ZI08042008 - 20/04/2008
Permalink: http://www.zenit.org/article-14125?l=italianOmelia di Benedetto XVI allo
"Yankee Stadium" di New York
NEW YORK, domenica, 20 aprile 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito l'omelia pronunciata questa
domenica da Benedetto XVI durante la Santa Messa celebrata allo "Yankee Stadium"
di New York.
* * *
[In inglese]
Cari Fratelli e Sorelle in Cristo,
nel Vangelo che abbiamo or ora ascoltato, Gesù dice ai suoi Apostoli di riporre la
loro fede in lui, poiché egli è "la via, la verità e la vita" (Gv
14,6). Cristo è la via che conduce al Padre, la verità che dà significato all’umana
esistenza, e la sorgente di quella vita che è gioia eterna con tutti i Santi nel Regno
dei cieli. Prendiamo il Signore in parola! Rinnoviamo la fede in lui e mettiamo ogni
nostra speranza nelle sue promesse!
Con questo incoraggiamento a perseverare nella fede di Pietro (cfr Lc 22,32; Mt
16,17), vi saluto tutti con grande affetto. Ringrazio il Cardinale Egan per le cordiali
parole di benvenuto pronunciate a vostro nome. In questa Messa la Chiesa che è negli
Stati Uniti celebra il 200° anniversario della creazione delle sedi di New York, Boston,
Filadelfia e Louisville dallo smembramento della sede madre di Baltimora. La presenza,
attorno a questo altare, del Successore di Pietro, dei suoi confratelli Vescovi e
sacerdoti, dei diaconi, dei consacrati e delle consacrate, come pure dei fedeli laici
provenienti dai 50 Stati dell’Unione, manifesta in maniera eloquente la nostra comunione
nella fede cattolica che ci è giunta dagli Apostoli.
La celebrazione odierna è anche un segno della crescita impressionante che Dio ha
concesso alla Chiesa nel vostro Paese nei trascorsi duecento anni. Da piccolo gregge come
quello descritto nella prima lettura, la Chiesa in America è stata edificata nella
fedeltà ai due comandamenti dell’amore a Dio e dell’amore al prossimo. In questa
terra di libertà e di opportunità, la Chiesa ha unito greggi molto diversi nella
professione di fede e, attraverso le sue molte opere educative, caritative e sociali, ha
contribuito in modo significativo anche alla crescita della società americana nel suo
insieme.
Questo grande risultato non è stato senza sfide. La prima lettura odierna, dagli Atti
degli Apostoli, parla di tensioni linguistiche e culturali presenti già all’interno
della primitiva comunità ecclesiale. Nello stesso tempo, essa mostra la potenza della
Parola di Dio, proclamata autorevolmente dagli Apostoli e ricevuta nella fede, per creare
un’unità capace di trascendere le divisioni provenienti dai limiti e dalle debolezze
umane. Ci viene qui ricordata una verità fondamentale: che l’unità della Chiesa non ha
altro fondamento se non quello della Parola di Dio, divenuta carne in Cristo Gesù nostro
Signore. Tutti i segni esterni di identità, tutte le strutture, associazioni o programmi,
per quanto validi o addirittura essenziali possano essere, esistono in ultima analisi
soltanto per sostenere e promuovere la più profonda unità la quale, in Cristo, è dono
indefettibile di Dio alla sua Chiesa.
La prima lettura mostra, inoltre, come vediamo nell’imposizione delle mani sui primi
diaconi, che l’unità della Chiesa è "apostolica", cioè un’unità visibile
fondata sugli Apostoli, che Cristo ha scelto e costituito come testimoni della sua
risurrezione, ed è nata da ciò che la Scrittura chiama "l’obbedienza della
fede" (Rm 1,5; At 6,7).
"Autorità"… "obbedienza". Ad essere franchi, queste non sono
parole facili da pronunciare oggi. Parole come queste rappresentano una "pietra d’inciampo"
per molti nostri contemporanei, specie in una società che giustamente dà grande valore
alla libertà personale. Eppure, alla luce della nostra fede in Gesù Cristo – "la
vita, la verità e la vita" – arriviamo a vedere il senso più pieno, il valore e
addirittura la bellezza, di tali parole. Il Vangelo ci insegna che la vera libertà, la
libertà dei figli di Dio, può essere trovata soltanto nella perdita di sé che è parte
del mistero dell’amore. Solo perdendo noi stessi, il Signore ci dice, ritroviamo
veramente noi stessi (cfr Lc 17,33). La vera libertà fiorisce quando ci allontaniamo dal
giogo del peccato, che annebbia le nostre percezioni e indebolisce la nostra
determinazione, e vede la fonte della nostra felicità definitiva in lui, che è amore
infinito, libertà infinita, vita senza fine. "Nella sua volontà vi è la nostra
pace".
La vera libertà perciò è un dono gratuito di Dio, il frutto della conversione alla
sua verità, quella verità che ci rende liberi (cfr Gv 8,32). E tale libertà
nella verità porta nella sua scia un nuovo e liberante modo di guardare la realtà.
Quando ci poniamo nel "pensiero di Cristo" (cfr Fil 2,5), ci si aprono
nuovi orizzonti! Alla luce della fede, dentro la comunione della Chiesa, troviamo anche l’ispirazione
e la forza per diventare lievito del Vangelo in questo mondo. Diveniamo luce del mondo,
sale della terra (cfr Mt 5,13-14), a cui è affidato l’"apostolato" di
conformare le nostre vite ed il mondo in cui viviamo sempre più pienamente al piano
salvifico di Dio.
La visione magnifica di un mondo trasformato dalla verità liberante del Vangelo è
riflessa nella descrizione della Chiesa che troviamo nella seconda lettura di oggi. L’Apostolo
ci dice che Cristo, risorto dai morti, è la pietra d’angolo di un grande tempio che
viene edificato ancor oggi nello Spirito. E noi, membra del suo corpo, mediante il
Battesimo siamo diventati "pietre vive" di quel tempio, partecipando per grazia
alla vita di Dio, benedetti con la libertà dei figli di Dio, e resi capaci di offrire
sacrifici spirituali piacevoli a lui (cfr 1 Pt 2,5). Qual è questa offerta che
siamo chiamati a fare, se non quella di rivolgere ogni pensiero, parola o atto alla
verità del Vangelo e porre ogni nostra energia al servizio del Regno di Dio? Solo così
possiamo costruire con Dio, sul fondamento che è Cristo (cfr 1 Cor 3,11). Solo
così possiamo edificare qualcosa che sia realmente durevole. Solo così la nostra vita
trova il significato ultimo e porta frutti duraturi.
Oggi ricordiamo i duecento anni di un lavacro nella storia della Chiesa negli Stati
Uniti: il suo primo grande capitolo della crescita. In questi 200 anni il volto della
comunità cattolica nel vostro Paese è grandemente cambiato. Pensiamo alle ondate
successive di emigranti le cui tradizioni hanno così grandemente arricchito la Chiesa in
America. Pensiamo alla fede forte che ha edificato la rete di chiese, di istituzioni
educative, di salute e sociali che da lungo tempo sono il marchio distintivo della Chiesa
in questa terra. Pensiamo anche a quegli innumerevoli padri e a quelle madri che hanno
trasmesso la fede ai figli, il ministero quotidiano dei molti sacerdoti che hanno speso la
propria vita nella cura delle anime, il contributo incalcolabile di così numerosi
consacrati e consacrate, i quali non solo hanno insegnato ai bimbi a leggere e a scrivere,
ma hanno anche ispirato in loro un desiderio di tutta la vita di conoscere Dio, di amarlo
e di servirlo. Quanti "sacrifici spirituali graditi a Dio" sono stati offerti
nei trascorsi due secoli! In questa terra di libertà religiosa i cattolici hanno trovato
non soltanto la libertà di praticare la propria fede ma anche di partecipare pienamente
alla vita civile, recando con sé le proprie convinzioni morali nella pubblica arena,
cooperando con i vicini nel forgiare una vibrante società democratica. La celebrazione
odierna è più che un’occasione di gratitudine per le grazie ricevute: è un richiamo a
proseguire in avanti con ferma determinazione ad usare saggiamente delle benedizioni della
libertà, per edificare un futuro di speranza per le generazioni future.
"Voi siete la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo che
Dio si è acquisito perché proclami le opere meravigliose di lui" (1 Pt 2,9).
Queste parole dell’apostolo Pietro non ci ricordano soltanto la dignità che ci è
propria per grazia di Dio, ma sono anche una sfida ad una fedeltà sempre più grande alla
gloriosa eredità ricevuta in Cristo (cfr Ef 1,18). Ci sfidano ad esaminare le
nostre coscienze, a purificare i nostri cuori, a rinnovare l’impegno battesimale a
respingere satana e tutte le sue vuote promesse. Ci sfidano ad essere un popolo della
gioia, araldi della speranza che non perisce (cfr Rm 5,5) nata dalla fede nella
parola di Dio e dalla fiducia nelle sue promesse.
Ogni giorno in questa terra voi e molti dei vostri vicini pregano il Padre con le
parole stesse del Signore: "Venga il tuo Regno". Tale preghiera deve forgiare la
mente ed il cuore di ogni cristiano in questa Nazione. Deve portar frutto nel modo in cui
vivete la vostra esistenza e nella maniera nella quale costruite la vostra famiglia e la
vostra comunità. Deve creare nuovi "luoghi di speranza" (cfr Spe salvi,
32 ss) in cui il Regno di Dio si fa presente in tutta la sua potenza salvifica.
Pregare con fervore per la venuta del Regno significa inoltre essere costantemente all’erta
per i segni della sua presenza, operando per la sua crescita in ogni settore della
società. Vuol dire affrontare le sfide del presente e del futuro fiduciosi nella vittoria
di Cristo ed impegnandosi per l’avanzamento del suo Regno. Significa superare ogni
separazione tra fede e vita, opponendosi ai falsi vangeli di libertà e di felicità. Vuol
dire inoltre respingere la falsa dicotomia tra fede e vita politica, poiché come ha
affermato il Concilio Vaticano II, "nessuna attività umana, neanche nelle cose
temporali, può essere sottratta al dominio di Dio" (Lumen gentium, 36). Ciò
vuol dire agire per arricchire la società e la cultura americane della bellezza e della
verità del Vangelo, mai perdendo di vista quella grande speranza che dà significato e
valore a tutte le altre speranze che ispirano la nostra vita.
Questa, cari amici, è la sfida che pone oggi a voi il Successore di Pietro. Quale
"stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa", seguite con fedeltà le orme
di quanti vi hanno preceduto! Affrettate la venuta del Regno di Dio in questa terra! Le
passate generazioni vi hanno lasciato un’eredità straordinaria. Anche ai nostri giorni
la comunità cattolica di questa Nazione è stata grande nella testimonianza profetica in
difesa della vita, nell’educazione dei giovani, nella cura dei poveri, dei malati e dei
forestieri tra voi. Su queste solide basi il futuro della Chiesa in America deve anche
oggi iniziare a sorgere.
Ieri, non lontano da qui, sono stato colpito dalla gioia, dalla speranza e dall’amore
generoso per Cristo che ho visto sul volto di tanti giovani riuniti a Dunwoodie. Essi sono
il futuro della Chiesa e hanno diritto a tutte le preghiere e ad ogni sostegno che
possiamo dar loro. Così desidero concludere aggiungendo una parola di incoraggiamento per
loro. Cari giovani amici, come i sette uomini "ripieni di Spirito e di saggezza"
ai quali gli Apostoli affidarono la cura della giovane Chiesa, possiate anche voi alzarvi
e assumervi la responsabilità che la fede in Cristo vi pone innanzi! Possiate trovare il
coraggio di proclamare Cristo "lo stesso ieri, oggi e sempre" e le immutabili
verità che hanno fondamento in lui (cfr Gaudium et spes, 10; Eb 13,8): sono
verità che ci rendono liberi! Si tratta delle sole verità che possono garantire il
rispetto della dignità e dei diritti di ogni uomo, donna e bambino nel mondo, compresi i
più indifesi tra gli esseri umani, i bimbi non ancora nati nel grembo materno. In un
mondo in cui, come Papa Giovanni Paolo II parlando in questo stesso luogo ci ricordò,
Lazzaro continua a bussare alla nostra porta (Omelia allo Yankee Stadium, 2 ottobre
1979, n. 7), fate in modo che la vostra fede e il vostro amore portino frutto nel
soccorrere i poveri, i bisognosi e i senza voce. Giovani uomini e donne d’America, io
insisto con voi: aprite i cuori alla chiamata di Dio a seguirlo nel sacerdozio e nella
vita religiosa. Vi può essere un segno di amore più grande di questo: seguire le orme di
Cristo, che si rese disponibile a dare la propria vita per i suoi amici (cfr Gv
15,13)?
Nel Vangelo odierno il Signore promette ai discepoli che faranno opere ancor più
grandi delle sue (cfr Gv 14,12). Cari amici, soltanto Dio nella sua provvidenza sa
che cosa la sua grazia deve ancora compiere nelle vostre vite e nella vita della Chiesa
negli Stati Uniti. Nel frattempo, la promessa di Cristo ci riempie di sicura speranza.
Uniamo perciò la nostra preghiera alla sua, quali pietre vive di quel tempio spirituale
che è la sua Chiesa una, santa,cattolica e apostolica. Alziamo gli occhi a lui, poiché
anche adesso sta preparando un posto per noi nella casa del Padre suo. E rafforzati dallo
Spirito Santo, lavoriamo con rinnovato zelo per la diffusione del suo Regno.
"Beati quanti crederanno" (cfr 1 Pt 2,7). Rivolgiamoci a Gesù! Lui
soltanto è la via che conduce all’eterna felicità, la verità che soddisfa i desideri
più profondi di ogni cuore, e la vita che offre gioia e speranza sempre nuove a noi e al
nostro mondo. Amen.
ZI08042004 - 20/04/2008
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Preghiera di Benedetto XVI a Ground Zero
NEW YORK, domenica, 20 aprile 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito la preghiera pronunciata
questa domenica da Benedetto XVI nel visitare il sito di Ground Zero, dove originariamente
sorgeva il World Trade Center, distrutto nell’attentato dell’11 settembre 2001.
* * *
O Dio dell’amore, della compassione e della riconciliazione,
rivolgi il Tuo sguardo su di noi, popolo di molte fedi e tradizioni diverse,
che siamo riuniti oggi in questo luogo,
scenario di incredibile violenza e dolore.
Ti chiediamo nella Tua bontà
di concedere luce e pace eterna
a tutti coloro che sono morti in questo luogo-
i primi eroici soccorritori:
i nostri vigili del fuoco, agenti di polizia,
addetti ai servizi di emergenza e personale della Capitaneria di Porto,
insieme a tutti gli uomini e le donne innocenti,
vittime di questa tragedia
solo perché il loro lavoro e il loro servizio
li ha portati qui l’11 settembre 2001.
Ti chiediamo, nella Tua compassione
di portare la guarigione a coloro i quali,
a causa della loro presenza qui in quel giorno,
soffrono per le lesioni e la malattia.
Guarisci, anche la sofferenza delle famiglie ancora in lutto
e di quanti hanno perso persone care in questa tragedia.
Concedi loro la forza di continuare a vivere con coraggio e speranza.
Ricordiamo anche coloro
che hanno trovato la morte, i feriti e quanti hanno perso i loro cari
in quello stesso giorno al Pentagono e a Shanksville, in Pennsylvania.
I nostri cuori si uniscono ai loro
mentre la nostra preghiera abbraccia il loro dolore e la loro sofferenza.
Dio della pace, porta la Tua pace nel nostro mondo violento:
pace nei cuori di tutti gli uomini e le donne
e pace tra le Nazioni della terra.
Volgi verso il Tuo cammino di amore
coloro che hanno il cuore e la mente
consumati dall’odio.
Dio della comprensione,
sopraffatti dalla dimensione immane di questa tragedia,
cerchiamo la Tua luce e la Tua guida
mentre siamo davanti ad eventi così tremendi.
Concedi a coloro le cui vite sono state risparmiate
di poter vivere in modo che le vite perdute qui
non siano state perdute in vano.
Confortaci e consolaci,
rafforzaci nella speranza
e concedici la saggezza e il coraggio
di lavorare instancabilmente per un mondo
in cui pace e amore autentici regnino
tra le Nazioni e nei cuori di tutti.
[© Copyright 2008 - Libreria Editrice Vaticana]
ZI08041903 - 19/04/2008
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Omelia del Papa nella Cattedrale di St. Patrick a New York
Nel terzo anniversario della sua elezione a Pontefice
NEW YORK, sabato, 19 aprile 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito l'omelia pronunciata da
Benedetto XVI durante la Messa celebrata questo sabato, nella Cattedrale di New York, in
occasione del terzo anniversario della sua elezione a Pontefice con i sacerdoti, i
religiosi e le religiose.
* * *
Cari fratelli e sorelle in Cristo,
con grande affetto nel Signore saluto tutti voi che rappresentate i Vescovi, i
sacerdoti e i diaconi, gli uomini e le donne di vita consacrata e i seminaristi degli
Stati Uniti. Ringrazio il Cardinale Egan per il cordiale benvenuto e per gli auguri che ha
espresso in vostro nome per questo inizio del quarto anno del mio Pontificato. Sono lieto
di celebrare questa Messa con voi che siete stati scelti dal Signore, che avete risposto
alla sua chiamata e che dedicate la vostra vita alla ricerca della santità, alla
diffusione del Vangelo e all’edificazione della Chiesa nella fede, nella speranza e nell’amore.
Raccolti in questa cattedrale storica, come non pensare agli innumerevoli uomini e
donne che ci hanno preceduti, che hanno lavorato per la crescita della Chiesa negli Stati
Uniti, lasciandoci un patrimonio durevole di fede e di buone opere? Nella prima lettura di
oggi abbiamo visto come gli Apostoli, nella forza dello Spirito Santo, uscirono dalla sala
al piano superiore per annunziare le grandi opere di Dio a persone di ogni nazione e
lingua. In questo Paese la missione della Chiesa ha sempre comportato un attrarre la gente
"di ogni nazione che è sotto il cielo" (At 2,5) entro un’unità
spirituale arricchendo il Corpo di Cristo con la molteplicità dei loro doni. Mentre
ringraziamo per le benedizioni del passato e consideriamo le sfide del futuro, vogliamo
implorare da Dio la grazia di una nuova Pentecoste per la Chiesa in America. Possano
discendere su tutti i presenti lingue come di fuoco, fondendo l’amore ardente per Dio e
il prossimo con lo zelo per la propagazione del Regno di Dio!
Nella seconda lettura di questa mattina, san Paolo ci ricorda che l’unità spirituale
– quell’unità che riconcilia ed arricchisce la diversità – ha la sua origine e il
suo modello supremo nella vita del Dio uno e trino. Come comunione di amore puro e
libertà infinita, la Santissima Trinità fa nascere incessantemente vita nuova nell’opera
di creazione e redenzione. La Chiesa come "popolo adunato nell’unità del Padre,
del Figlio e dello Spirito Santo" (cfr Lumen gentium, 4) è chiamata a
proclamare il dono della vita, a proteggere la vita e a promuovere una cultura della vita.
Qui, in questa cattedrale, il nostro pensiero va naturalmente alla testimonianza eroica
per il Vangelo della vita offerta dai defunti Cardinali Cooke ed O’Connor. La
proclamazione della vita, della vita in abbondanza, deve essere il cuore della nuova
evangelizzazione. Poiché la vera vita – la nostra salvezza – può essere trovata solo
nella riconciliazione, nella libertà e nell’amore che sono doni gratuiti di Dio.
È questo il messaggio di speranza che siamo chiamati ad annunziare e ad incarnare in
un mondo in cui egocentrismo, avidità, violenza e cinismo così spesso sembrano soffocare
la fragile crescita della grazia nel cuore della gente. Sant’Ireneo con grande
penetrazione ha capito che l’esortazione di Mosè al popolo d’Israele: "Scegli la
vita!" (Dt 30,19) era la ragione più profonda per la nostra obbedienza a
tutti i comandamenti di Dio (cfr Adv. Haer. IV, 16, 2-5). Forse abbiamo perso di
vista che in una società in cui la Chiesa a molti sembra essere legalista ed
"istituzionale", la nostra sfida più urgente è di comunicare la gioia che
nasce dalla fede e l’esperienza dell’amore di Dio.
Sono particolarmente lieto che ci siamo radunati nella cattedrale di san Patrizio.
Forse più di ogni altra chiesa negli Stati Uniti, questo luogo è conosciuto ed amato
come "una casa di preghiera per tutti i popoli" (cfr Is 56,7; Mc
11,17). Ogni giorno migliaia di uomini, donne e bambini entrano per le sue porte e trovano
la pace dentro le sue mura. L’Arcivescovo John Hughes che – come ci ha ricordato il
Cardinale Egan – è stato il promotore della costruzione di questo venerabile edificio,
volle erigerlo in puro stile gotico. Voleva che questa cattedrale ricordasse alla giovane
Chiesa in America la grande tradizione spirituale di cui era erede, e che la ispirasse a
portare il meglio di tale patrimonio nella edificazione del Corpo di Cristo in questo
Paese. Vorrei richiamare la vostra attenzione su alcuni aspetti di questa bellissima
struttura, che mi sembra possa servire come punto di partenza per una riflessione sulle
nostre vocazioni particolari all’interno dell’unità del Corpo mistico.
Il primo aspetto riguarda le finestre con vetrate istoriate che inondano l’ambiente
interno di una luce mistica. Viste da fuori, tali finestre appaiono scure, pesanti,
addirittura tetre. Ma quando si entra nella chiesa, esse all’improvviso prendono vita;
riflettendo la luce che le attraversa rivelano tutto il loro splendore. Molti scrittori
– qui in America possiamo pensare a Nathaniel Hawthorne – hanno usato l’immagine dei
vetri istoriati per illustrare il mistero della Chiesa stessa. È solo dal di dentro, dall’esperienza
di fede e di vita ecclesiale che vediamo la Chiesa così come è veramente: inondata di
grazia, splendente di bellezza, adorna dei molteplici doni dello Spirito. Ne consegue che
noi, che viviamo la vita di grazia nella comunione della Chiesa, siamo chiamati ad
attrarre dentro questo mistero di luce tutta la gente.
Non è un compito facile in un mondo che può essere incline a guardare la Chiesa, come
quelle finestre istoriate, "dal di fuori": un mondo che sente profondamente un
bisogno di spiritualità, ma trova difficile "entrare nel" mistero della Chiesa.
Anche per qualcuno di noi all’interno, la luce della fede può essere attenuata dalla
routine e lo splendore della Chiesa essere offuscato dai peccati e dalle debolezze dei
suoi membri. L’offuscamento può derivare anche dagli ostacoli incontrati in una
società che a volte sembra aver dimenticato Dio ed irritarsi di fronte alle richieste
più elementari della morale cristiana. Voi che avete consacrato la vostra vita a rendere
testimonianza all’amore di Cristo e all’edificazione del suo Corpo sapete dal vostro
contatto quotidiano con il mondo intorno a noi, quanto a volte si sia tentati di cedere
alla frustrazione, alla delusione e addirittura al pessimismo circa il futuro. Con una
parola: non è sempre facile vedere la luce dello Spirito intorno a noi, lo splendore del
Signore risorto che illumina la nostra vita ed infonde nuova speranza nella sua vittoria
sul mondo (cfr Gv 16,33).
La parola di Dio, tuttavia, ci ricorda che nella fede noi vediamo i cieli aperti e la
grazia dello Spirito Santo illuminare la Chiesa e portare una speranza sicura al nostro
mondo. "Signore, mio Dio", canta il salmista, "se mandi il tuo Spirito,
sono creati, e rinnovi la faccia della terra" (Sal 104,30). Queste parole
evocano la prima creazione, quando "lo Spirito di Dio aleggiava sulle acque" (Gn
1,2). Ed esse spingono il nostro sguardo avanti verso la nuova creazione, a Pentecoste,
quando lo Spirito Santo discese sugli Apostoli ed instaurò la Chiesa come primizia dell’umanità
redenta (cfr Gv 20,22-23). Queste parole ci esortano ad una fede sempre più
profonda nella potenza infinita di Dio di trasformare ogni situazione umana, di creare
vita dalla morte e di rischiarare anche la notte più buia. E ci fanno pensare ad un’altra
bellissima frase di sant’Ireneo: "Dov’è la Chiesa, lì è lo Spirito di Dio; dov’è
lo Spirito di Dio, lì è la Chiesa e ogni grazia" (Adv. Haer. III, 24,1).
Ciò mi conduce ad un'altra riflessione sull’architettura di questa chiesa. Come
tutte le cattedrali gotiche, essa è una struttura molto complessa, le cui proporzioni
precise ed armoniose simboleggiano l’unità della creazione di Dio. Gli artisti
medievali spesso rappresentavano Cristo, la Parola creatrice di Dio, come un
"geometra" celeste, col compasso in mano, che ordina il cosmo con infinita
sapienza e determinazione. Una simile immagine non ci fa forse venire in mente il nostro
bisogno di vedere tutte le cose con gli occhi della fede, per poterle in questo modo
comprendere nella loro prospettiva più vera, nell’unità del piano eterno di Dio? Ciò
richiede, come sappiamo, una continua conversione e l’impegno di "rinnovarci nello
spirito della nostra mente" (cfr Ef 4,23), per acquistare una mentalità nuova
e spirituale. Esige anche lo sviluppo di quelle virtù che mettono ciascuno di noi in
grado di crescere in santità e di portare frutti spirituali nel proprio stato di vita.
Non è forse questa costante conversione "intellettuale" altrettanto necessaria
quanto la conversione "morale" per la nostra crescita nella fede, per il nostro
discernimento dei segni dei tempi e per il nostro contributo personale alla vita e la
missione della Chiesa?
Una delle grandi delusioni che seguirono il Concilio Vaticano II, con la sua
esortazione ad un più grande impegno nella missione della Chiesa per il mondo, penso, sia
stata per tutti noi l’esperienza di divisione tra gruppi diversi, generazioni diverse e
membri diversi della stessa famiglia religiosa. Possiamo andare avanti solo se insieme
fissiamo il nostro sguardo su Cristo! Nella luce della fede scopriremo allora la sapienza
e la forza necessarie per aprirci verso punti di vista che eventualmente non coincidono
del tutto con le nostre idee o i nostri presupposti. Così possiamo valutare i punti di
vista di altri, siano essi più giovani o più anziani di noi, e infine ascoltare
"ciò che lo Spirito dice" a noi ed alla Chiesa (cfr Ap 2, 7). In questo
modo ci muoveremo insieme verso quel vero rinnovamento spirituale che voleva il Concilio,
un rinnovamento che, solo, può rinforzare la Chiesa nella santità e nell’unità
indispensabili per la proclamazione efficace del Vangelo nel mondo di oggi.
Non è forse stata questa unità di visione e d’intenti – radicata nella fede e
nello spirito di continua conversione e personale sacrificio – il segreto della crescita
sorprendente della Chiesa in questo Paese? Basti pensare all’opera straordinaria di quel
sacerdote americano esemplare, il venerabile Michael McGivney, la cui visione e zelo
conducevano alla fondazione dei Knights of Columbus, o all’eredità spirituale di
generazioni di religiose, religiosi e sacerdoti che silenziosamente hanno dedicato la loro
vita al servizio del popolo di Dio in innumerevoli scuole, ospedali e parrocchie.
Qui, nel contesto del nostro bisogno di una prospettiva fondata sulla fede e di unità
e collaborazione nel lavoro dell’edificazione della Chiesa, vorrei dire una parola circa
l’abuso sessuale che ha causato tanta sofferenza. Ho già avuto modo di parlare di
questo e del conseguente danno per la comunità dei fedeli. Qui desidero semplicemente
assicurare a voi, cari sacerdoti e religiosi, la mia vicinanza spirituale, mentre cercate
di rispondere con speranza cristiana alle continue sfide presentate da questa situazione.
Mi unisco a voi pregando affinché questo sia un tempo di purificazione per ciascuno e per
ogni singola Chiesa e comunità religiosa, sia un tempo di guarigione. Che il Signore
Gesù Cristo conceda alla Chiesa in America un rinnovato senso di unità e di decisione,
mentre tutti – Vescovi, clero, religiosi, religiose e laici – camminano nella speranza
e nell’amore vicendevole e per la verità.
Cari amici, queste considerazioni mi conducono ad un’ultima osservazione riguardo a
questa grande cattedrale in cui ci troviamo. L’unità di una cattedrale gotica, lo
sappiamo, non è l’unità statica di un tempio classico, ma un’unità nata dalla
tensione dinamica di forze diverse che spingono l’architettura in alto, orientandola
verso il cielo. Anche qui possiamo vedere un simbolo dell’unità della Chiesa che è
unità – come san Paolo ci ha detto – di un corpo vivo composto da molte membra
diverse, ognuno con il proprio ruolo e la propria determinazione. Anche qui vediamo la
necessità di riconoscere e rispettare i doni di ogni singolo membro del corpo come
"manifestazioni dello Spirito per l’utilità comune" (1 Cor 12,7).
Certo, nella struttura della Chiesa voluta da Dio occorre distinguere tra i doni
gerarchici e quelli carismatici (cfr Lumen gentium, 4). Ma proprio la varietà e la
ricchezza delle grazie concesse dallo Spirito ci invitano costantemente a discernere come
questi doni debbano essere inseriti in modo giusto nel servizio della missione della
Chiesa. Voi, cari sacerdoti, mediante l’ordinazione sacramentale siete stati conformati
a Cristo, Capo del Corpo. Voi, cari diaconi, siete stati ordinati per il servizio di
questo Corpo. Voi, cari religiosi e religiose, sia contemplativi che dediti all’apostolato,
avete consacrato la vostra vita alla sequela del Maestro divino nell’amore generoso e
nella piena fedeltà al suo Vangelo. Tutti voi che oggi riempite questa cattedrale, così
come i vostri fratelli e sorelle anziani, malati o in pensione che uniscono le loro
preghiere e i loro sacrifici al vostro lavoro, siete chiamati ad essere forze di unità
all’interno del Corpo di Cristo. Mediante la vostra testimonianza personale e la vostra
fedeltà al ministero o all’apostolato a voi affidato preparate la via allo Spirito.
Poiché lo Spirito non cessa mai di effondere i suoi doni abbondanti, suscitare nuove
vocazioni e nuove missioni e di guidare la Chiesa – come il Signore ha promesso nel
brano evangelico di stamattina – alla verità tutta intera (cfr Gv 16, 13).
Volgiamo dunque il nostro sguardo in alto! E con grande umiltà e fiducia chiediamo
allo Spirito di metterci in grado ogni giorno di crescere nella santità che ci renderà
pietre vive nel tempio che Egli sta innalzando proprio adesso in mezzo al mondo. Se
dobbiamo essere forze vere di unità, allora impegniamoci ad essere i primi a cercare una
riconciliazione interiore mediante la penitenza! Perdoniamo i torti subiti e soffochiamo
ogni sentimento di rabbia e di contesa! Impegniamoci ad essere i primi a dimostrare l’umiltà
e la purità di cuore necessarie per avvicinarci allo splendore della verità di Dio! In
fedeltà al deposito della fede affidato agli Apostoli (cfr 1 Tm 6,20),
impegniamoci ad essere gioiosi testimoni della forza trasformatrice del Vangelo!
Cari fratelli e sorelle, in conformità con le tradizioni più nobili della Chiesa in
questo Paese, siate anche i primi amici del povero, del profugo, dello straniero, del
malato e di tutti i sofferenti! Agite come fari di speranza, irradiando la luce di Cristo
nel mondo ed incoraggiando i giovani a scoprire la bellezza di una vita donata
completamente al Signore e alla sua Chiesa! Rivolgo questo appello in modo speciale ai
tanti seminaristi e giovani religiose e religiosi qui presenti. Ciascuno di voi ha un
posto particolare nel mio cuore. Non dimenticate mai che siete chiamati a portare avanti,
con tutto l’entusiasmo e la gioia che vi dona lo Spirito, un’opera che altri hanno
cominciato, un patrimonio che un giorno anche voi dovrete passare ad una nuova
generazione. Lavorate con generosità e gioia, perché Colui che servite è il Signore!
Le punte delle torri della cattedrale di san Patrizio vengono di gran lunga superate
dai grattacieli del profilo di Manhattan; tuttavia, nel cuore di questa metropoli
indaffarata esse sono un segno vivo che ricorda la costante nostalgia dello spirito umano
di elevarsi verso Dio. In questa Celebrazione eucaristica vogliamo ringraziare il Signore
perché ci permette di riconoscerlo nella comunione della Chiesa e di collaborare con Lui,
edificando il suo Corpo mistico e portando la sua parola salvifica come buona novella agli
uomini e alle donne del nostro tempo. E quando poi usciremo da questa grande chiesa,
andiamo come araldi della speranza in mezzo a questa città e in tutti quei luoghi dove la
grazia di Dio ci ha posto. In questo modo la Chiesa in America conoscerà una nuova
primavera nello Spirito ed indicherà la via verso quell’altra città più grande, la
nuova Gerusalemme, la cui luce è l’Agnello (cfr Ap 21,23). Poiché Dio sta
preparando anche ora un banchetto di gioia e vita infinite per tutti i popoli. Amen
[© Copyright 2008 - Libreria Editrice Vaticana]
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