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CITTA' DEL VATICANO, domenica, 12 aprile 2009 (ZENIT.org).-
Pubblichiamo di seguito il testo dell'omelia pronunciata
da Benedetto XVI questo sabato sera presiedendo nella
Basilica vaticana la solenne Veglia nella Notte Santa di
Pasqua.
* * *
Cari fratelli e sorelle!
San Marco ci racconta nel suo Vangelo che i
discepoli, scendendo dal monte della Trasfigurazione,
discutevano tra di loro su che cosa volesse dire
"risorgere dai morti" (cfr Mc 9, 10).
Prima il Signore aveva annunciato loro la sua passione e
la risurrezione dopo tre giorni. Pietro aveva protestato
contro l'annuncio della morte. Ma ora si domandavano che
cosa potesse essere inteso con il termine
"risurrezione". Non succede forse la stessa
cosa anche a noi? Il Natale, la nascita del Bambino
divino ci è in qualche modo immediatamente
comprensibile. Possiamo amare il Bambino, possiamo
immaginare la notte di Betlemme, la gioia di Maria, la
gioia di san Giuseppe e dei pastori e il giubilo degli
angeli. Ma risurrezione - che cosa è? Non entra
nell'ambito delle nostre esperienze, e così il
messaggio spesso rimane, in qualche misura incompreso,
una cosa del passato. La Chiesa cerca di condurci alla
sua comprensione, traducendo questo avvenimento
misterioso nel linguaggio dei simboli nei quali possiamo
in qualche modo contemplare questo evento sconvolgente.
Nella Veglia Pasquale ci indica il significato di questo
giorno soprattutto mediante tre simboli: la luce,
l'acqua e il canto nuovo - l'alleluia.
C'è innanzitutto la luce. La creazione di Dio - ne
abbiamo appena ascoltato il racconto biblico - comincia
con la parola: "Sia la luce!" (Gen 1,
3). Dove c'è la luce, nasce la vita, il caos può
trasformarsi in cosmo. Nel messaggio biblico, la luce è
l'immagine più immediata di Dio: Egli è interamente
Luminosità, Vita, Verità, Luce. Nella Veglia Pasquale,
la Chiesa legge il racconto della creazione come
profezia. Nella risurrezione si verifica in modo più
sublime ciò che questo testo descrive come l'inizio di
tutte le cose. Dio dice nuovamente: "Sia la
luce!". La risurrezione di Gesù è un'eruzione di
luce. La morte è superata, il sepolcro spalancato. Il
Risorto stesso è Luce, la Luce del mondo. Con la
risurrezione il giorno di Dio entra nelle notti della
storia. A partire dalla risurrezione, la luce di Dio si
diffonde nel mondo e nella storia. Si fa giorno. Solo
questa Luce - Gesù Cristo - è la luce vera, più del
fenomeno fisico di luce. Egli è la Luce pura: Dio
stesso, che fa nascere una nuova creazione in mezzo a
quella antica, trasforma il caos in cosmo.
Cerchiamo di comprendere questo ancora un po' meglio.
Perché Cristo è Luce? Nell'Antico Testamento, la Torah
era considerata come la luce proveniente da Dio per il
mondo e per gli uomini. Essa separa nella creazione la
luce dalle tenebre, cioè il bene dal male. Indica
all'uomo la via giusta per vivere veramente. Gli indica
il bene, gli mostra la verità e lo conduce verso
l'amore, che è il suo contenuto più profondo. Essa è
"lampada" per i passi e "luce" sul
cammino (cfr Sal 119, 105). I cristiani, poi,
sapevano: in Cristo è presente la Torah, la Parola di
Dio è presente in Lui come Persona. La Parola di Dio è
la vera Luce di cui l'uomo ha bisogno. Questa Parola è
presente in Lui, nel Figlio. Il Salmo 19 aveva
paragonato la Torah al sole che, sorgendo, manifesta la
gloria di Dio visibilmente in tutto il mondo. I
cristiani capiscono: sì, nella risurrezione il Figlio
di Dio è sorto come Luce sul mondo. Cristo è la grande
Luce dalla quale proviene ogni vita. Egli ci fa
riconoscere la gloria di Dio da un confine all'altro
della terra. Egli ci indica la strada. Egli è il giorno
di Dio che ora, crescendo, si diffonde per tutta la
terra. Adesso, vivendo con Lui e per Lui, possiamo
vivere nella luce.
Nella Veglia Pasquale, la Chiesa rappresenta il
mistero di luce del Cristo nel segno del cero pasquale,
la cui fiamma è insieme luce e calore. Il simbolismo
della luce è connesso con quello del fuoco: luminosità
e calore, luminosità ed energia di trasformazione
contenuta nel fuoco - verità e amore vanno insieme. Il
cero pasquale arde e con ciò si consuma: croce e
risurrezione sono inseparabili. Dalla croce, dall'autodonazione
del Figlio nasce la luce, viene la vera luminosità nel
mondo. Al cero pasquale noi tutti accendiamo le nostre
candele, soprattutto quelle dei neobattezzati, ai quali
in questo Sacramento la luce di Cristo viene calata nel
profondo del cuore. La Chiesa antica ha qualificato il
Battesimo come fotismos, come Sacramento
dell'illuminazione, come una comunicazione di luce e
l'ha collegato inscindibilmente con la risurrezione di
Cristo. Nel Battesimo Dio dice al battezzando: "Sia
la luce!". Il battezzando viene introdotto entro la
luce di Cristo. Cristo divide ora la luce dalle tenebre.
In Lui riconosciamo che cosa è vero e che cosa è
falso, che cosa è la luminosità e che cosa il buio.
Con Lui sorge in noi la luce della verità e cominciamo
a capire. Quando una volta Cristo vide la gente che era
convenuta per ascoltarlo e aspettava da Lui un
orientamento, ne sentì compassione, perché erano come
pecore senza pastore (cfr Mc 6, 34). In mezzo
alle correnti contrastanti del loro tempo non sapevano
dove rivolgersi. Quanta compassione Egli deve sentire
anche del nostro tempo - a causa di tutti i grandi
discorsi dietro i quali si nasconde in realtà un grande
disorientamento. Dove dobbiamo andare? Quali sono i
valori, secondo cui possiamo regolarci? I valori secondo
cui possiamo educare i giovani, senza dare loro delle
norme che forse non resisteranno o esigere delle cose
che forse non devono essere loro imposte? Egli è la
Luce. La candela battesimale è il simbolo
dell'illuminazione che nel Battesimo ci vien donata. Così
in quest'ora anche san Paolo ci parla in modo molto
immediato. Nella Lettera ai Filippesi dice che,
in mezzo a una generazione tortuosa e stravolta, i
cristiani dovrebbero risplendere come astri nel mondo (cfr
Fil 2, 15). Preghiamo il Signore che il piccolo
lume della candela, che Egli ha acceso in noi, la luce
delicata della sua parola e del suo amore in mezzo alle
confusioni di questo tempo non si spenga in noi, ma
diventi sempre più grande e più luminosa. Affinché
siamo con Lui persone del giorno, astri per il nostro
tempo.
Il secondo simbolo della Veglia Pasquale - la notte
del Battesimo - è l'acqua. Essa appare nella Sacra
Scrittura, e quindi anche nella struttura interiore del
Sacramento del Battesimo, in due significati opposti. C'è
da una parte il mare che appare come il potere
antagonista della vita sulla terra, come la sua continua
minaccia, alla quale Dio, però, ha posto un limite. Per
questo l'Apocalisse dice del mondo nuovo di Dio
che lì il mare non ci sarà più (cfr 21, 1). È
l'elemento della morte. E così diventa la
rappresentazione simbolica della morte in croce di Gesù:
Cristo è disceso nel mare, nelle acque della morte come
Israele nel Mar Rosso. Risorto dalla morte, Egli ci dona
la vita. Ciò significa che il Battesimo non è solo un
lavacro, ma una nuova nascita: con Cristo quasi
discendiamo nel mare della morte, per risalire come
creature nuove.
L'altro modo in cui incontriamo l'acqua è come
sorgente fresca, che dona la vita, o anche come il
grande fiume da cui proviene la vita. Secondo
l'ordinamento primitivo della Chiesa, il Battesimo
doveva essere amministrato con acqua sorgiva fresca.
Senza acqua non c'è vita. Colpisce quale importanza
abbiano nella Sacra Scrittura i pozzi. Essi sono luoghi
dove scaturisce la vita. Presso il pozzo di Giacobbe,
Cristo annuncia alla Samaritana il pozzo nuovo, l'acqua
della vita vera. Egli si manifesta a lei come il nuovo
Giacobbe, quello definitivo, che apre all'umanità il
pozzo che essa attende: quell'acqua che dona la vita che
non s'esaurisce mai (cfr Gv 4, 5-15). San
Giovanni ci racconta che un soldato con una lancia colpì
il fianco di Gesù e che dal fianco aperto - dal suo
cuore trafitto - uscì sangue e acqua (cfr Gv 19,
34). La Chiesa antica ne ha visto un simbolo per il
Battesimo e l'Eucaristia che derivano dal cuore trafitto
di Gesù. Nella morte Gesù è divenuto Egli stesso la
sorgente. Il profeta Ezechiele in una visione aveva
visto il Tempio nuovo dal quale scaturisce una sorgente
che diventa un grande fiume che dona la vita (cfr Ez
47, 1-12) - in una Terra che sempre soffriva la siccità
e la mancanza d'acqua, questa era una grande visione di
speranza. La cristianità degli inizi capì: in Cristo
questa visione si è realizzata. Egli è il vero, il
vivente Tempio di Dio. E Lui è la sorgente di acqua
viva. Da Lui sgorga il grande fiume che nel Battesimo
fruttifica e rinnova il mondo; il grande fiume di acqua
viva, il suo Vangelo che rende feconda la terra. In un
discorso durante la Festa delle capanne, Gesù ha però
profetizzato una cosa ancora più grande: "Chi
crede in me ... dal suo grembo sgorgheranno fiumi di
acqua viva" (Gv 7, 38). Nel Battesimo il
Signore fa di noi non solo persone di luce, ma anche
sorgenti dalle quali scaturisce acqua viva. Noi tutti
conosciamo persone simili che ci lasciano in qualche
modo rinfrescati e rinnovati; persone che sono come una
fonte di fresca acqua sorgiva. Non dobbiamo
necessariamente pensare ai grandi come Agostino,
Francesco d'Assisi, Teresa d'Avila, Madre Teresa di
Calcutta e così via, persone attraverso le quali
veramente fiumi di acqua viva sono entrati nella storia.
Grazie a Dio, le troviamo continuamente anche nel nostro
quotidiano: persone che sono una sorgente. Certo,
conosciamo anche il contrario: persone dalle quali
promana un'atmosfera come da uno stagno con acqua
stantia o addirittura avvelenata. Chiediamo al Signore,
che ci ha donato la grazia del Battesimo, di poter
essere sempre sorgenti di acqua pura, fresca,
zampillante dalla fonte della sua verità e del suo
amore!
Il terzo grande simbolo della Veglia Pasquale è di
natura tutta particolare; esso coinvolge l'uomo stesso.
È il cantare il canto nuovo - l'alleluia. Quando un
uomo sperimenta una grande gioia, non può tenerla per sé.
Deve esprimerla, trasmetterla. Ma che cosa succede
quando l'uomo viene toccato dalla luce della
risurrezione e in questo modo viene a contatto con la
Vita stessa, con la Verità e con l'Amore? Di ciò egli
non può semplicemente parlare soltanto. Il parlare non
basta più. Egli deve cantare. La prima menzione del
cantare nella Bibbia, la troviamo dopo la traversata del
Mar Rosso. Israele si è sollevato dalla schiavitù. È
salito dalle profondità minacciose del mare. È come
rinato. Vive ed è libero. La Bibbia descrive la
reazione del popolo a questo grande evento del
salvamento con la frase: "Il popolo credette nel
Signore e in Mosè suo servo" (cfr Ex 14,
31). Ne segue poi la seconda reazione che, con una
specie di necessità interiore, emerge dalla prima:
"Allora Mosè e gli Israeliti cantarono questo
canto al Signore...". Nella Veglia Pasquale, anno
per anno, noi cristiani intoniamo dopo la terza lettura
questo canto, lo cantiamo come il nostro canto, perché
anche noi mediante la potenza di Dio siamo stati tirati
fuori dall'acqua e liberati alla vita vera.
Per la storia del canto di Mosè dopo la liberazione
di Israele dall'Egitto e dopo la risalita dal Mar Rosso,
c'è un parallelismo sorprendente nell'Apocalisse
di san Giovanni. Prima dell'inizio degli ultimi sette
flagelli imposti alla terra, appare al veggente qualcosa
"come un mare di cristallo misto a fuoco; coloro
che avevano vinto la bestia, la sua immagine e il numero
del suo nome, stavano in piedi sul mare di cristallo.
Hanno cetre divine e cantano il canto di Mosè, il servo
di Dio, e il canto dell'Agnello..." (Ap 15,
2s). Con questa immagine è descritta la situazione dei
discepoli di Gesù Cristo in tutti i tempi, la
situazione della Chiesa nella storia di questo mondo.
Considerata umanamente, essa è in se stessa
contraddittoria. Da una parte, la comunità si trova
nell'Esodo, in mezzo al Mar Rosso. In un mare che,
paradossalmente, è insieme ghiaccio e fuoco. E non deve
forse la Chiesa, per così dire, camminare sempre sul
mare, attraverso il fuoco e il freddo? Umanamente
parlando, essa dovrebbe affondare. Ma, mentre cammina
ancora in mezzo a questo Mar Rosso, essa canta - intona
il canto di lode dei giusti: il canto di Mosè e
dell'Agnello, in cui s'accordano l'Antica e la Nuova
Alleanza. Mentre, tutto sommato, dovrebbe affondare, la
Chiesa canta il canto di ringraziamento dei salvati.
Essa sta sulle acque di morte della storia e tuttavia è
già risorta. Cantando essa si aggrappa alla mano del
Signore, che la tiene al di sopra delle acque. Ed essa
sa che con ciò è sollevata fuori dalla forza di gravità
della morte e del male - una forza dalla quale
altrimenti non ci sarebbe via di scampo - sollevata e
attirata dentro la nuova forza di gravità di Dio, della
verità e dell'amore. Al momento si trova ancora tra i
due campi gravitazionali. Ma da quando Cristo è
risorto, la gravitazione dell'amore è più forte di
quella dell'odio; la forza di gravità della vita è più
forte di quella della morte. Non è forse questa
veramente la situazione della Chiesa di tutti i tempi?
Sempre c'è l'impressione che essa debba affondare, e
sempre è già salvata. San Paolo ha illustrato questa
situazione con le parole: "Siamo ... come
moribondi, e invece viviamo", (2 Cor 6, 9).
La mano salvifica del Signore ci sorregge, e così
possiamo cantare già ora il canto dei salvati, il canto
nuovo dei risorti: alleluia! Amen.
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