ZI09040501 - 05/04/2009
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Omelia di Benedetto XVI per la Domenica
delle Palme
Celebrata a livello diocesano la Giornata Mondiale
della Gioventù
CITTA' DEL VATICANO, domenica, 5 aprile 2009 (ZENIT.org).-
Pubblichiamo di seguito l’omelia pronunciata da
Benedetto XVI nel presiedere questa domenica in piazza San
Pietro la solenne celebrazione liturgica della Domenica
delle Palme e della Passione del Signore, cui hanno preso
parte giovani di Roma e di altre diocesi, in occasione
della ricorrenza diocesana della XXIV Giornata Mondiale
della Gioventù sul tema: " Abbiamo posto la nostra
speranza nel Dio vivente" ( 1 Tm 4, 10).
* * *
Cari fratelli e sorelle,
cari giovani!
Insieme con una schiera crescente di pellegrini, Gesù
era salito a Gerusalemme per la Pasqua. Nell’ultima
tappa del cammino, vicino a Gerico, Egli aveva guarito il
cieco Bartimeo che lo aveva invocato come Figlio di
Davide, chiedendo pietà. Ora – essendo ormai capace di
vedere – con gratitudine si era inserito nel gruppo dei
pellegrini. Quando, alle porte di Gerusalemme, Gesù sale
sopra un asino, l’animale simbolo della regalità
davidica, tra i pellegrini scoppia spontaneamente la
gioiosa certezza: È Lui, il Figlio di Davide! Salutano
perciò Gesù con l’acclamazione messianica:
"Benedetto colui che viene nel nome del
Signore", e aggiungono: "Benedetto il Regno che
viene, del nostro padre Davide! Osanna nel più alto dei
cieli!" (Mc 11, 9s). Non sappiamo che cosa
precisamente i pellegrini entusiasti immaginavano fosse il
Regno di Davide che viene. Ma noi, abbiamo veramente
compreso il messaggio di Gesù, Figlio di Davide? Abbiamo
capito che cosa sia il Regno di cui Egli ha parlato
nell’interrogatorio davanti a Pilato? Comprendiamo che
cosa significhi che questo Regno non è di questo mondo? O
desidereremmo forse che invece sia di questo mondo?
San Giovanni, nel suo Vangelo, dopo il racconto
dell’ingresso in Gerusalemme, riporta una serie di
parole di Gesù, nelle quali Egli spiega l’essenziale di
questo nuovo genere di Regno. A una prima lettura di
questi testi possiamo distinguere tre immagini diverse del
Regno nelle quali, sempre in modo diverso, si rispecchia
lo stesso mistero. Giovanni racconta innanzitutto che, tra
i pellegrini che durante la festa "volevano adorare
Dio", c’erano anche alcuni Greci (cfr 12, 20).
Facciamo attenzione al fatto che il vero obiettivo di
questi pellegrini era di adorare Dio. Questo corrisponde
perfettamente a ciò che Gesù dice in occasione della
purificazione del Tempio: "La mia casa sarà chiamata
casa di preghiera per tutte le nazioni" (Mc
11, 17). Il vero scopo del pellegrinaggio deve essere
quello di incontrare Dio; di adorarlo e così mettere
nell’ordine giusto la relazione di fondo della nostra
vita. I Greci sono persone alla ricerca di Dio, con la
loro vita sono in cammino verso Dio. Ora, per il tramite
di due Apostoli di lingua greca, Filippo ed Andrea, fanno
giungere al Signore la richiesta: "Vogliamo vedere
Gesù" (Gv 12, 21). Una parola grande. Cari
amici, per questo ci siamo riuniti qui: Vogliamo vedere
Gesù. A questo scopo, l’anno scorso, migliaia di
giovani sono andati a Sydney. Certo, avranno avuto
molteplici attese per questo pellegrinaggio. Ma
l’obiettivo essenziale era questo: Vogliamo vedere Gesù.
Riguardo a questa richiesta, in quell’ora che cosa ha
detto e fatto Gesù? Dal Vangelo non risulta chiaramente
se ci sia stato un incontro tra quei Greci e Gesù. Lo
sguardo di Gesù va molto più in là. Il nucleo della sua
risposta alla richiesta di quelle persone è: "Se il
chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo;
se invece muore, produce molto frutto" (Gv 12,
24). Ciò significa: non ha importanza ora un colloquio più
o meno breve con alcune poche persone, che poi ritornano a
casa. Come chicco di grano morto e risorto verrò, in modo
totalmente nuovo e al di là dei limiti del momento,
incontro al mondo e ai Greci. Mediante la risurrezione Gesù
oltrepassa i limiti dello spazio e del tempo. Come
Risorto, Egli è in cammino verso la vastità del mondo e
della storia. Sì, come Risorto va dai Greci e parla con
loro, si mostra loro così che essi, i lontani, diventano
vicini e proprio nella loro lingua, nella loro cultura, la
sua parola viene portata avanti in modo nuovo e compresa
in modo nuovo – viene il suo Regno. Possiamo così
riconoscere due caratteristiche essenziali di questo
Regno. La prima è che questo Regno passa attraverso la
croce. Poiché Gesù si dona totalmente, può come Risorto
appartenere a tutti e rendersi presente a tutti. Nella
santa Eucaristia riceviamo il frutto del chicco di grano
morto, la moltiplicazione dei pani che prosegue sino alla
fine del mondo e in tutti i tempi. La seconda
caratteristica dice: il suo Regno è universale. Si
adempie l’antica speranza di Israele: questa regalità
di Davide non conosce più frontiere. Si estende "da
mare a mare" – come dice il profeta Zaccaria (9,
10) – cioè abbraccia tutto il mondo. Questo, però, è
possibile solo perché non è una regalità di un potere
politico, ma si basa unicamente sulla libera adesione
dell’amore – un amore che, da parte sua, risponde
all’amore di Gesù Cristo che si è donato per tutti.
Penso che dobbiamo imparare sempre di nuovo ambedue le
cose – innanzitutto l’universalità, la cattolicità.
Essa significa che nessuno può porre come assoluto se
stesso, la sua cultura, il suo tempo e il suo mondo. Ciò
richiede che tutti ci accogliamo a vicenda, rinunciando a
qualcosa di nostro. L’universalità include il mistero
della croce – il superamento di se stessi,
l’obbedienza verso la comune parola di Gesù Cristo
nella comune Chiesa. L’universalità è sempre un
superamento di se stessi, rinuncia a qualcosa di
personale. L’universalità e la croce vanno insieme.
Solo così si crea la pace.
La parola circa il chicco di grano morto fa ancora
parte della risposta di Gesù ai Greci, è la sua
risposta. Poi, però, Egli formula ancora una volta la
legge fondamentale dell’esistenza umana: "Chi ama
la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in
questo mondo, la conserverà per la vita eterna" (Gv
12, 25). Chi vuole avere la sua vita per sé, vivere
solo per se stesso, stringere tutto a sé e sfruttarne
tutte le possibilità – proprio costui perde la vita.
Essa diventa noiosa e vuota. Soltanto nell’abbandono di
se stessi, soltanto nel dono disinteressato dell’io in
favore del tu, soltanto nel "sì" alla vita più
grande, propria di Dio, anche la nostra vita diventa ampia
e grande. Così questo principio fondamentale, che il
Signore stabilisce, in ultima analisi è semplicemente
identico al principio dell’amore. L’amore, infatti,
significa lasciare se stessi, donarsi, non voler possedere
se stessi, ma diventare liberi da sé: non ripiegarsi su
se stessi – cosa sarà di me –, ma guardare avanti,
verso l’altro – verso Dio e verso gli uomini che Egli
mi manda. E questo principio dell’amore, che definisce
il cammino dell’uomo, è ancora una volta identico al
mistero della croce, al mistero di morte e risurrezione
che incontriamo in Cristo. Cari amici, è forse
relativamente facile accettare questo come grande visione
fondamentale della vita. Nella realtà concreta, però,
non si tratta di semplicemente riconoscere un principio,
ma di vivere la sua verità, la verità della croce e
della risurrezione. E per questo, di nuovo, non basta
un’unica grande decisione. È sicuramente importante
osare una volta la grande decisione fondamentale, osare il
grande "sì", che il Signore ci chiede in un
certo momento della nostra vita. Ma il grande "sì"
del momento decisivo nella nostra vita – il "sì"
alla verità che il Signore ci mette davanti – deve poi
essere quotidianamente riconquistato nelle situazioni di
tutti i giorni in cui, sempre di nuovo, dobbiamo
abbandonare il nostro io, metterci a disposizione, quando
in fondo vorremmo invece aggrapparci al nostro io. Ad una
vita retta appartiene anche il sacrificio, la rinuncia.
Chi promette una vita senza questo sempre nuovo dono di sé,
inganna la gente. Non esiste una vita riuscita senza
sacrificio. Se getto uno sguardo retrospettivo sulla mia
vita personale, devo dire che proprio i momenti in cui ho
detto "sì" ad una rinuncia sono stati i momenti
grandi ed importanti della mia vita.
Infine, san Giovanni ha accolto, nella sua composizione
delle parole del Signore per la "Domenica delle
Palme", anche una forma modificata della preghiera di
Gesù nell’Orto degli Ulivi. C’è innanzitutto
l’affermazione: "L’anima mia è turbata"
(12, 27). Qui appare lo spavento di Gesù, illustrato
ampiamente dagli altri tre evangelisti – il suo spavento
davanti al potere della morte, davanti a tutto l’abisso
del male che Egli vede e nel quale deve discendere. Il
Signore soffre le nostre angosce insieme con noi, ci
accompagna attraverso l’ultima angoscia fino alla luce.
Poi seguono in Giovanni le due domande di Gesù. La prima,
espressa solo condizionatamente: "Che cosa dirò –
Padre, salvami da quest’ora?" (12, 27). Come essere
umano, anche Gesù si sente spinto a chiedere che gli sia
risparmiato il terrore della passione. Anche noi possiamo
pregare in questo modo. Anche noi possiamo lamentarci
davanti al Signore come Giobbe, presentargli tutte le
nostre domande che, di fronte all’ingiustizia nel mondo
e alla difficoltà del nostro stesso io, emergono in noi.
Davanti a Lui non dobbiamo rifugiarci in pie frasi, in un
mondo fittizio. Pregare significa sempre anche lottare con
Dio, e come Giacobbe possiamo dirGli: "Non ti lascerò,
se non mi avrai benedetto!" (Gen 32, 27). Ma
poi viene la seconda domanda di Gesù: "Glorifica il
tuo nome!" (Gv 12, 28). Nei sinottici, questa
domanda suona così: "Non sia fatta la mia, ma la tua
volontà!" (Lc 22, 42). Alla fine la gloria di
Dio, la sua signoria, la sua volontà è sempre più
importante e più vera che il mio pensiero e la mia volontà.
Ed è questo l’essenziale nella nostra preghiera e nella
nostra vita: apprendere questo ordine giusto della realtà,
accettarlo intimamente; confidare in Dio e credere che
Egli sta facendo la cosa giusta; che la sua volontà è la
verità e l’amore; che la mia vita diventa buona se
imparo ad aderire a quest’ordine. Vita, morte e
risurrezione di Gesù sono per noi la garanzia che
possiamo veramente fidarci di Dio. È in questo modo che
si realizza il suo Regno.
Cari amici! Alla fine di questa Liturgia, i giovani
dell’Australia consegneranno la Croce della Giornata
Mondiale della Gioventù ai loro coetanei della Spagna. La
Croce è in cammino da un lato del mondo all’altro, da
mare a mare. E noi la accompagniamo. Progrediamo con essa
sulla sua strada e troviamo così la nostra strada. Quando
tocchiamo la Croce, anzi, quando la portiamo, tocchiamo il
mistero di Dio, il mistero di Gesù Cristo. Il mistero che
Dio ha tanto amato il mondo – noi – da dare il Figlio
unigenito per noi (cfr Gv 3, 16). Tocchiamo il
mistero meraviglioso dell’amore di Dio, l’unica verità
realmente redentrice. Ma tocchiamo anche la legge
fondamentale, la norma costitutiva della nostra vita, cioè
il fatto che senza il "sì" alla Croce, senza il
camminare in comunione con Cristo giorno per giorno, la
vita non può riuscire. Quanto più per amore della grande
verità e del grande amore – per amore della verità e
dell’amore di Dio – possiamo fare anche qualche
rinuncia, tanto più grande e più ricca diventa la vita.
Chi vuole riservare la sua vita per se stesso, la perde.
Chi dona la sua vita – quotidianamente nei piccoli
gesti, che fanno parte della grande decisione – questi
la trova. È questa la verità esigente, ma anche
profondamente bella e liberatrice, nella quale vogliamo
passo passo entrare durante il cammino della Croce
attraverso i continenti. Voglia il Signore benedire questo
cammino. Amen.
[© Copyright 2009 - Libreria Editrice Vaticana]
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ZI09040803 - 08/04/2009
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Meditazione di Benedetto XVI sul
significato del Triduo Pasquale
In occasione dell'Udienza generale del mercoledì
CITTA' DEL VATICANO, mercoledì, 8 aprile 2009 (ZENIT.org).-
Pubblichiamo di seguito il testo della meditazione
pronunciata questo mercoledì da Benedetto XVI in
occasione dell'Udienza generale svoltasi in Piazza San
Pietro.
Quest'oggi il Papa ha incentrato il suo discorso sul
significato del Triduo Pasquale, culmine
dell’itinerario quaresimale.
* * *
Cari fratelli e sorelle,
la Settimana Santa, che per noi cristiani è la
settimana più importante dell’anno, ci offre
l’opportunità di immergerci negli eventi centrali
della Redenzione, di rivivere il Mistero pasquale, il
grande Mistero della fede. A partire da domani
pomeriggio, con la Messa in Coena Domini, i
solenni riti liturgici ci aiuteranno a meditare in
maniera più viva la passione, la morte e la
risurrezione del Signore nei giorni del Santo Triduo
pasquale, fulcro dell'intero anno liturgico. Possa la
grazia divina aprire i nostri cuori alla comprensione
del dono inestimabile che è la salvezza ottenutaci dal
sacrificio di Cristo. Questo dono immenso lo troviamo
mirabilmente narrato in un celebre inno contenuto nella Lettera
ai Filippesi (cfr 2,6-11), che in Quaresima
abbiamo più volte meditato. L’apostolo ripercorre, in
modo tanto essenziale quanto efficace, tutto il mistero
della storia della salvezza accennando alla superbia di
Adamo che, pur non essendo Dio, voleva essere come Dio.
E contrappone a questa superbia del primo uomo, che
tutti noi sentiamo un po' nel nostro essere, l'umiltà
del vero Figlio di Dio che, diventando uomo, non esitò
a prendere su di sé tutte le debolezze dell'essere
umano, eccetto il peccato, e si spinse fino alla
profondità della morte. A questa discesa nell'ultima
profondità della passione e della morte segue poi la
sua esaltazione, la vera gloria, la gloria dell'amore
che è andato fino alla fine. Ed è perciò giusto –
come dice Paolo – che «nel nome di Gesù ogni
ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto
terra, e ogni lingua proclami: Gesù Cristo è Signore!»
(2, 10-11). San Paolo accenna, con queste parole, a una
profezia di Isaia dove Dio dice: Io sono il Signore,
ogni ginocchio si pieghi davanti a me nei cieli e nella
terra (sfr Is 45, 23). Questo – dice Paolo –
vale per Gesù Cristo. Lui realmente, nella sua umiltà,
nella vera grandezza del suo amore, è il Signore del
mondo e davanti a Lui realmente ogni ginocchio si piega.
Quanto meraviglioso, e insieme sorprendente, è
questo mistero! Non possiamo mai sufficientemente
meditare questa realtà. Gesù, pur essendo Dio, non
volle fare delle sue prerogative divine un possesso
esclusivo; non volle usare il suo essere Dio, la sua
dignità gloriosa e la sua potenza, come strumento di
trionfo e segno di distanza da noi. Al contrario, «svuotò
se stesso» assumendo la misera e debole condizione
umana - Paolo usa, a questo riguardo, un verbo greco
assai pregnante per indicare la kénosis, questa
discesa di Gesù. La forma (morphé) divina si
nascose in Cristo sotto la forma umana, ossia sotto la
nostra realtà segnata dalla sofferenza, dalla povertà,
dai nostri limiti umani e dalla morte. La condivisione
radicale e vera della nostra natura, condivisione in
tutto fuorché nel peccato, lo condusse fino a quella
frontiera che è il segno della nostra finitezza, la
morte. Ma tutto ciò non è stato frutto di un
meccanismo oscuro o di una cieca fatalità: fu piuttosto
una sua libera scelta, per generosa adesione al disegno
salvifico del Padre. E la morte a cui andò incontro –
aggiunge Paolo - fu quella di croce, la più umiliante e
degradante che si potesse immaginare. Tutto questo il
Signore dell’universo lo ha compiuto per amore nostro:
per amore ha voluto "svuotare se stesso" e
farsi nostro fratello; per amore ha condiviso la nostra
condizione, quella di ogni uomo e di ogni donna. Scrive
in proposito un grande testimone della tradizione
orientale, Teodoreto di Ciro: «Essendo Dio e Dio per
natura e avendo l’uguaglianza con Dio, non ha ritenuto
questo qualcosa di grande, come fanno coloro che hanno
ricevuto qualche onore al di sopra dei loro meriti, ma
nascondendo i suoi meriti, ha scelto l’umiltà più
profonda e ha preso la forma di un essere umano» (Commento
all’epistola ai Filippesi, 2,6-7).
Preludio al Triduo pasquale, che incomincerà domani
– come dicevo - con i suggestivi riti pomeridiani del
Giovedì Santo, è la solenne Messa Crismale, che
nella mattinata il Vescovo celebra con il proprio
presbiterio, e nel corso della quale insieme vengono
rinnovate le promesse sacerdotali pronunciate il giorno
dell’ Ordinazione. E’ un gesto di grande valore,
un’occasione quanto mai propizia in cui i sacerdoti
ribadiscono la propria fedeltà a Cristo che li ha
scelti come suoi ministri. Quest’incontro sacerdotale
assume inoltre un significato particolare, perché è
quasi una preparazione all’Anno Sacerdotale, che ho
indetto in occasione del 150 anniversario della morte
del Santo Curato d’Ars e che avrà inizio il prossimo
19 giugno. Sempre nella Messa Crismale verranno
poi benedetti l’olio degli infermi e quello dei
catecumeni, e sarà consacrato il Crisma. Riti questi
con i quali sono simbolicamente significate la pienezza
del Sacerdozio di Cristo e quella comunione ecclesiale
che deve animare il popolo cristiano, radunato per il
sacrificio eucaristico e vivificato nell’unità dal
dono dello Spirito Santo.
Nella Messa del pomeriggio, chiamata in Coena
Domini, la Chiesa commemora l’istituzione
dell’Eucaristia, il Sacerdozio ministeriale ed il
Comandamento nuovo della carità, lasciato da Gesù ai
suoi discepoli. Di quanto avvenne nel Cenacolo, la
vigilia della passione del Signore, san Paolo offre una
delle più antiche testimonianze. «Il Signore Gesù, -
egli scrive, all'inizio degli anni cinquanta, basandosi
su un testo che ha ricevuto dall’ambiente del Signore
stesso - nella notte in cui veniva tradito, prese del
pane e , dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse:
"Questo è il mio corpo, che è per voi; fate
questo in memoria di me". Allo stesso modo, dopo
aver cenato, prese anche il calice, dicendo:
"Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue;
fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me»
(1Cor 11,23-25). Parole cariche di mistero, che
manifestano con chiarezza il volere di Cristo: sotto le
specie del pane e del vino Egli si rende presente col
suo corpo dato e col suo sangue versato. E’ il
sacrificio della nuova e definitiva alleanza offerta a
tutti, senza distinzione di razza e di cultura. E di
questo rito sacramentale, che consegna alla Chiesa come
prova suprema del suo amore, Gesù costituisce ministri
i suoi discepoli e quanti ne proseguiranno il ministero
nel corso dei secoli. Il Giovedì Santo costituisce
pertanto un rinnovato invito a rendere grazie a Dio per
il sommo dono dell’Eucaristia, da accogliere con
devozione e da adorare con viva fede. Per questo, la
Chiesa incoraggia, dopo la celebrazione della Santa
Messa, a vegliare in presenza del Santissimo Sacramento,
ricordando l’ora triste che Gesù passò in solitudine
e preghiera nel Getsemani, prima di essere arrestato per
poi venire condannato a morte.
E siamo così al Venerdì Santo, giorno della
passione e della crocifissione del Signore. Ogni anno,
ponendoci in silenzio di fronte a Gesù appeso al legno
della croce, avvertiamo quanto siano piene di amore le
parole da Lui pronunciate la vigilia, nel corso
dell’Ultima Cena. "Questo è il mio sangue
dell’alleanza, che è versato per molti" (cfr Mc
14,24). Gesù ha voluto offrire la sua vita in
sacrificio per la remissione dei peccati dell’umanità.
Come di fronte all’Eucaristia, così di fronte alla
passione e morte di Gesù in Croce il mistero si fa
insondabile per la ragione. Siamo posti davanti a
qualcosa che umanamente potrebbe apparire assurdo: un
Dio che non solo si fà uomo, con tutti i bisogni
dell'uomo, non solo soffre per salvare l’uomo
caricandosi di tutta la tragedia dell’umanità, ma
muore per l’uomo.
La morte di Cristo richiama il cumulo di dolore e di
mali che grava sull’umanità di ogni tempo: il peso
schiacciante del nostro morire, l’odio e la violenza
che ancora oggi insanguinano la terra. La passione del
Signore continua nella sofferenze degli uomini. Come
giustamente scrive Blaise Pascal, "Gesù sarà in
agonia fino alla fine del mondo; non bisogna dormire
durante questo tempo" (Pensieri, 553). Se il
Venerdì Santo è giorno pieno di tristezza, è dunque
al tempo stesso, giorno quanto mai propizio per
ridestare la nostra fede, per rinsaldare la nostra
speranza e il coraggio di portare ciascuno la nostra
croce con umiltà, fiducia ed abbandono in Dio, certi
del suo sostegno e della sua vittoria. Canta la liturgia
di questo giorno: O Crux, ave, spes unica –
Ave, o croce, unica speranza!" .
Questa speranza si alimenta nel grande silenzio del
Sabato Santo, in attesa della risurrezione di Gesù. In
questo giorno le Chiese sono spoglie e non sono previsti
particolari riti liturgici. La Chiesa veglia in
preghiera come Maria e insieme a Maria, condividendone
gli stessi sentimenti di dolore e di fiducia in Dio.
Giustamente si raccomanda di conservare durante tutta la
giornata un clima orante, favorevole alla meditazione e
alla riconciliazione; si incoraggiano i fedeli ad
accostarsi al sacramento della Penitenza, per poter
partecipare realmente rinnovati alle Feste Pasquali.
Il raccoglimento e il silenzio del Sabato Santo ci
condurranno nella notte alla solenne Veglia Pasquale,
"madre di tutte le veglie", quando proromperà
in tutte le chiese e comunità il canto della gioia per
la risurrezione di Cristo. Ancora una volta, verrà
proclamata la vittoria della luce sulle tenebre, della
vita sulla morte, e la Chiesa gioirà nell’incontro
con il suo Signore. Entreremo così nel clima della
Pasqua di Risurrezione.
Cari fratelli e sorelle, disponiamoci a vivere
intensamente il Triduo Santo, per essere sempre più
profondamente partecipi del Mistero di Cristo. Ci
accompagna in questo itinerario la Vergine Santa, che ha
seguito in silenzio il Figlio Gesù fino al Calvario,
prendendo parte con grande pena al suo sacrificio,
cooperando così al mistero della Redenzione e divenendo
Madre di tutti i credenti (cfr Gv 19,25-27).
Insieme a Lei entreremo nel Cenacolo, resteremo ai piedi
della Croce, veglieremo idealmente accanto al Cristo
morto attendendo con speranza l’alba del giorno
radioso della risurrezione. In questa prospettiva,
formulo fin d’ora a tutti voi i più cordiali auguri
di una lieta e santa Pasqua, insieme con le vostre
famiglie, parrocchie e comunità.
[Il Papa ha poi salutato i pellegrini in diverse
lingue. In italiano ha detto:]
Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua
italiana. In primo luogo rinnovo la mia vicinanza
spirituale alla cara comunità de L’Aquila e degli
altri paesi, duramente colpiti dal violento fenomeno
sismico dei giorni scorsi, che ha provocato numerose
vittime, tanti feriti e ingenti danni materiali. La
sollecitudine con cui Autorità, forze dell’ordine,
volontari e altri operatori stanno soccorrendo questi
nostri fratelli dimostra quanto sia importante la
solidarietà per superare insieme prove così dolorose.
Ancora una volta desidero dire a quelle care popolazioni
che il Papa condivide la loro pena e le loro
preoccupazioni. Carissimi, appena possibile spero di
venire a trovarvi. Sappiate che il Papa prega per tutti,
implorando la misericordia del Signore per i defunti, e
per i familiari e i superstiti il conforto materno di
Maria e il sostegno della speranza cristiana. Saluto poi
i partecipanti al Convegno internazionale UNIV,
promosso dalla Prelatura dell’Opus Dei. Cari amici, vi
esorto a rispondere con gioia alla chiamata del Signore
per dare un senso pieno alla vostra vita: nello studio,
nei rapporti con i colleghi, in famiglia e nella società.
"Dal fatto che tu e io –diceva san Josémaria
Escrivà– ci comportiamo come Dio vuole, non
dimenticarlo, dipendono molte cose grandi"
(Cammino, 755). Saluto i fedeli della parrocchia San
Giovanni Battista, in Campagnano di Roma, e i
dirigenti, gli insegnanti e i numerosi giovani studenti
del Circolo didattico Don Milani, di Galatone.
Auguro che la visita alle tombe degli Apostoli susciti
in tutti il desiderio di servire sempre più
generosamente Cristo e i fratelli.
Saluto i giovani, i malati e gli sposi
novelli. Domani entreremo nel Sacro Triduo
che ci farà rivivere i misteri centrali della nostra
salvezza. Invito voi, cari giovani, a trarre
dalla Croce la luce necessaria per camminare sulle orme
del Redentore. Per voi, cari malati, la Passione
del Signore, culminante nel trionfo della Pasqua,
costituisca sempre sorgente di speranza. E voi, cari sposi
novelli, vivendo il Mistero pasquale, fate della
vostra esistenza diventi un dono reciproco.
[© Copyright 2009 - Libreria Editrice Vaticana]
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