| «Europa, fedele alle tue radici
per servire tutta l’umanità»
Rileggendo l'«eredità europea», il Papa ha
messo in risalto la sua «tradizione di pensiero», la «corrispondenza sostanziale tra
fede, verità e ragione» E ha citato il filosofo Habermas sulla matrice
giudaico-cristiana delle idee di libertà e solidarietà
Benedetto XVI
Pubblichiamo il testo integrale del discorso tenuto
ieri da Benedetto XVI nella Hofburg di Vienna alla presenza del presidente della
Repubblica, Heinz Fischer, delle autorità, del corpo diplomatico e di esponenti del mondo
della cultura, tra cui i rettori delle università austriache.
Stimatissimo signor Presidente federale, onorevole signor Presidente del Parlamento
nazionale, onorevole signor Cancelliere federale, illustri membri del Governo federale,
onorevoli deputati del Parlamento nazionale e membri del Senato federale, illustri
Presidenti regionali, stimati rappresentanti del Corpo diplomatico, illustri signore e
signori! È per me una grande gioia e un onore incontrarmi oggi con lei, signor Presidente
federale, con i membri del Governo federale, come anche con i rappresentanti della vita
politica e pubblica della Repubblica d'Austria. In questo incontro nella Hofburg si
rispecchia il buon rapporto, caratterizzato da fiducia vicendevole, tra il vostro Paese e
la Santa Sede. Di questo mi rallegro vivamente. Le relazioni tra la Santa Sede e l'Austria
rientrano nel vasto complesso dei rapporti diplomatici, che trovano nella città di Vienna
un importante crocevia, perché qui hanno sede anche vari organismi internazionali. Sono
lieto della presenza di molti rappresentanti diplomatici, ai quali va il mio deferente
saluto. Vi ringrazio, signore e signori Ambasciatori, per la vostra dedizione non solo al
servizio dei Paesi che rappresentate e dei loro interessi, ma anche della causa comune
della pace e dell'intesa tra i popoli. Questa è la mia prima visita come vescovo di Roma
e pastore supremo della Chiesa cattolica universale in questo Paese, che, però, conosco
da molto tempo e per numerose visite precedenti. È - permettetemi di dirlo - una gioia
per me trovarmi qui. Ho qui molti amici e, come vicino bavarese, il modo di vivere e le
tradizioni austriache mi sono del tutto familiari. Il mio grande predecessore di beata
memoria, papa Giovanni Paolo II, ha visitato l'Austria tre volte. Ogni volta è stato
ricevuto dalla gente di questo Paese con grande cordialità, le sue parole sono state
ascoltate con attenzione e i suoi viaggi apostolici hanno lasciato le loro tracce.
L'Austria
L'Austria negli ultimi anni e decenni ha registrato successi, che ancora due generazioni
fa nessuno avrebbe osato sognare. Il vostro Paese non ha solo vissuto un notevole
progresso economico, ma ha sviluppato anche un'esemplare convivenza sociale, di cui il
termine «solidarietà sociale» è diventato un sinonimo. Gli austriaci hanno ogni
ragione di esserne riconoscenti, e lo manifestano avendo un cuore aperto verso i poveri e
gli indigenti nel proprio Paese, ma essendo anche generosi quando si tratta di dimostrare
solidarietà in occasione di catastrofi e di disgrazie nel mondo. Le grandi iniziative di
Licht ins Dunkel - «Luce nelle tenebre» - prima di Natale e Nachbar in Not - «Vicino
nel bisogno» - sono una bella testimonianza di questi sentimenti.
L'Austria e l'ampliamento dell'Europa
Ci troviamo qui in un luogo storico, dal quale per secoli è stato governato un impero
che ha unito ampie parti dell'Europa centrale e orientale. Questo luogo e quest'ora
offrono un'occasione provvidenziale per fissare lo sguardo sull'intera Europa di oggi.
Dopo gli orrori della guerra e le esperienze traumatiche del totalitarismo e della
dittatura, l'Europa ha intrapreso il cammino verso un'unità del Continente, tesa ad
assicurare un durevole ordine di pace e di giusto sviluppo. La divisione che per decenni
ha scisso il Continente in modo doloroso è, sì, superata politicamente, ma l'unità
resta ancora in gran parte da realizzare nella mente e nel cuore delle persone. Anche se
dopo la caduta della cortina di ferro nel 1989 qualche speranza eccessiva può essere
rimasta delusa e su alcuni aspetti si possono sollevare giustificate critiche nei
confronti di qualche istituzione europea, il processo di unificazione è comunque un'opera
di grande portata che a questo Continente, prima corroso da continui conflitti e fatali
guerre fratricide, ha portato un periodo di pace da tanto tempo sconosciuto. In
particolare, per i Paesi dell'Europa centrale e orientale la partecipazione a tale
processo è un ulteriore stimolo a consolidare al loro interno la libertà, lo stato di
diritto e la democrazia. È doveroso ricordare a tale proposito il contributo che il mio
predecessore papa Giovanni Paolo II ha dato a quel processo storico. Pure l'Austria, che
si trova al confine tra l'Occidente e l'Oriente di allora ha, come Paese-ponte,
contribuito molto a questa unione e ne ha anche - non bisogna dimenticarlo - tratto grande
profitto.
L'Europa
La «casa Europa», come amiamo chiamare la comunità di questo Continente, sarà
per tutti luogo gradevolmente abitabile solo se verrà costruita su un solido fondamento
culturale e morale di valori comuni che traiamo dalla nostra storia e dalle nostre
tradizioni. L'Europa non può e non deve rinnegare le sue radici cristiane.
Esse
sono una componente dinamica della nostra civiltà per il cammino nel terzo millennio. Il
cristianesimo ha profondamente modellato questo Continente: di ciò rendono testimonianza
in tutti i Paesi e particolarmente in Austria non solo le moltissime chiese e gli
importanti monasteri. La fede ha la sua manifestazione soprattutto nelle innumerevoli
persone che essa, nel corso della storia fino ad oggi, ha portato ad una vita di speranza,
di amore e di misericordia. Mariazell, il grande Santuario nazionale austriaco, è al
contempo un luogo d'incontro per vari popoli europei. È uno di quei luoghi nei quali gli
uomini hanno attinto e attingono tuttora la «forza dall'alto» per una retta vita. In
questi giorni la testimonianza di fede cristiana al centro dell'Europa viene espressa
anche mediante la Terza Assemblea ecumenica europea in Sibiu-Hermannstadt (Romania) posta
sotto il motto: «La luce di Cristo illumina tutti. Speranza di rinnovamento e di unità
in Europa». Viene spontaneo il ricordo del Katholikentag centro-europeo che nel 2004,
sotto il motto «Cristo, speranza dell'Europa», ha radunato tanti credenti a Mariazell!
Oggi si parla spesso del modello di vita europeo. Con ciò si intende un ordine sociale
che significa efficacia economica con giustizia sociale, pluralità politica con
tolleranza, liberalità ed apertura, ma anche conservazione di valori che a questo
Continente danno la sua posizione particolare. Questo modello, sotto i condizionamenti
dell'economia moderna, si trova davanti ad una grande sfida. La spesso citata
globalizzazione non può essere fermata, ma è un compito urgente ed una grande
responsabilità della politica quella di dare alla globalizzazione ordinamenti e limiti
adatti ad evitare che essa si realizzi a spese dei Paesi più poveri e delle persone
povere nei Paesi ricchi e vada a scapito delle generazioni future. Certamente, l'Europa ha
vissuto e sofferto anche terribili cammini sbagliati. Ne fanno parte: restringimenti
ideologici della filosofia, della scienza ed anche della fede, l'abuso di religione e
ragione per scopi imperialistici, la degradazione dell'uomo mediante un materialismo
teorico e pratico, ed infine la degenerazione della tolleranza in una indifferenza priva
di riferimenti a valori permanenti. Fa però parte delle caratteristiche dell'Europa una
capacità di autocritica che, nel vasto panorama delle culture del mondo, la distingue e
la qualifica.
La vita
È nell'Europa che, per la prima volta, è stato formulato il concetto di diritti
umani. Il diritto umano fondamentale, il presupposto per tutti gli altri diritti, è il
diritto alla vita stessa.Ciò vale per la vita dal concepimento sino alla sua fine
naturale. L'aborto, di conseguenza, non può essere un diritto umano - è il suo
contrario. È una «profonda ferita sociale», come sottolineava senza stancarsi il
nostro defunto confratello, il cardinale Franz König. Nel dire questo non esprimiamo un
interesse specificamente ecclesiale. Ci facciamo piuttosto avvocati di una richiesta
profondamente umana e ci sentiamo portavoce dei nascituri che non hanno voce. Non chiudo
gli occhi davanti ai problemi e ai conflitti di molte donne e mi rendo conto che la
credibilità del nostro discorso dipende anche da quel che la Chiesa stessa fa per venire
in aiuto alle donne in difficoltà. Mi appello quindi ai responsabili della politica,
affinché non permettano che i figli vengano considerati come casi di malattia né che la
qualifica di ingiustizia attribuita dal vostro ordinamento giuridico all'aborto venga di
fatto abolita. Lo dico mosso dalla preoccupazione per i valori umani. Ma questo non è che
un lato di ciò che ci preoccupa. L'altro è di fare tutto il possibile per rendere i
Paesi europei di nuovo più aperti ad accogliere i bambini. Incoraggiate i giovani, che
con il matrimonio fondano nuove famiglie, a divenire madri e padri! Con ciò farete del
bene a loro medesimi, ma anche all'intera società. Vi confermiamo anche decisamente nelle
vostre premure politiche di favorire condizioni che rendano possibile alle giovani coppie
di allevare dei figli. Tutto ciò, però, non gioverà a nulla, se non riusciremo a creare
nei nostri Paesi di nuovo un clima di gioia e di fiducia nella vita, in cui i bambini non
vengano visti come un peso, ma come un dono per tutti. Una grande preoccupazione
costituisce per me anche il dibattito sul cosiddetto «aiuto attivo a morire». C'è da
temere che un giorno possa essere esercitata una pressione non dichiarata o anche
esplicita sulle persone gravemente malate o anziane, perché chiedano la morte o se la
diano da sé. La risposta giusta alla sofferenza alla fine della vita è un'attenzione
amorevole, l'accompagnamento verso la morte - in particolare anche con l'aiuto della
medicina palliativa - e non un «aiuto attivo a morire». Per affermare un accompagnamento
umano verso la morte occorrerebbero però urgentemente delle riforme strutturali in tutti
i campi del sistema sanitario e sociale e l'organizzazione di strutture di assistenza
palliativa. Occorrono poi anche passi concreti: nell'accompagnamento psicologico e
pastorale delle persone gravemente malate e dei moribondi, dei loro parenti, dei medici e
del personale di cura. In questo campo la Hospizbewegung fa delle cose grandiose. Tutto
l'insieme di tali compiti, però, non può essere delegato soltanto a loro. Molte altre
persone devono essere pronte o essere incoraggiate nella loro disponibilità a non badare
a tempo e anche a spese nell'assistenza amorosa dei gravemente malati e dei moribondi.
Il dialogo della ragione
Fa parte dell'eredità europea anche una tradizione di pensiero, per la quale è
essenziale una corrispondenza sostanziale tra fede, verità e ragione. Si tratta qui della
questione se la ragione stia al principio di tutte le cose e a loro fondamento o no. Si
tratta della questione se la realtà abbia alla sua origine il caso e la necessità, se
quindi la ragione sia un casuale prodotto secondario dell'irrazionale e nell'oceano
dell'irrazionalità, in fin dei conti, sia anche senza un senso, o se invece resti vero
ciò che costituisce la convinzione di fondo della fede cristiana: In principio erat
Verbum - in principio era il Verbo - all'origine di tutte le cose c'è la Ragione
creatrice di Dio che ha deciso di parteciparsi a noi esseri umani. Permettetemi di citare
in questo contesto Jürgen Habermas, un filosofo quindi che non aderisce alla fede
cristiana: «Per l'autocoscienza normativa del tempo moderno il cristianesimo non è stato
soltanto un catalizzatore. L'universalismo egualitario, dal quale sono scaturite le idee
di libertà e di convivenza solidale, è un'eredità immediata della giustizia giudaica e
dell'etica cristiana dell'amore. Immutata nella sostanza, questa eredità è stata sempre
di nuovo fatta propria in modo critico e nuovamente interpretata. A ciò fino ad oggi non
esiste alternativa».
I compiti dell'Europa nel mondo
Dall'unicità della sua chiamata deriva, tuttavia, per l'Europa anche una
responsabilità unica nel mondo. A questo riguardo essa innanzitutto non deve rinunciare a
se stessa. Il continente che, demograficamente, invecchia in modo rapido non deve
diventare un continente spiritualmente vecchio. L'Europa inoltre acquisterà una migliore
consapevolezza di se stessa se assumerà una responsabilità nel mondo che corrisponda
alla sua singolare tradizione spirituale, alle sue capacità straordinarie e alla sua
grande forza economica. L'Unione Europea dovrebbe pertanto assumere un ruolo guida nella
lotta contro la povertà nel mondo e nell'impegno a favore della pace. Con gratitudine
possiamo constatare che Paesi europei e l'Unione Europea sono tra coloro che maggiormente
contribuiscono allo sviluppo internazionale, ma essi dovrebbero anche far valere la loro
rilevanza politica di fronte, ad esempio, alle urgentissime sfide poste dall'Africa, alle
immani tragedie di quel Continente, quali il flagello dell'Aids, la situazione nel Darfur,
l'ingiusto sfruttamento delle risorse naturali e il preoccupante traffico di armi. Così
pure l'impegno politico e diplomatico dell'Europa e dei suoi Paesi non può dimenticare la
permanente grave situazione del Medio Oriente, dove è necessario il contributo di tutti
per favorire la rinuncia alla violenza, il dialogo reciproco e una convivenza veramente
pacifica. Deve anche continuare a crescere il rapporto con le Nazioni dell'America latina
e con quelle del Continente asiatico, mediante opportuni legami di interscambio.
Conclusione
Stimato signor Presidente federale, illustri signore e signori! L'Austria è un Paese
ricco di molte benedizioni: grandi bellezze paesaggistiche che, anno dopo anno, attirano
milioni di persone per un soggiorno di riposo; un'inaudita ricchezza culturale, creata e
accumulata da molte generazioni; molte persone dotate di talento artistico e di grandi
forze creative. Dappertutto si possono vedere le testimonianze delle prestazioni prodotte
dalla diligenza e dalle doti della popolazione che lavora. È questo un motivo di
gratitudine e di fierezza. Ma certamente l'Austria non è un'«isola felice» e neppure
crede di esserlo. L'autocritica fa sempre bene e, senz'altro, è anche diffusa in Austria.
Un Paese che ha ricevuto tanto deve anche dare tanto. Può contare molto su se stesso e
anche esigere da se stesso una certa responsabilità nei confronti dei Paesi vicini,
dell'Europa e del mondo. Molto di ciò che l'Austria è e possiede, lo deve alla fede
cristiana e alla sua ricca efficacia sulle persone. La fede ha formato profondamente il
carattere di questo Paese e la sua gente. Deve perciò essere nell'interesse di tutti non
permettere che un giorno in questo Paese siano forse ormai solo le pietre a parlare di
cristianesimo! Un'Austria senza una viva fede cristiana non sarebbe più l'Austria. Auguro
a voi e a tutti gli austriaci, soprattutto agli anziani e ai malati, come anche ai giovani
che hanno la vita ancora davanti a sé, speranza, fiducia, gioia e la benedizione di Dio!
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OMELIA
DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI
Piazza antistante
la Basilica di Mariazell
Sabato, 8 settembre 2007
Cari fratelli e sorelle,
con il nostro grande pellegrinaggio a
Mariazell celebriamo la festa patronale di questo Santuario,
la festa della Natività di Maria. Da 850 anni vengono qui
persone da vari popoli e nazioni, persone che pregano portando
con sé i desideri dei loro cuori e dei loro Paesi, le
preoccupazioni e le speranze del loro intimo. Così Mariazell
è diventata per l’Austria, e molto al di là delle sue
frontiere, un luogo di pace e di unità riconciliata. Qui
sperimentiamo la bontà consolatrice della Madre; qui
incontriamo Gesù Cristo, nel quale Dio è con noi, come
afferma oggi il brano evangelico - Gesù, di cui nella lettura
del profeta Michea abbiamo sentito: Egli sarà la pace (cfr
5,4). Oggi ci inseriamo nel grande pellegrinaggio di molti
secoli. Facciamo una sosta dalla Madre del Signore e la
preghiamo: Mostraci Gesù. Mostra a noi pellegrini Colui che
è insieme la via e la meta: la verità e la vita.
Il brano evangelico, che abbiamo appena
ascoltato, apre ulteriormente il nostro sguardo. Esso presenta
la storia di Israele a partire da Abramo come un
pellegrinaggio che, con salite e discese, per vie brevi e per
vie lunghe, conduce infine a Cristo. La genealogia con le sue
figure luminose e oscure, con i suoi successi e i suoi
fallimenti, ci dimostra che Dio può scrivere diritto anche
sulle righe storte della nostra storia. Dio ci lascia la
nostra libertà e, tuttavia, sa trovare nel nostro fallimento
nuove vie per il suo amore. Dio non fallisce. Così questa
genealogia è una garanzia della fedeltà di Dio; una garanzia
che Dio non ci lascia cadere, e un invito ad orientare la
nostra vita sempre nuovamente verso di Lui, a camminare sempre
di nuovo verso Cristo.
Andare in pellegrinaggio significa essere
orientati in una certa direzione, camminare verso una meta. Ciò
conferisce anche alla via ed alla sua fatica una propria
bellezza. Tra i pellegrini della genealogia di Gesù ce
n’erano alcuni che avevano dimenticato la meta e volevano
porre sé stessi come meta. Ma sempre di nuovo il Signore
aveva suscitato anche persone che si erano lasciate spingere
dalla nostalgia della meta, orientandovi la propria vita. Lo
slancio verso la fede cristiana, l’inizio della Chiesa di
Gesù Cristo è stato possibile, perché esistevano in Israele
persone con un cuore in ricerca – persone che non si sono
accomodate nella consuetudine, ma hanno scrutato lontano alla
ricerca di qualcosa di più grande: Zaccaria, Elisabetta,
Simeone, Anna, Maria e Giuseppe, i Dodici e molti altri. Poiché
il loro cuore era in attesa, essi potevano riconoscere in Gesù
Colui che Dio aveva mandato e diventare così l’inizio della
sua famiglia universale. La Chiesa delle genti si è resa
possibile, perché sia nell’area del Mediterraneo sia
nell’Asia vicina e media, dove arrivavano i messaggeri di
Gesù, c’erano persone in attesa che non si accontentavano
di ciò che facevano e pensavano tutti, ma cercavano la stella
che poteva indicare loro la via verso la Verità stessa, verso
il Dio vivente.
Di questo cuore inquieto e aperto abbiamo
bisogno. È il nocciolo del pellegrinaggio. Anche oggi non è
sufficiente essere e pensare in qualche modo come tutti gli
altri. Il progetto della nostra vita va oltre. Noi abbiamo
bisogno di Dio, di quel Dio che ci ha mostrato il suo volto ed
aperto il suo cuore: Gesù Cristo. Giovanni, con buona
ragione, afferma che Lui è l’Unigenito Dio che è nel seno
del Padre (cfr Gv 1,18); così solo Lui, dall’intimo di Dio
stesso, poteva rivelare Dio a noi – rivelarci anche chi
siamo noi, da dove veniamo e verso dove andiamo. Certo, ci
sono numerose grandi personalità nella storia che hanno fatto
belle e commoventi esperienze di Dio. Restano, però,
esperienze umane con il loro limite umano. Solo Lui è Dio e
perciò solo Lui è il ponte, che veramente mette in contatto
immediato Dio e l’uomo. Se noi cristiani dunque lo chiamiamo
l’unico Mediatore della salvezza valido per tutti, che
interessa tutti e del quale, in definitiva, tutti hanno
bisogno, questo non significa affatto disprezzo delle altre
religioni né assolutizzazione superba del nostro pensiero, ma
solo l’essere conquistati da Colui che ci ha interiormente
toccati e colmati di doni, affinché noi potessimo a nostra
volta fare doni anche agli altri. Di fatto, la nostra fede si
oppone decisamente alla rassegnazione che considera l’uomo
incapace della verità – come se questa fosse troppo grande
per lui. Questa rassegnazione di fronte alla verità è,
secondo la mia convinzione, il nocciolo della crisi
dell’Occidente, dell’Europa. Se per l’uomo non esiste
una verità, egli, in fondo, non può neppure distinguere tra
il bene e il male. E allora le grandi e meravigliose
conoscenze della scienza diventano ambigue: possono aprire
prospettive importanti per il bene, per la salvezza
dell’uomo, ma anche – e lo vediamo – diventare
una terribile minaccia, la distruzione dell’uomo e del
mondo. Noi abbiamo bisogno della verità. Ma certo, a motivo
della nostra storia abbiamo paura che la fede nella verità
comporti intolleranza. Se questa paura, che ha le sue
buone ragioni storiche, ci assale, è tempo di guardare a Gesù
come lo vediamo qui nel santuario di Mariazell. Lo vediamo in
due immagini: come bambino in braccio alla Madre e,
sull’altare principale della basilica, come crocifisso.
Queste due immagini della basilica ci dicono: la verità
non si afferma mediante un potere esterno, ma è umile e si
dona all’uomo solamente mediante il potere interiore del suo
essere vera. La verità dimostra se stessa nell’amore.
Non è mai nostra proprietà, un nostro prodotto, come
anche l’amore non si può produrre, ma solo ricevere e
trasmettere come dono. Di questa interiore forza della verità
abbiamo bisogno. Di questa forza della verità noi come
cristiani ci fidiamo. Di essa siamo testimoni. Dobbiamo
trasmetterla in dono nello stesso modo in cui l’abbiamo
ricevuta, così come essa si è donata.
“Guardare a Cristo”, è il motto di
questo giorno. Questo invito, per l’uomo in ricerca, si
trasforma sempre di nuovo in una spontanea richiesta, una
richiesta rivolta in particolare a Maria, che ci ha donato
Cristo come il Figlio suo: “Mostraci Gesù!” Preghiamo
oggi così con tutto il cuore; preghiamo così anche al di là
di questa ora, interiormente alla ricerca del Volto del
Redentore. “Mostraci Gesù!”. Maria risponde,
presentandoLo a noi innanzitutto come bambino. Dio si è fatto
piccolo per noi. Dio non viene con la forza esteriore, ma
viene nell’impotenza del suo amore, che costituisce la sua
forza. Egli si dà nelle nostre mani. Chiede il nostro amore.
Ci invita a diventare anche noi piccoli, a scendere dai nostri
alti troni ed imparare ad essere bambini davanti a Dio. Egli
ci offre il Tu. Ci chiede di fidarci di Lui e di imparare così
a stare nella verità e nell’amore. Il bambino Gesù ci
ricorda naturalmente anche tutti i bambini del mondo, nei
quali vuole venirci incontro. I bambini che vivono nella
povertà; che vengono sfruttati come soldati; che non hanno
mai potuto sperimentare l’amore dei genitori; i bambini
malati e sofferenti, ma anche quelli gioiosi e sani.
L’Europa è diventata povera di bambini: noi vogliamo tutto
per noi stessi, e forse non ci fidiamo troppo del futuro. Ma
priva di futuro sarà la terra solo quando si spegneranno le
forze del cuore umano e della ragione illuminata dal cuore –
quando il volto di Dio non splenderà più sopra la terra.
Dove c’è Dio, là c’è futuro.
“Guardare a Cristo”: gettiamo ancora
brevemente uno sguardo al Crocifisso sopra l’altare
maggiore. Dio ha redento il mondo non mediante la spada, ma
mediante la Croce. Morente, Gesù stende le braccia. Questo è
innanzitutto il gesto della Passione, in cui Egli si lascia
inchiodare per noi, per darci la sua vita. Ma le braccia stese
sono allo stesso tempo l’atteggiamento dell’orante, una
posizione che il sacerdote assume quando nella preghiera
allarga le braccia: Gesù ha trasformato la passione – la
sua sofferenza e la sua morte – in preghiera, e così l’ha
trasformata in un atto di amore verso Dio e verso gli uomini.
Per questo le braccia stese del Crocifisso sono, alla fine,
anche un gesto di abbraccio, con cui Egli ci attrae a sé,
vuole racchiuderci nelle mani del suo amore. Così Egli è
un’immagine del Dio vivente, è Dio stesso, a Lui possiamo
affidarci.
“Guardare a Cristo!” Se questo noi
facciamo, ci rendiamo conto che il cristianesimo è di più e
qualcosa di diverso da un sistema morale, da una serie di
richieste e di leggi. È il dono di un’amicizia che perdura
nella vita e nella morte: “Non vi chiamo più servi, ma
amici” (cfr Gv 15,15), dice il Signore ai suoi. A questa
amicizia noi ci affidiamo. Ma proprio perché il cristianesimo
è più di una morale, è appunto il dono di un’amicizia,
proprio per questo porta in sé anche una grande forza morale
di cui noi, davanti alle sfide del nostro tempo, abbiamo tanto
bisogno. Se con Gesù Cristo e con la sua Chiesa rileggiamo in
modo sempre nuovo il Decalogo del Sinai, penetrando nelle sue
profondità, allora ci si rivela come un grande, valido,
permanente ammaestramento. Il Decalogo è innanzitutto un “sì”
a Dio, a un Dio che ci ama e ci guida, che ci porta e,
tuttavia, ci lascia la nostra libertà, anzi, la rende vera
libertà (i primi tre comandamenti). È un “sì” alla
famiglia (quarto comandamento), un “sì” alla vita (quinto
comandamento), un “sì” ad un amore responsabile (sesto
comandamento), un “sì” alla solidarietà, alla
responsabilità sociale e alla giustizia (settimo
comandamento), un “sì” alla verità (ottavo comandamento)
e un “sì” al rispetto delle altre persone e di ciò che
ad esse appartiene (nono e decimo comandamento). In virtù
della forza della nostra amicizia col Dio vivente noi viviamo
questo molteplice “sì” e al contempo lo portiamo come
indicatore di percorso in questa nostra ora del mondo.
“Mostraci Gesù!”. Con questa domanda
alla Madre del Signore ci siamo messi in cammino verso questo
luogo. Questa stessa domanda ci accompagnerà quando torneremo
nella nostra vita quotidiana. E sappiamo che Maria esaudisce
la nostra preghiera: sì, in qualunque momento, quando
guardiamo verso Maria, lei ci mostra Gesù. Così possiamo
trovare la via giusta, seguirla passo passo, pieni della
gioiosa fiducia che la via conduce nella luce – nella gioia
dell’eterno Amore. Amen.
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