| MEMORIA DI UN DISCORSO SPLENDIDO DI BENEDETTO
XVI Lo conosciamo e ci
conosce Questa è la vera festa
MER 14/11/2007 AVVENIRE
GIACOMO SAMEK LODOVICI
S econdo un’incomprensione ricorrente, il cristianesimo sarebbe solo un
insieme di divieti, che impediscono all’uomo di cogliere le più intense
soddisfazioni della vita. Per contro, fin dalla Messa (il 24.04.05) di inizio del
pontificato, Benedetto XVI ha insistito: «Chi fa entrare Cristo [nella propria vita] non
perde nulla, nulla, assolutamente nulla di ciò che rende la vita libera, bella e
grande». Il Papa lo aveva poi ribadito ai giovani della Gmg di Colonia: «La felicità
che cercate, la felicità che avete il diritto di gustare, ha un nome, un volto:
quello di Gesù di Nazareth […]. Solo lui dà pienezza di vita!».
Benedetto XVI ha insistito varie volte su questo concetto. Per esempio in un
discorso (che, pur essendo un gioiello, è passato quasi inosservato) tenuto ai vescovi
svizzeri il 9 novembre di un anno fa, in cui spiega che le norme morali vanno osservate
e non le si può ignorare, ma il cristianesimo non è un moralismo bensì «è opera di
grandezza». In questo discorso il Papa unifica i due temi complementari sviluppati nell’enciclica,
che verte su Dio come Amore, e nella lectio di Ratisbona, che verte su Dio come Logos,
cioè Ragione. Sulla scorta di Agostino, Benedetto XVI dice: «Dio è Logos e Dio è
Amore – fino al punto di farsi totalmente piccolo, di assumere un corpo umano e alla
fine di darsi come pane nelle nostre mani». Anche alla Gmg il Papa aveva parlato dell’«inconcepibile
grandezza di un Dio che si è abbassato fino al punto di mostrarsi nella mangiatoia e
darsi come cibo sull’altare». Ora – prosegue il Papa nel discorso ai vescovi che
stiamo citando – «questi due aspetti del concetto cristiano di Dio dovremmo sempre
tenere presenti e far presenti.
Dio è Spiritus creator, è Logos, è Ragione. E per questo la nostra fede è una
cosa che ha a che fare con la ragione, può essere trasmessa mediante la ragione e non
deve nascondersi davanti alla ragione ». Se si trascura questo aspetto di Dio, si cade
negli errori del fideismo, che ignora il fecondo sostegno che la ragione può fornire
alla fede, o nella guerra santa, che pretende di imporre la fede con la violenza. Ma –
aggiunge il Papa – questa Ragione eterna ed incommensurabile, non è soltanto una
matematica dell’universo e ancora meno qualche prima causa che, dopo aver provocato il
Big Bang, si è ritirata. Questa Ragione, invece, ha un cuore, tanto da poter
rinunciare alla propria immensità e farsi carne» e «in ciò sta […] l’ultima e
vera grandezza della nostra concezione di Dio». Infatti, «noi Lo conosciamo ed Egli
conosce noi. E possiamo conoscerLo sempre meglio, se rimaniamo in colloquio con Lui».
Certo, la vita cristiana può essere difficile ed ardua, ma «questo intimo
essere con Dio […] è ciò che sempre di nuovo ci fa sperimentare la grandezza del
cristianesimo e ci aiuta poi anche ad attraversare tutte le piccolezze, tra le quali,
certamente, esso deve poi essere vissuto e realizzato, giorno per giorno, soffrendo ed
amando, nella gioia e nella tristezza». Ratzinger- Benedetto XVI lo ha ribadito anche nel
suo Gesù di Nazareth
(p. 67), dove spiega che Gesù non ha portato la pace nel mondo, né il benessere
per tutti. Dunque, che cosa ha portato? «La risposta è molto semplice: Dio. Ha
portato Dio». […] «Solo la nostra durezza di cuore ci fa ritenere che ciò sia
poco». Il Papa aggiungeva ancora ai vescovi: «Nietzsche addirittura ha detto: Solo se
Dio non esiste possiamo far festa. Ma ciò è un’assurdità: solo se Dio c’è ed Egli
ci tocca, può esserci una vera festa».
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CONCLUSIONE DELL’INCONTRO DEL SANTO PADRE CON I
VESCOVI DELLA SVIZZERA (9 NOVEMBRE 2006)
Il discorso del papa
Vorrei in primo luogo ringraziare
tutti per questo incontro, che mi sembra molto importante come esercizio dell'affetto
collegiale, come manifestazione della nostra comune responsabilità per la Chiesa e per il
Vangelo in questo momento del mondo. Grazie per tutto! Mi dispiace che a causa di altri
impegni, soprattutto di Visite ad limina (in questi giorni è il turno dei
Vescovi tedeschi), non potevo essere con Voi. Avrei realmente avuto il desiderio di
sentire la voce dei Vescovi svizzeri, ma si offriranno forse altre occasioni, e,
naturalmente, di sentire anche il dialogo tra la Curia Romana e i Vescovi svizzeri: nella
Curia Romana parla anche sempre il Santo Padre nella sua responsabilità verso la Chiesa
intera. Grazie, quindi, per questo incontro che - mi sembra - ci aiuta tutti, perché è
per tutti un'esperienza dell'unità della Chiesa, ed è anche un'esperienza della speranza
che ci accompagna in tutte le difficoltà che ci circondano. Vorrei chiedere scusa anche
per il fatto che mi sono presentato già nel primo giorno senza un testo scritto;
naturalmente, un po' avevo già pensato, ma non avevo trovato il tempo di scrivere. E
così anche in questo momento mi presento con questa povertà; ma forse essere povero in
tutti i sensi conviene anche ad un Papa in questo momento della storia della Chiesa. In
ogni caso, non posso adesso offrire un grande discorso, come sarebbe giusto dopo un
incontro con questi frutti. Devo dire infatti che avevo già letto la sintesi delle Vostre
discussioni ed ora l’ho ascoltata con grande attenzione: mi sembra un testo molto ben
ponderato e ricco; risponde realmente agli interrogativi essenziali che ci occupano sia
per l'unità della Chiesa nel suo insieme sia per le questioni specifiche della Chiesa in
Svizzera. Mi sembra che realmente tracci la strada per i prossimi anni e dimostri la
nostra volontà comune di servire il Signore. Un testo molto ricco. Leggendolo ho pensato:
sarebbe un po' assurdo se adesso cominciassi a parlare di nuovo su questi temi sui quali
si è discusso tre giorni con profondità ed intensità. Vedo qui il risultato condensato
e ricco del lavoro fatto; aggiungere ancora qualcosa su singoli punti mi sembra molto
difficile, anche perché conosco il risultato del lavoro, ma non la viva voce di quanti
sono intervenuti nelle discussioni. Perciò ho pensato che forse è giusto ritornare
ancora una volta, stasera nella conclusione, sui grandi temi che ci occupano e che sono,
in definitiva, il fondamento di tutti i dettagli – anche se ogni dettaglio, ovviamente,
è importante. Nella
Chiesa l'istituzione non è soltanto una struttura esteriore, mentre il Vangelo sarebbe
puramente spirituale. In realtà, Vangelo e Istituzione sono inseparabili, perché il
Vangelo ha un corpo, il Signore ha un corpo in questo nostro tempo. Perciò le questioni che a prima
vista appaiono quasi soltanto istituzionali, sono in realtà questioni teologiche e
questioni centrali, perché vi si tratta della realizzazione e concretizzazione del
Vangelo nel nostro tempo. Pertanto, la cosa giusta è ora ribadire ancora una volta le
grandi prospettive entro le quali si muove tutta la nostra riflessione. Mi permetto, con
l'indulgenza e la generosità dei membri della Curia Romana, di ritornare alla lingua
tedesca, perché abbiamo ottimi interpreti, che altrimenti resterebbero disoccupati. Ho
pensato a due temi specifici, dei quali ho già parlato e che adesso vorrei ulteriormente
approfondire.
Ancora, quindi, il
tema "Dio". Mi è venuta in mente la parola di sant'Ignazio: "Il
cristianesimo non è opera di persuasione, ma di grandezza" (Lettera ai Romani
3,3). Non dovremmo permettere che la nostra fede sia resa vana dalle troppe discussioni
su molteplici particolari meno importanti, ma aver invece sempre sotto gli occhi in primo
luogo la sua grandezza. Mi ricordo, quando negli anni ottanta-novanta andavo in
Germania, mi si chiedevano delle interviste, e sempre sapevo già in anticipo le domande.
Si trattava dell'ordinazione delle donne, della contraccezione, dell'aborto e di altri
problemi come questi che ritornano in continuazione. Se noi ci lasciamo tirare dentro
queste discussioni, allora si identifica la Chiesa con alcuni comandamenti o divieti e noi
facciamo la figura di moralisti con alcune convinzioni un po' fuori moda, e la vera
grandezza della fede non appare minimamente. Perciò ritengo cosa fondamentale mettere
sempre di nuovo in rilievo la grandezza della nostra fede – un impegno dal quale non
dobbiamo permettere che ci distolgano simili situazioni.
Sotto questo aspetto
vorrei ora continuare completando le nostre riflessioni di martedì scorso ed insistere
ancora una volta: è importante soprattutto curare il rapporto personale con Dio, con
quel Dio che si è mostrato a noi in Cristo. Agostino ha sottolineato ripetutamente i
due lati del concetto cristiano di Dio: Dio è Logos, e Dio è Amor –
fino al punto di farsi totalmente piccolo, di assumere un corpo umano e alla fine di darsi
come pane nelle nostre mani. Questi due aspetti del concetto cristiano di Dio dovremmo
sempre tenere presenti e far presenti. Dio è Spiritus creator, è Logos, è
ragione. E per questo la nostra fede è una cosa che ha da fare con la ragione, può
essere trasmessa mediante la ragione e non deve nascondersi davanti alla ragione, neanche
a quella del nostro tempo. Ma questa ragione eterna ed incommensurabile, appunto, non
è soltanto una matematica dell'universo e ancora meno qualche prima causa che,
dopo aver provocato il Big Bang, si è ritirata. Questa ragione, invece, ha un
cuore, tanto da poter rinunciare alla propria immensità e farsi carne. E solo in ciò
sta, secondo me, l'ultima e vera grandezza della nostra concezione di Dio. Sappiamo: Dio
non è un'ipotesi filosofica, non è qualcosa che forse esiste, ma noi Lo
conosciamo ed Egli conosce noi. E possiamo conoscerLo sempre meglio, se rimaniamo in
colloquio con Lui.
Per questo è un
compito fondamentale della pastorale, insegnare a pregare ed impararlo personalmente
sempre di più. Esistono oggi scuole di preghiera, i gruppi di preghiera; si vede che
la gente lo desidera. Molti cercano la meditazione da qualche parte altrove, perché
pensano di non poter trovare nel cristianesimo la dimensione spirituale. Noi dobbiamo
mostrare loro di nuovo che questa dimensione spirituale non solo esiste, ma che è la
fonte di tutto. A questo scopo dobbiamo moltiplicare tali scuole di preghiera, del pregare
insieme, dove si può imparare la preghiera personale in tutte le sue dimensioni: come
silenzioso ascolto di Dio, come ascolto che penetra nella sua Parola, penetra nel Suo
silenzio, sonda il Suo operare nella storia e nella mia persona; comprendere anche il Suo
linguaggio nella mia vita e poi imparare a rispondere nel pregare con le grandi preghiere
dei Salmi dell'Antico e del Nuovo Testamento. Da noi stessi non abbiamo le parole per Dio,
ma ci sono state donate delle parole: lo Spirito Santo stesso ha già formulato parole di
preghiera per noi; possiamo entrarci, pregare con esse e così imparare poi anche la
preghiera personale, sempre di più „imparare" Dio e così divenire certi di Lui,
anche se tace – diventare lieti in Dio. Questo intimo essere con Dio e quindi
l'esperienza della presenza di Dio è ciò che sempre di nuovo ci fa, per così dire,
sperimentare la grandezza del cristianesimo e ci aiuta poi anche ad attraversare tutte le
piccolezze, tra le quali, certamente, esso deve poi essere vissuto e – giorno per
giorno, soffrendo ed amando, nella gioia e nella tristezza – essere realizzato.
E da questa
prospettiva si vede, secondo me, il significato della Liturgia anche come scuola, appunto,
di preghiera, nella quale il Signore stesso ci insegna a pregare, nella quale preghiamo
con la Chiesa, sia nella celebrazione semplice ed umile con solo pochi fedeli, sia anche
nella festa della fede. L'ho percepito nuovamente proprio ora nei vari colloqui, quanto
importante sia per i fedeli, da una parte, il silenzio nel contatto con Dio e, dall'altra,
la festa della fede, quanto importante poter vivere la festa. Anche il mondo ha le sue
feste. Nietzsche addirittura ha detto: Solo se Dio non esiste possiamo far festa. Ma ciò
è un'assurdità: solo se Dio c'è ed Egli ci tocca, può esserci una vera festa. E
sappiamo come queste feste della fede spalancano i cuori della gente e producono
impressioni che aiutano per il futuro. Io l'ho visto nuovamente nelle mie visite pastorali
in Germania, in Polonia, in Spagna, che lì la fede è vissuta come festa e che essa
accompagna poi le persone e le guida.
Vorrei in questo
contesto menzionare ancora un'altra cosa che mi ha molto colpito ed impressionato
durevolmente. Nell'ultima opera, rimasta incompiuta, di san Tommaso
d'Aquino, il Compendium
Theologiae, che egli intendeva strutturare semplicemente secondo le tre virtù
teologali fede, speranza, carità, il grande Dottore era giunto a cominciare e
parzialmente sviluppare il capitolo sulla speranza. Lì egli identifica, per così dire,
la speranza con la preghiera: il capitolo sulla speranza è al contempo il capitolo sulla
preghiera. La preghiera è speranza in atto. E, di fatto, nella preghiera si schiude la
vera ragione, per cui ci è possibile sperare: Noi possiamo entrare in contatto con il
Signore del mondo, Egli ci ascolta e noi possiamo ascoltare Lui. Questo è ciò a cui
alludeva sant'Ignazio e che io volevo ricordarVi oggi ancora una volta: Ou peismones to
ergon, alla megethous estin ho Christianismos (Rom 3,3) – la cosa veramente
grande nel Cristianesimo, che non dispensa dalle cose piccole e quotidiane, ma che non
deve neanche essere coperta da esse, è questo poter entrare in contatto con Dio.
La seconda cosa, che
proprio in questi giorni mi è tornata in mente, riguarda la morale. Sento spesso dire che una nostalgia di Dio, di
spiritualità, di religione esiste oggi nelle persone e che si ricomincia anche a vedere
nella Chiesa una possibile interlocutrice, dalla quale, a questo riguardo, è possibile
ricevere qualcosa. (C'è stato un periodo in cui questo losi cercava in fondo solo nelle
altre religioni.) Cresce nuovamente la consapevolezza: la Chiesa è una grande portatrice
di esperienza spirituale; è come un albero, nel quale possono porre il loro nido gli
uccelli, anche se poi vogliono di nuovo volar via – ma è , appunto, il luogo dove ci i
può posare per un certo tempo. Quello
che invece risulta molto difficile alla gente è la morale che la Chiesa proclama. Su
questo ho riflettuto – ci rifletto già da molto tempo – e vedo sempre più
chiaramente che, nella nostra epoca, la morale si è come divisa in due parti. La società
moderna non è semplicemente senza morale, ma ha, per così dire, „scoperto" e
rivendica un'altra parte della morale che, nell'annuncio della Chiesa negli ultimi decenni
e anche di più, forse non è stata abbastanza proposta. Sono i grandi temi della pace,
della non violenza, della giustizia per tutti, della sollecitudine per i poveri e del
rispetto della creazione. Questo è diventato un insieme etico che, proprio come forza
politica, ha un grande potere e costituisce per molti la sostituzione o la successione
della religione. In luogo della religione, che è vista come metafisica e cosa dell'al di
là – forse anche come cosa individualistica – entrano i grandi temi morali come
l'essenziale che poi conferisce all'uomo dignità e lo impegna. Questo è un aspetto,
che cioè questa moralità esiste ed affascina anche i giovani, che si impegnano per la
pace, per la non violenza, per la giustizia, per i poveri, per la creazione. E sono
davvero grandi temi morali, che appartengono del resto anche alla tradizione della Chiesa.
I mezzi che si offrono per la loro soluzione sono poi spesso molto unilaterali e non
sempre credibili, ma su questo non dobbiamo soffermarci ora. I grandi temi sono presenti.
L'altra parte
della morale, che non di rado viene colta in modo assai controverso dalla politica,
riguarda la vita. Fa parte di essa l'impegno per la vita, dalla concezione fino alla
morte, cioè la sua difesa contro l'aborto, contro l'eutanasia, contro la manipolazione e
contro l'auto-legittimazione dell'uomo a disporre della vita. Spesso si cerca di
giustificare questi interventi con gli scopi apparentemente grandi di poter con ciò
essere utili alle generazioni future e così appare addirittura come cosa morale anche il
prendere nelle proprie mani la vita stessa dell'uomo e manipolarla. Ma, dall'altra parte,
esiste anche la consapevolezza che la vita umana è un dono che richiede il nostro
rispetto e il nostro amore dal primo fino all'ultimo momento, anche per i sofferenti, gli
handicappati e i deboli. In questo contesto si pone poi anche la morale del matrimonio e
della famiglia. Il matrimonio viene, per così dire, sempre di più emarginato. Conosciamo
l'esempio di alcuni Paesi, dove è stata fatta una modifica legislativa, secondo la quale
il matrimonio adesso non è più definito come legame tra uomo e donna, ma come un legame
tra persone; con ciò ovviamente è distrutta l'idea di fondo e la società, a partire
dalle sue radici, diventa una cosa totalmente diversa. La consapevolezza che sessualità,
eros e matrimonio come unione tra uomo e donna vanno insieme – "I due saranno una
sola carne", dice la Genesi – questa consapevolezza s'attenua sempre di
più; ogni genere di legame sembra assolutamente normale – il tutto presentato come una
specie di moralità della non-discriminazione e un modo di libertà dovuta all'uomo. Con
ciò, naturalmente, l'indissolubilità del matrimonio è diventata un'idea quasi utopica
che, proprio anche in molte persone della vita pubblica, appare smentita. Cosi anche la
famiglia si disfa progressivamente. Certo, per il problema della diminuzione
impressionante del tasso di natalità esistono molteplici spiegazioni, ma sicuramente ha
in ciò un ruolo decisivo anche il fatto che si vuole avere la vita per se stessi, che ci
si fida poco del futuro e che, appunto, si ritiene quasi non più realizzabile la famiglia
come comunità durevole, nella quale può poi crescere la generazione futura.
In questi ambiti,
dunque, il nostro annuncio si scontra con una consapevolezza contraria della società, per
cosi dire, con una specie di antimoralità che si appoggia su di una concezione della
libertà vista come facoltà di scegliere autonomamente senza orientamenti predefiniti,
come non-discriminazione, quindi come approvazione di ogni tipo di possibilità, ponendosi
così in modo autonomo come eticamente corretto. Ma l'altra consapevolezza non è
scomparsa. Essa esiste, e io penso che noi dobbiamo impegnarci per ricollegare queste
due parti della moralità e rendere evidente che esse vanno inseparabilmente unite tra
loro. Solo se si rispetta la vita umana dalla concezione fino alla morte, è possibile e
credibile anche l'etica della pace; solo allora la non violenza può esprimersi in ogni
direzione, solo allora accogliamo veramente la creazione e solo allora si può giungere
alla vera giustizia. Penso che in ciò abbiamo davanti un grande compito: da una
parte, non far apparire il cristianesimo come semplice moralismo, ma come dono nel quale
ci è dato l'amore che ci sostiene e ci fornisce poi la forza necessaria per saper
"perdere la propria vita"; dall'altra, in questo contesto di amore donato,
progredire anche verso le concretizzazioni, per le quali il fondamento ci è sempre
offerto dal Decalogo che, con Cristo e con la Chiesa, dobbiamo leggere in questo tempo in
modo progressivo e nuovo.
Questi erano dunque i
temi che credevo di dover e poter ancora aggiungere. Vi ringrazio per la Vostra indulgenza
e per la Vostra pazienza. Speriamo che il Signore ci aiuti tutti nel nostro cammino!
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Discorso del Papa ai Vescovi svizzeri
1a parte
CITTA’ DEL VATICANO, venerdì, 10 novembre 2006 (ZENIT.org).- Pubblichiamo il
discorso che Benedetto XVI ha pronunciato questo martedì incontrando i
Vescovi svizzeri.
* * *
Eminenze, Eccellenze, cari Confratelli!
Vorrei innanzitutto salutarVi di cuore ed esprimere la mia gioia, perché ci
è dato di completare ora la visita pastorale, interrotta nel 2005, avendo
così la possibilità di lavorare ancora una volta insieme su tutto il
panorama di questioni che ci preoccupano. Ho ancora un vivo ricordo della
Visita ad limina del 2005, quando nella Congregazione per la Dottrina della
Fede abbiamo parlato insieme di problemi che saranno nuovamente in
discussione anche in questi giorni. Mi è ancora ben presente l'atmosfera di
impegno interiore d'allora, per far sì che la Parola del Signore sia viva e
raggiunga i cuori degli uomini di questo tempo, perché la Chiesa sia piena
di vita. Nella nostra comune situazione difficile a causa di una cultura
secolarizzata, cerchiamo di comprendere la missione affidataci dal Signore e
di compierla il meglio possibile.
Non ho potuto preparare un vero discorso; vorrei ora, in vista dei singoli
grandi complessi di problemi che toccheremo, fare solo qualche “primo
tentativo”, che non intende presentare delle affermazioni definitive, ma
vuole soltanto avviare il colloquio. È questo un incontro tra i Vescovi
svizzeri e i vari Dicasteri della Curia, nei quali si rendono visibili e
sono rappresentati i singoli settori del nostro compito pastorale. Ad alcuni
di essi vorrei cercare di offrire qualche commento. In accordo col mio
passato, comincio con la Congregazione per la Dottrina della Fede, o meglio:
col tema della fede. Già nell’omelia ho cercato di dire che, in tutto il
travaglio del nostro tempo, la fede deve veramente avere la priorità. Due
generazioni fa, essa poteva forse essere ancora presupposta come una cosa
naturale: si cresceva nella fede; essa, in qualche modo, era semplicemente
presente come una parte della vita e non doveva essere cercata in modo
particolare. Aveva bisogno di essere plasmata ed approfondita, appariva però
come una cosa ovvia. Oggi appare naturale il contrario, che cioè in fondo
non è possibile credere, che di fatto Dio è assente. In ogni caso, la fede
della Chiesa sembra una cosa del lontano passato. Così anche cristiani
attivi hanno l’idea che convenga scegliere per sé, dall’insieme della fede
della Chiesa, le cose che si ritengono ancora sostenibili oggi. E
soprattutto ci si dà da fare per compiere mediante l’impegno per gli uomini,
per così dire, contemporaneamente anche il proprio dovere verso Dio. Questo,
però, è l’inizio di una specie di “giustificazione mediante le opere”:
l’uomo giustifica se stesso e il mondo in cui svolge quello che sembra
chiaramente necessario, ma manca la luce interiore e l’anima di tutto.
Perciò credo che sia importante prendere nuovamente coscienza del fatto che
la fede è il centro di tutto – “Fides tua te salvum fecit” dice il Signore
ripetutamente a coloro che ha guarito. Non è il tocco fisico, non è il gesto
esteriore che decide, ma il fatto che quei malati hanno creduto. E anche noi
possiamo servire il Signore in modo vivace soltanto se la fede diventa forte
e si rende presente nella sua abbondanza.
Vorrei sottolineare in questo contesto due punti cruciali. Primo: la fede è
soprattutto fede in Dio. Nel cristianesimo non si tratta di un enorme
fardello di cose diverse, ma tutto ciò che dice il Credo e che lo sviluppo
della fede ha svolto esiste solo per rendere più chiaro alla nostra vista il
volto di Dio. Egli esiste ed Egli vive; in Lui crediamo; davanti a Lui, in
vista di Lui, nell’essere-con Lui e da Lui viviamo. Ed in Gesù Cristo, Egli
è, per così dire, corporalmente con noi. Questa centralità di Dio deve,
secondo me, apparire in modo completamente nuovo in tutto il nostro pensare
ed operare. È ciò che poi anima anche le attività che, in caso contrario,
possono facilmente decadere in attivismo e diventare vuote. Questa è la
prima cosa che vorrei sottolineare: che la fede in realtà guarda decisamente
verso Dio, e così spinge pure noi a guardare verso Dio e a metterci in
movimento verso di Lui.
L’altra cosa è che non possiamo inventare noi stessi la fede componendola di
pezzi “sostenibili”, ma che crediamo insieme con la Chiesa. Non tutto ciò
che insegna la Chiesa possiamo comprendere, non tutto deve essere presente
in ogni vita. È però importante che siamo con-credenti nel grande Io della
Chiesa, nel suo Noi vivente, trovandoci così nella grande comunità della
fede, in quel grande soggetto, in cui il Tu di Dio e l’Io dell’uomo
veramente si toccano; in cui il passato delle parole della Scrittura diventa
presente, i tempi si compenetrano a vicenda, il passato è presente e,
aprendosi verso il futuro, lascia entrare nel tempo il fulgore
dell’eternità, dell’Eterno. Questa forma completa della fede, espressa nel
Credo, di una fede in e con la Chiesa come soggetto vivente, nel quale opera
il Signore – questa forma di fede dovremmo cercare di mettere veramente al
centro delle nostre attività. Lo vediamo anche oggi in modo molto chiaro: lo
sviluppo, là dove è stato promosso in modo esclusivo senza nutrire l’anima,
reca danni. Allora le capacità tecniche crescono, sì, ma da esse emergono
soprattutto nuove possibilità di distruzione. Se insieme con l’aiuto a
favore dei Paesi in via di sviluppo, insieme con l’apprendimento di tutto
ciò che l'uomo è capace di fare, di tutto ciò che la sua intelligenza ha
inventato e che la sua volontà rende possibile, non viene contemporaneamente
anche illuminata la sua anima e non arriva la forza di Dio, si impara
soprattutto a distruggere. E per questo, credo, deve nuovamente farsi forte
in noi la responsabilità missionaria: se siamo lieti della nostra fede, ci
sentiamo obbligati a parlarne agli altri. Sta poi nelle mani di Dio in che
misura gli uomini potranno accoglierla.
Da questo argomento vorrei ora passare all'“Educazione Cattolica”, toccando
due settori. Una cosa che, penso, causa a tutti noi una “preoccupazione” nel
senso positivo del termine, è il fatto che la formazione teologica dei
futuri sacerdoti e degli altri insegnanti ed annunciatori della fede debba
essere buona; abbiamo quindi bisogno di buone Facoltà teologiche, di buoni
seminari maggiori e di adeguati professori di teologia che comunichino non
soltanto conoscenze, ma formino ad una fede intelligente, così che fede
diventi intelligenza ed intelligenza diventi fede. A questo riguardo ho un
desiderio molto specifico. La nostra esegesi ha fatto grandi progressi;
sappiamo davvero molto sullo sviluppo dei testi, sulla suddivisione delle
fonti ecc., sappiamo quale significato può aver avuto la parola in
quell'epoca… Ma vediamo anche sempre di più che l’esegesi storico-critica,
se rimane soltanto storico-critica, rimanda la parola nel passato, la rende
una parola dei tempi di allora, una parola che, in fondo, non ci parla
affatto; e vediamo che la parola si riduce in frammenti perché, appunto,
essa si scioglie in tante fonti diverse. Il Concilio, la Dei Verbum, ci ha
detto che il metodo storico-critico è una dimensione essenziale
dell’esegesi, perché fa parte della natura della fede dal momento che essa è
factum historicum. Non crediamo semplicemente a un’idea; il cristianesimo
non è una filosofia, ma un avvenimento che Dio ha posto in questo mondo, è
una storia che Egli in modo reale ha formato e forma come storia insieme con
noi. Per questo, nella nostra lettura della Bibbia l’aspetto storico deve
veramente essere presente nella sua serietà ed esigenza: dobbiamo
effettivamente riconoscere l'evento e, appunto, questo “fare storia” da
parte di Dio nel suo operare. Ma la Dei Verbum aggiunge che la Scrittura,
che conseguentemente deve essere letta secondo i metodi storici, va letta
anche come unità e deve essere letta nella comunità vivente della Chiesa.
Queste due dimensioni mancano in grandi settori dell'esegesi. L'unità della
Scrittura non è un fatto puramente storico-critico, benché l'insieme, anche
dal punto di vista storico, sia un processo interiore della Parola che,
letta e compresa sempre in modo nuovo nel corso di successive relectures,
continua a maturare. Ma questa unità è in definitiva, appunto, un fatto
teologico: questi scritti sono un'unica Scrittura, comprensibili fino in
fondo solo se letti nell'analogia fidei come unità in cui c'è un progresso
verso Cristo e, inversamente, Cristo attira a sé tutta la storia; e se,
d'altra parte, questo ha la sua vitalità nella fede della Chiesa. Con altre
parole, mi sta molto a cuore che i teologi imparino a leggere e ad amare la
Scrittura così come, secondo la Dei Verbum, il Concilio lo ha voluto: che
vedano l'unità interiore della Scrittura – una cosa aiutata oggi
dall'“esegesi canonica” (che senz'altro si trova ancora in un timido stadio
iniziale) – e che poi di essa facciano una lettura spirituale, che non è una
cosa esterna di carattere edificante, ma invece un immergersi interiormente
nella presenza della Parola. Mi sembra un compito molto importante fare
qualcosa in questo senso, contribuire affinché accanto, con e nell'esegesi
storico-critica sia data veramente un'introduzione alla Scrittura viva come
attuale Parola di Dio. Non so come realizzarlo concretamente, ma credo che,
sia nell'ambito accademico, sia nel seminario, sia in un corso
d'introduzione, si possano trovare dei professori adeguati, affinché avvenga
questo incontro attuale con la Scrittura nella fede della Chiesa – un
incontro sulla base del quale diventa poi possibile l'annuncio.
L'altra cosa è la catechesi che, appunto, negli ultimi cinquant'anni circa,
da un lato, ha fatto grandi progressi metodologici, dall'altro, però, si è
persa molto nell'antropologia e nella ricerca di punti di riferimento,
cosicché spesso non si raggiungono neanche più i contenuti della fede. Posso
capirlo: addirittura al tempo in cui io ero viceparroco – quindi 56 anni fa
– risultava già molto difficile annunciare nella scuola pluralistica, con
molti genitori e bambini non credenti, la fede, perché essa appariva un
mondo totalmente estraneo ed irreale. Oggi, naturalmente, la situazione è
ancora peggiorata. Tuttavia è importante che nella catechesi, che comprende
gli ambienti della scuola, della parrocchia, della comunità ecc., la fede
continui ad essere pienamente valorizzata, che cioè i bambini imparino
veramente che cosa sia “creazione”, che cosa sia “storia della salvezza”
realizzata da Dio, che cosa, chi sia Gesù Cristo, che cosa siano i
Sacramenti, quale sia l'oggetto della nostra speranza… Io penso che noi
tutti dobbiamo, come sempre, impegnarci molto per un rinnovamento della
catechesi, nella quale sia fondamentale il coraggio di testimoniare la
propria fede e di trovare i modi affinché essa sia compresa ed accolta.
Poiché l'ignoranza religiosa ha raggiunto oggi un livello spaventoso. E
tuttavia, in Germania i bambini hanno almeno dieci anni di catechesi,
dovrebbero quindi in fondo sapere molte cose. Per questo dobbiamo certamente
riflettere in modo serio sulle nostre possibilità di trovare vie per
comunicare, anche se in modo semplice, le conoscenze, affinché la cultura
della fede sia presente.
E ora qualche osservazione sul “Culto divino“. L'Anno Eucaristico, a questo
riguardo, ci ha donato molto. Posso dire che l'Esortazione postsinodale è a
buon punto. Sarà sicuramente un grande arricchimento. Inoltre abbiamo avuto
il documento della Congregazione per il Culto divino circa la giusta
celebrazione dell'Eucaristia, cosa molto importante. Io credo che a seguito
di tutto ciò man mano diventi chiaro che la Liturgia non è
un'“auto-manifestazione“ della comunità la quale, come si dice, in essa
entra in scena, ma è invece l'uscire della comunità dal semplice
“essere-se-stessi“ e l'accedere al grande banchetto dei poveri, l'entrare
nella grande comunità vivente, nella quale Dio stesso ci nutre. Questo
carattere universale della Liturgia deve entrare nuovamente nella
consapevolezza di tutti. Nell'Eucaristia riceviamo una cosa che noi non
possiamo fare, ma entriamo invece in qualcosa di più grande che diventa
nostro, proprio quando ci consegniamo a questa cosa più grande cercando di
celebrare la Liturgia veramente come Liturgia della Chiesa. È poi connesso
con ciò anche il famoso problema dell'omelia. Dal punto di vista puramente
funzionale posso capirlo molto bene: forse il parroco è stanco o ha
predicato già ripetutamente o è anziano e i suoi incarichi superano le sue
forze. Se allora c'è un assistente per la pastorale che è molto capace
nell'interpretare la Parola di Dio in modo convincente, vien spontaneo dire:
perché non dovrebbe parlare l'assistente per la pastorale; lui riesce
meglio, e così la gente ne trae maggior profitto. Ma questo, appunto, è la
visione puramente funzionale. Bisogna invece tener conto del fatto che
l'omelia non è un'interruzione della Liturgia per una parte discorsiva, ma
che essa appartiene all'evento sacramentale, portando la Parola di Dio nel
presente di questa comunità. È il momento, in cui veramente questa comunità
come soggetto vuole essere chiamata in causa per essere portata all'ascolto
e all'accoglimento della Parola. Ciò significa che l'omelia stessa fa parte
del mistero, della celebrazione del mistero, e quindi non può semplicemente
essere slegata da esso. Soprattutto, però, ritengo anche importante che il
sacerdote non sia ridotto al Sacramento e alla giurisdizione – nella
convinzione che tutti gli altri compiti potrebbero essere assunti anche da
altri – ma che si conservi l'integrità del suo incarico. Il sacerdozio è una
cosa anche bella soltanto se c'è da compiere una missione che è un tutt'uno,
dal quale non si può tagliare qua e là qualcosa. E a questa missione
appartiene già da sempre – anche nel culto antico-testamentario – il dovere
del sacerdote di collegare col sacrificio la Parola che è parte integrante
dell'insieme. Dal punto di vista puramente pratico dobbiamo poi certamente
provvedere a fornire i sacerdoti degli aiuti necessari perché possano
svolgere in modo giusto anche il ministero della Parola. In linea di
massima, questa unità interiore sia dell'essenza della Celebrazione
eucaristica, sia dell'essenza del ministero sacerdotale, è molto
importante.
Il secondo tema, che vorrei toccare in questo contesto, riguarda il
sacramento della Penitenza la cui pratica in questi circa cinquanta ultimi
anni è progressivamente diminuita. Grazie a Dio esistono chiostri, abbazie e
santuari, verso i quali la gente va in pellegrinaggio e dove il loro cuore
si apre ed è anche pronto alla confessione. Questo Sacramento lo dobbiamo
veramente imparare di nuovo. Già da un punto di vista puramente
antropologico è importante, da una parte, riconoscere la colpa e,
dall'altra, esercitare il perdono. La diffusa mancanza di una consapevolezza
della colpa è un fenomeno preoccupante del nostro tempo. Il dono del
sacramento della Penitenza consiste quindi non soltanto nel fatto che
riceviamo il perdono, ma anche nel fatto che ci rendiamo conto,
innanzitutto, del nostro bisogno di perdono; già con ciò veniamo purificati,
ci trasformiamo interiormente e possiamo poi comprendere anche meglio gli
altri e perdonarli. Il riconoscimento della colpa è una cosa elementare per
l'uomo – è malato se non l'avverte più – e altrettanto importante è per lui
l'esperienza liberatrice del ricevere il perdono. Per ambedue le cose il
sacramento della Riconciliazione è il luogo decisivo di esercizio. Inoltre
lì la fede diventa una cosa del tutto personale, non si nasconde più nella
collettività. Se l'uomo affronta la sfida e, nella sua situazione di bisogno
di perdono, si presenta, per così dire, indifeso davanti a Dio, allora fa
l'esperienza commovente di un incontro del tutto personale con l'amore di
Gesù Cristo.
Infine vorrei ancora occuparmi del ministero episcopale. Di questo, in
fondo, abbiamo implicitamente già parlato per tutto il tempo. Mi sembra
importante che i Vescovi, come successori degli Apostoli, da una parte
portino veramente la responsabilità delle Chiese locali che il Signore ha
loro affidate, facendo sì che lì la Chiesa come Chiesa di Gesù Cristo cresca
e viva. Dall'altra parte, essi devono aprire le Chiese locali
all'universale. Viste le difficoltà che gli Ortodossi hanno con le Chiese
autocefale, come anche i problemi dei nostri amici protestanti di fronte
alla disgregazione delle Chiese regionali, ci rendiamo conto di quale grande
significato abbia l'universalità, quanto sia importante che la Chiesa si
apra alla totalità, diventando nell'universalità veramente un'unica Chiesa.
Di questo, d'altra parte, è capace soltanto se nel territorio suo proprio è
viva. Questa comunione deve essere alimentata dai Vescovi insieme con il
Successore di Pietro nello spirito di una consapevole successione al
Collegio degli Apostoli. Tutti noi dobbiamo sforzarci continuamente di
trovare in questo rapporto vicendevole il giusto equilibrio, cosicché la
Chiesa locale viva la sua autenticità e, contemporaneamente, la Chiesa
universale da ciò riceva un arricchimento, affinché ambedue donino e
ricevano e così cresca la Chiesa del Signore.
Il Vescovo Grab ha già parlato delle fatiche dell'ecumenismo; è un campo che
devo solo affidare al cuore di tutti Voi. Nella Svizzera siete posti a
confronto quotidianamente con questo compito che è faticoso, ma crea anche
gioia. Penso che importanti siano, da un lato, i rapporti personali, nei
quali ci riconosciamo e ci stimiamo l'un l'altro in modo immediato come
credenti e, come persone spirituali, ci purifichiamo e ci aiutiamo anche a
vicenda. Dall'altro lato, si tratta – come ha già detto il Vescovo Grab – di
farsi garanti dei valori essenziali, portanti, provenienti da Dio della
nostra società. In questo campo, tutti insieme – protestanti, cattolici ed
ortodossi – abbiamo un grande compito. E sono lieto che stia crescendo la
consapevolezza di questo. Nell'occidente è la Chiesa in Grecia che, pur
avendo ogni tanto qualche problema con i Latini, dice sempre più
chiaramente: in Europa possiamo svolgere il nostro compito soltanto se ci
impegniamo insieme per la grande eredità cristiana. Anche la Chiesa in
Russia lo vede sempre di più ed altrettanto i nostri amici protestanti sono
consapevoli di questo fatto. Io penso che, se impariamo ad agire in questo
campo insieme, possiamo realizzare una buona parte di unità anche là dove la
piena unità teologica e sacramentale non è ancora possibile.
Per concludere vorrei esprimerVi ancora una volta la mia gioia per la Vostra
visita, augurandoVi molti colloqui fruttuosi durante questi giorni. |