”. “Possiamo noi semplicemente escluderli, come rappresentanti di un gruppo marginale radicale, dalla ricerca della riconciliazione e dell’unità? Che ne sarà poi?”.

 

“Purtroppo”, conclude il Papa, dobbiamo ammettere che il "mordere e divorare" del quale parla San Paolo ai Galati “esiste anche oggi nella Chiesa come espressione di una libertà mal interpretata. È forse motivo di sorpresa che anche noi non siamo migliori dei Galati? Che almeno siamo minacciati dalle stesse tentazioni? Che dobbiamo imparare sempre di nuovo l’uso giusto della libertà? E che sempre di nuovo dobbiamo imparare la priorità suprema: l’amore?”.
 
“Il Signore – sono le ultime parole della Lettera - protegga tutti noi e ci conduca sulla via della pace. . È un augurio che mi sgorga spontaneo dal cuore in questo inizio di Quaresima, che è tempo liturgico particolarmente favorevole alla purificazione interiore e che tutti ci invita a guardare con speranza rinnovata al traguardo luminoso della Pasqua”.